Anche Stiglitz d’accordo: se l’euro non cambia si sfascia

A tre anni dall’uscita di Europa O No, Joseph Stiglitz con il suo libro e la sua intervista di oggi al Corriere arriva alle stesse conclusioni: se l’euro non cambia si sfascia.

Are oligopolies bad for the U.S. economy?

MPR News chief economics editor Chris Farrell spoke with Derek Thompson from The Atlantic and me, about the effect oligopolies – airlines, cellphone carriers, internet providers – have on micro and macro economies in the U.S.

Here is the podcast, enjoy! 

Euro sì o no, un dibattito serio e costruttivo. Ecco le regole / Yes or no to the euro, a serious and constructive debate. Here are the rules

English translation below.

Tra i partiti italiani, la Lega è apertamente anti euro. Il Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Fratelli d’Italia sono più ambigui, tra proposte di una “moneta fiscale”, illegale nel contesto dell’unione monetaria europea, e un improbabile referendum, che ci costringerebbe ad una uscita dall’euro ad urne ancora aperte.

A sinistra del Pd, la lealtà all’euro sembra prevalere ancora, ma non è ovvio cosa potrebbe succedere se il candidato della sinistra radicale Melenchon (pronto ad uscire dall’euro se i trattati europei non sono rivisti in direzione pro-crescita) dovesse finire al ballottaggio in Francia. In ogni caso, è probabile che nel prossimo Parlamento italiano gli euro scettici siano in maggioranza. Una nostra uscita unilaterale dall’euro, quindi, non è più un’ipotesi remota, ma una possibilità seria, che va discussa con altrettanta serietà.

Eppure nella maggior parte dei giornali non se ne parla, o almeno non se ne parla in modo serio. Il dibattito – se mai c’è stato – è degenerato in tifo da stadio, tra chi pensa che la moneta comune sia causa di tutti i mali e chi non prende neppure in considerazione l’ipotesi che l’Italia possa riprendersi la sovranità monetaria, come se noi italiani avessimo un’incapacità genetica ad autogovernarci.

È vero (come scrivono sulle pagine del “Corriere” Alesina e Giavazzi) che questo dibattito può essere controproducente, perché crea incertezza e distrae l’attenzione da altri problemi (come la nostra incapacità di crescere). Ma quando una metà del Paese mette in dubbio la moneta unica, evitare un dibattito sul tema equivale a tradire la funzione che i giornali (e specialmente gli esperti sui giornali) dovrebbero svolgere.

Purtroppo la categoria degli esperti non è molto popolare. Se le quotazioni sono in ribasso è anche perché molti sedicenti tali esperti si sono avventurati in previsioni catastrofiche sulle conseguenze economiche della Brexit e del No alla referendum costituzionale. Previsioni che si basavano più sulla passione politica dell’esperto che sulla sua expertise economica.

Io credo fortemente nel valore di un dibattito intelligente e costruttivo e penso che un giornale economico come il Sole 24 ore abbia il dovere di ospitare tale dibattito: non con lo scopo di convincere i lettori in una direzione o nell’altra, ma per informarli. Per questo ho chiesto al direttore Guido Gentili (che si è detto d’accordo) di aprire le pagine del nostro giornale ai contributi di economisti italiani e stranieri sul tema. Dieci anni fa questo dibattito avveniva anche all’interno della Bce (vedi il lavoro di Fratzscher e Stracca del 2009 dal titolo “Does It Pay to Have the Euro? Italy’s Politics and Financial Markets Under the Lira and the Euro”). Perché oggi, dopo la crisi del 2011-2012, non si può riaprire quel dibattito?

Affinché sia costruttivo, questo dibattito deve avvenire all’interno di alcune regole. La prima è la correttezza formale. Non si accettano attacchi personali o insulti. La seconda è la correttezza sostanziale: ogni affermazione va giustificata con una referenza accademica (in nota) o con la precisazione che si tratta di un’opinione personale. La terza è dividere il dibattito per argomenti.

Nel decidere se la permanenza nell’euro è preferibile al ritorno a una moneta nazionale bisogna considerare tre aspetti. Primo, se nel lungo periodo è preferibile per un Paese come l’Italia avere una moneta comune con il resto del (Nord) Europa o no. Secondo, quanto elevati (e duraturi) possano essere i vantaggi e gli svantaggi della svalutazione della nostra moneta nazionale che seguirebbe naturalmente dopo un’uscita dell’Italia dall’euro. Terzo, quanto elevati sarebbero i costi (economici e politici) di una nostra uscita unilaterale dall’euro.

Propongo di cominciare dal primo tema, perché è il più importante. Se l’indipendenza monetaria non è vantaggiosa per l’Italia, è difficile giustificare un’uscita dall’euro sulla base di un vantaggio temporaneo. Viceversa, se esistono benefici significativi dall’avere una valuta nazionale, è difficile giustificare una permanenza dell’Italia nell’euro, solo sulla base dei costi di transizione.

John Cochrane, Senior Fellow alla Hoover Institution dell’Università di Stanford, ha gentilmente acconsentito ad aprire il dibattito nei prossimi giorni. Spero molti altri seguano. Spero molti atri seguano. Mandate le vostre proposte e contributi qualificati alle mail luigi@chicagobooth.edu e dibattitoeuro@ilsole24ore.com.

Articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore” il 16.04.2017 nella Rubrica Alla Luce del Sole 


Among the Italian political parties, the Northern League is openly anti-euro. The 5-Star Movement, Forza Italia and Fratelli d’Italia are more ambiguous, between proposals for a parallel “fiscal currency”, illegal in the context of European monetary union, and an improbable referendum that would force Italy to leave the euro with the polls still open.

To the left of the Democratic Party, loyalty to the euro seems to prevail still, but it is not obvious what could happen if French radical left-wing candidate Jean-Luc Melenchon (ready to leave the euro if European treaties are not revised in a pro-growth direction) should end up in the run-off in France. In any case, it is probable euro-skeptics will be in the majority of the next Italian parliament. Italy’s unilateral exit from the euro is therefore not a remote idea, but a serious possibility that should also be discussed seriously.

Nevertheless, in the large part of newspapers it is not being considered, or at least not in a serious way. The debate – if it ever started – has degenerated into a stadium shouting match, between those who think the single currency is the cause of all problems, and those who are not even considering the possibility that Italy could take back monetary sovereignty, as if Italians had a genetic incapacity to govern themselves.

It is true (as Alesina and Giavazzi write in Corriere della Sera) that this debate can be counter-productive because it creates uncertainty and distracts attention from other problems (such as Italy’s inability to grow). But when half the country is calling the single currency into doubt, avoiding a debate on the subject is equivalent to betraying the function that the newspapers (and especially the experts in the newspapers) should serve.

Unfortunately, the category of economic experts is not very popular. This is partly due to the fact that many self-styled experts made catastrophic predictions for the economic consequences of Brexit and the No in Italy’s constitutional referendum. Predictions that were based more on the political passion of the expert than their economic expertise.

I believe strongly in the value of intelligent and constructive debate and I think that an economic newspaper like Il Sole 24 Ore has the duty to host that debate: not with the aim of convincing readers in one direction or another, but to inform them. For this reason, I asked the chief editor Guido Gentili (who has said he is in agreement) to open the pages of our paper to the contributions of Italian and foreign economists on the subject. Ten years ago, this debate took place also within the European Central Bank (see the work of Fratzscher and Stracca in 2009 with the title “Does it Pay to have the Euro? Italy’s Politics and Financial Markets Under The Lira and the Euro”) Why can’t we reopen the debate today, after the crisis of 2011-2012?

So that it is constructive, this debate has to happen within a framework of a few rules. The first is formal decency. Personal attacks and insults will not be accepted. The second is decency in substance: every assertion should be justified with an academic reference or with the clarification that it is a personal opinion. The third is to divide the debate into different topics.

When deciding if staying in the euro is preferable to returning to the national currency, we should consider three aspects. First of all, we need to ask if in the long-term it is preferable for a country like Italy to have a shared currency with the rest of (Northern) Europe or not. Secondly, we should look at how big (and long-lasting) the advantages and disadvantages could be of the devaluation of the national currency that would naturally follow Italy’s exit from the euro. Thirdly, we need to assess how high the costs (both economic and political) would be of Italy’s unilateral exit from the euro.

I propose starting with the first subject, because it is the most important. If monetary independence is not beneficial for Italy, it is difficult to justify an exit from the euro on the basis of a temporary advantage. Vice versa, if significant benefits exist in having one’s own national currency, it is difficult to justify Italy remaining in the euro purely on the basis of the costs of a transition.

John Cochrane, Senior Fellow at the Hoover Institution of Stanford University, has kindly agreed to open the debate in the coming days. I very much hope others will follow. Please send your proposals and expert contributions via mail to luigi@chicagobooth.edu and dibattitoeuro@ilsole24ore.com.

Problemi e prospettive del sistema bancario in Italia (video)

Video del mio intervento al convegno “La tutela del risparmio e le prospettive del sistema bancario in Italia – In memoria di Renzo Soatto”, svoltosi a Padova il 25 Febbraio 2017.

eBook / Le mie prediche inutili – Sulle Banche

In basso i link per scaricare liberamente l’eBook, qui di seguito l’introduzione.

“Why did nobody notice it?” chiese la Regina Elisabetta ai professori della London School of Economics dopo la crisi finanziaria del 2008. Questa legittima domanda viene oggi ripetuta dopo ogni scandalo e dopo ogni crisi. Quindi a maggior ragione dopo questa crisi bancaria che sta travolgendo l’Italia.  Non solo dove erano le autorità di regolamentazione, ma anche dove erano i professori, i giornalisti, i commentatori. Come è possibile che nessuno abbia notato, parlato, protestato?

È una domanda sacrosanta. “Qui assiste au crime – scriveva Victor Hugo – assiste le crime.” In altri termini, chi non dissente pubblicamente, è complice. E lo è tanto più quanto più è un esperto della materia, perché non poteva non sapere, non poteva non capire. Proprio per questo mi sembra doveroso sottomettermi al giudizio dei lettori. La domanda non è se avessi dovuto scrivere di più. Con il senno di poi, tutti vorremmo aver scritto di più. La domanda è se ho parlato a sufficienza dei problemi delle banche, prima che esplodessero. Se ho messo sufficientemente in guardia dai rischi di ritardare la soluzione della crisi bancaria? A voi il giudizio.

Per comodità ho diviso gli articoli (e qualche intervista) in due periodi: prima dell’intervento dello Stato nelle 4 banche regionali (avvenuto il 22 Novembre 2015) e dopo questo intervento.


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The Rising of Crony Capitalism in America (video)

Video of my lecture at the Eitan Berglas School of Economics, Tel Aviv University (TAU), March 19, 2017. The topic was: “The Rising of Crony Capitalism in America”.

Quelle banche condannate a cambiare (in fretta) – Video

Il 31 marzo scorso, nell’ambito del Festival Città Impresa diretto da Dario Di Vico, si è svolto un confronto tra Ferruccio de Bortoli e me, sul tema delle banche. Qui di seguito il video dell’incontro, che è stato moderato da Nicola Saldutti.


Qui altri miei articoli sul tema “banche”.

Europa, l’insostenibilità dello status quo

Sono lieto che – dettagli a parte – Lorenzo Bini Smaghi condivida con me il principio fondamentale che «l’Europa si basa sulla democrazia, e in democrazia bisogna convincere gli altri». Da cui discende anche il corollario che bisogna accettare con serenità, ancorché con dispiacere, quando alcuni (come il Regno Unito) decidono democraticamente di uscire dall’Unione Europea. Mi rallegra perché la posizione di Bini Smaghi non sembra essere quella dei padri fondatori dell’Europa e dell’euro, da Monnet a Padoa Schioppa. Costoro vedevano l’Europa come un processo a senso unico, come un fine da raggiungere ad ogni costo, anche quello di innescare crisi – come quella dell’eurozona – perché da queste crisi sarebbe nato un maggiore desiderio di Europa.

Bini Smaghi non crede nella mia proposta di assemblea costituente, perché scettico sull’esperienza americana. Ha ragione a dire che la costituzione americana ha molti difetti. Ma qual è la sua proposta alternativa? Anche il Presidente Mattarella ha parlato di nuova «fase costituente». E in una democrazia, le costituzioni si fanno con un’assemblea eletta dal popolo.

Bini Smaghi mi accusa di mancanza di rigore nella mia analisi perché non faccio nomi e cognomi. Non capisce che io non ne faccio una questione personale. Non ci sono i buoni e i cattivi, ci sono istituzioni ben fatte e quelle no. L’euro è stato creato senza le necessarie istituzioni di supporto. Non lo dico solo io, lo ammette anche Romano Prodi, uno dei padri fondatori. In particolare, creare una moneta unica senza un’autorità fiscale comune ha di fatto trasformato la Banca Centrale Europea in un’autorità fiscale non eletta, un ruolo che i banchieri centrali non vogliono e non sono in grado di assolvere. Non è colpa dei consiglieri della Bce se – per fare un esempio –nel 2010 sono intervenuti per influenzare la distribuzione delle perdite della crisi greca, un compito che in una democrazia dovrebbe appartenere ai rappresentati democraticamente eletti. È colpa di un disegno imperfetto, disegno che va perfezionato al più presto. Capisco le difficoltà, ma sono passati quasi vent’anni e una crisi che ha devastato un’intera generazione di giovani del Sud Europa. Per quanti anni ancora dobbiamo continuare con questa politica dei piccoli passi?

Bini Smaghi mi accusa di mancanza di rigore anche perché non uso le rilevazioni più aggiornate di Eurobarometro, che darebbero un’immagine molto migliore della situazione. In verità, la domanda principale usata nel lavoro con Guiso e Sapienza («al netto il tuo Paese ha beneficiato da appartenere all’Unione Europa?») non viene più riportata dopo il 2011, forse perché le risposte non erano troppo positive. Anche se leggermente datate, queste risposte sono in grado di predire molto bene comportamenti futuri. Per esempio, nel 2011 solo il 34% degli inglesi rispondeva positivamente a questa domanda, contro il 54% che rispondeva negativamente. Deve quindi destare preoccupazione il fatto che in Italia il rapporto era solo 43% a 40%.

Sono al primo a rallegrarmi con Bini Smaghi per il fatto che in Olanda ed Austria la destra populista non abbia vinto le elezioni. E mi rallegrerò ancora di più se questo accadrà anche in Francia. Ma in entrambi i Paesi, la destra populista ha avuto enormi consensi e proprio perché credo profondamente nella democrazia, rimango seriamente preoccupato del malcontento che alimenta questo voto. E vorrei fare qualche cosa per rispondere a questo malcontento. Cosa propone Bini Smaghi?

Certo non la continuazione dello status quo, soprattutto quando lo status quo è rappresentato da un personaggio come Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo. Se il meglio che Bini Smaghi possa dire del leader socialista olandese è che il nostro Salvini è peggio, allora siamo messi veramente male. Se questi sono gli europeisti, bisogna proprio salvare l’Europa da loro.


Articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore” il 30.03.2017,  in replica all’articolo di Lorenzo Bini Smaghi, a sua volta pubblicato in risposta al mio articolo del 26.03.2017.

Salviamo l’Europa dagli “europeisti”

Editoriale pubblicato il 26.03.2017 su “Il Sole 24 Ore”.

La narrativa prevalente nelle celebrazioni per il 60° anniversario del Trattato di Roma è che bisogna salvare l’Europa dai populismi. Il meraviglioso progetto iniziato dai nostri padri, che ha portato pace e prosperità nel Continente, viene oggi messo in dubbio da leader senza scrupoli che aizzano un popolo ignorante a votare contro il proprio interesse. Quanto di vero c’è in questa narrativa?

In un lavoro pubblicato su Economic Policy nel 2016, Guiso, Sapienza ed io cerchiamo di rispondere a parte di questo quesito, ovvero in che misura le attitudini verso l’Europa derivino da motivazioni economiche. Nei primi 35 anni, l’Europa è stata vista come un successo da parte di tutti i Paesi che vi appartenevano. Il motivo è molto semplice: la liberalizzazione dello scambio di merci e servizi ha beneficiato tutti i Paesi dell’allora Comunità economica europea e questi benefici si sono distribuiti in modo relativamente equanime all’interno di ogni Paese. A inizio anni 90 l’84% degli italiani, l’89% dei greci e perfino il 63% dei britannici vedeva i benefici della Cee.

Il consenso verso l’Europa comincia a calare nel 1992, per poi crollare in occasione dell’allargamento dell’Europa all’Est e della crisi dell’eurozona. I massimi euro entusiasti erano (e rimangono) gli irlandesi, che hanno conosciuto un vero e proprio boom economico dall’entrata in Europa. Ma gli stessi irlandesi sono molto diffidenti nei confronti della Banca centrale europea, perché la politica monetaria della Bce non è stata adatta alle esigenze di quel Paese (si pensi al boom immobiliare prima, e alla gestione della crisi poi). Questo vale anche per gli altri Paesi dell’eurozona. In generale, tanto più adatta è stata la politica monetaria alle esigenze di un Paese, tanto maggiore è la fiducia di quel Paese verso la Bce. Le attitudini degli elettori, quindi, sembrano rispondere alle condizioni economiche del Paese.

Come spiegare allora la Brexit? Se il libero scambio di beni e servizi trova ampio consenso, la totale libertà di migrare no. Quando le migrazioni sono troppo concentrate e repentine generano un fenomeno di rigetto, come successe in America negli anni 20. Se l’Unione Europea fosse stata più flessibile sulla totale libertà di migrazione, oggi la Gran Bretagna sarebbe ancora parte dell’Unione. Quello che dovrebbe stupire, quindi, non è la crescita di movimenti antieuropeisti (in una democrazia i politici rispondono agli elettori), quanto la sordità dell’establishment allo scontento nei confronti dell’Europa.

Questa sordità ha trasformato l’Unione Europea, pensata come strumento di armonia tra popoli, in una gabbia che aumenta, invece che diminuire, i nazionalismi. I greci chiamano i tedeschi nazisti (anche se ci sono più nazisti in Grecia che in Germania) e i tedeschi tacciano i greci di essere pigri (anche se il greco medio lavora il 43% di ore in più all’anno del tedesco medio). Una frase simile a quella pronunciata da Dijsselbloem nei confronti dei Paesi europei in crisi («Io non posso spendere tutti i miei soldi per alcool e donne e subito dopo invocare il tuo sostegno») non è uscita neppure dalla bocca di Trump.

I veri nemici dell’Europa non sono i movimenti populisti, ma i cosiddetti europeisti che occupano le stanze del potere europeo. Sono loro che non riconoscono quello che gli stessi padri fondatori dell’euro hanno ammesso: che la moneta unica è stata concepita senza le istituzioni necessarie per farla funzionare. Quasi vent’anni dopo (e dopo una profondissima crisi) queste istituzioni non sono state create. Nel vuoto istituzionale, la Bce – creata col solo scopo di contenere l’inflazione – è diventata un’istituzione politica senza mandato, che può sostenere o far cadere i governi nazionali grazie a decisioni tecniche, poco comprensibili ai più.

Lungi dall’essere irrazionale, la rabbia populista è alimentata da un profondo scontento e da un pesante deficit democratico in Europa, che impedisce a questo consenso di esprimersi nelle forme tradizionali. Per salvare l’ideale di un continente dove popoli diversi possano vivere in pace e prosperità, bisogna cambiare questa Europa, ma come?

Nel 1787 fu evidente che il sistema di governo stabilito dallo Statuto della Confederazione era inadatto a governare la giovane nazione americana. Per questo in quell’anno fu convocata a Filadelfia un’assemblea costituente.
Da quell’assemblea nacque la costituzione americana ancora oggi in vigore. È quello di cui ha bisogno oggi l’Europa: un’assemblea costituente eletta a suffragio universale.

Non solo il gradualismo non ha funzionato, è stato controproducente. Per questo bisogna avere il coraggio di superare i miopi interessi nazionali e provare a disegnare insieme una nuova costituzione, scelta dal popolo e non da tecnocrati illuminati. L’operazione non è senza rischi, ma il rischio maggiore è lo status quo.

Orrori bancari, la responsabilità non è delle famiglie (che hanno ripagato il 95% dei debiti). Il Caso Veneto.

Intervista pubblicata su Corriere Imprese NordEst il 13 Marzo 2017, a cura di Alessandro Macciò.

Il suo lavoro, presentato all’Università di Padova nel corso di un convegno sulla tutela del risparmio, sarà anche “artigianale” come ha detto, ma rende bene l’idea. Luigi Zingales, docente padovano di Finanza alla University of Chicago Booth School of Business, ha preso la lista dei primi trenta debitori della Banca Popolare di Vicenza, resa nota dal TG La7 di Enrico Mentana, ha spostato indietro le lancette di qualche anno e ha fatto un po’ di calcoli. Il risultato è che nel 2008, quindi agli albori della crisi, il 35% di questi clienti (che alla fine del 2015 rappresenteranno il 29% delle sofferenze in bilancio di Bpvi) navigava già in cattive acque, con un rapporto medio tra posizione finanziaria netta e margine operativo lordo ampiamente sopra la soglia fissata per ottenere il credito. Dal sospetto alla certezza, per Zingales il passo è breve. “Le banche non hanno fatto bene il loro mestiere”. Al convegno del Bo, organizzato dallo studio Cortellazzo&Soatto, c’era anche il viceministro Morando. E Zingales ha colto la palla al balzo per spronare il governo a indagare sui grandi debitori delle banche Venete.

Professor Zingales, partiamo dal quadro internazionale. Brexit, Trump, spinte populiste: quali sono le ripercussioni economiche sul sistema economico del Nordest?
Il clima politico certamente non aiuta e le tensioni nell’Area Euro possono avere un riverbero negativo, ma nel caso si può dire che piove sul bagnato: l’Italia sta uscendo dalla crisi troppo lentamente e con ripercussioni eccessive in certi settori. I Non performing loan (Npl, cioè i crediti deteriorati delle banche che i debitori non riescono a ripagare) ci dicono che le famiglie sono state virtuose e che i problemi di concessione del credito hanno riguardato soprattutto l’edilizia. In Spagna i prezzi degli immobili sono crollati molto più che in Italia, eppure il tasso di non performing loan raggiunge il 35% delle imprese Spagnole e il 50% di quelle Italiane: questo livello di perdite è difficile da spiegare, per fare meglio bastava buttare i soldi a caso. La domanda quindi è: perché la vigilanza non si è accorta di questi errori sistematici? Per evitare di ripeterli serve un’indagine seria, come quelle dell’aviazione americana dopo gli incidenti aerei.

 

Finora si conosce la lista dei primi trenta debitori di Bpvi. Cosa emerge dall’analisi?
Viene da chiedersi perché i responsabili della banca abbiano esteso il credito e non abbiano fatto qualcosa per evitare l’aumento dei debiti. E la vigilanza?  Ha visto e non poteva intervenire, o non ha proprio visto? Nel primo caso bisogna adottare nuovi strumenti, nel secondo bisogna fare altri tipi di riflessione. Manca la pistola fumante, ma le domande sono forti.

Oltre a Bpvi, anche Veneto Banca ha rischiato il default e si è salvata solo grazie all’intervento del fondo Atlante. Qual è il suo giudizio sulla vicenda delle due ex Popolari Venete?
Un sistema di grandi banche con capitali di rischio a prezzi fatti in casa era sbagliato dal principio, ma ci sono gravi colpe di chi ha guardato dall’altra parte. Dove sono oggi i commercialisti che hanno validato i prezzi delle azioni? Dov’erano le autorità di vigilanza, anche la Consob, quando le banche hanno approvato gli aumenti di capitale? Nel 2014 ho scritto più volte che serviva più trasparenza sui prezzi e che le semplici spiegazioni allegate ai prospetti non bastavano: la mia non è una critica ex post, ma fatta sul momento. Per tutta risposta c’è stato un silenzio di tomba, e gli investitori hanno perso tutto.

Il piano di rilancio di Bpvi e Veneto Banca prevede la fusione tra i due istituti: le sembra la soluzione corretta? 
Oggi la situazione è molto brutta: servirà un aumento di capitale massiccio e il fondo Atlante non può sostenerlo. La domanda a questo punto è: lo Stato azzererà l’investimento in Atlante o no? Per me sì, perché Atlante è un soggetto privato che ha investito e ha perso. Per ridurre le perdite si farà un consolidamento che comporterà la riduzione dei posti di lavoro e una concentrazione delle forze bancarie: quando c’è una fusione in vista e le banche parlano di sinergie, il risultato sono tagli sui costi del personale e sul potere di mercato.

Se l’operazione andrà in porto, quale scenario dobbiamo aspettarci? 
Il Veneto avrà un sistema bancario più snello e la fusione peggiorerà le cose, è inevitabile. Il governo Italiano dovrebbe seguire l’esempio di quello Spagnolo, che ha ricapitalizzato il settore bancario e oggi assiste a una crescita economica superiore al 3%. In Italia invece si fanno solo interventi tampone, troppo tardi e con risorse inadeguate: per mettere la parola fine al problema c’è bisogno di una svolta.


Qui altri miei articoli sul tema “banche”

Luci e Ombre del Programma M5S

La mia intervista a La Stampa di ieri, senza spin. 

Lo sa che fanno il suo nome per il Tesoro in un governo 5 Stelle?
«​Chiacchiere Inutili. Una volta scrissero che ero il candidato di Silvio Berlusconi, che non ho mai incontrato».

Ma si troverebbe a suo agio con le ricette  del M5S? Per esempio, il reddito di cittadinanza: che ne pensa?
«​Dipende da come viene fatto e con che fondi, perché nell’attuale situazione di bilancio non è facile trovare soldi. Detto questo, i 5 Stelle hanno il merito di aver introdotto nel dibattito italiano​ la necessità di cercare una soluzione ​al problema della perdita di lavoro​ in una fase di transizione tecnologica».

Perché aiuterebbe in caso di ulteriori perdite di posti di lavoro?
«L’evoluzione tecnologica comporta che molte persone, anche del ceto medio-alto, perderanno il lavoro. Avere una qualche formula di ammortizzatore sociale ampliato può essere utile. Una cosa che non capisco però è perché il M5S poi si schiera con i tassisti. Il reddito di cittadinanza ha senso se funziona come contropartita nell’innovazione. Ma mi sembra che anche al loro interno abbia​n​o visioni diverse. Casaleggio padre era molto a favore dell’innovazione delle nuove economie digitali, altri invece si arroccano in difesa dei diritti acquisiti».

Per i 5 Stelle alla terza proposta di lavoro rifiutata perdi il diritto ad averlo.
«L’aspetto più negativo del reddito di cittadinanza infatti è che rischia di creare disincentivi a lavorare. Quell​o sarebbe un meccanismo positivo per ridurre questa distorsione».

Beppe Grillo ripete spesso che bisogna porre più attenzione al reddito che al lavoro. Non è un messaggio un po’ pericoloso?
«​Se intende dire che non dobbiamo proteggere le imprese e i posti di lavoro ma le persone, mi trova d’accordo. Lo scrissi nel 2003 nel libro “Salvare il capitalismo dai capitalisti“. Insistere, di fronte alle rivoluzioni tecnologiche, nel proteggere l’esistente, anche in termini di posti di lavoro, è  suicida​, oltre che inutile​».

Cosa trova ragionevole nella critica grillina all’Europa e all’euro?
«Non sbagliano  a identificare l’enorme deficit democratico​, che come ripeto da tempo è il principale problema di questa Europa​. ​In Italia c’è stata ​un’accettazione incondizionata di Europa ed euro senza un’analisi seria. Ho scoperto da un recente articolo di Marcello Minenna che Monti nel 2013  introdusse una clausola che impedisce all’Italia di ridenominare il debito in caso di uscita dall’euro. Qualcuno lo ha comunicato al Paese? C’è come una presunzione di chi si considera la classe degli illuminati e pensa di imporre regole a dei populisti ignoranti​. Atteggiamento che ha l’effetto di spianare la strada al populismo peggiore​».

Ma l’uscita dall’euro è possibile?
«Se il nostro debito non è più ridenominabile, è ​difficilissimo. Perché la lira si svaluterebbe del 30-40% e il peso del nostro debito, che già non scherza, sarebbe insostenibile. Sicuramente  bisogna far partire una contrattazione con i partner europei. Pensare a  formule condivise, per esempio un sussidio di disoccupazione  europeo​, che chiedo da anni​. Non si può avere un’unione monetaria senza una politica fiscale comune. La Germania se ne faccia una ragione. Altrimenti si pensi a un divorzio consensuale. Vedano come, ma eviterei il referendum».

Grillo e Di Maio hanno parlato di euro a due velocità…
«Lo scrissi nel 2010. Può essere il risultato di un processo graduale. Ma se parte dalle economie forti del Nord, non da quelle del Sud, perché con la fuga di capitali sarebbe un disastro. Mi lasci aggiungere una cosa. Se l’Italia non affronta seriamente i problemi strutturali, debito e produttività in primis, rischia grosso. È su questo che dovrebbero concentrarsi tutti, anche chi aspira a governare».

La Politica Bancaria che non c’è / Italy’s non-existent banking strategy

Testo dell’articolo pubblicato il 5.03.2017 su “Il Sole 24 Ore”, nella rubrica “Alla luce del Sole”.  English translation below. 

Sono passati quindici mesi dal “salvataggio” delle quattro banche regionali e quasi un anno dalla creazione del Fondo Atlante. Dopo tutto questo tempo dobbiamo concludere che la politica adottata dal Governo di posporre la risoluzione dei problemi delle banche e fare finta che non siano così gravi (la strategia che gli inglesi chiamano “extend and pretend”) non funziona.

La dilazione è costata al Paese (e soprattutto a certe regioni) un anno di crescita. Nel Veneto il credito bancario alle imprese lo scorso anno è sceso del 6% e in Toscana del 3%, mentre in Piemonte e Lombardia è rimasto sostanzialmente stabile (rispettivamente +0.2% e -0.2%). La principale differenza tra queste regioni è data dalle crisi bancarie, che hanno colpito molto più il Veneto (Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza) e la Toscana (MPS ed Etruria) che il Piemonte e la Lombardia. Che la qualità del portafoglio del sistema bancario influisca sulla crescita dei prestiti alla clientela non è un segreto. Lo dice anche la Commissione Europea. Ma allora perché il Governo ha trascinato i problemi senza risolverli per più di un anno?

Parte del problema è l’illusione che la crisi sia dovuta solo alla perfidia dei fondi stranieri, che si ostinano a valutare al 20% del nominale le sofferenze bancarie che varrebbero molto di più. È vero che – dati della Banca d’Italia alla mano – il valore recuperato dalle sofferenze negli ultimi due anni è in media del 40%. Ma tale valore non considera i costi legali e il tempo che un tale recupero richiede. Non considera neppure il fatto che tanto maggiori sono i crediti in sofferenza, tanto più difficile è il recupero, perché le (poche) garanzie immobiliari perdono di valore quando vengono vendute tutte allo stesso tempo.  Unicredit, che non si è cullata in questa illusione e ha svalutato le sue sofferenze al 12.94%, è riuscita nella difficile operazione di raccogliere 13 miliardi di euro di nuovo capitale. Tutte le banche che non hanno avuto questo coraggio sono ancora in crisi.

Per sostenere questa illusione sul valore delle sofferenze (e ritardare il redde rationem) il Governo ha caldamente sponsorizzato la formazione del Fondo Atlante, creato per comprare sofferenze e poi usato per scaricare sulla collettività (Cassa Depositi e Prestiti e Poste) e sugli ignari assicurati (Generali e Cattolica) le perdite che Unicredit e Banca Intesa avrebbero accumulato per aver garantito gli aumenti di capitale delle due Popolari Venete. La stessa Commissione Europea ha dichiarato che “la struttura di finanziamento di Atlante costituisce una fonte di interdipendenza tra soggetti più forti e soggetti più deboli. Ciò potrebbe dar luogo a un contagio in caso di perdite inattese derivanti da investimenti”. Lungi dall’essere un elemento di stabilità, quindi, il Fondo Atlante rischia di mettere a repentaglio l’intero sistema.

Cosa poteva fare il Governo – si dirà – quando la Commissione Europea impedisce ogni mossa? È la solita strategia di attribuire all’Europa la responsabilità degli errori nostrani.  Contrariamente a quello che si vuole far credere, l’Europa caldeggia da tempo un intervento di ricapitalizzazione delle banche, come quello (molto parziale) approvato dal Governo a dicembre (e non ancora implementato).

Se la Commissione ha finora ritardato l’intervento su MPS è perché vuole evitare che i soldi pubblici siano sprecati, per esempio rimborsando chi non ha nessun titolo per essere risarcito, come gli hedge fund che hanno comprato i subordinati di MPS nell’ultimo anno. Di questo intervento dovremmo essere grati alla Commissione.

Se poi i 20 miliardi del Decreto Salva-Banche non bastano (come è probabile), molti dei nostri partner europei sono aperti all’idea che noi si faccia ricorso al fondo ESM (European Stability Mechanism). È il fondo cui ha fatto ricorso la Spagna nel 2012, quando doveva smaltire molte sofferenze derivanti dalla crisi immobiliare. Una volta fatto ricorso al fondo e ricapitalizzato le banche, la Spagna ha ripreso a crescere a più del 3% l’anno.  Cosa aspetta l’Italia a farlo?


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Fifteen months have gone since the “rescue” of the four regional banks and almost one year since the creation of the government mandates and privately funded bank rescue fund Atlante .

After all this time, we can conclude that the strategy adopted by the government of postponing the resolution of banks’ problems and pretending they are not so serious (a strategy also known as “extend and pretend”) is not working. Deferment has cost Italy (and some regions in particular) one year of economic growth.

Lending to businesses last year dropped 6% in Veneto and 3% in Tuscany, while it remained broadly stable in Piedmont and Lombardy (+0.2% and -0.2% respectively). The main difference between these regions comes from the banking crisis, which hit Veneto (Veneto Banca and Banca Popolare di Vicenza) and Tuscany (Banca Monte dei Paschi di Siena and Etruria) harder than Piedmont and Lombardy. The impact of the quality of banks’ assets on lending is not a secret. The European Commission has also written about it. But why has the government sat on its hands for more than one year?

Part of the problem is the illusion that the crisis is due only to the treachery of foreign funds, who value non-performing loans at around 20% of their book value when they are worth much more. It’s true that NPLs over the past two years have yielded on average 40%, according to the Bank of Italy. But such a valuation does not include legal costs and the time to collect them.

It also doesn’t consider the fact that higher the amount of NPLs, the more difficult to collect on them, since the (few) existing real estate collateral loses some of its value when sold in bulk. UniCredit, which did not believe in this illusion and wrote down its bad loans to 12.94%, succeeded in the difficult plan to raise €13 billion of fresh capital. The banks who lacked the same courage are still in a crisis.

In order to support the illusion about the value of bad loans (and postpone the “redde rationem”), the government strongly backed the creation of the Atlante fund, designed to buy NPLs and then unload on the collectivity (state backed lender Cassa Depositi e Prestiti and state controlled posted service Poste Italiane) and unaware insurers (Generali and Cattolica) the losses that UniCredit and Intesa Sanpaolo were facing for guaranteeing the recapitalization of the two Veneto-based banks.

The European Commission said that “Atlante’s funding structure represents a source of interdependence between stronger and weaker players. This could lead to contagion in case of unexpected losses from investments.” Far from being a factor of stability, the Atlante fund risks of putting the entire system at risk.

A question remains: what could the government do if the European Commission blocks any move? This is Italy’s usual strategy of accusing Europe of its own mistakes. Contrarily to what people want us to believe, Europe has long called for intervening in the recapitalization of banks, like the one (very limited) approved by the government in December (and not yet implemented).

If the Commission has so far postponed the intervention on MPS, this is because it wants to prevent public money from going wasted, for example by reimbursing those who have no right to be compensated, like the hedge funds which bought MPS’s subordinated bonds in the past year. We should thank the Commission for this position.

If €20 billion of the bailout fund approved by the Cabinet in December is (likely) not enough, many of our European partners are open to the idea that Italy resorts to the European Stability Mechanism (ESM). The fund was tapped by Spain in 2012, when the country needed to dispose of the many NPLs piled up during the real estate crisis. After using the fund and recapitalizing its banks, Spain returned to grow by more than 3% per year. What is Italy waiting for to do the same?