Populist Plutocrats: Lessons From Around the World

Ecco il video completo della conferenza “Populist Plutocrats: Lessons From Around the World” organizzata lo scorso 23 Settembre dall’ Harvard Law School e dallo Stigler Center che dirigo presso la Chicago Booth School of Business.  La conferenza ha analizzato un fenomeno oggi quanto mai importante e pericoloso: il “populist plutocrat”. Per “populist plutocrat” si intende un leader che sfrutta la rabbia e le proteste degli elettori più poveri e meno istruiti contro le élite tradizionali, al fine di ottenere e mantenere il potere. Quindi, una volta in carica, sembra più che altro interessato ad arricchirsi, insieme a una cerchia relativamente ristretta di familiari, amici e alleati.


Here’s the video of the one-day conference, co-sponsored by Harvard Law School and the Stigler Center, that focused on an important and dangerous political phenomenon: the “populist plutocrat.” The populist plutocrat is a leader who exploits the cultural and economic grievances of poorer, less-educated voters against traditional elites in order to achieve and retain power, but who, once in office, seem substantially or primarily interested in enriching him- or herself, along with a relatively small circle of family members, cronies, and allies.

The Rising of Crony Capitalism in America (video)

Video of my lecture at the Eitan Berglas School of Economics, Tel Aviv University (TAU), March 19, 2017. The topic was: “The Rising of Crony Capitalism in America”.

Europa, l’insostenibilità dello status quo

Sono lieto che – dettagli a parte – Lorenzo Bini Smaghi condivida con me il principio fondamentale che «l’Europa si basa sulla democrazia, e in democrazia bisogna convincere gli altri». Da cui discende anche il corollario che bisogna accettare con serenità, ancorché con dispiacere, quando alcuni (come il Regno Unito) decidono democraticamente di uscire dall’Unione Europea. Mi rallegra perché la posizione di Bini Smaghi non sembra essere quella dei padri fondatori dell’Europa e dell’euro, da Monnet a Padoa Schioppa. Costoro vedevano l’Europa come un processo a senso unico, come un fine da raggiungere ad ogni costo, anche quello di innescare crisi – come quella dell’eurozona – perché da queste crisi sarebbe nato un maggiore desiderio di Europa.

Bini Smaghi non crede nella mia proposta di assemblea costituente, perché scettico sull’esperienza americana. Ha ragione a dire che la costituzione americana ha molti difetti. Ma qual è la sua proposta alternativa? Anche il Presidente Mattarella ha parlato di nuova «fase costituente». E in una democrazia, le costituzioni si fanno con un’assemblea eletta dal popolo.

Bini Smaghi mi accusa di mancanza di rigore nella mia analisi perché non faccio nomi e cognomi. Non capisce che io non ne faccio una questione personale. Non ci sono i buoni e i cattivi, ci sono istituzioni ben fatte e quelle no. L’euro è stato creato senza le necessarie istituzioni di supporto. Non lo dico solo io, lo ammette anche Romano Prodi, uno dei padri fondatori. In particolare, creare una moneta unica senza un’autorità fiscale comune ha di fatto trasformato la Banca Centrale Europea in un’autorità fiscale non eletta, un ruolo che i banchieri centrali non vogliono e non sono in grado di assolvere. Non è colpa dei consiglieri della Bce se – per fare un esempio –nel 2010 sono intervenuti per influenzare la distribuzione delle perdite della crisi greca, un compito che in una democrazia dovrebbe appartenere ai rappresentati democraticamente eletti. È colpa di un disegno imperfetto, disegno che va perfezionato al più presto. Capisco le difficoltà, ma sono passati quasi vent’anni e una crisi che ha devastato un’intera generazione di giovani del Sud Europa. Per quanti anni ancora dobbiamo continuare con questa politica dei piccoli passi?

Bini Smaghi mi accusa di mancanza di rigore anche perché non uso le rilevazioni più aggiornate di Eurobarometro, che darebbero un’immagine molto migliore della situazione. In verità, la domanda principale usata nel lavoro con Guiso e Sapienza («al netto il tuo Paese ha beneficiato da appartenere all’Unione Europa?») non viene più riportata dopo il 2011, forse perché le risposte non erano troppo positive. Anche se leggermente datate, queste risposte sono in grado di predire molto bene comportamenti futuri. Per esempio, nel 2011 solo il 34% degli inglesi rispondeva positivamente a questa domanda, contro il 54% che rispondeva negativamente. Deve quindi destare preoccupazione il fatto che in Italia il rapporto era solo 43% a 40%.

Sono al primo a rallegrarmi con Bini Smaghi per il fatto che in Olanda ed Austria la destra populista non abbia vinto le elezioni. E mi rallegrerò ancora di più se questo accadrà anche in Francia. Ma in entrambi i Paesi, la destra populista ha avuto enormi consensi e proprio perché credo profondamente nella democrazia, rimango seriamente preoccupato del malcontento che alimenta questo voto. E vorrei fare qualche cosa per rispondere a questo malcontento. Cosa propone Bini Smaghi?

Certo non la continuazione dello status quo, soprattutto quando lo status quo è rappresentato da un personaggio come Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo. Se il meglio che Bini Smaghi possa dire del leader socialista olandese è che il nostro Salvini è peggio, allora siamo messi veramente male. Se questi sono gli europeisti, bisogna proprio salvare l’Europa da loro.


Articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore” il 30.03.2017,  in replica all’articolo di Lorenzo Bini Smaghi, a sua volta pubblicato in risposta al mio articolo del 26.03.2017.

Salviamo l’Europa dagli “europeisti”

Editoriale pubblicato il 26.03.2017 su “Il Sole 24 Ore”.

La narrativa prevalente nelle celebrazioni per il 60° anniversario del Trattato di Roma è che bisogna salvare l’Europa dai populismi. Il meraviglioso progetto iniziato dai nostri padri, che ha portato pace e prosperità nel Continente, viene oggi messo in dubbio da leader senza scrupoli che aizzano un popolo ignorante a votare contro il proprio interesse. Quanto di vero c’è in questa narrativa?

In un lavoro pubblicato su Economic Policy nel 2016, Guiso, Sapienza ed io cerchiamo di rispondere a parte di questo quesito, ovvero in che misura le attitudini verso l’Europa derivino da motivazioni economiche. Nei primi 35 anni, l’Europa è stata vista come un successo da parte di tutti i Paesi che vi appartenevano. Il motivo è molto semplice: la liberalizzazione dello scambio di merci e servizi ha beneficiato tutti i Paesi dell’allora Comunità economica europea e questi benefici si sono distribuiti in modo relativamente equanime all’interno di ogni Paese. A inizio anni 90 l’84% degli italiani, l’89% dei greci e perfino il 63% dei britannici vedeva i benefici della Cee.

Il consenso verso l’Europa comincia a calare nel 1992, per poi crollare in occasione dell’allargamento dell’Europa all’Est e della crisi dell’eurozona. I massimi euro entusiasti erano (e rimangono) gli irlandesi, che hanno conosciuto un vero e proprio boom economico dall’entrata in Europa. Ma gli stessi irlandesi sono molto diffidenti nei confronti della Banca centrale europea, perché la politica monetaria della Bce non è stata adatta alle esigenze di quel Paese (si pensi al boom immobiliare prima, e alla gestione della crisi poi). Questo vale anche per gli altri Paesi dell’eurozona. In generale, tanto più adatta è stata la politica monetaria alle esigenze di un Paese, tanto maggiore è la fiducia di quel Paese verso la Bce. Le attitudini degli elettori, quindi, sembrano rispondere alle condizioni economiche del Paese.

Come spiegare allora la Brexit? Se il libero scambio di beni e servizi trova ampio consenso, la totale libertà di migrare no. Quando le migrazioni sono troppo concentrate e repentine generano un fenomeno di rigetto, come successe in America negli anni 20. Se l’Unione Europea fosse stata più flessibile sulla totale libertà di migrazione, oggi la Gran Bretagna sarebbe ancora parte dell’Unione. Quello che dovrebbe stupire, quindi, non è la crescita di movimenti antieuropeisti (in una democrazia i politici rispondono agli elettori), quanto la sordità dell’establishment allo scontento nei confronti dell’Europa.

Questa sordità ha trasformato l’Unione Europea, pensata come strumento di armonia tra popoli, in una gabbia che aumenta, invece che diminuire, i nazionalismi. I greci chiamano i tedeschi nazisti (anche se ci sono più nazisti in Grecia che in Germania) e i tedeschi tacciano i greci di essere pigri (anche se il greco medio lavora il 43% di ore in più all’anno del tedesco medio). Una frase simile a quella pronunciata da Dijsselbloem nei confronti dei Paesi europei in crisi («Io non posso spendere tutti i miei soldi per alcool e donne e subito dopo invocare il tuo sostegno») non è uscita neppure dalla bocca di Trump.

I veri nemici dell’Europa non sono i movimenti populisti, ma i cosiddetti europeisti che occupano le stanze del potere europeo. Sono loro che non riconoscono quello che gli stessi padri fondatori dell’euro hanno ammesso: che la moneta unica è stata concepita senza le istituzioni necessarie per farla funzionare. Quasi vent’anni dopo (e dopo una profondissima crisi) queste istituzioni non sono state create. Nel vuoto istituzionale, la Bce – creata col solo scopo di contenere l’inflazione – è diventata un’istituzione politica senza mandato, che può sostenere o far cadere i governi nazionali grazie a decisioni tecniche, poco comprensibili ai più.

Lungi dall’essere irrazionale, la rabbia populista è alimentata da un profondo scontento e da un pesante deficit democratico in Europa, che impedisce a questo consenso di esprimersi nelle forme tradizionali. Per salvare l’ideale di un continente dove popoli diversi possano vivere in pace e prosperità, bisogna cambiare questa Europa, ma come?

Nel 1787 fu evidente che il sistema di governo stabilito dallo Statuto della Confederazione era inadatto a governare la giovane nazione americana. Per questo in quell’anno fu convocata a Filadelfia un’assemblea costituente.
Da quell’assemblea nacque la costituzione americana ancora oggi in vigore. È quello di cui ha bisogno oggi l’Europa: un’assemblea costituente eletta a suffragio universale.

Non solo il gradualismo non ha funzionato, è stato controproducente. Per questo bisogna avere il coraggio di superare i miopi interessi nazionali e provare a disegnare insieme una nuova costituzione, scelta dal popolo e non da tecnocrati illuminati. L’operazione non è senza rischi, ma il rischio maggiore è lo status quo.

Con Trump si rischia una guerra commerciale USA-UE?

Sulla politica commerciale, tra USA e UE ci sono sempre stati diversi punti di vista e  anche dispute, ma erano eccezioni nel contesto di una visione, che era invece coerente da entrambe le parti dell’Atlantico, che la soluzione giusta fosse il libero scambio. Con Trump si cambia radicalmente prospettiva. Sta prevalendo una diversa visione del mondo e l’Europa non sembra essere attrezzata, soprattutto politicamente, per affrontare un inasprimento dei rapporti commerciali con gli Stati Uniti.

Di questo ed altri aspetti della futura presidenza Trump ho parlato il 9 Gennaio alla trasmissione “Voci del Mattino” in onda su Rai Radio1.

Qui di seguito il podcast dell’intervista (durata 6min25sec):

Se Trump è Pro Business ma non Pro Market

Testo dell’editoriale pubblicato l’ 8.01.2017 su “Il Sole 24 Ore”.
Qui gli altri articoli pubblicati nella rubrica “Alla Luce del Sole”.

Appena eletto era difficile prevedere cosa avrebbe fatto il neo Presidente Trump. Nella campagna elettorale aveva detto tutto e il contrario di tutto: da una tariffa del 50% sulle importazioni cinesi alla reintroduzione della separazione tra banche commerciali e d’investimento, da un uso aggressivo dell’antitrust all’abolizione in toto di Dodd-Frank, la regolamentazione finanziaria introdotta dopo la crisi. Dopo due mesi, è chiaro che la politica industriale di Trump sarà pro business , ma non pro marketContinua a leggere

Il modo giusto di opporsi a Trump: una lezione dall’Italia/ The Right Way to Resist Trump

Traduzione Italiana, a cura de Il Sole 24 Ore, dell’articolo pubblicato sul New York Times  con il titolo “The Right Way to Resist Trump.
En Español: “Lecciones de la era Berlusconi para lidiar con Trump“. 

Cinque anni fa mettevo in guardia dal rischio di una presidenza Trump. Quasi tutti ridevano. Pensavano che fosse inconcepibile.

Non è che abbia particolari doti di preveggenza: è solo che sono italiano e questo film lo avevo già visto, con protagonista Silvio Berlusconi, che è stato presidente del consiglio per un totale di 9 anni tra il 1994 e il 2011. Sapevo come sarebbero potute andare le cose.

Ora che Trump è stato eletto presidente, il parallelo con Berlusconi potrebbe offrire indicazioni utili su come evitare di trasformare una vittoria di strettissima misura in una saga ventennale. Se pensate che il limite dei due mandati e l’età avanzata del magnate possano preservare il Paese da questo fato, siete troppo ottimisti: il suo mandato potrebbe facilmente trasformarsi in una dinastia Trump.

Berlusconi è riuscito a governare così a lungo l’Italia grazie principalmente all’incompetenza dell’opposizione che aveva di fronte, così sfrenatamente ossessionata dalla sua personalità da tralasciare qualsiasi dibattito politico concreto e concentrare tutti i suoi sforzi su attacchi personali che ottenevano l’unico effetto di accrescere la sua popolarità. Il segreto di Berlusconi era la capacità di innescare una reazione pavloviana tra i suoi avversari di sinistra, che ingenerava una simpatia istantanea nella maggior parte degli elettori moderati. Trump non è diverso.

Abbiamo visto in opera questa dinamica durante la campagna per le presidenziali. Hillary Clinton era talmente concentrata a spiegare tutti i difetti di Trump che spesso e volentieri ha trascurato di promuovere le sue idee, di fornire ragioni positive per votare per lei. I mezzi di informazione erano così intenti a ridicolizzare i comportamenti di Trump che hanno finito per garantirgli una pubblicità gratuita.

Purtroppo questa dinamica non è finita con le elezioni. Poco dopo il discorso della vittoria di Trump sono scoppiate proteste in tutta l’America. Contro cosa stavano protestando queste persone? Che ci piaccia o no, Trump ha vinto in modo legittimo. Negarlo non fa che alimentare la percezione che esistano candidati «legittimi» e candidati «illegittimi», e che un’élite ristretta stabilisca quali sono gli uni e quali gli altri. Se è così, le elezioni sono soltanto un concorso di bellezza tra candidati che hanno ricevuto la benedizione dei chierici del Consiglio dei guardiani, come in Iran.

Queste proteste sono anche controproducenti. Ci saranno mille motivi per lamentarsi durante la presidenza Trump, quando verranno prese decisioni pessime. Perché lamentarsi adesso, quando non è stata presa ancora nessuna decisione? Delegittima le future proteste e rivela i pregiudizi dell’opposizione.

Anche la petizione che chiede ai membri del Collegio elettorale di violare il loro mandato e non votare per Trump potrebbe fare il gioco del presidente eletto. È un’idea incauta. Su quali basi potremmo protestare in futuro, quando Trump truccherà le carte per ottenere ciò che vuole?

L’esperienza italiana offre un modello per sconfiggere Trump. Solo due uomini in Italia hanno vinto una competizione elettorale contro Berlusconi: Romano Prodi e l’attuale presidente del consiglio Matteo Renzi (anche se nel secondo caso si trattava soltanto di elezioni europee). Tutti e due hanno trattato Berlusconi come un avversario normale e si sono concentrati sulle questioni, invece che sul personaggio. In modi diversi, tutti e due sono visti come outsider, e non come membri di quella che in Italia viene definita «la casta».

Il Partito democratico in America dovrebbe imparare la lezione. Non deve fare quello che hanno fatto i Repubblicani dopo l’elezione del presidente Obama. La loro opposizione preconcetta a qualunque sua iniziativa ha avvelenato il pozzo della politica nazionale, alimentando la reazione anti-establishment (anche se per il partito si è rivelata una strategia elettorale vincente). Ci sono moltissime proposte di Trump con cui i Democratici possono concordare, per esempio i nuovi investimenti in infrastrutture. La maggior parte dei Democratici, inclusi politici come Hillary Clinton e Bernie Sanders ed economisti come Lawrence Summers e Paul Krugman, hanno perorato l’idea delle infrastrutture come mezzo per incrementare le domanda ed espandere l’occupazione tra i lavoratori senza un livello di istruzione superiore. Potranno esserci delle differenze di dettaglio con il piano dei Repubblicani, ma l’opposizione democratica guadagnerà credibilità se cercherà di trovare i punti in comune, invece di focalizzarsi unicamente sulle differenze.

E un’opposizione focalizzata sulla personalità di Trump lo incoronerebbe come guida delle masse nella lotta contro la casta di Washington. E indebolirebbe la voce dell’opposizione sulle questioni dov’è importante condurre una battaglia di principio.

I Democratici, inoltre, farebbero bene a offrire a Trump una sponda contro l’establishment repubblicano, un’offerta che lo costringerebbe a rivelare se il suo populismo sono soltanto parole o posizioni reali. Per esempio, con l’incoraggiamento di Trump, il programma repubblicano invocava la reintroduzione della legge Glass-Steagall, che separava l’attività delle banche d’affari da quella delle banche commerciali. I Democratici dovrebbero dichiarare il loro sostegno a questa separazione, una misura a cui molti Repubblicani sono contrari. L’ultima cosa che dovrebbe volere l’opposizione è che Trump possa usare l’establishment repubblicano come foglia di fico per i suoi fallimenti, rovesciando su di esso la responsabilità di aver bloccato le riforme popolari che ha promesso durante la campagna e probabilmente non ha mai avuto intenzione di mettere in pratica. Una cosa del genere non farebbe che ingigantire la sua immagine di eroe del popolo ostacolato dalle élite.

Infine, il Partito democratico dovrebbe trovare un candidato credibile tra i leader giovani, una persona al di fuori dei bramini del partito. La notizia che Chelsea Clinton sta pensando di presentarsi alle elezioni è la peggiore che si possa immaginare. Se il Partito democratico si sta trasformando in una monarchia, come può pensare di combattere le tendenze autocratiche di Trump?


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Snobismo e Disprezzo sono Benzina per l’Antipolitica

Pubblico qui di seguito un commento al mio articoloPerché Hillary Clinton ha fallito“. È lungo (approfitto dell’occasione: siate sintetici nei commenti…), ma mi fa piacere condividerlo con voi perché vale davvero la pena leggerlo.
All’autore/autrice, che si firma “imlostinmilan”, il mio grazie sia per l’attenzione riservata al mio articolo, sia per l’acuto commento inviatomi.


Questo il commento di “imlostinmilan”:

Più che pensare alla debacle di Hillary trovo molto più interessante riflettere su ciò che sta accadendo nel mondo. C’è un sottile filo che ci unisce tutti: M5S, Brexit, vittoria di Trump.
Mi ricorda un po’ quel periodo in cui in Olanda era esploso lo show Big Brother e i cosiddetti opinionisti, critici televisivi e la gente del mondo dello spettacolo non avevano capito nulla. Tutti lo criticavano come se fosse una follia olandese da cui gli altri paesi erano immuni. Poi il format è velocemente arrivato in ogni nazione ed è stato un successo strepitoso, non si parlava d’altro. Nonostante questo si continuava a parlarne con un certo snobismo, specie da chi temeva di essere soppiantato da dei dilettanti. Tutto ciò non intaccò minimamente il suo successo. Dico questo non essendo un fan del programma, ma penso che allora avere quell’atteggiamento fosse da persone ottuse. Se una cosa esplode è inutile fare gli struzzi o mettersi su un piedistallo.

Lo stesso sta accadendo in politica e nei media. I politici temono le nuove forze, ma le contrastano solo con lo snobismo e una dose di disprezzo che piove dall’alto. Mentre i social network stanno soppiantando i vecchi media. Perché sui social si può dire quello che si vuole e tutti hanno spazio. Maggiore libertà ha un mezzo e maggiore è la sua potenza espressiva e divulgativa. Sia nel bene che nel male. Anzi forse più nel male, perché la volgarità, il linguaggio violento e delle becere semplificazioni attirano più attenzione rispetto alla pacatezza, all’educazione e a discorsi articolati, complicati e lunghi.

Quello che accade ora è che in contrapposizione alla globalizzazione abbiamo un’enorme montagna di sterco che non smetterà di crescere. La montagna è composta da pseudo-esperti che tirano fuori teorie strampalate che mettono su Internet, iniziano a diffondersi e poi vengono invitati anche dai media tradizionali. Ci sono leader che usano questi pseudo-esperti come sponda oppure estrapolano frasi di esperti veri distorcendole e abbinano a ciò un po’ di populismo basato su semplificazioni dove si fanno un paio di correlazioni per spiegare un fenomeno e una relativa soluzione (esempio: stiamo male? Usciamo dall’euro). E infine giornali, televisioni e social network. Più la spari grossa e più i media tradizionali ti danno spazio. Dopo seguono i social network che amplificano tutto perché ci sono gli under-achiever, gente che ha fallito nella vita e non ha niente da fare. Passano il tempo a veicolare questi messaggi. Poca qualità, ma tantissima quantità. Messaggi che funzionano come spot mandati avanti da gente che praticamente lavora gratis.

È difficilissimo essere convincenti contro questa montagna di sterco perché fare una correlazione è la cosa più facile del mondo, mentre per controbatterla bisogna essere esperti su quell’argomento specifico. Siccome gli esperti hanno altro da fare e in genere vogliono essere pagati c’è un livello di forza 100 vs 1 o anche 1000 vs 1 sui social network.

Si può però mettere un link a un articolo che smonta delle tesi. Ma le spiegazioni sono sempre troppo lunghe e molta gente non le leggerà, non le capirà perché è di fretta oppure non è proprio in grado di capire. Una buona sintesi poi non ha la stessa carica emotiva di una becera semplificazione che colpisce alla pancia. In ogni caso quando un esperto corregge una tesi sbagliata seguirà sempre la contro replica da parte degli pseudo-esperti e verrà veicolata in maniera massiccia dagli under-achiever. È una lotta impari contro un’enorme montagna di sterco.

L’unica soluzione per me è un miglioramento dei media. Molti per anni hanno elogiato la BBC. La BBC non basta, ci vuole qualcosa che vada oltre, in UK hanno la BBC e hanno avuto Brexit. Ci vogliono editori in grado di creare una strategia che funzioni su tutti i livelli: giornale, tv, social network. Devono formare vari team di persone in grado di analizzare la complessità e di presentarla in una sintesi che sia corretta, ma che sia anche anche accattivante, convincente e che spinga alla condivisione. Bisogna puntare di meno sul talk show e più su cose visuali: clip, animazioni, infografiche. Ci vuole da una parte chi sa analizzare e sintetizzare in modo corretto e dall’altra chi è in grado di trasformare questi concetti in una forma di comunicazione di forte impatto, chiara ed efficace.


Sul ruolo centrale dei media ho scritto molti articoli. Qui di seguito i link ai più recenti, per chi volesse leggerli. LZ
– “Una Democrazia senza una Stampa Indipendente non funziona“, proprio alla vigilia del primo dibattito televisivo Clinton-Trump
– “Brexit e Trump: le radici della protesta sono simili (e l’intellighenzia si ostina a demonizzarle)
– “The Real Lesson From Brexit” (in inglese, all’indomani del Referendum in Gran Bretagna)

Con Trump la scena Usa è cambiata per sempre

Articolo pubblicato su L’Espresso

Questa settimana [N.B.: l’articolo è uscito Venerdì 22 luglio 2016] Donald Trump viene incoronato candidato del Partito Repubblicano alla presidenza della Repubblica americana. Qualunque sia l’esito finale delle elezioni, questo evento cambia per sempre il panorama politico americano.  Dai tempi di Ronald Reagan i Repubblicani erano il partito della riduzione delle imposte, dello stato minimo, del libero scambio, e della protezione dei valori religiosi. Questa piattaforma elettorale aveva permesso al partito di vincere 5 delle ultime 9 elezioni presidenziali e di conquistare una solida maggioranza alla Camera e una (meno solida) al Senato. Questa piattaforma, però, aveva anche consegnato il partito nelle mani di pochi influenti donatori, più interessati al primo punto della piattaforma che a tutti gli altri. Prima delle primarie ufficiali, erano diventate di pragmatica le primarie dei donatori. Il magnate Sheldon Adelson – per esempio – riuniva a Las Vegas tutti i contendenti repubblicani, per decidere chi sarebbe stato il suo favorito e finanziarlo profumatamente. Ne risultava una competizione a chi proteggeva meglio l’interesse dei miliardari.

Nel bene e nel male Trump ha rivoluzionato questo processo. È stato in grado di vincere senza l’appoggio dei ricchi magnati ed è stato in grado di raccogliere i voti dello scontento almeno tra i bianchi. Uno scontento che dai tempi di Reagan è aumentato a dismisura perché una grossa fetta dell’elettorato non ha visto alcun aumento del reddito reale negli ultimi 40 anni.  Paradossalmente i più colpiti sono stati proprio i più ferventi sostenitori di Reagan: gli operai bianchi.

Nel fare questo riallineamento Trump ha abbandonato il sostegno al libero scambio, allo stato minimo, perfino ai valori religiosi, anche se la scelta del religiosissimo Mike Pence come vicepresidente è stata una chiara concessione a questa fetta dell’elettorato. Il Partito Repubblicano di Donald Trump è molto più vicino all’Ukip inglese e al Fronte Nazionale di Marine Le Pen che ai conservatori o a i gollisti.

Questo spostamento a destra apre nuove opportunità ma anche nuove sfide per il Partito Democratico. Per ottenere il sostegno esplicito di Bernie Sanders, Hillary Clinton ha fatto delle concessioni alla piattaforma elettorale del senatore del Vermont. Ma secondo un sondaggio di YouGov il 46% dei sostenitori di Sanders sarebbe ancora in dubbio se votare e se votare per la Clinton in novembre (il 14% ha addirittura detto che voterà Trump). Questo suggerisce alla Clinton di spostarsi verso il centro, dove ci sono molti Repubblicani disgustati da Trump. Non è chiaro se questo le convenga prima delle elezioni, ma sicuramente le converrà dopo se vince, perché dovrà governare con una Camera che molto probabilmente rimarrà Repubblicana (c’è più incertezza sul Senato). D’altra parte è quello che fece suo marito negli anni Novanta, con grande successo.

Ma questo spostamento favorirebbe ancora di più una radicalizzazione del Partito Repubblicano che – con o senza Trump – cercherebbe di catturare gli scontenti del Partito Democratico, diventando sempre più populista. L’unico ostacolo a questa strategia è il problema razziale. Il populismo di destra – non solo in Europa, ma anche in America – è sempre stato razzista ed in questo Trump non è un eccezione. Ma ricordiamoci che la maggior parte dei sostenitori di Bernie Sanders erano bianchi. E se non fosse per la violenta polemica che Trump ha scatenato sugli immigrati dal Messico, non sarebbe difficile ad un partito populista attirare il consenso degli ispanici. In altre parole ci sarebbe un serio rischio che il partito Repubblicano diventasse un partito Peronista.

Ovviamente c’è chi si sta adoperando perché questo non succeda. Reihan Salam e Ross Douhat, due autorevoli opinionisti Repubblicani, hanno appena scritto un libro che illustra quella che dovrebbe essere la nuova piattaforma per il Partito Repubblicano, alternativa al partito di Trump. Sognano un partito interrazziale, moderato, liberale. Ci piacerebbe pensare che la nuova anima del partito Repubblicano post Trump possano essere loro. Ma a meno di una sconfitta devastante di Trump è difficile da immaginare.