Banche, quella commissione d’inchiesta che non s’ha da fare

Testo dell’articolo pubblicato il 10.09.2017 su “Il Sole 24 Ore”, nella rubrica “Alla luce del Sole”. 

“Sì alla commissione d’inchiesta” sulle crisi bancarie, dichiarava Renzi nel 2015, rispondendo alle molte richieste in questo senso. Dopo 2 anni, la commissione, istituita solo lo scorso luglio, deve ancora partire. Difficilmente, da qui alla fine della Legislatura, riuscirà a fare alcunché.

In assenza di un’inchiesta, i cittadini devono accontentarsi dei libri sull’argomento. A Marzo, Greco e Vanni hanno pubblicato “Banche Impopolari” (Mondadori), un racconto utile e dettagliato sulla storia del nostro sistema bancario. Qualche mese dopo sono stati depositati gli atti di citazione contro i vertici delle Popolari Venete, basati sulle indagini interne effettuate dal nuovo management.

C’è da prendere paura. Per esempio, il cda della BPVi ha accordato 50 milioni di prestiti al sig. Ravazzolo “in assenza di analisi economico-reddituali sul cliente” (non venivano fornite né le dichiarazioni dei redditi, né informazioni di dettaglio sugli immobili), senza garanzie, nonostante il Nucleo Analisti di Direzione avesse segnalato l’opportunità di adeguato “supporto garantistico”. Ma si tratta di un atto di citazione. Decideranno i giudici la fondatezza di queste accuse. Sempre che i processi si celebrino, perché in Non c’è spazio per quel giudice, di Cecilia Carreri (Mare Verticale), scopriamo che un processo contro Zonin non venne mai celebrato. Nel 2001 Bankitalia aveva effettuato un’ispezione da cui erano nati pesanti rilievi al CdA e una denuncia all’autorità giudiziaria. Dall’indagine che ne seguì emerse “una continua commistione tra interessi istituzionali della BPVi e interessi personali o societari del tutto estranei”. Il processo non avvenne mai.


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Invece, un processo celebrato (anche se solo in 1° grado) è quello descritto nel libro di Carlotta Scozzari Banche in sofferenza (GoWare), sulla Carige. Visto che in Italia la presunzione di innocenza vale fino alla sentenza passata in giudicato (ovvero per i reati economici fino a quando la prescrizione libera tutti), quanto riferito nel libro non deve essere interpretato come verità assodata. Ciononostante è interessante scoprire che secondo i giudici Giovanni Berneschi, padre padrone di Carige, gestiva da anni un’associazione a delinquere usando il trucco più vecchio del mondo: dei sodali compravano immobili a 100 e li rivendevano a Carige Vita a 200. Scrivono i giudici: “l’anomalo incremento dei prezzi degli immobili in percentuali macroscopicamente elevate in brevissimo tempo è emerso in maniera evidente: gli immobili – prevalentemente a destinazione alberghiera – venivano acquistati da società del gruppo Cimatti e, in seguito, del gruppo Cavallini e rivenduti nel giro di pochi giorni – se non addirittura lo stesso giorno – agli istituti assicurativi, subendo una lievitazione di prezzo ben lontana dal margine normalmente tollerato.” In sostanza il gruppo Cavallini ha acquistato immobili per 71 milioni di euro rivendendoli a Carige Vita a più del doppio. Il tutto per anni.

“La magistratura ha strumenti d’indagine – mi si dirà – che consiglieri, presidenti di società, perfino le autorità di vigilanza non hanno. Quindi non è colpa loro se non hanno visto. Non c’è governance che possa evitare tutte le frodi”. Ma ciò può essere vero per operazioni complicate, non per semplici acquisti d’immobili a prezzi gonfiati, facili da prevenire. Basta che le regole interne di una società quotata prevedano l’identificazione dei proprietari effettivi di tutte le imprese da cui la società stessa acquista. Perdere qualche legittimo affare perché un venditore non vuole rivelare i propri azionisti è un piccolo prezzo da pagare per evitare frodi di questo tipo. Inoltre, in tutti gli acquisti l’audit interno di una società quotata dovrebbe monitorare le deviazioni significative dei prezzi dagli standard di mercato.

Né frodi, né mala gestio bastano a spiegare le crisi bancarie, ma, come dice Warren Buffett, “quando c’è bassa marea si scopre chi nuota nudo.” Ed è durante le crisi economiche che si scopre chi ruba e chi è incompetente. Anche se gli inetti e i ladri non sono la sola causa della crisi, perché non approfittare della crisi per mandare a casa i primi e sbattere in galera i secondi? Almeno c’è la speranza di ripartire dopo la crisi con una classe dirigente migliore.


“La commissione d’inchiesta sulle banche è praticamente svanita: si è persa un’altra occasione per imparare dai propri errori e avere una classe dirigente migliore.”

Lo scopo delle indagini non è solo quello di mettere in galera i colpevoli, ma anche quello di imparare dagli errori. Così, la totale trasparenza societaria delle controparti di società quotate è una condizione semplice per evitare questo tipo di frode. In Italia è adottata da tutte le quotate? Purtroppo lo scorso autunno abbiamo scoperto che non era adottata neanche dal Gruppo 24 Ore, proprietario di questo giornale. Con i problemi che sono emersi. Sarebbe opportuno che la Consob richiedesse alle quotate almeno di dichiarare se seguono questa best practice.

Questo è solo un piccolo esempio dei benefici che si sarebbero potuti ottenere da una seria Commissione d’Inchiesta. Purtroppo è un’altra occasione perduta. Pur con tutte le sue lentezze, non ci resta che sperare nella magistratura. Sempre che non arrivi prima la prescrizione.


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Il nostro Far West finanziario attira solo i cowboy

Testo dell’articolo pubblicato il 30.07.2017 su “Il Sole 24 Ore”, nella rubrica “Alla luce del Sole”. 

Anche Flavio Cattaneo ha lasciato Tim, o meglio è stato accompagnato all’uscita a suon di milioni (si dice 25 milioni, ma per saperlo esattamente si dovrà aspettare il bilancio di fine anno).
Prima di lui era capitato a Marco Patuano nel 2016 (con una buonuscita di “solo” 7 milioni) e nel 2013 a Franco Bernabè (con una buonuscita di 6,6 milioni). Nel giro di quattro anni, ben tre cambi al vertice motivati da trasferimenti tra gli azionisti principali e tensioni con l’azionista. Oggi tutti urlano allo scandalo per una Tim francese, ma il vero scandalo è che una delle nostre principali aziende è stata mal gestita per decenni e oggi è solo l’ombra di quello che era.

 Leggi anche: “Gli stipendi degli AD e quei paracadute troppo grandi” 

Si dirà che è colpa della privatizzazione e colpa del mercato. Certamente la privatizzazione è stata fatta male. Per massimizzare i ricavi, si ignorarono le caratteristiche del mercato italiano (che a differenza degli altri Paesi non possedeva una rete di tv via cavo) e non si separò la rete dal resto, sostituendo ad un monopolio pubblico un monopolio privato. Si privatizzò con l’obiettivo di mantenere l’azienda in mani italiane, invece che farla prosperare. La Nuovo Pignone fu venduta alla General Electric, e oggi è un’impresa molto più grande di quello che era all’epoca, che impiega più lavoratori in Italia di quelli che erano impiegati allora. A dimostrazione che non conta il passaporto dell’azionista di controllo, ma la sua capacità gestionale.

Quali sono le colpe del mercato? Il mercato non è un’entità astratta, ma un insieme di regole che disciplinano la libertà economica degli individui. Nella visione di Einaudi, la figura centrale del mercato sono i carabinieri che una volta presidiavano le fiere di paese. Se ci sono furti in fiera, non è colpa del “mercato”, ma dei carabinieri che non fano rispettare la legge.


Spetta alla Consob far rispettare le regole.
Perché ha aspettato tanto? 


Lo stesso vale nel nostro mercato azionario, dove la figura del carabiniere, però, è rimpiazzata da quella della Consob. Spetta alla Consob fare rispettare le regole, garantendo che le imprese siano gestite nell’interesse di tutti gli azionisti e non solo di chi ha più azioni. Uno dei principi fondamentali in questa supervisione è l’identificazione di chi in pratica controlla una società (il cosiddetto controllo di fatto). Dal 2003 il codice civile è molto chiaro su questo punto e – tra le altre condizioni – considera controllate “le società in cui un’altra società dispone di voti sufficienti per esercitare un’influenza dominante nell’assemblea ordinaria” (articolo 2459). Non occorre essere un giurista per capire che Telecom prima e Tim poi erano controllate da Olimpia (Tronchetti Provera), Telco, e alla fine Vivendi (almeno da quando la società francese ha imposto la sua maggioranza del consiglio). Ma la Consob si è svegliata solo ora. Tanto che giovedì Vivendi ha “volontariamente” dichiarato la direzione e coordinamento di Tim, solo per evitare possibili sanzioni.

Perché la Consob ha aspettato così tanto? Perché una delle conseguenze della direzione e coordinamento (almeno in Italia) è il consolidamento dei bilanci. Olimpia e Telco avrebbero dovuto consolidare i bilanci, esponendo la reale quantità di debito in capo al gruppo. Ma altrettanto dovrebbe fare Mediobanca con Generali.
Il secondo punto dolente sono le operazioni con parti correlate. In Italia queste operazioni non sono l’anomalia, ma il modello di business. Per fortuna, dal 2010 esiste un regolamento che le disciplina, ma quante sanzioni ha comminato la Consob per farlo rispettare?


Non è colpa dello straniero. Siamo noi che dobbiamo far rispettare le regole. 


Il problema non è tanto il controllo di Tim da parte di uno straniero. Se lo straniero è come General Electric, ben venga. Il Regno Unito non “possiede” alcuna casa automobilistica, ma produce più automobili dell’Italia. Il problema è il controllo da parte di un finanziere spregiudicato che, con le nostre regole, potrà fare il bello e cattivo tempo. Ma non è colpa dello straniero, è colpa nostra che non facciamo rispettare le regole. Davigo ha scritto che se ci sono molti criminali rumeni nel nostro Paese, non è perché i rumeni sono più criminali degli italiani, ma perché nel nostro Paese è più facile delinquere impunemente, quindi attiriamo i criminali.
Un ragionamento analogo vale per il nostro mercato finanziario. Il nostro Far West attira solo spregiudicati cowboy. Ma la colpa è nostra, non dei cowboy.

(Luigi Zingales è stato dal 2007 al 2014 amministratore indipendente di Telecom)


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L’Unione Bancaria si infrange sul Piave

Articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore” il 25.06.2017 nella Rubrica Alla Luce del Sole 

Per le due banche popolari venete non poteva finire in modo peggiore. Ci perderanno i contribuenti, che dovranno pagare circa due anni di Imu sulla prima casa per ripianare il buco che si creerà con la liquidazione coatta amministrativa delle due banche. Ci perderanno i clienti, che al posto di tre linee di credito (da Veneto Banca, BPVi, e Banca Intesa) se ne troveranno solo una di gran lunga inferiore alla somma delle tre. Ci perderanno i dipendenti che negli ultimi 18 mesi hanno visto scappare i depositanti, i clienti e le opportunità di mercato e che presto saranno “efficientati” nel nome del consolidamento. Ma soprattutto ci ha perso la credibilità delle istituzioni italiane ed europee, per come l’intera vicenda è stata gestita.

In nome del principio secondo cui il costo dei fallimenti bancari deve essere pagato dagli investitori e non dai contribuenti, l’Europa aveva introdotto la regola del bail-in: ad assorbire le perdite dovevano essere i creditori subordinati, poi quelli senior, per arrivare anche ai depositi sopra i 100mila euro. L’Italia, pur sapendo che le nostre banche avevano venduto subordinati e obbligazioni a clienti inconsapevoli, non si era opposta con sufficiente forza né all’approvazione di questa regola, né alla sua introduzione anticipata al primo gennaio 2016.

Ma quella stessa Europa che si era opposta a qualsiasi tentativo di salvare le banche venete attraverso un intervento statale in nome di un principio, ha gettato il principio alle ortiche quando si è trattato di liquidarle, permettendo al governo italiano di intervenire per rimborsare tutti i creditori, anche quelli che non erano stati truffati. Al tempo stesso, lo Stato italiano che non aveva avuto la forza di ritardare l’introduzione della regola, che non aveva trovato in 18 mesi una soluzione per salvare le due popolari, ha trovato una scappatoia legale per salvare chi? Non certo i risparmiatori truffati, che avrebbero comunque ricevuto un rimborso. Solo gli investitori furbi (o bene informati), che ancora 10 giorni fa compravano al 30% del nominale debito in scadenza di Veneto Banca, che valeva zero e nel prossimo futuro sarà rimborsato alla pari. *
La scelta di rimborsare in toto i creditori non ha una logica economica, ma una politica: si cerca di contenere la rabbia in vista delle prossime elezioni.

Nel maldestro tentativo di prolungare l’agonia di qualche giorno, il Governo italiano ha anche introdotto un pericolosissimo precedente. Dieci giorni fa ha posticipato per decreto la scadenza di un’obbligazione di Veneto Banca. Se il bond fosse stato detenuto dalle grande banche di investimento internazionali, la notizia sarebbe stata sulla prima pagina del Financial Times, ma per qualche vecchietto veneto si muove a stento il Gazzettino. Decisioni come questa spiegano perché in Italia non ci si fida né dello Stato, né delle banche.

Il mercato finanziario si basa sulla fiducia: fiducia che i contratti saranno rispettati e non cambiati in corsa, a seconda del potere politico del contraente. Il decreto del governo mina questa fiducia e crea un pericolosissimo precedente. Quello che è stato fatto per Veneto Banca può essere ripetuto un domani per un’altra banca, o per il governo stesso. Questo è il motivo per cui gli investitori internazionali vogliono titoli emessi secondo il diritto inglese. Ma il nostro debito pubblico è per la stragrande maggioranza emesso sotto il diritto italiano e quindi può essere consolidato in qualsiasi momento con un decreto simile a quello approvato l’altro venerdì dal governo. All’estero si domandano se abbiamo assistito alle prove generali del default della Repubblica Italiana.

Due banche sono morte, uccise non solo dalla cattiva gestione precedente, ma anche dall’incertezza sul futuro, che le ha ulteriormente depauperate. Sono state immolate sull’altare dell’unione bancaria e dell’Europa. Ma sono morte invano. La speranza di una vera unione bancaria si è infranta sul Piave: l’escamotage scelto dal nostro governo svuota l’intera Bank Resolution Recovery Directory e rimanda alle calende greche la possibilità di un’assicurazione europea sui depositi. Perché mai i tedeschi dovrebbero assicurare con i propri soldi chi cambia le carte in tavola?

Ma è la stessa idea di Europa che viene messa in dubbio, almeno nella formulazione cara a molti: l’Europa come fonte di disciplina che costringe i nostri governi a scelte giuste, ma politicamente costose. Nella vicenda delle popolari venete, abbiamo visto il peggio da entrambi i lati. Delle regole logiche (come il bail-in), ma non adatte al nostro sistema economico, vengono applicate in modo arbitrario da una gruppo di sedicenti tecnocrati, più interessati alla sopravvivenza del sistema che li ha generati che a quello dell’economia dei Paesi amministrati. E lungi dal servire da busto ortopedico per raddrizzare l’operato del nostro governo, queste regole servono da scudo per coprire gli errori e gli interessi di chi ci governa. Il risultato è un papocchio che rende l’Italia ancora più inaffidabile di prima.

Al tempo del fallimento del vecchio Banco Ambrosiano fecero molto meglio Andreatta e la Banca d’Italia di allora. È triste che la Seconda Repubblica ci faccia rimpiangere la Prima, ma ancora più triste che a farcela rimpiangere sia anche l’Europa.


*Errata corrige: Un lettore mi ha gentilmente fatto notare che il bond la cui scadenza è stata allungata era un subordinato e quindi riceverà zero, non sarà pagato al 100%. Quest’errore (di cui mi scuso con i lettori)  elimina la preoccupazione che i bene informati ci abbiano guadagnato, non cambia il resto del ragionamento.

Problemi e prospettive del sistema bancario in Italia (video)

Video del mio intervento al convegno “La tutela del risparmio e le prospettive del sistema bancario in Italia – In memoria di Renzo Soatto”, svoltosi a Padova il 25 Febbraio 2017.

eBook / Le mie prediche inutili – Sulle Banche

In basso i link per scaricare liberamente l’eBook, qui di seguito l’introduzione.

“Why did nobody notice it?” chiese la Regina Elisabetta ai professori della London School of Economics dopo la crisi finanziaria del 2008. Questa legittima domanda viene oggi ripetuta dopo ogni scandalo e dopo ogni crisi. Quindi a maggior ragione dopo questa crisi bancaria che sta travolgendo l’Italia.  Non solo dove erano le autorità di regolamentazione, ma anche dove erano i professori, i giornalisti, i commentatori. Come è possibile che nessuno abbia notato, parlato, protestato?

È una domanda sacrosanta. “Qui assiste au crime – scriveva Victor Hugo – assiste le crime.” In altri termini, chi non dissente pubblicamente, è complice. E lo è tanto più quanto più è un esperto della materia, perché non poteva non sapere, non poteva non capire. Proprio per questo mi sembra doveroso sottomettermi al giudizio dei lettori. La domanda non è se avessi dovuto scrivere di più. Con il senno di poi, tutti vorremmo aver scritto di più. La domanda è se ho parlato a sufficienza dei problemi delle banche, prima che esplodessero. Se ho messo sufficientemente in guardia dai rischi di ritardare la soluzione della crisi bancaria? A voi il giudizio.

Per comodità ho diviso gli articoli (e qualche intervista) in due periodi: prima dell’intervento dello Stato nelle 4 banche regionali (avvenuto il 22 Novembre 2015) e dopo questo intervento.


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Quelle banche condannate a cambiare (in fretta) – Video

Il 31 marzo scorso, nell’ambito del Festival Città Impresa diretto da Dario Di Vico, si è svolto un confronto tra Ferruccio de Bortoli e me, sul tema delle banche. Qui di seguito il video dell’incontro, che è stato moderato da Nicola Saldutti.


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Orrori bancari, la responsabilità non è delle famiglie (che hanno ripagato il 95% dei debiti). Il Caso Veneto.

Intervista pubblicata su Corriere Imprese NordEst il 13 Marzo 2017, a cura di Alessandro Macciò.

Il suo lavoro, presentato all’Università di Padova nel corso di un convegno sulla tutela del risparmio, sarà anche “artigianale” come ha detto, ma rende bene l’idea. Luigi Zingales, docente padovano di Finanza alla University of Chicago Booth School of Business, ha preso la lista dei primi trenta debitori della Banca Popolare di Vicenza, resa nota dal TG La7 di Enrico Mentana, ha spostato indietro le lancette di qualche anno e ha fatto un po’ di calcoli. Il risultato è che nel 2008, quindi agli albori della crisi, il 35% di questi clienti (che alla fine del 2015 rappresenteranno il 29% delle sofferenze in bilancio di Bpvi) navigava già in cattive acque, con un rapporto medio tra posizione finanziaria netta e margine operativo lordo ampiamente sopra la soglia fissata per ottenere il credito. Dal sospetto alla certezza, per Zingales il passo è breve. “Le banche non hanno fatto bene il loro mestiere”. Al convegno del Bo, organizzato dallo studio Cortellazzo&Soatto, c’era anche il viceministro Morando. E Zingales ha colto la palla al balzo per spronare il governo a indagare sui grandi debitori delle banche Venete.

Professor Zingales, partiamo dal quadro internazionale. Brexit, Trump, spinte populiste: quali sono le ripercussioni economiche sul sistema economico del Nordest?
Il clima politico certamente non aiuta e le tensioni nell’Area Euro possono avere un riverbero negativo, ma nel caso si può dire che piove sul bagnato: l’Italia sta uscendo dalla crisi troppo lentamente e con ripercussioni eccessive in certi settori. I Non performing loan (Npl, cioè i crediti deteriorati delle banche che i debitori non riescono a ripagare) ci dicono che le famiglie sono state virtuose e che i problemi di concessione del credito hanno riguardato soprattutto l’edilizia. In Spagna i prezzi degli immobili sono crollati molto più che in Italia, eppure il tasso di non performing loan raggiunge il 35% delle imprese Spagnole e il 50% di quelle Italiane: questo livello di perdite è difficile da spiegare, per fare meglio bastava buttare i soldi a caso. La domanda quindi è: perché la vigilanza non si è accorta di questi errori sistematici? Per evitare di ripeterli serve un’indagine seria, come quelle dell’aviazione americana dopo gli incidenti aerei.

 

Finora si conosce la lista dei primi trenta debitori di Bpvi. Cosa emerge dall’analisi?
Viene da chiedersi perché i responsabili della banca abbiano esteso il credito e non abbiano fatto qualcosa per evitare l’aumento dei debiti. E la vigilanza?  Ha visto e non poteva intervenire, o non ha proprio visto? Nel primo caso bisogna adottare nuovi strumenti, nel secondo bisogna fare altri tipi di riflessione. Manca la pistola fumante, ma le domande sono forti.

Oltre a Bpvi, anche Veneto Banca ha rischiato il default e si è salvata solo grazie all’intervento del fondo Atlante. Qual è il suo giudizio sulla vicenda delle due ex Popolari Venete?
Un sistema di grandi banche con capitali di rischio a prezzi fatti in casa era sbagliato dal principio, ma ci sono gravi colpe di chi ha guardato dall’altra parte. Dove sono oggi i commercialisti che hanno validato i prezzi delle azioni? Dov’erano le autorità di vigilanza, anche la Consob, quando le banche hanno approvato gli aumenti di capitale? Nel 2014 ho scritto più volte che serviva più trasparenza sui prezzi e che le semplici spiegazioni allegate ai prospetti non bastavano: la mia non è una critica ex post, ma fatta sul momento. Per tutta risposta c’è stato un silenzio di tomba, e gli investitori hanno perso tutto.

Il piano di rilancio di Bpvi e Veneto Banca prevede la fusione tra i due istituti: le sembra la soluzione corretta? 
Oggi la situazione è molto brutta: servirà un aumento di capitale massiccio e il fondo Atlante non può sostenerlo. La domanda a questo punto è: lo Stato azzererà l’investimento in Atlante o no? Per me sì, perché Atlante è un soggetto privato che ha investito e ha perso. Per ridurre le perdite si farà un consolidamento che comporterà la riduzione dei posti di lavoro e una concentrazione delle forze bancarie: quando c’è una fusione in vista e le banche parlano di sinergie, il risultato sono tagli sui costi del personale e sul potere di mercato.

Se l’operazione andrà in porto, quale scenario dobbiamo aspettarci? 
Il Veneto avrà un sistema bancario più snello e la fusione peggiorerà le cose, è inevitabile. Il governo Italiano dovrebbe seguire l’esempio di quello Spagnolo, che ha ricapitalizzato il settore bancario e oggi assiste a una crescita economica superiore al 3%. In Italia invece si fanno solo interventi tampone, troppo tardi e con risorse inadeguate: per mettere la parola fine al problema c’è bisogno di una svolta.


Qui altri miei articoli sul tema “banche”

Banche, non si gioca con la Commissione d’Inchiesta

Testo dell’articolo pubblicato il 10.01.2017 su “Il Sole 24 Ore”. 

Le crescenti perdite dovute a crediti deteriorati hanno già portato all’intervento dello Stato in Monte dei Paschi di Siena e rischiano di portare ad un intervento statale in altre banche.

Sull’onda della rabbia scatenata da quest’intervento la proposta di pubblicare i nomi dei primi 100 debitori insolventi di MPS sembra trovare consenso da più parti, non ultima dal Presidente dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI) Antonio Patuelli.  Continua a leggere

Interesse nazionale o pretesto per distorcere le regole a favore di qualche giocatore (nostrano)?

La mia risposta a Il Foglio sulla questione dell'”Italianità” e “difesa degli asset strategici” dagli stranieri.

Bisogna ricordare che l’entrata degli investitori stranieri non danneggia gli operai né l’economia in generale, ma danneggia una piccola fetta dell’establishment locale 

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Banche: dobbiamo capire cosa non ha funzionato, per evitare che si ripetano gli errori (intervista)

Testo dell’intervista pubblicata su Il Fatto Quotidiano il 3.01.2017, a cura di Carlo Di Foggia.

“Senza una commissione d’inchiesta sul sistema bancario, l’Italia è condannata a ripetere gli errori del passato”.  Dall’Università di Chicago, dove insegna Finanza, l’economista Luigi Zingales lancia un appello alla classe dirigente ora che il governo ha approvato il soccorso al Monte dei Paschi (e non solo).
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Monte dei Paschi, come evitare un altro scandalo

Testo dell’articolo pubblicato l’11.12.2016 su “Il Sole 24 Ore”, nella rubrica “Alla luce del Sole”.

Anche se la notizia non è ancora ufficiale, le principali agenzie internazionali la riportano come un fatto certo: la Banca Centrale Europea (Bce) ha rifiutato l’estensione di 20 giorni del termine entro il quale Mps deve aver completato la ricapitalizzazione di 5 miliardi. La decisione era largamente prevedibile. Mps ha avuto 5 mesi di tempo per realizzare questa operazione. Se non c’è riuscito in 5 mesi, cosa potranno 20 giorni in più? È vero che la crisi di governo non ha aiutato la situazione, ma neppure prima c’era la ressa per investire. Quella che fin dall’inizio sembrava una missione impossibile, si è rivelata tale.

Ma la BCE ha un altro motivo per non rimandare. Il 31 dicembre finirà la sua ispezione dei crediti “in bonis”, ovvero dei prestiti a debitori solventi. Si tratta di un’ispezione di routine, ma il risultato potrebbe essere tutto tranne che routinario. Molte banche, quando sono in crisi, applicano la tecnica di estendere il credito, magari aumentando il fido, per coprire le difficoltà finanziarie del cliente. Nel mondo bancario questa pratica ha addirittura un nome: evergreening. Difficile pensare che una banca in crisi da anni, come Mps , non lo abbia praticato almeno un po’. La domanda inquietante è quanto. La risposta verrà a gennaio e potrebbe aprire un altro buco nei conti: una buona ragione per non rimandare la ricapitalizzazione.

La domanda stessa alla Bce sembra essere una tattica politica. La vittoria del No al referendum non era una sorpresa: dall’inizio di settembre era in vantaggio nei sondaggi. Come è possibile che Mps non abbia preparato un piano B?  E se questo piano B prevedeva un rinvio della decisione, possibile che Mps ed il governo non abbiano preventivamente sondato la Bce sulle sue intenzioni? Mi rifiuto di credere che entrambe queste mosse non siano state fatte, sarebbe un segnale sulla qualità della nostra classe dirigente ben più preoccupante della crisi del Mps.

L’unica ragionevole spiegazione è che questa domanda di rinvio sia stata fatta sapendo che sarebbe stata rigettata, solo per scaricare sulla Bce la responsabilità del bail-in delle obbligazioni subordinate, che verranno trasformate in azioni. Rimane da capire in che termini avverrà questo bail-in: in particolare come verranno tutelati gli investitori al dettaglio a cui questi subordinati sono stati venduti senza spiegazioni adeguate.

Ci sono due modi per ovviare a quest’errore. Il primo è che lo Stato si compri sul mercato tutta l’emissione che era stata venduta alla clientela retail. Rimane da stabilire il prezzo, che non deve essere necessariamente il 100% del valore facciale. Vista l’alternativa, i risparmiatori accetterebbero di buon grado anche un valore pari all’80%. Ma rimane il rischio di cause per il 20% mancante. Quindi è facile che l’offerta avvenga al valore nominale. Questo significa un esborso per lo Stato intorno ai due miliardi (il costo è inferiore perché lo Stato riceverebbe in cambio le azioni ottenute dalla conversione dei subordinati). L’alternativa è rimborsare gli investitori retail dopo la conversione dei subordinati e in cambio della cessione delle azioni in cui questi subordinati saranno convertiti.

Questo secondo metodo ha due vantaggi. Il primo è la rapidità. Per quanto veloce, un’offerta pubblica di acquisto richiede tempi tecnici (permesso della Consob, periodo di offerta, ecc.). Con le feste imminenti, difficilmente il tutto potrebbe essere completato entro la fine dell’anno. La seconda è che in un’offerta pubblica è difficile (se non legalmente impossibile) discriminare in base all’identità del venditore, mentre in un rimborso lo è. Questo significa che in un’offerta pubblica anche tutti gli hedge fund che hanno comprato in questi mesi i titoli dagli investitori individuali si troverebbero a beneficiare dell’acquisto al nominale, realizzando guadagni da favola. Nel caso del rimborso, invece, sarebbe relativamente facile limitarlo agli investitori retail che hanno comprato originariamente e detenuto in portafoglio il subordinato. Non so quanto sia il risparmio, ma penso possa facilmente arrivare a centinaia di milioni.

Molti hedge fund che hanno comprato negli ultimi mesi e stanno facendo lobbying sul governo affinché si segua la prima strada. Se il governo cedesse alle pressioni, sarebbe uno scandalo.


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Magari con uno “straniero” a Mediaset l’Italia diventa un Paese normale

Testo dell’articolo pubblicato il 20.12.2016 su “Il Sole 24 Ore”, nella rubrica “Alla luce del Sole”.

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha un sito web destinato ad attirare gli investimenti esteri in Italia (http://www.investinitaly.com/). Tra le iniziative promosse spicca il Global Roadshow, volto a spiegare “le politiche dell’Italia per l’attrazione degli investimenti esteri.” Il sito, però, specifica che “l’evento è su invito.” Forse per questo il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, discutendo dell’acquisto del 20% di Mediaset da parte del francese Bolloré, ha dichiarato che non è “il modo più appropriato di procedere per rafforzare la propria presenza in Italia.” Non era stato invitato.

Il governo e la nostra classe politica vogliono l’Europa e la globalizzazione “su invito”. Almeno quando si tratta dell’entrata nei salotti buoni, perché non c’è altrettanta simpatia per i lavoratori che si sentono minacciati dagli immigrati. Dopo Brexit, Calenda aveva affermato: “Quanto più <gli inglesi> regoleranno e limiteranno la presenza di cittadini comunitari nel Regno Unito, tanto più noi limiteremo la presenza di merci del Regno Unito in Europa.”

Passi per chi viene dai salotti buoni, dove si chiede permesso prima di entrare e dove si sta molto attenti a non offendere gli invitati, ma dove è lecito spellare il parco buoi degli azionisti. Ma come può tale posizione venire da un esponente di un partito che si definisce ancora di sinistra?  Passi il nazionalismo economico di Salvini e quello di Fassina, almeno entrambi sono coerenti nel rifiutare il mercato in tutte le sue forme e metodi. Passi anche l’opposizione dell’ex Ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani: ha sempre dimostrato un amore personale per l’azienda del capo del suo partito. Ma come spiegarlo da parte di Carlo Calenda, esponente del PD e grande sostenitore del libero scambio? Quel Calenda che era stato uno strenuo sostenitore del Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), un accordo che avrebbe severamente limitato la capacità degli stati sovrani di regolare le multinazionali. Proprio quella sovranità che Calenda implicitamente minaccia di usare contro Bolloré.

Se non bastassero i principi dell’Europeismo e del libero mercato, a convincerci che il governo debba accogliere di buon cuore qualsiasi investimento estero, c’è la natura dell’impresa oggetto di attenzione.  Per decenni il PDS prima e il PD poi hanno (giustamente) combattuto l’anomalia italiana di un Presidente del Consiglio che controlla personalmente metà del mercato televisivo italiano. Ora che l’opportunità di sanare per sempre quest’anomalia si presenta su un piatto d’argento, uno dei suoi esponenti protesta nel silenzio generale del resto del partito?

Sia chiaro che in nessun modo voglio difendere Bolloré, uno spregiudicato finanziare che temo si comporterà in modo da far rimpiangere i capitalisti nostrani (che poco hanno da essere rimpianti). Ma difendo il principio di libera concorrenza. Non possiamo essere europeisti a giorni alterni. Non possiamo difendere la concorrenza e il mercato per gli altri e poi diventare protezionisti quando il mercato ci tocca direttamente. E penso che sia solo positivo che attività “strategiche” come la televisione siano in mano a non italiani. Almeno c’è una speranza che le nostre autorità si sveglino e facciano il loro dovere.

L’unica volta che la Consob di Vegas ha mostrato dei segni di vita è stato proprio quando Bolloré ha cercato di impadronirsi di Fonsai. Solo allora si sono ricordati delle regole del Testo Unico della Finanza. E guarda a caso l’Agcom si è svegliata solo ora, brandendo nientemeno che la legge Gasparri. A dimostrazione delle ferite profonde lasciate dal conflitto di interesse berlusconiano, la legge fatta su misura dal governo Berlusconi per l’azienda di famiglia torna comoda per difendere il patriarca.

Magari con uno “straniero” a capo di Mediaset, l’Agcom si ricorderà di far rispettare la par condicio, il Governo imporrà il limite di due reti televisive, e le frequenze per le televisioni saranno messe all’asta come quelle per i telefoni.  Magari con uno “straniero” a capo di Mediaset diventiamo un Paese normale.


Qui la lettera del Ministro Carlo Calenda al Sole 24Ore in risposta al mio articolo.

Questa la mia replica al Ministro:
Ringrazio il ministro Calenda per le precisazioni, dalle quali emerge chiaramente come egli voglia sottoporre gli investimenti francesi a un test ulteriore rispetto a quelli italiani. Le «incursioni speculative» sono deleterie solo quando sono fatte dagli «stranieri»? Io auspico un sistema che tratti tutti ugualmente, sia che uno sia francese, sia che sia italiano, sia che sia l’ex presidente del Consiglio che il calzolaio dell’angolo. Il ministro la chiama ideologia, io lo chiamo un ideale meritevole di essere difeso. (L.Z.)


Qui gli altri articoli apparsi nella Rubrica “Alla Luce del Sole”.