La Troika non può svalutare il debito. Serve una polizza Ue contro la disoccupazione

Testo dell’articolo pubblicato su Il Mattino del 27.01.2015 a firma di Sergio Governale

Con l’esito delle elezioni in Grecia Eurolandia si trova letteralmente in un angolo, ovvero in un «catch 22», come dicono gli americani. Soltanto creando un’assicurazione comune europea contro la disoccupazione, che favorirebbe anche l’Italia, Tsipras eviterebbe l’annunciato scontro con la Troika –formata da Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca centrale europea (Bce) e Commissione europea– triade che non accetterà mai la rinegoziazione del debito di Atene, come chiesto da Syriza, salvo perdere credibilità. Ma per creare questa assicurazione ci vorrà del tempo e quindi l’euro è oggettivamente a rischio.

Luigi Zingales, professore di Entrepreneurship and Finance all’Università di Chicago, commenta così il voto in Grecia. Il risultato delle elezioni greche è uno scossone al “castello” economico-finanziario di Eurolandia, visto che la vittoria di Tsipras rappresenta una vittoria contro l’austerità?

«È indubbiamente una reazione verso una politica europea eccessivamente centralizzata e dirigista da Francoforte ad altri Paesi».

È insomma, come sostiene Tsipras, il fallimento della politica neoliberista che cercava di riportare la Grecia sui binari dell’euro?

«Ritengo che non ci sia nulla di neoliberista nel comportamento fin qui adottato dalla Grecia e dall’Unione europea. Né per come Atene si comportava prima, mi riferisco al collasso finanziario del 2010; né per come si è comportata dopo. Prima della crisi la Grecia spendeva il 16 per cento in più del Pil rispetto a quanto raccoglieva. Possiamo dire che lo Stato spendeva in sostanza il doppio di quello che incassava ed è per questo che la Grecia è arrivata al collasso. Ora deve necessariamente aggiustare il tiro. Secondo la teoria neoliberista, la Grecia non aveva altra strada che fare default, invece l’Unione europea ha voluto forzare un aggiustamento che ha favorito principalmente le banche tedesche».

Come giudica il cammino fatto da Atene negli ultimi anni?

«Le politiche e le riforme fatte in parte sono state giuste, in parte non hanno toccato i privilegi di chi ha portato la Grecia al collasso. L’oligarchia politico-finanziaria è rimasta praticamente in piedi. Con la vittoria di Syriza l’oligarchia politica adesso comincia a cadere. Vediamo che cosa accadrà a quella finanziaria».

Che cosa accadrà secondo lei, considerando che Tsipras ha già detto che la Troika rappresenta il passato?

«La maggior parte dei greci, contrariamente agli italiani, non è favorevole all’uscita dall’euro. Rinegoziare il debito pubblico è un percorso inevitabile. La questione è capire come possa avvenire, perché c’è un aspetto formale: l’Unione europea, la Bce e l’Fmi non possono permettersi di accettare la riduzione del valore facciale del debito greco in loro possesso, perché sarebbe un precedente inaccettabile. D’altra parte, Tsipras ha la necessità di una vittoria plateale al di fuori del Paese per avvalorare la sua vittoria e far digerire ai suoi elettori i molti compromessi che dovrà fare, in particolar modo sul budget. Non è che ora la Grecia possa spendere e spandere. E questo è un pericolo per l’euro. Siamo in un tipico ”catch 22”, espressione americana che significa che siamo in una specie di angolo».

C’è un modo virtuoso pervenirne fuori?

«Sì, ma è di difficile attuazione in questo momento. Bisognerebbe avere una politica fiscale comune, a cominciare da un’assicurazione contro la disoccupazione a livello Ue, come ho scritto nel mio ultimo libro. Tsipras potrebbe accettare così di non negoziare il debito in cambio dei forti trasferimenti che questa assicurazione apporterebbe oggi alla Grecia. Purtroppo non vedo una Germania disponibile e non vedo neppure una volontà italiana di fare una battaglia su questo punto. L’Italia potrebbe aggregare in questa lotta i Paesi dell’area mediterranea, anche la Francia. Un’assicurazione comunitaria con fondi europei favorirebbe l’Italia e la Grecia, che sarebbe sollevata dai problemi di budget e non sosterrebbe più da sola le famiglie in difficoltà».

Favorirebbe anche l’Italia, malgrado i consistenti ammortizzatori sociali che già abbiamo?

«Sì, ora stanno cambiando, ma tradizionalmente gli ammortizzatori assistevano soltanto le persone licenziate dalle grandi imprese, non chi cercava il primo lavoro o lo perdeva dalle piccole e medie aziende. Erano fortemente discriminatori e favorivano le grandi imprese. Bisogna ridurre gli abusi con un’assicurazione che vada a tutti».

Torniamo all’euro e alla Troika.

«C’è un grande problema oggettivo. Fare default adesso sarebbe controproducente. La maggior parte del debito greco è in mano a istituzioni internazionali che non possono rinegoziarlo. Sarebbe infatti la prima volta per il Fmi e i Paesi debitori dell’Asia e dell’Africa si rivolterebbero letteralmente. Sarebbe la fine della presidenza europea al Fmi. Per la Bce il problema sarebbe simile. Ora al debito greco è stata allungata molto la scadenza. Senza rinegoziare il debito, questa assicurazione sarebbe una grande vittoria per Tsipras e resterebbe intatta la credibilità delle istituzioni finanziarie internazionali».

L’euro è a rischio?

«Non vedo una fine a breve, ma dico che così non è sostenibile. Quando venne creata Eurolandia la convinzione era che sarebbero state fatte le riforme per rendere l’euro sostenibile. Il tempo è passato e, per la più parte, queste riforme non sono state fatte. Quindi è meno credibile che vengano fatte nel futuro. Sic rebus stantibus, l’euro non è sostenibile nel lungo termine. Dal punto di vista economico l’euro può spezzarsi. Un passo in avanti è stata l’Unione bancaria. Il problema è che si stanno facendo passi in avanti molto lenti con una situazione che sta degenerando rapidamente».

Draghi Aims the Bazooka at Renzi‘s Government / Il Bazooka di Draghi puntato sul Governo Renzi

In basso la traduzione Italiana.

Initially, the market reacted positively to the launch of the much-awaited quantitative easing program by the European Central Bank (ECB). It surprises positively the amount (euro 60 billion per month until September 2016, for a total of more than a euro trillion) and the broad support Draghi was able to achieve in the ECB Council. In fact, Draghi was a master at mollifying the staunch German opposition, crafting a clever compromise. Between the Germans, who wanted each country to bear the full risk of the potential losses in case of sovereign default, and the rest, who wanted full risk sharing, Draghi found a compromise: 20% of the potential losses will be shared, 80% will be borne by each national central bank.

Yet, there are two long shadows in the deal. First, the unwillingness to have full or quasi-full risk sharing of the potential losses confirms the fact that the Eurozone is a currency area without any political unity and without any intent to have political unity in the future. Furthermore, it is a currency area dominated  by the Germans who obtain if not 100% of what they want, at least 80%.

This unwillingness to share losses is particularly extreme given the additional condition: the ECB will buy only investment grade debt. As a result, if Italian government debt is downgraded by just one notch its debt will become not eligible for ECB purchases. Thus, with this QE program Draghi has pulled out a big bazooka, but he has aimed it at the Renzi’s government, with a big “freeze”  warning. Any attempt to relax the budget discipline and Italy will pay dearly.

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All’inizio il mercato ha reagito positivamente al tanto atteso lancio del programma di quantitative easing da parte della Banca Centrale Europea (BCE). Sorprendono positivamente l’importo (60 miliardi al mese fino a settembre 2016, per un totale di più di un trilione di euro) e l’ampio sostegno che Draghi è stato in grado di ottenere in sede di Consiglio della BCE. In realtà, Draghi è stato un maestro nell’ammansire la rigida opposizione tedesca, lavorando a un compromesso intelligente. Tra la Germania, che voleva che ogni paese si assumesse in proprio il rischio totale delle perdite potenziali in caso di default sovrano, e gli altri Paesi, che volevano la completa condivisione del rischio, Draghi ha trovato una soluzione intermedia: il 20% delle perdite potenziali sarà condiviso, l’80% sarà a carico di ciascuna banca centrale nazionale.

Detto questo, sulla trattativa si allungano due lunghe ombre. In primo luogo, il rifiuto della condivisione completa o quasi completa dei rischi delle potenziali perdite conferma il fatto che la zona euro è un’area valutaria attualmente senza unità politica e soprattutto senza alcuna volontà di avere unità politica in futuro. Inoltre, si tratta di un’area monetaria dominata dalla Germania che ottiene ciò che voleva, se non al 100%, all’80%.

Questo non voler condividere le perdite appare esagerato data la condizione supplementare posta dalla BCE. Questa acquisterà infatti solo debito con investment grade. Di conseguenza, se il debito pubblico italiano viene declassato anche di una sola tacca, non potrà essere acquistato dalla BCE. Così, con questo programma QE Draghi ha tirato fuori un grande bazooka, puntandolo però sul governo Renzi, con un grande Altolà: qualsiasi tentativo di allentare la disciplina di bilancio avrà per l’Italia un costo altissimo.

La funzione sociale della finanza

Video dell’intervento all’Adunanza del 13 dicembre 2014 dell’Accademia Galileiana di Scienze Lettere ed Arti in Padova.

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Solo la buona finanza aiuta l’economia

Testo dell’articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore del 17.01.2015 a firma di Luigi Guiso*

Come presidente di turno dell’American Financial Association il discorso ai colleghi quest’anno è stato tenuto da Luigi Zingales nell’incontro annuale a Boston a inizio gennaio. Ad ascoltarlo il meglio dei ricercatori di finanza.

Il titolo, “È la finanza benefica per la società?“, svela non tanto il dubbio di Zingales ma il dubbio che vuole sorga nella professione. Perché questa necessità? Negli ultimi venti anni l’intermediazione finanziaria è cresciuta molto rapidamente, a un tasso doppio di quello del Pil, per lo più a causa dell’espansione dei servizi finanziari alle famiglie. Sia perché nel passato più finanza è stata empiricamente associata a (ha causato in parte) una crescita del reddito più rapida, sia perché se si produce più di una cosa di norma è perché i consumatori trovano questo conveniente, la stragrande maggioranza della professione ha dato per scontato che più finanza accresce il benessere.
Ma non sempre è così e l’impopolarità di banche e finanza tra il pubblico ne è un sintomo (se la finanza fosse sempre benefica sarebbe molto popolare e benvoluta dalla gente). Talvolta parte dell’espansione non solo non migliora ma può ridurre il benessere. Questo è particolarmente vero nei mercati finanziari dove, in assenza di rispettate regole formali e informali, i comportamenti possono trascendere ed essere ispirati dalla ricerca di rendite di posizione anziché dettati dal conseguimento del miglior servizio alla clientela. In un articolo su Plus24 del 19 ottobre 2013 ricordavo la tendenza dell’industria finanziaria a proporre prodotti complessi non per servire un bisogno degli investitori ma per guadagnare potere di mercato ed estrarre anzi maggiori rendite dai risparmiatori. Notavo come questa tendenza può essere acuita da un aumento della concorrenza.

La presa di coscienza da parte della professione accademica di questa possibilità è essenziale perché senza idee è impossibile trovare soluzioni e nessuno meglio degli accademici ha un vantaggio comparato per produrle. Ma prima in loro deve sorgere il dubbio che nella crescita impetuosa della finanza possa esserci un problema.

*Axa Professar of Household Finance (Eief)

Una vittoria politica, non legale

Ieri le campane sembravano suonare a festa. Nella sua opinione preliminare la Corte Europea ha sostenuto la legittimità dell’OMT, il programma ideato da Draghi per sostenere l’euro, quello (per intenderci) che ha fatto scendere lo spread italiano di almeno 350 punti base.

Anche se questa decisione non era una condizione necessaria per l’avvio del quantitative easing (QE), lo era da un punto di vista politico. Economicamente l’OMT era molto più ai limiti del mandato della Banca Centrale Europea del quantitative easing. Checché ne dicano i tedeschi, il quantitative easing fa parte degli strumenti tradizionali di una banca centrale. Si può discutere sull’opportunità economica di un QE o sulla sua dimensione, ma queste sono scelte economiche, delegate alla BCE, non scelte legali.
Ciononostante, una bocciatura dell’OMT avrebbe ringalluzzito i falchi tedeschi, rendendo più difficile un annuncio del QE il 22 p.v.

Dal punto di vista legale, però, non si tratta di una vittoria piena. La Corte ammonisce che il suo giudizio è basato sull’ipotesi di funzionamento del meccanismo di OMT (mai avviato) e quindi si riserva di cambiare giudizio quando questo meccanismo dovesse essere attivato. La Corte mette anche in luce che “la BCE deve dara una opportuna spiegazione delle ragioni per adottare una misura non convenzionale come l’OMT, giustificando chiaramente e precisamente le circostanze straordinarie che la legittimano.” La Corte aggiunge che tale giustificazione non si trova nel comunicato della BCE del 6 settembre 2012. Qualora l’OMT fosse avviato per mantenere la natura di politica monetaria dell’OMT, la “BCE deve tenersi lontana da qualsiasi coinvolgimento diretto nel programma di assistenza del Paese coinvolto.” Quindi niente lettere di intenti più o meno pilotate dal Paese di origine e niente finanziamenti diretti.
Insomma, dalla Corte Europea il QE esce salvo, ma l’OMT esce azzoppato.

Mossa obbligata per salvare l’euro

Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 31.12.2014

Il 2015, anno quinto della crisi dell’eurozona, si apre nell’attesa di massicci acquisiti di titoli pubblici da parte della Banca Centrale Europea, il cosiddetto quantitative easing (QE). Tutti invocano questa misura, ma pochi la capiscono. Avverrà veramente a gennaio? Metterà fine alla crisi della moneta comune? Non sono certo un indovino, ma la teoria economica può aiutarci a rispondere.

Per sostenere il livello di scambi e quindi anche il livello di reddito, tutte le economie necessitano di una quantità di moneta proporzionale al livello del loro reddito. Quando la quantità di moneta disponibile è eccessiva, il livello dei prezzi sale (ovvero si genera inflazione). Quando la quantità di moneta in circolazione è troppo poca, i prezzi scendono (deflazione) e rischia di scendere anche il reddito (recessione). Per questo ogni banca centrale regola la quantità di moneta in modo da evitare entrambi gli estremi. La quantità di moneta in circolazione, però, non è rappresentata solo dalle banconote emesse dalla BCE ma anche da tutti i depositi bancari. Molti di questi depositi sono detenuti da imprese cui le banche stesse hanno aperto delle linee di credito. Quindi una parte importante della moneta è prodotta dal sistema bancario quando estende credito.
La crisi economica ed ancor più la crisi del sistema bancario, cui è stato giustamente richiesto di ricapitalizzarsi, hanno ridotto l’ammontare di prestiti bancari e quindi indirettamente l’ammontare di moneta in circolazione. Per ristabilirlo la BCE ha inizialmente abbassato il tasso di sconto. Essendo arrivata pressoché a zero, non ha che un’alternativa: comprare titoli in cambio di depositi presso la BCE. Così facendo aumenta il livello di depositi e quindi la quantità di moneta.

Se è così semplice perché la Bundesbank (ovvero la banca centrale tedesca) si oppone? Per due motivi. Primo, il sistema bancario tedesco è messo meglio di quello del Sud Europa. Quindi la moneta in circolazione in Germania è sufficiente a sostenere un reddito crescente, senza causare alcuna deflazione. Non rischiando molto, i tedeschi vedono solo l’aspetto negativo di un aumento dell’offerta di moneta: il rischio di un’inflazione leggermente più alta.
Il secondo motivo è più politico. Un acquisto massiccio di titoli pubblici (ivi inclusi quelli di governi del sud d’Europa) trasferisce un sostanziale rischio di credito sulle spalle della BCE e quindi pro quota sui contribuenti tedeschi. Si tratta, anche in forma lieve, di una integrazione fiscale che ne’ i tedeschi ne’ i francesi vogliono. Per di più, questo trasferimento attenua gli incentivi alla disciplina fiscale nel Sud d’Europa, aumentando le preoccupazioni tedesche che si tratti dell’inizio di continui sussidi al Sud.

Le preoccupazioni tedesche non sono infondate, ma sono usate strumentalmente. Se i tedeschi volessero venirci incontro, si potrebbero trovare soluzioni alternative. Un’economista americano, ad esempio, ha suggerito che invece di comprare titoli pubblici europei, la BCE compri titoli pubblici americani. Questo eliminerebbe il rischio di trasferimenti fiscali all’interno dell’Europa e non allenterebbe la pressione alla disciplina fiscale nel Sud Europa. In aggiunta, avrebbe l’effetto di svalutare l’euro rispetto al dollaro, aumentando le esportazioni dell’Europa.
Ci sono dubbi su quanto forte possa essere l’effetto espansivo di QE, soprattutto partendo da tassi di interesse sui titoli pubblici (anche periferici) molto bassi. La svalutazione del cambio è sicuramente il canale potenzialmente più importante. Ma molto si gioca sulla credibilità di una azione anche futura. Le divisioni trapelate all’interno del Consiglio della BCE non fanno che indebolire l’effetto potenziale di QE, tanto che alcuni pensano che le fughe di notizie siano una strategia tedesca.
Se approvato, QE non metterà fine alla crisi dell’area euro. Ma se non dovesse essere approvato, sarebbe un segnale devastante per il progetto europeo. Evidenzierebbe la mancanza di una volontà politica di salvare l’eurozona, mettendo in dubbio la sopravvivenza stessa dell’euro.
Di una sola cosa possiamo stare certi: il prossimo anno non ci sarà da annoiarci.

Does Finance Benefit Society?

My final speech as President of the American Finance Association.
Discorso conclusivo del mio mandato di Presidente della American Finance Association. (in inglese)

Does-Finance-Benefit-Society

Dal contagio finanziario al contagio politico

Durante la crisi del debito Greco nel 2010-2012, la più grande preoccupazione delle autorità monetarie e politiche europee era evitare il contagio finanziario. Una ristrutturazione del debito greco è stata posposta il più possibile per evitare il pericolo di contagio sul debito degli altri Paesi a rischio.
Il costo di questa politica fu un’austerità ancora più severa. Già allora (maggio 2012) scrivevo sull’Espresso che si ignorava il rischio di un contagio politico.

Oggi, dopo il fallimento delle elezioni del presidente greco, il rischio di un contagio politico sembra diventare realtà. La costituzione greca impone che si vada ad elezioni politiche subito (fissate per il 25 di gennaio). Il partito in testa nei sondaggi è Syriza (partito di sinistra alle cui posizioni si richiama il nostro SEL), che ha fatto della lotta all’austerità il suo punto di forza e che chiede espressamente la ristrutturazione del debito greco.
È possibile che, una volta al potere, Syriza – che pure ripete di non volere un’uscita della Grecia dall’euro – moderi le proprie posizioni, ma la tentazione di rinegoziare il debito greco rimarrà enorme. Per la prima volta, oggi la Grecia è in surplus primario, ovvero se non paga gli interessi non ha bisogno di tornare sul mercato per prendere a prestito. Questo la mette in una posizione di forza in una rinegoziazione. Per giunta, la maggior parte del debito è oggi nelle mani di autorità politiche (BCE e FMI), quindi l’impatto diretto di un default sui mercati sarebbe limitato. Non da ultimo, pochissimo del debito greco è in mano a privati cittadini greci.
Per Syriza, quindi, un default (o almeno una sospensione sine die di qualsiasi pagamento e rimborso) sarebbe un affare sia economico che politico. Difficile immaginare che non lo faccia. Ma se ci riesce, quale lezione per gli Spagnoli, i Portoghesi e gli Italiani? In Spagna, Podemos (un partito su posizioni molto simili a Syriza) è già primo nei sondaggi.
Al di là della questione leadership, laddove c’è una domanda, in genere l’offerta non tarda ad arrivare: a quando il Possiamo italiano?

Berlusconi riscopre il bimetallismo

“Creare una seconda moneta che possa essere stampata da noi e messa sul mercato che poi valuterà il cambio con l’euro.”
Con questa dichiarazione Berlusconi ha lanciato ieri la fase due del suo riposizionamento entieuro (v. mio post “Berlusconi comincia la campagna contro l’euro?”). Anche se infattibile all’interno dei trattati esistenti (ma i trattati possono sempre essere rinegoziati), la proposta avanzata da Berlusconi va discussa.

È possibile tecnicamente avere due monete? Se sì, è questa la soluzione giusta?

La risposta al primo quesito è affermativa. Nella seconda meta del XIX secolo gli Stati Uniti avevano due monete: una basata sull’oro, l’altra sull’argento. Il tasso di cambio tra le due fluttuava. Durante i periodi di crisi, molti paesi dell’America Latina hanno operato con due valute: quella locale e il dollaro. Il dollaro è stato usato per tutti i beni “tradeable” (ovvero con un mercato internazionale), mentre la valuta locale per tutti i beni non tradeable (senza un mercato internazionale), inclusi i salari. Questo ha permesso la massima flessibilità di aggiustamento.
Teoricamente lo stesso si potrebbe fare con l’euro e con la lira. Ma questo risolverebbe i problemi dell’Italia?

Affinché le lire fossero accettate come valuta di scambio, lo Stato Italiano dovrebbe accettarle in pagamento delle proprie imposte. Siccome la moneta cattiva scaccia quella buona, tutte le imposte finirebbero per essere pagate in lire. Questo trasformerebbe immediatamente il debito pubblico italiano in debito in valuta estera, con i problemi di sostenibilità che questo comporterebbe.
O si ridenomina anche il debito in lire o il debito diventa insostenibile. Se il debito viene ridenominato, abbiamo tutti i rischi connessi ad un’uscita dall’euro (corsa agli sportelli, default delle imprese indebitate in euro, etc.).
Quindi il bimetallismo non risolve i problemi di transizione.

La doppia moneta non risolve neppure il problema cruciale di ogni proposta alternativa all’euro (v. mio precedente post su Grillo) ovvero come si pensa di gestire la politica monetaria una volta usciti dall’euro.
Su questo nessuno è chiaro.

L’Euro visto dal Nord

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A metà degli anni ’90, quando l’euro fu creato, nei tre paesi scandinavi appartenenti all’Unione Europea (Danimarca, Finlandia e Svezia) il livello di consenso a favore della moneta unica era simile: tra il 30 e il 35% in tutti e tre i paesi. Allora la Finlandia decise di entrare e oggi il grado di consenso per la moneta unica è a livelli elevatissimi (75-80%). La Danimarca e la Svezia restarono fuori.
All’inizio sembrò un errore: nei primi 10 anni del nuovo millennio, il consenso per la moneta unica eccedeva il 50%. Con la crisi dell’eurozona, però, il consenso è crollato al 20-30%. Questi due paesi sono fuori dell’euro e ci vogliono rimanere.
Ieri ero in Svezia ed ho chiesto ad alcuni rappresentanti della Confindustria svedese cosa pensavano della moneta unica. Per un paese con un mercato molto limitato, come la Svezia, l’idea di una valuta comune è molto attraente, perché riduce le incertezze del cambio. Ma non si fidano di entrare in un’area valutaria in cui i membri non rispettano le regole.
Quando ho chiesto se i riferimenti erano all’Italia, la risposta è stata: non solo, anche alla Francia.

L’Asset Quality Review vista da Francoforte

Un alto funzionario italiano della Banca Centrale Europea ha così commentato il mio articolo sul Sole

“Ti suggerisco una interpretazione alternativa dei risultati:

1. Confronto con Francia, Germania e Spagna: risultato dovuto al minore peso politico dell’Italia nella nuova vigilanza (se vuoi guarda l’organigramma delle posizioni di vertice). Questo sarà un problema che temo ci condizionerà assai in futuro.
2. Inoltre: le grandi banche tedesche e francesi – che determinano la media ponderata che citi – hanno una quota maggiore di assets che sono titoli marked to market or to model, che per definizione o si valutano da soli (market) o sono valutati in maniera abbastanza soggettiva (model – quelli dell’aqr non sono certo andati a controllare come ogni assumption impatta sulla valutazione finale, si sono grosso modo fidati dei modelli interni delle banche precedentemente validati dai vigilanti). Per cui era scontato non trovare grandi variazioni.
3. Confronto Unicredit-Popolari/MPS: le popolari e MPS dipendono assai di più di Unicredit dall’economia italiana, che si è deteriorata nell’ultimo anno e mezzo per cui l’aqr ha fatto emergere la forbearance che è prassi comune nell’industria (e che ha un suo senso se fatta in maniera intelligente). Direi che se è limitata all’1 per cento degli assets non ci dovremmo lamentare troppo…

Detto questo la Banca d’Italia secondo me ha giocato male questa partita.”

Mi sembrano tutti e tre punti importanti.

Il più preoccupante è il primo. Se anche alla BCE non si ha fiducia nell’oggettività dei regolatori, l’Europa è messa veramente male. A conferma la stessa fonte rivela che “più volte la Nouy (capo dell’ufficio vigilanza della BCE) ha parlato delle “nostre banche”, riferendosi a quelle francesi” . Siamo messi bene!

Il secondo punto è valido e meriterebbe una più approfondita analisi. Vale certamente per le grosse banche, ma non per quelle intermedie.

Mi preoccupa molto anche il terzo punto, ugualmente valido. È accettato (addirittura considerato giusto) fare forbearance. Questa è la scuola Bankitalia. Non mi preoccupa tanto l’errore medio, ma le sue punte, coincidenti con banche molto connesse politicamente come MPS e Carige.

Non mi stanco di ripetere che come tanti della mia generazione, io sono cresciuto con il mito della Banca d’Italia. In un Paese corrotto, la nostra Banca Centrale era una delle poche istituzioni che resisteva integra. Un governatore aveva perfino rischiato l’arresto per non cedere al potere politico. Purtroppo devo constatare che nel tempo anche questa istituzione si è adeguata al Paese.

To euro or not to euro

Questo post è dedicato a chi (come Marco, che ha commentato il post precedente) si chiede se io sia diventato antieuro. Repetita iuvant.

Se essere “No euro” significa ritenere che la moneta unica sia la principale causa dei nostri mali, che bisogna uscirne a tutti i costi, e che una volta recuperata la sovranità monetaria dobbiamo usarla per finanziare a pie’ di lista i deficit pubblici, sono lontano mille miglia dall’esserlo.
Io (continuo a ripeterlo, ma in Italia si fa – chissà perché – fatica a capirlo) non ho un atteggiamento fideistico nei confronti dell’euro. Non voglio uscirne “a tutti i costi”, non voglio rimanerci “a tutti i costi”. Dell’euro, così come faccio con ogni altro oggetto delle mie ricerche, analizzo (l’ho fatto anche in Europa o no) i costi e benefici nel modo il più possibile oggettivo.
Più che le etichette mi interessa la sostanza. Essere nell’euro ha portato all’Italia molti vantaggi e continua a portarli. Ad esempio, abbiamo avuto bisogno della supervisione della Banca Centrale Europea per scoprire quanto deboli sono le nostre banche. Ma il rischio di deflazione è molto serio e temo che la BCE non abbia la volontà politica di affrontarlo.