Un’assicurazione comune contro la disoccupazione per salvare l’Unione Europea

Testo dell’articolo pubblicato l’11.09.2016 su “Il Sole 24 Ore”,  nella rubrica “Alla luce del Sole”. 

L’influenza che Angela Merkel e la Germania hanno sulla politica europea non è dovuta solo alla dimensione del paese o alla sua forza economica, ma anche alla straordinaria capacità che i politici ed intellettuali tedeschi hanno di influenzare il dibattito europeo. Scelgono sempre di concentrare le loro battaglie su dei principi economici condivisibili. Poi martellano in tutte le sedi in modo compatto finché ottengono quello che vogliono, dal pareggio di bilancio al bail-in.

La loro determinazione non sarebbe un problema se gli altri paesi – il nostro in primis – facessero altrettanto. Ma non lo fanno. E i politici tedeschi sono molto accorti nella scelta dei principi da sostenere: prediligono solo quelli che sono nel loro stretto interesse nazionale, dimenticandosi degli altri. Ad esempio, si parla poco della mancata implementazione dell’assicurazione comune sui depositi bancari, decisa nel 2012: non è nell’interesse della Germania.

Ma il caso più eclatante è quello della politica fiscale. Qualsiasi economista degno di questo nome riconoscerà che una moneta comune non è sostenibile senza una qualche forma di politica fiscale comune. Eppure dopo 17 anni di moneta comune i passi in avanti su questo fronte sono stati minimi, per non dire nulli. Per anni i nostri governi hanno inutilmente reclamato l’introduzione degli eurobond.  Perché mai i tedeschi dovrebbero accettare di condividere i debiti altrui? Dalla loro non hanno solo l’interesse nazionale, ma anche il principio: la condivisione dei debiti spingerebbe le cicale italiane a contrarre ulteriori debiti. E come dare loro torto?

Per prevalere intellettualmente, bisogna spingere su una forma di politica fiscale che non sia un trasferimento unidirezionale di risorse dalla Germania al Sud Europa e che non distorca gli incentivi dei governi a comportarsi in modo virtuoso. Questa politica esiste: è un’assicurazione europea contro la componente ciclica della disoccupazione. Non si tratta di un trasferimento unidirezionale: nel 2005 la disoccupazione era molto più alta in Germania che in Spagna ed Italia, e quindi il trasferimento sarebbe andato dal Sud al Nord. Disegnando il trasferimento in funzione della componente ciclica della disoccupazione, questa assicurazione non solo non distorce gli incentivi dei governi, ma li migliora: i governi che abbassano la componente strutturale della disoccupazione ricevono più trasferimenti durante una crisi.  Infine, aiuta i governi a mantenere la disciplina fiscale: riducendo la necessità di deficit di bilancio quando uno shock negativo colpisce un Paese.

Proprio per questo dobbiamo rallegrarci dell’iniziativa del nostro Ministero delle Economia, che ha pubblicato sul suo sito una proposta di assicurazione europea per la disoccupazione. Sono poche pagine che illustrano come un’assicurazione comune avrebbe un costo relativamente limitato (50 miliardi all’anno) e genererebbe trasferimenti non unidirezionali.  La proposta prende anche posizione su alcuni nodi cruciali, come l’amministrazione comune di questa assicurazione, scelta che dovrebbe tranquillizzare i paesi nordici dal rischio di abusi.

Al momento, però, si tratta di un timido sforzo, sia dal punto di vista intellettuale che politico. Fintantoché il governo italiano è isolato in questo sforzo, non ha possibilità di riuscita. E fintantoché concentra tutti i propri sforzi nell’elemosinare decimali di “flessibilità” sul deficit, non ha l’autorità politica e morale per creare una coalizione a sostegno di questa idea.  È necessario il massimo impegno a tutti i livelli per fare di questa proposta la bandiera della nuova Europa, non tanto e solo per il benessere dell’Italia, ma per quello dell’Europa intera. Senza una politica fiscale comune, la moneta comune non ha futuro. Ben lo sapevano i fondatori, ma confidavano che – con il tempo – questa politica fiscale comune sarebbe emersa. Dopo 17 anni la fiducia non basta più. Bisogna passare ora dalle buone intenzioni alle azioni. Domani potrebbe essere troppo tardi.


Qui di seguito i link ai precedenti articoli della Rubrica “Alla Luce del Sole”: 

– Quale soluzione per il Monte Paschi?
– Crisi bancarie, chi non impara dalla storia le ripete
– Quel «tesoretto» della bad bank del Banco di Napoli
– Quante sofferenze si nascondono negli “incagli”?
– Cosa Insegnano ad Atlante le Sofferenze del Banco di Napoli 
– Le Operazioni di Sistema sono Aiuti di Stato?
– Aguzzate la vista
L’azione di responsabilità è fondamentale per ricostruire la fiducia nelle banche Italiane
Deutsche Bank e Monte Paschi: similitudini e differenze
– Salvare le banche per far ripartire l’economia
– L’importanza di un Buon Piano di Successione e il Ruolo del Consiglio di Amministrazione 
Le Occasioni Mancate dell’Ufficio Studi Bankitalia
– Cosa fare per evitare che il “decreto banche” diventi solo un regalo alle banche
– Le Assicurazioni, Atlante e la Tutela dei Risparmiatori
– Etica e integrità dei vertici per controllare i rischi 
– Le Responsabilità della Consob sulle Obbligazioni Subordinate
– Gli stipendi degli AD e quei paracadute troppo grandi

Banche: ogni mese in cui ritardiamo l’intervento sistemico è un mese di crescita buttato via (intervista)

Intervista a cura di Fabrizio Patti, pubblicata il 31.08.2016 su linkiesta.it

Siamo ancora a rischio di implosione. Luigi Zingales, economista all’Università Chicago Booth, non usa giri di parole. Si augura che l’operazione di salvataggio di Mps, attraverso l’acquisto di Npl da parte del fondo Atlante 2, e poi attraverso una nuova ricapitalizzazione, finisca per avere successo. Ma i dubbi rimangono. Tanto che resta una convinzione: sarebbe stato meglio percorrere la via di un intervento diretto dello Stato nelle banche, a costo di andare incontro alla tutela dell’ex Troika. Che, più di danni al Paese, “farebbe pulizia nelle banche”.

Professore, l’operazione di salvataggio di Mps è partita, ma è difficie. Si dovranno vendere sofferenze per 9 miliardi, di cui sei miliardi da collocare sul mercato con garanzia dello Stato, mentre Atlante 2 metterà sul piatto 1,6 miliardi. Poi bisognerà trovare i sottoscrittori di un aumento di capitale (sceso, secondo anticipazioni, da 5 a 3 miliardi di euro, ndr). La stampa economica nelle ultime settimane ha dato notizie positive sia riguardo al coinvolgimento di numerose banche nel consorzio di garanzia nell’aumento di capitale di Mps sia riguardo alla raccolta di fondi da parte di Atlante 2. Siamo di fronte a una svolta per la vicenda Mps o c’è un eccesso di ottimismo?
Io mi auguro che l’operazione riesca, perché se non riuscisse sarebbe una situazione molto destabilizzante. Io continuo ad avere dei dubbi, in particolar modo sulla volontà degli azionisti di entrare e mettere altri miliardi di euro, dopo quelli che sono stati buttati via con i precedenti aumenti di capitale. Il secondo dubbio riguarda le cosiddette sofferenze. Ricordiamoci che negli altri Paesi esiste un termine, non performing loans, ossia crediti deteriorati, che include sia le sofferenze sia quelli che una volta chiamavamo incagli e che oggi si chiamano inadempienze probabili o unlikely to pay. L’operazione Atlante 2 ha semplicemente sottratto dal bilancio di Mps le sofferenze definite in maniera ristretta. Rimane questa componente di inadempienze probabili: è grossa ed è valutata ancora ancora con numeri ottimistici. Il grosso rischio è che si nasconda un altro buco. Sarebbe devastante. Mi auguro che questi aspetti siano stati valutati seriamente e che l’operazione vada in porto. Dal mio punto di vista i rischi rimangono.

Quanto questa operazione si può definire “di mercato”, come ha fatto Padoan?
Bisogna vedere cosa si intende per “di mercato”. Ricordiamo il caso di Long Capital Management. Quando stava per fallire, la Federal Reserve chiuse in una stanza tutte le investment bank finché non si trovò una soluzione. Il giorno dopo Alan Greenspan (ex presidente della Fed, ndr) abbassò il tasso di sconto. Lei la chiama un’operazione di mercato? Io la chiamo operazione di sistema. Sicuramente non è una soluzione spontanea del mercato. Se lo fosse stata, non si capisce perché il presidente del Consiglio avrebbe dovuto incontrare tutte queste persone con tanta solerzia.

Qual è il rischio di queste operazioni, in termini di trasparenza?
Certamente ogni volta che il presidente del Consiglio si incontra con qualcuno, riguardo a un’operazione cosiddetta di mercato, c’è il rischio che ci siano delle assicurazioni, degli accordi, non chiaramente trasparenti. Il modo migliore è che il governo non si metta proprio in mezzo.

«Ogni mese in cui ritardiamo l’intervento sistemico, è un mese di crescita buttatO via. A questo si aggiunge il rischio che la questione scappi di mano. Finora si è intervenuti all’ultimo giorno dell’ultima ora. A me sembra che si scherzi col fuoco»

È auspicabile che dopo Mps Atlante 2 intervenga anche sulle sofferenze di Vicenza e Veneto Banca, come abbiamo letto nei giorni scorsi?
Non è proprio un fatto banale. Da quello che mi risulta, le sofferenze delle due banche venete sono in bilancio a 45 centesimi per euro di valore nominale. Ricordiamo che la junior tranche che si sono ripresi gli azionisti di Mps è stata valutata zero e che le sofferenze di Mps sono state valutate 27 centesimi. Da 27 a 45 c’è un gap molto forte. Non so esattamente come intendano coprire questo gap.

Lei a luglio ha propugnato una soluzione diversa, con intervento diretto dello Stato nel capitale delle banche, sul modello del Tarp americano. Se la soluzione “di sistema” fallisse, sarebbe troppo tardi per un intervento come quello che lei ha proposto?
Ci sono due problemi. Il primo è che in questa fase di incertezza le banche continuano a non prestare e l’economia a non crescere. Ogni mese in cui ritardiamo l’intervento sistemico, è un mese di crescita buttato via. A questo si aggiunge il rischio che la questione scappi di mano. Finora si è intervenuti all’ultimo giorno dell’ultima ora e per fortuna c’è stata una calma notevole, gli italiani sono stati maturi non facendo una corsa agli sportelli. Non so fino a che punto possiamo giocare con la fortuna. A me sembra che si scherzi col fuoco.

Domanda del popolo: in sintesi, quando torneremo a poter avere dei mutui in banca per attività di impresa in una situazione di normalità?
È esattamente il punto a cui accennavo. Bisogna risolvere la crisi in una maniera radicale e sistemica. Finora si è scelto di farlo attraverso delle pezze e queste non cambiano la situazione. Nel momento in cui si cambierà pagina, le banche ricominceranno a dare i mutui. Oggi le banche ricapitalizzate sono ansiose di prestare i soldi, perché li prendono a prezzo zero, se le tengono alla Bce costa loro soldi, ci sono tutte le condizioni per prestare. Quello che manca è il capitale. Quindi la ricapitalizzazione diventa l’elemento essenziale perché questa politica monetaria abbia un effetto.

«Se il modello [di intervento della Troika] è quello della Spagna, mi sembra un modello di grande successo. Oggi la Spagna cresce a ritmi invidiabili. Se quello è il prezzo da pagare ben venga»

In caso di intervento pubblico (stile Tarp) lei ha ipotizzato che tale intervento seguisse due strade. La prima è l’intervento della Cdp come acquirente delle azioni delle banche. La seconda, è l’intervento dell’Europa. Dovremmo quindi affidarci alla ex Troika?
Sì.

Quale sarebbe il costo politico? Ci dobbiamo aspettare un intervento come quello che abbiamo visto da parte della Troika, se non in Grecia almeno in Spagna o in Irlanda?
Se il modello è quello della Spagna, mi sembra un modello di successo. Oggi la Spagna cresce a ritmi invidiabili. Se quello è il prezzo da pagare ben venga.

Quali misure sarebbero imposte all’Italia a suo parere?
Se io fossi dalla parte del Fmi, quello che chiederei come condizione sarebbe una pulizia dei vertici delle varie banche. Cosa che in parte si sta facendo, in parte non si sta facendo. Sicuramente il costo sarebbe elevato per i banchieri, non penso sarebbe elevato per il Paese.

Pensa che la riforma del lavoro e delle pensioni, che abbiamo già fatto, eviterebbe che fossero chieste altre riforme strutturali?
Se le riforme strutturali facessero migliorare il processo di collocamento, sarebbero benvenute. Lo possiamo fare anche senza il bisogno della Troika, non mi sembra che sia una tragedia. Inoltre il Fmi ultimamente si è dimostrato molto più aperto della Germania, ben venga quindi un Fondo monetario internazionale che ci supervisioni.

«Nel lungo periodo l’unione monetaria non funziona se non c’è una qualche forma di redistribuzione fiscale. Allora, discutiamo di quale forma ma non se questa redistribuzione fiscale debba esistere. A me sembra che la via meno coinvolgente e la meno politicamente difficile sia quella di avere una assicurazione comune sulla disoccupazione» 

A proposito di Europa, lei in un recente articolo sembra aver sposato, almeno sul piano della teoria economica, l’idea di un euro a due velocità. I vertici a cui ha partecipato Angela Merkel nelle scorse settimane, uno a Ventotene con Italia e Francia e uno a Varsavia con Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, hanno dato l’idea di un’Europa che potrà trovare dei compromessi o un’Europa destinata sempre più a dividersi in due?
Merkel è molto brava a gestire l’esistente. Ma guardiamo la prospettiva di lungo periodo. Nel lungo periodo l’unione monetaria non funziona se non c’è una qualche forma di redistribuzione fiscale. Allora, discutiamo di quale forma ma non se questa redistribuzione fiscale debba esistere. Se mettiamo in dubbio che esista, mettiamo in dubbio la moneta unica. A me sembra che la via meno coinvolgente e la meno politicamente difficile sia quella di avere una assicurazione comune sulla disoccupazione. Se la Germania non vuole questa misura, ci dica cosa vuole. Se la risposta è “nulla”, allora dobbiamo trarne le conseguenze.

Un’Italia in un euro di seconda fascia avrebbe solo vantaggi, considerata la sua grande diversità interna tra Nord e Sud? 
Dunque: che la flessibilità dei cambi abbia dei vantaggi non c’è dubbio. Il problema vero è duplice. Il primo è che abbiamo dato via questa flessibilità per avere dei tassi di interesse più bassi sul debito. Quindi dobbiamo porci la domanda di cosa succederebbe al costo al debito, una volta ottenuta la flessibilità dei cambi. Il secondo è che se domani l’Italia uscisse in maniera unilaterale dall’euro sarebbe una catastrofe. Quindi l’idea dei due euro, che ho proposto già nel 2010, è un modo più soft per uscire dall’euro senza creare un patatrac. Ma questo richiede la compartecipazione della Germania. Un divorzio consensuale fa sempre meno danni di uno unilaterale.

La garanzia unica sui depositi potrebbe essere un modo per integrare maggiormente l’economia europea. Come sappiamo, però, la Germania intende rimandarla, per mancanza di fiducia di Paesi che tendono a creare problemi di stabilità come l’Italia. La Germania dovrebbe rischiare di più su questo fronte?
Date le condizioni a cui questa garanzia è stata introdotta, il rischio è minimo. In più la Germania si era impegnato a farlo nel 2012. Quindi sta rinnegando la promessa.

Ma l’Italia dovrebbe prendere in considerazione misure come l’abbassamento della quota di titoli di Stato detenuti dalle banche italiane, chiesto da Jens Weidmann, il governatore della Bundesbank?
No. I tedeschi usano un argomento che ha una validità. Il problema è che questa non è una novità. C’era anche nel momento in cui hanno firmato un accordo che prevedeva l’unione bancaria. Il fatto che lo tirino fuori dopo ricorda la storia di Bertoldo: condannato a morte per impiccagione, chiede come ultimo desiderio di scegliere l’albero a cui farsi impiccare. Naturalmente non trova mai quello giusto. Se uno non vuole una cosa trova sempre delle scuse. Questo mi pare sia l’atteggiamento tedesco: ha delle scuse anche ragionevoli, ma c’è di fondo una non volontà di una condivisione del rischio. Quello che farei io, come Italia, sarebbe di dire: “Non volete l’unione bancaria? Benissimo, facciamo l’assicurazione sulla disoccupazione”, che per me è più importante ancora.

Ci vorrebbe un trattato ad hoc.
Certamente. Ricordiamoci quello che disse Prodi nel 2001: “Per come è stato creato, l’euro non è sostenibile. Verrà una crisi e da questa crisi nasceranno le istituzioni politiche per sostenerlo”. Se però non le facciamo nascere, perché diciamo che non sono nei trattati, dobbiamo dichiarare che l’euro è morto.

«Ricordiamoci quello che disse Prodi nel 2001: “Per come è stato creato, l’euro non è sostenibile. Verrà una crisi e da questa crisi nasceranno le istituzioni politiche per sostenerlo”» 

Torniamo in Italia. Dopo il terremoto è stato detto molte volte che la prevenzione sismica sarebbe la grande opera che serve all’Italia. È un ragionamento che la convince?
Che l’Italia debba investire moltissimo nel patrimonio, sia di arte che naturale che ha disposizione, è condivisibile. Il problema è come investire. Guardiamo la scuola di Amatrice, dove abbiamo fatto un intervento pochi anni fa e non è servito a nulla. Ritorniamo a uno dei problemi fondamentali dell’italia: come fare della spesa in maniera seria e non corrotta.

Prima del terremoto si erano già sprecate le indiscrezioni sulla manovra 2017. Ci sono state uscite da parte degli esponenti del governo, che si sono anche divisi. Il sottosegretario Zanetti ha detto che il governo avrebbe puntato tutto sulle misure per far crescere gli investimenti e altri come il ministro del Lavoro Poletti che le misure per investimenti e per le fasce deboli della popolazione non possono andare divise. Come la vede?
Le due cose sono sicuramente legate. Il rischio maggiore è che stimolare i consumi significa stimolare i consumi di prodotti stranieri senza stimolare la crescita italiana. La difficoltà è che però stimolare gli investimenti non è facile. Il modo migliore sarebbe quello di ridurre in maniera credibile la tassazione sulle imprese in Italia. Questa è l’unica cosa che si possa fare per aumentare gli investimenti.

«Per aumentare gli investimenti in Italia c’è bisogno di rendere più attraente il fare business in Italia. Il modo migliore per farlo è ridurre l’imposizione sulle società»
Una delle misure di cui si è discusso, sul lato dei consumi, riguardava una quattordicesima per i pensionati. È possibile immaginare una manovra che prescinda da interventi simili che agiscono sul lato dei consumi?
La cosa importante è che qualsiasi cosa venga fatta sia un intervento permanente e non transitorio. La gente è più furba dei governi: se c’è un aumento una tantum, si rende conto che è così e non spende. Lo stesso vale per i sussidi alle imprese: le riduzioni temporanee valgono il tempo che trovano. Bisogna trovare una formula che abbia una sua credibilità nel lungo periodo.

L’Italia vorrebbe fare una manovra da 25-30 miliardi, chiedendo di sforare il deficit. Fa bene o male l’Italia a chiedere di superare i limiti del fiscal compact in questa fase? È una strada corretta o siamo in una fase in cui è il caso di tagliare in maniera più consistente la spesa pubblica?
Le due cose non sono in contraddizione. Se si riuscisse a ridurre gli sprechi della spesa pubblica e ad abbassare le imposte in maniera permanente, questa sarebbe la soluzione ideale. Come raggiungerla? Sappiamo che tagliare la spesa non è facile. Vuol dire tagliare degli interessi molto forti. E tanto più la spesa è improduttiva, tanto più sono forti questi interessi, perché la spesa completamente sprecata è quella che diventa una rendita per chi la riceve. Politicamente è difficile fare tutto questo. A me pareva che inizialmente Renzi avesse avuto un’ottima idea, che era quella di ridurre le imposte a una sola categoria, con i famosi 80 euro, e poi tagliare la spesa improduttiva per rendere permanente questo cambio. Mi pare che il taglio di spesa non sia seguito. C’è comunque un secondo punto da ricordare.

Prego.
Per aumentare gli investimenti in Italia c’è bisogno di rendere più attraente il fare business in Italia. Il modo migliore per farlo è ridurre l’imposizione sulle società.

Atlante 2 non salverà le banche. Roma usi Cdp o chieda un intervento alla UE (intervista)

Intervista a cura di Claudia Cervini pubblicata su Quotidiano – Ed. Nazionale (Nazione Carlino Giorno) il 13 Agosto 2016

Con l’avvio di Atlante 2 le banche italiane possono stare più tranquille?
Risposta. Atlante 2 è una soluzione ingegnosa, ma utilizzabile in casi circoscritti (come Mps) e incorrendo in forti rischi.

Perché?
Il problema delle banche italiane sono le sofferenze (200 miliardi lordi): il nodo reale è capire quanto vengono valutati questi crediti. Di solito sono iscritti a bilancio al 45% del loro valore iniziale. Bene. Atlante 2 comprerà alcune sofferenze di Mps a un valore intorno al 28%. Il fatto è che non si sa quale sia adesso il loro valore di mercato. Il successo dell’operazione è quindi un’incognita.

L’esperienza della Sga impiegata per il recupero delle sofferenze del Banco di Napoli non fu così negativa.
Dopo 20 anni è stato recuperato il 90% circa del prezzo pagato per un valore pari al 55% del credito iniziale. Ma questo valore non tiene conto né delle spese sostenute per raggiungere l’obiettivo (da quelle di gestione alle spese legali) né del tempo trascorso. Quale tasso di interesse sconta questo ritardo? Un altro esempio. Banca d’Italia aveva attribuito alle sofferenze delle 4 banche fallite un valore del 22%. Se il valore reale delle sofferenze oggi è del 22% Atlante è una soluzione in perdita.

Posto che il valore reale di questi crediti ancora non si conosce, quale strada suggerisce?
Prendo a prestito l’esperienza statunitense del 2008: una situazione che ricorda quella dell’Europa di oggi. Nessuno conosceva il valore dei mutui subprime. Come primo tentativo si cercò di salvare il sistema bancario comprando questi mutui a un valore alto – stabilito a tavolino – per mantenere in vita il comparto. Ma fu impossibile creare un mercato omogeneo perché se il prezzo è alto si cerca di vendere le porcherie e di tenere i crediti migliori.

Quindi?
Si scelse di immettere capitali pubblici nel sistema bancario. L’operazione prevedeva l’emissione di azioni con un diritto per gli azionisti a ricomprare questi titoli a un prezzo predeterminato. I soldi pubblici fungevano come garanzia, ma se la banca non riusciva a ricomprarsi le azioni allora lo Stato, di diritto, ne diventava il padrone.

Le regole Ue non permettono all’Italia una simile mossa.
Ci sono due soluzioni. La prima: farlo attraverso la Cdp, che tecnicamente non rientra nel perimetro dello Stato. Si andrebbe incontro a probabili ricorsi Ue, ma intanto il problema verrebbe risolto. La seconda strada è a mio avviso la più efficace: bisogna rivolgersi all’Europa chiedendole un intervento diretto. Questa mossa comporta un costo politico, ma è l’unica efficace. In Spagna ricapitalizzarono così le banche, ricorrendo ai fondi europei.

Ma esiste davvero un rischio sistemico per l’Italia? Le banche (eccetto Mps) hanno superato gli stress test.
Gli stress test hanno riguardato solo gli istituti di maggiori dimensioni e hanno considerato in maniera marginale le sofferenze. Le banche più piccole sono in seria difficoltà.

L’Fmi ha raccomandato all’Italia una sorta di esame anche sulle piccole. Cosa ne pensa?
È un’ottima regola che però, in questo momento, farebbe emergere in modo ancora più chiaro i problemi dell’Italia. Serve prima una garanzia altrimenti si rischia di scatenare il panico.

Oggi un altro cruccio importante delle banche è la redditività.
Le banche italiane hanno un vantaggio: per tradizione fanno più prestiti all’economia reale. Prestiti che, coi tassi a zero, rendono ancora in termini di margini. Gli istituti solidi e capaci di fare credito selettivo cresceranno ancora e faranno profitti. Molte banche, invece, andranno chiuse e si assisterà a una forte riduzione del personale.

Pil e Debito, i mali dell’economia Italiana. Renzi cambi la sua politica in Europa (intervista)

Intervista a cura di Giuseppe Colombo, pubblicata su L’Huffington Post il 12.08.2016 

Pil fermo al palo e debito pubblico al nuovo massimo storico, ma i problemi che attanagliano l’economia italiana travalicano la dimensione nazionale: la partita si gioca in Europa. È lì che “il governo Renzi ha sbagliato perché avrebbe dovuto ridiscutere la nostra posizione piuttosto che preoccuparsi di ottenere margini di flessibilità”. L’economista Luigi Zingales, professore alla University of Chicago Booth School of Business, legge così, in un’intervista all’Huffington Post, i dati resi noti oggi dall’Istat e dalla Banca d’Italia.

L’economia italiana piange: crescita nulla e un debito pubblico che aumenta invece di calare. Come lo spiega?
“I dati sono chiaramente preoccupanti: quello più preoccupante è il calo dell’export. L’export negli anni della crisi è stata la componente della domanda che ha sostenuto la nostra economia. In una fase in cui l’euro era più debole del dollaro, ci saremmo aspetti un aumento dell’export, non una riduzione”.

Cosa manca?
“C’è una carenza di domanda a livello europeo. Assistiamo a una deflazione, a livello europeo, che non sembra essere stata risolta dal quantitative easing e dalla Bce. Mi sembra che la Bce abbia sparato tutte le cartucce e a questo punto siamo di fronte alla necessità di avere una politica fiscale europea. Qui casca l’asino però perché la politica fiscale non c’è perché non c’è un governo europeo”.

Leggendo i dati dell’Eurostat, l’Italia sta peggio rispetto a molti Paesi europei: Germania, ma anche Spagna.
“Il problema di fondo è che l’Italia è in crisi da vent’anni. La Spagna ha avuto una grande crescita negli anni 2000 e poi una grande crisi. L’Irlanda ha ripreso a crescere a ritmi straordinari. Il nostro problema non dipende dal fatto che al governo ci sia Berlusconi, piuttosto che Letta o Renzi. C’è un problema di fondo. Per esempio molti si sono appigliati al fatto che bastava aumentare la flessibilità del lavoro, ma si è fatto e la situazione non è cambiata”.

Cosa servirebbe all’economia italiana?
“Serve quella che io chiamo la flessibilità del capitale, cioè la flessibilità della capacità di spostare gli investimenti e i capitali da imprese che oggi sono marginali a imprese che sono più dinamiche. Serve una maggiore capacità di crescere, che significa anche tagliare i rami secchi. Questa dinamicità in Italia si è persa ed è un grande ostacolo per la crescita”.

Cosa aggiungerebbe alla ricetta per guarire il malato Italia?
“Una riduzione generalizzata del costo di fare impresa. Uno va in Austria e costa molto meno, costa molto meno anche in Slovenia. Perché i nostri imprenditori devono stare in Veneto quando possono andare in Slovenia e stare molto meglio?”.

Qual è la freccia che è mancata nell’arco di Renzi?
“Il governo Renzi avrebbe dovuto cercare di ridiscutere la nostra posizione in Europa. Noi siamo in una situazione insostenibile. Un’Unione monetaria non è sostenibile senza una qualche forma di ridistribuzione fiscale”.

Il governo italiano in cosa ha sbagliato?
“Fino ad ora il governo italiano si è più preoccupato di ottenere margini di flessibilità piuttosto che ridiscutere la situazione dall’inizio. La Germania non ci sente: non solo ha negato la promessa di fare una garanzia unica sui depositi, ma ha imposto nuove condizioni e quando si vogliono imporre nuove condizioni significa che le cose non si vogliono fare. A questo punto ci dicano loro cosa sono disponibili a fare: se la risposta è niente, allora la sopravvivenza dell’area euro è in bilico”.

Killing the chicken to scare the monkeys / Ammazzare il pollo per spaventare le scimmie

Article written for the Italian Magazine L’Espresso.

312 billion euros: this is the sum of Greece’s debt. In 50 euro bills, placed one after the other, this sum would cover the distance from Earth to the moon more than twice. It represents 175% of Greece’s GDP. According to the International Monetary Fund this is an unsustainable level, which must be reduced at the creditors’ expense. Unfortunately, we Italians are among the creditors who lent money in the 2010 “rescue” of Greece. Why should we–who in terms of debt are not really doing well–pay for the Greeks’ mistakes? Prime Minister Renzi summed up this tension very effectively: Italy cannot pay baby pensions to the Greeks. When put this way it’s hard to blame him. So then are the Germans correct in refusing to reduce Greece’s debt?
If we think that whatever the Greeks earn is a loss to other European citizens, then a reduction in debt has no economic basis, and even less political basis. Better to make an example of Greece, like in ancient Roman times, when debtors were sold as slaves.

Fortunately, this is not the case. All civilized countries eliminated both slavery and debtors’ prisons not just for humanitarian reasons, but also for economic reasons. When an individual accumulates a debt that is impossible to repay, even with their best efforts, they stop even trying to repay, so the loss is not just theirs, but also their creditors’. In this case, a reduction in the amount owed can lead to an increase in the payments received by creditors. This apparent paradox is due to the fact that in seeing a real prospect of being rid of debt, the debtor will make a greater effort to pay. Thanks to this increased effort, the winner is both the creditor and the debtor.
This is the underlying idea in all creditor agreements where debts are reduced in exchange for a restructuring that increases the debtor’s ability to pay. What is true for individuals and business is also true for countries. But if it’s so easy, then why haven’t Greece’s debts already been cut?

First, there is an issue of negotiation. To a creditor, a haircut should only be granted when the amount of debt is truly unsustainable, while to a debtor, a haircut is always beneficial. Thus the dance between the debtors who pretend to be desperate, and the creditors who do not believe them. In Greece’s case however, this problem has been overcome: even the IMF has decreed that the debt is excessive.
The second problem is one of credibility. Cutting the nominal value of debt benefits the creditors if the debtor agrees to make more of an effort to repay the debts. So far Syriza’s ideological stance has not made a compromise in this regard particularly credible. Cutting debt to allow the payment of baby pensions would be a net loss to the creditors.

Then there is the problem of reputation. Imprisonment for debt was inhumane, but served as an example. There’s a Chinese saying, “kill the chicken to scare the monkeys.” In this case the monkeys are all of us, the countries of Southern Europe. To the Germans, punishing Greece serves as an example, but to us? We risk tightening the noose around our necks.
The biggest problem is accounting/political. The credit we extended to Greece is listed in the state budget at face value; despite the low probability of it being repaid there has not been reserve accumulation or a reduction in the carrying value. Therefore, a cut of the nominal value of the debt would lead to an immediate loss; accounting is not balanced out by an increase in future payments. Neither Merkel, nor Renzi want to justify such a loss to their electorate. Paradoxically, they prefer to lose money invisibly if earning money back would force them to report a loss. And here you see the difference between a politician and a statesman. In Europe we desperately need statesmen.

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312 miliardi di euro, tanti sono i debiti della Grecia. In biglietti da 50, infilati uno dopo l’altro, questa somma coprirebbe più di due volte la distanza dalla Terra alla Luna. Rappresenta il 175 per cento del Prodotto Interno Lordo della Grecia. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, un livello insostenibile, che deve essere ridotto a spese dci creditori. Purtroppo tra i creditori ci siamo anche noi italiani, che abbiamo prestato soldi nel “salvataggio” della Grecia del 2010. Perché dovremmo noi – che quanto a debito non stiamo proprio bene – pagare il costo degli errori greci? Il premier Renzi ha sintetizzato in modo molto efficace questa tensione: l’Italia non può pagare le pensioni baby ai greci. E messa in questi termini è difficile dargli torto. Allora hanno ragione i tedeschi che si rifiutano di fare qualsiasi sconto alla Grecia?
Se pensiamo che quello che guadagnano i greci perdono gli altri cittadini europei, non ci sono ragioni economiche per una riduzione del debito e tanto meno ragioni politiche. Meglio fare della Grecia un esempio, come ai tempi degli antichi Romani, quando i debitori insolventi venivano venduti come schiavi.

Per fortuna non è così. Se in tutti i Paesi civili non solo la schiavitù ma anche la prigione per debiti è stata eliminata non è solo per motivi umanitari, ma anche per motivi economici. Quando un individuo accumula un debito impossibile da ripagare, anche con i suoi migliori sforzi, smette anche di provarci, tanto a perderei non è più lui, ma i suoi creditori. In questi casi una riduzione dell’ammontare del debito dovuto può portare ad un aumento dei pagamenti ricevuti dai creditori. Questo apparente paradosso è dovuto al fatto che, vedendo la prospettiva concreta di liberarsi dal debito, il debitore si impegnerà maggiormente. Grazie a questo maggiore sforzo, ci guadagnano sia il creditore sia il debitore.
È questa l’idea sottostante tutte le procedure di concordato preventivo, dove i debiti vengono ridotti in cambio di una ristrutturazione che aumenti la capacità di pagamento. Quello che vale per gli individui e per le imprese, vale anche per i Paesi. Ma se è così semplice perché i debiti della Grecia non sono stati ancora tagliati?

Innanzitutto c’è un problema di negoziazione. Ad un creditore conviene concedere un taglio del debito solo quando l’ammontare del debito è veramente insostenibile, mentre ad un debitore conviene sempre. Di qui la danza tra debitori che si fingono disperati e creditori che non ci credono. Nel caso della Grecia, però, questo problema sembra superato: anche il FMI ha decretato che il debito è eccessivo.
Il secondo problema è di credibilità. Il taglio del valore nominale del debito beneficia anche i creditori se il debitore si impegna maggiormente nel ripagare i debiti. Finora l’atteggiamento ideologico di Syriza non ha reso particolarmente credibile un compromesso in questo senso. Tagliare il debito per permettere di pagare le pensione baby sarebbe una perdita secca per i creditori.

Poi c’è il problema reputazionale. La prigione per debito era inumana, ma serviva di esempio. Un detto cinese recita “ammazzare il pollo per spaventare le scimmie”. In questo caso le scimmie siamo tutti noi, Paesi del Sud Europa. Alla Germania punire la Grecia serve di esempio, ma a noi? Rischiamo di stringerei il cappio intorno al collo.
Il problema maggiore è contabile/politico. Il credito da noi esteso nei confronti della Grecia è riportato nel bilancio statale a valore nominale: nonostante la scarsa probabilità che venga ripagato non sono state accumulate riserve, né si è ridotto il valore iscritto a bilancio. Pertanto un taglio del valore nominale del debito, porterebbe ad una perdita immediata, contabilmente non compensata da un aumento dei pagamenti futuri. Né Merkel, né Renzi vogliono dover giustificare una simile perdita di fronte all’elettorato. Paradossalmente preferiscono perdere soldi in modo invisibile, che guadagnarli dovendo riportare una perdita contabile. È qui dove si vede la differenza tra un politico e uno statista. In Europa abbiamo un disperato bisogno di statisti.

The Troika is eroding fiscal democracy in the eurozone / La Troika sta minando la democrazia fiscale nell’eurozona

In Continental Europe asking for debt relief of insolvent countries is considered being a Communist or condoning the alleged “laziness” of Southern Europe (or both). Group-think has so much taken over the Continent, that the so-called moderates compete on who is more extremist in supporting the “Berlin Consensus”. For this reason, it is so refreshing to read a comment like the one below, written by Philippe Legrain for CAPX, one the best web sites for people who believe in free market. I feel less alone.

Nell’ Europa continentale chiedere la parziale riduzione del debito dei paesi insolventi significa ormai essere comunisti o voler condonare la presunta “pigrizia” del Sud Europa (o entrambe le cose). Il conformismo di gruppo (Group-think) ha preso così piede che i cosiddetti moderati fanno a gara a chi è più estremista nel sostenere il “Berlin Consensus”. Per questo, leggere l’articolo (in basso la traduzione Italiana) che Philippe Legrain ha scritto per CAPX – uno dei migliori siti web per chi crede nel libero mercato – è una vera e propria boccata d’aria. Mi sento meno solo.

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“Noi non cambiamo la nostra politica in base alle elezioni”, ha insistito Jyrki Katainen, vice-presidente della Commissione europea per l’occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività, dopo le elezioni greche di gennaio. Il che, per quanto si possa non gradire il nuovo governo di sinistra radicale di Atene, è pur sempre una dichiarazione di un funzionario non eletto dell’UE. Che fa porre la domanda: come possono gli elettori cambiare concretamente la politica dell’eurozona? Con la rivoluzione?

Tanto più che quella politica sta evidentemente fallendo nel conseguimento degli obiettivi del mandato di Katainen: creazione di posti di lavoro, crescita e investimenti. La disoccupazione nella zona euro è dell’11,2%, più del doppio che negli Stati Uniti, e del 26% in Grecia. L’economia della zona euro continua ad essere inferiore del 2% rispetto al picco pre-crisi di inizio 2008, mentre quella della Grecia è inferiore del 26%. Gli investimenti delle imprese sono ai minimi da 20 anni in entrambi i casi. Quanto alla competitività – riduzione dei costi per promuovere le esportazioni – si tratta di un obiettivo mercantilista pervicacemente sbagliato; i governi dovrebbero piuttosto puntare ad aumentare la produttività.

La zona euro oggi è un organismo molto diverso dall’unione monetaria lanciata nel 1999 – e non solo perché è in crisi. Pur con tutti i suoi difetti, il progetto iniziale dell’unione monetaria era decentrato, in gran parte market-based e lasciava ampio spazio alla democrazia nazionale. I Governi eletti mantenevano ampia discrezionalità fiscale, purché i loro deficit non eccedessero il 3% del PIL. (All’epoca ho scritto su The Economist, che l’euro potrebbe avrebbe potuto fare completamente a meno di regole di bilancio.) Il debito pubblico era disciplinato dai mercati, con la garanzia che i governi che avevano problemi non avrebbero potuto essere salvati né dagli altri stati membri (la “clausola di non salvataggio”), né dalla BCE (il divieto di finanziamento monetario). I governi nazionali mantenevano anche la quasi totale libertà su altri aspetti di politica economica, come ad esempio sulle riforme da fare (o da non fare) e su come farle. Solo la politica monetaria era (necessariamente) centralizzata nella Banca centrale europea a Francoforte.

Ma a partire dalla crisi, l’eurozona è diventato un sistema di comando e controllo molto più centralizzato, molto meno flessibile e scarsamente democratico, diretto da Berlino, Bruxelles e Francoforte.

Il caso greco è il più estremo. Per anni, le amministrazioni greche hanno emesso troppo debito pubblico mentendo su di esso. Nel 2010, la Grecia è stata esclusa dal mercato perché gli investitori hanno finalmente capito che sarebbe stato sciocco continuare a concedere prestiti ad un governo che non avrebbe mai potuto ripagare interamente il suo debito. Se le autorità della zona euro avessero rispettato la regola del non-salvataggio del Trattato di Maastricht, la Grecia avrebbe dovuto chiedere aiuto al Fondo monetario internazionale. Il FMI avrebbe ristrutturato il debito della Grecia prima di fornire un prestito condizionale per alcuni anni per aiutarla a mettere in ordine i suoi conti, a riformare la sua economia e riguadagnare quindi l’accesso al mercato.

Ma le autorità della zona euro hanno invece deciso di far finta che la Grecia stava semplicemente attraversando difficoltà temporanee di finanziamento. Hanno quindi violato la clausola di non-salvataggio prestando al governo greco denaro dei contribuenti europei, apparentemente per motivi di solidarietà, ma in realtà, per salvare i suoi creditori, in particolare le banche francesi e tedesche. Tale catastrofica decisione ha radicalmente cambiato la natura dell’unione monetaria.

Per cinque lunghi anni, la Grecia è stato amministrata come un quasi-colonia dall’odiata Troika –  Commissione europea e BCE, insieme all’FMI. Giustamente, si potrebbe dire: se la Grecia non può prendere a prestito dai mercati e riceve invece un finanziamento UE-FMI, questi hanno il diritto di imporre condizioni sui loro prestiti. Certo, ma perché ancora oggi la Grecia non può prendere in prestito dai mercati? Perché, lo scorso anno, molto prima che l’elezione di un governo di sinistra apparisse imminente, quando il governo stava producendo un avanzo primario – un avanzo di bilancio al netto degli interessi – non poteva prendere a prestito dai mercati in maniera sostenibile, a differenza di ogni altro governo della zona euro? Dopo tutto, i suoi creditori europei insistono che è solvibile.

Perché la Grecia è ancora, di fatto, insolvente. E poiché i suoi creditori europei rifiutano di ristrutturare i suoi debiti e minacciano (illegalmente) di buttarla fuori dall’euro se dichiara default unilateralmente, la Grecia è intrappolato in una versione moderna della prigione dei debitori. Oppressa da debiti impagabili, non è in grado di tornare a crescere, riconquistare l’accesso al mercato e quindi tornare a controllare il proprio destino economico. Quindi non è di sinistra chiedere la parziale riduzione del debito per la Grecia – anche l’ex capo del FMI in Europa, Reza Moghadam, che è un uomo di sinistra così radicale che ora lavora per la banca d’affari americana Morgan Stanley, pensa che il debito debba essere dimezzato – è una necessità economica e democratica.

Il salvataggio dei creditori della Grecia e gli ulteriori prestiti a Irlanda, Portogallo e Spagna – soprattutto per salvare le banche locali, che sarebbero altrimenti state inadempienti sui prestiti ottenuti da quelle tedesche e francesi – ha fatto sì che i contribuenti del nord Europa temano di dover sostenere tutti i debiti del sud dell’Europa. Così il cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha chiesto un maggiore controllo sui bilanci degli altri paesi – e la Commissione europea è stata più che felice di concederlo. Di conseguenza, l’intera zona euro è ormai costretta in una camicia di forza fiscale molto più stretta: regole UE più severe e fiscal compact.

Questo è economicamente non auspicabile, perché i paesi che condividono una moneta – e quindi non hanno più la propria politica monetaria o di cambio – necessitano una maggiore – non minore – flessibilità fiscale. Ed è politicamente pericolosissimo, perché ogni volta che gli elettori rifiutano un governo, come hanno fatto in quasi tutte le elezioni dopo la crisi, i funzionari dell’UE come Katainen sbucano in televisione per chiedere che il nuovo governo si attenga a politiche che gli elettori hanno appena respinto. Che funzionari lontani, a Bruxelles, non eletti e scarsamente responsabili possano negare agli elettori legittime scelte democratiche su decisioni in materia fiscale e di spesa, allontana le persone dall’UE. E se il voto per i politici tradizionali non porta al cambiamento, non ci si sorprende che si rivolgano alle ali estreme.

Come si può ripristinare la democrazia fiscale nella zona euro? Un’opzione sarebbe quella di eleggere un’autorità fiscale per l’eurozona. Ma la rabbia e la sfiducia esistenti nella zona euro sono ormai tali che i passaggi verso il federalismo democratico sono politicamente inconcepibili. Una soluzione migliore sarebbe quella di ripristinare la clausola di non salvataggio e con essa la libertà dei governi eletti di rispondere al mutare delle circostanze economiche e delle priorità politiche – obbligati dalla disponibilità dei mercati a prestare e in ultima analisi dal rischio di default. Si potrebbe creare un meccanismo di ristrutturazione del debito sovrano, mentre la BCE avrebbe il mandato di intervenire per evitare panico. Per migliorare la disciplina di mercato, dovrebbero essere riviste sia le regole di adeguatezza patrimoniale delle banche, regole che trattano assurdamente tutti i titoli di Stato come privi di rischio, sia le regole sui prestiti sulle garanzie collaterali della BCE. Una zona euro più flessibile, decentrata e democratica, che ripristini la libertà politica dei governi, che si affidi alle regole dei mercati, e non alle decisioni arbitrarie di Berlino e Bruxelles, sarebbe molto meglio per tutti.

Spogliare gli elettori del diritto di fare legittime scelte economiche e politiche è insostenibile. E come dimostra la storia tragica della Repubblica di Weimar, l’imposizione di insopportabili pagamenti agli odiati creditori stranieri porta all’estremismo politico. Martin Wolf del Financial Times ha osservato che la zona euro è destinata ad essere una unione delle democrazie, non un impero. Katainen e altri funzionari della zona euro dovrebbero tenerlo a mente.

Philippe Legrain, che è stato consigliere economico del Presidente della Commissione europea dal 2011 al 2014, è visiting senior fellow dello European Institute della London School of Economics e l’autore diEuropean Spring: Why Our Economies and Politics Are in a Mess — and How to Put Them Right”.

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“We don’t change our policy according to elections,” insisted Jyrki Katainen, vice-president of the European Commission for jobs, growth, investment and competitiveness, after the Greek elections in January. Which, however much you may dislike the new radical-left government in Athens, is quite a statement for an unelected EU official. And which begs the question: how can voters actually change eurozone policy? Revolution?

Especially since that policy is conspicuously failing to deliver Katainen’s mandate of jobs, growth and investment. Unemployment in the eurozone is 11.2%, more than twice the rate in the United States, and 26% in Greece. The eurozone economy is still 2% smaller than its pre-crisis peak in early 2008, while Greece’s is down by 26%. Business investment is at a 20-year low in both cases. As for competitiveness – cutting costs to promote exports – it’s a wrong-headed, mercantilist objective; governments should instead aim to boost productivity.

The eurozone today is a very different beast to the monetary union that was launched in 1999 – and not just because it’s in crisis. For all its flaws, the initial design of the currency union was decentralised and largely market-based, allowing plenty of scope for national democracy. Elected governments retained ample fiscal discretion, provided their deficits did not exceed 3% of GDP. (Writing for The Economist at the time, we argued that the euro could do without fiscal rules altogether.) Government borrowing was to be disciplined by markets, with the safeguards that governments that got into trouble could be bailed out neither by their peers (the “no-bailout rule”), nor by the ECB (the ban on monetary financing). National governments also retained almost full freedom over other aspects of economic policy, such as which reforms they did (or didn’t do) and how they went about them. Only monetary policy was (necessarily) set centrally, by the European Central Bank in Frankfurt.

But since the crisis, the eurozone has become a much more centralised, much less flexible and scarcely democratic command-and-control system run from Berlin, Brussels and Frankfurt.

The Greek case is most extreme. For years, successive Greek administrations borrowed too much and lied about it. In 2010, Greece was cut off from the markets because investors finally realised that it would be foolish to continue lending to a government whose debts were so huge that it would be unable to pay them back in full. Had eurozone authorities respected the Maastricht Treaty’s no-bailout rule, Greece would then have had to seek help from the International Monetary Fund. The IMF would have restructured Greece’s debts before providing a conditional loan for a few years to tide it over until it put its public finances in order, reformed its economy and regained market access.

But instead eurozone authorities decided to pretend that Greece was merely going through temporary funding difficulties. They then breached the no-bailout rule by lending the Greek government European taxpayers’ money, ostensibly out of solidarity but actually in order to bail out its creditors, notably French and German banks. That catastrophic decision fundamentally changed the nature of the monetary union.

For five long years, Greece has been administered as a quasi-colony by the hated Troika – the European Commission and the ECB, together with the IMF. Fair enough, you might say: if Greece can’t borrow from markets and relies instead on EU-IMF funding, they have a right to impose conditions on their loans. Yes, indeed, but why even now can’t Greece borrow from markets? Why, last year, long before the election of a left-wing government seemed imminent, when the government was running a primary surplus – a budget surplus excluding interest payments – couldn’t it borrow on a sustainable basis from markets, unlike every other eurozone government? After all, its EU creditors insist it is solvent.

Because Greece is still, in fact, insolvent. And because its EU creditors refuse to restructure its debts, and threaten (illegally) to force it out of the euro if it defaults unilaterally, it is trapped in a modern-day debtors’ prison. Weighed down by unpayable debts, it is unable to recover, unable to regain market access and thus unable to restore control over its economic destiny. So it’s not left-wing to demand debt relief for Greece –even the IMF’s former Europe chief, Reza Moghadam, who is such a radical leftist that he now works for the American investment bank Morgan Stanley, thinks its debt needs to be halved – it’s an economic and democratic necessity.

The bailout of Greece’s creditors and the subsequent loans to Ireland, Portugal and Spain – primarily to bail out local banks which would have otherwise defaulted on their borrowing from German and French ones – made northern European taxpayers fear that they would end up liable for all of southern Europe’s debts. So Germany’s Chancellor, Angela Merkel, demanded much greater control over other countries’ budgets – and the European Commission was only too delighted to oblige. As a result, the eurozone as a whole is now bound by a much tighter fiscal straightjacket: more stringent EU rules as well as the fiscal compact.

This is economically undesirable, because countries that share a currency – and so no longer have their own monetary policy or exchange rate – need greater fiscal flexibility, not less. And it’s politically poisonous, because whenever voters reject a government, as they have done at nearly every election since the crisis, EU officials such as Katainen pop up on television to demand that the new government stick to policies that voters have just rejected. That remote, unelected and scarcely accountable officials in Brussels should deny voters legitimate democratic choices about tax and spending decisions alienates people from the EU. And if voting for mainstream politicians doesn’t lead to change, it’s no surprise they turn to the extremes.

How could fiscal democracy in the eurozone be restored? One option would be to create an elected eurozone fiscal authority. But such is the anger and mistrust that now exists in the eurozone that steps toward democratic federalism are politically inconceivable. A better option would be to restore the no-bailout rule and with it elected governments’ freedom to respond to changing economic circumstances and political priorities – constrained by markets’ willingness to lend and ultimately by the risk of default. A mechanism for restructuring sovereign debt could be created, while the ECB would be mandated to step in to prevent panics. To enhance market discipline, bank capital-adequacy rules that ludicrously treat all government bonds as risk-free should be revised, as should the ECB’s collateral-lending rules. A more flexible, decentralised and democratic eurozone that restores governments’ policy freedom, while relying on markets, not arbitrary decisions by Berlin and Brussels, for discipline would be much better for everyone.

Stripping voters of the right to make legitimate economic and political choices is unsustainable. And as Weimar Germany’s tragic history shows, the imposition of unbearable payments to hated foreign creditors leads to political extremism. Martin Wolf of the Financial Times has observed that the eurozone is meant to be a union of democracies, not an empire. Katainen and other eurozone officials should remember that.

Philippe Legrain, who was economic adviser to the President of the European Commission from 2011 to 2014, is a visiting senior fellow at the London School of Economics’ European Institute and the author of European Spring: Why Our Economies and Politics Are in a Mess — and How to Put Them Right.

Quanto somiglia l’Illinois all’Italia

Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 23.01.2015

Mentre l’Europa arranca con tassi di crescita da prefisso telefonico e l’Italia deve ancora vedere un segno più, la ripresa negli Stari Uniti sta guadagnando vigore. Il tasso di crescita Usa nel terzo trimestre 2014 è stato rivisto al rialzo, con un +5% su base annua. Anche l’occupazione aumenta. Il 2014 è stato il migliore anno dal 1999 per crescita degli occupati. Perché questa differenza?

Per capire meglio il raffronto, dobbiamo dividere gli Stati Uniti in tre gruppi. Ci sono i cosiddetti “stati sabbiosi” (California, Nevada, Arizona, e Florida). Questi hanno avuto una bolla immobiliare simile a quella di Spagna, Irlanda e Grecia. Poi c’è’ l’Illinois, che non ha avuto una grossa bolla immobiliare, ma una crisi delle proprie finanze pubbliche, come l’Italia. E poi c’è’ il resto.
Negli “stati sabbiosi” l’esplosione della bolla immobiliare è stata più devastante che in Spagna ed Irlanda. In Nevada i prezzi delle abitazioni sono scesi del 50%. A rendere più agevole il recupero di questi stati, però , sono stati quattro fattori. Innanzitutto, molte banche erano federali. Se da un lato questo ha significato che tutto il Paese ha risentito della crisi bancaria prodotta dalle pesanti perdite sui mutui, dall’altro ha attenuato il costo della crisi per queste regioni. Come il Santander ed il Bbva sono stati in grado di fronteggiare la crisi spagnola, perché diversificati in America Latina, così è stato per le banche americane. In aggiunta, in America gli aiuti federali sono andati a tutte le banche. In Europa, la Germania ha salvato le sue banche, ma si è guardata bene dal salvare quelle irlandesi o spagnole. Negli Stati Uniti, invece, i cittadini texani (non toccati dalla bolla) hanno contribuito a salvare una banca californiana come Indy Mac.
In secondo luogo, l’impatto del crollo immobiliare sulla ricchezza delle famiglie è stato in parte assorbito dalla possibilità (in alcuni di questi stati) di cancellare il mutuo rinunciando alla casa. In Arizona se il mutuo vale due volte la casa, si può rinunciare ad entrambi. In Spagna, il proprietario deve pagare la differenza, e per farlo deve ovviamente comprimere i consumi.
Negli Stati Uniti il bilancio federale ha anche permesso di attenuare il colpo negli stati colpiti dalla crisi. Una fetta rilevante del pacchetto di stimolo approvato da Obama nel 2009 fu destinato ad aiutare i bilanci dei singoli stati. Non solo in Europa non c’è’ stato alcun aiuto di questo tipo, ma gli stati in crisi sono stati costretti (in parte per pressioni di mercato, in parte per regole europee) ad aumentare le imposte e tagliare la spesa nel momento peggiore.
Per finire, l’appartenenza della Florida all’Unione non è mai stata messa in dubbio. Il crollo del prezzo delle case in quello stato, ha rappresentato un’opportunità per molti americani di trasferirsi lì per la pensione a prezzi di saldo. Non altrettanto in Grecia.
Tre su quattro di questi motivi hanno una causa comune. L’ Unione Europea non è un vero stato federale. È poco più di un’area commerciale comune con una moneta unica ed alcune regole fiscali comuni. Questa mancanza di condivisione del rischio aumenta l’ampiezza delle fluttuazioni economiche.

Se queste ragioni spiegano il comportamento degli “stati sabbiosi”, non spiegano l’Illinois. Tra gli stati americani più corrotti, l’Illinois ha una politica locale da fare invidia a quella italiana. Tre su quattro degli ultimi governatori sono finiti in prigione. E le sue finanze sono in grande difficoltà. Il suo debito (pensionistico e non) è difficilmente sostenibile. Più l’Illinois aumenta le imposte, più le sue imprese scappano nei vicini Wisconsin, Michigan e Indiana. Più riduce le spese e più la qualità della vita (scuole, polizia, servizi) si riduce, spingendo i suoi abitanti a spostarsi in altri stati (e peggiorando la crisi fiscale).
Se un passo verso una maggiore integrazione europea potrebbe aiutare la Spagna e l’Irlanda a riprendersi, non basterebbe per l’Italia.

Come in Illinois, la crisi italiana è ben più strutturale. Sperare che l’aiuto venga da altrove, è solo una scusa per ignorare che innanzitutto dobbiamo cambiare noi.

L’Eurozona sacrificherà la Grecia per salvare la Spagna?

Segnalo un articolo di Simon Nixon pubblicato sul Wall Street Journal del 28 Gennaio.

“Un taglio del debito della Grecia – scrive a un certo punto Nixon – sembra fuori discussione. La Germania e la Finlandia hanno già espresso la loro opposizione, altri governi sono sulla stessa lunghezza d’onda.
Grazie ai bailout precedenti, la Grecia gode già, rispetto a qualsiasi governo della zona euro, di scadenze del debito più lunghe e di tassi di interesse tra i più bassi, in proporzione al PIL. Qualche ulteriore allentamento delle condizioni di rimborso è possibile, ma i governi europei non sono disposti ad essere generosi nei confronti dei contribuenti greci quando i contribuenti nei loro paesi sono tartassati. Coloro che sostengono che la volontà degli elettori greci debba essere rispettata dimenticano che anche gli altri 18 membri della zona euro hanno mandati democratici.
Un ostacolo potenzialmente più grande è la questione del programma di riforme della Grecia. Qui, è la Spagna, piuttosto che la Germania che può rivelarsi l’avversario più implacabile di Tsipras. Per Madrid è scontato che qualsiasi accordo con il leader greco debba essere basato su impegni di riforma almeno altrettanto duri rispetto a quelli concordati con l’ex primo ministro Antonis Samaras. Qualsiasi cedimento rispetto a questo rappresenterebbe una vittoria per Tsipras e rafforzerebbe il nuovo partito della sinistra radicale spagnola, Podemos.
Il governo spagnolo ritiene che la svolta nella sua economia – una previsione di crescita vicina al 3% per il prossimo anno e una disoccupazione scesa di 400.000 unità nel 2014 – è la prova che un robusto programma di riforme pro-market è l’unica strada per uscire dalla crisi. Secondo fonti vicine al Governo, Madrid ritiene che sarebbe interesse della Spagna e della zona euro far uscire la Grecia dalla zona euro, piuttosto che rafforzare Podemos e mettere a rischio la ripresa.
In altre parole, per Eurolandia potrebbe essere necessario sacrificare la Grecia per salvare la Spagna.”
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Peccato che i Paesi dell’Europa del Sud si comportino come i capponi di Renzo Tramaglino che si beccavano l’un l’altro, invece di fare fronte comune nelle trattative con la Germania e l’Europa del nord. (LZ)

La Troika non può svalutare il debito. Serve una polizza Ue contro la disoccupazione

Testo dell’articolo pubblicato su Il Mattino del 27.01.2015 a firma di Sergio Governale

Con l’esito delle elezioni in Grecia Eurolandia si trova letteralmente in un angolo, ovvero in un «catch 22», come dicono gli americani. Soltanto creando un’assicurazione comune europea contro la disoccupazione, che favorirebbe anche l’Italia, Tsipras eviterebbe l’annunciato scontro con la Troika –formata da Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca centrale europea (Bce) e Commissione europea– triade che non accetterà mai la rinegoziazione del debito di Atene, come chiesto da Syriza, salvo perdere credibilità. Ma per creare questa assicurazione ci vorrà del tempo e quindi l’euro è oggettivamente a rischio.

Luigi Zingales, professore di Entrepreneurship and Finance all’Università di Chicago, commenta così il voto in Grecia. Il risultato delle elezioni greche è uno scossone al “castello” economico-finanziario di Eurolandia, visto che la vittoria di Tsipras rappresenta una vittoria contro l’austerità?

«È indubbiamente una reazione verso una politica europea eccessivamente centralizzata e dirigista da Francoforte ad altri Paesi».

È insomma, come sostiene Tsipras, il fallimento della politica neoliberista che cercava di riportare la Grecia sui binari dell’euro?

«Ritengo che non ci sia nulla di neoliberista nel comportamento fin qui adottato dalla Grecia e dall’Unione europea. Né per come Atene si comportava prima, mi riferisco al collasso finanziario del 2010; né per come si è comportata dopo. Prima della crisi la Grecia spendeva il 16 per cento in più del Pil rispetto a quanto raccoglieva. Possiamo dire che lo Stato spendeva in sostanza il doppio di quello che incassava ed è per questo che la Grecia è arrivata al collasso. Ora deve necessariamente aggiustare il tiro. Secondo la teoria neoliberista, la Grecia non aveva altra strada che fare default, invece l’Unione europea ha voluto forzare un aggiustamento che ha favorito principalmente le banche tedesche».

Come giudica il cammino fatto da Atene negli ultimi anni?

«Le politiche e le riforme fatte in parte sono state giuste, in parte non hanno toccato i privilegi di chi ha portato la Grecia al collasso. L’oligarchia politico-finanziaria è rimasta praticamente in piedi. Con la vittoria di Syriza l’oligarchia politica adesso comincia a cadere. Vediamo che cosa accadrà a quella finanziaria».

Che cosa accadrà secondo lei, considerando che Tsipras ha già detto che la Troika rappresenta il passato?

«La maggior parte dei greci, contrariamente agli italiani, non è favorevole all’uscita dall’euro. Rinegoziare il debito pubblico è un percorso inevitabile. La questione è capire come possa avvenire, perché c’è un aspetto formale: l’Unione europea, la Bce e l’Fmi non possono permettersi di accettare la riduzione del valore facciale del debito greco in loro possesso, perché sarebbe un precedente inaccettabile. D’altra parte, Tsipras ha la necessità di una vittoria plateale al di fuori del Paese per avvalorare la sua vittoria e far digerire ai suoi elettori i molti compromessi che dovrà fare, in particolar modo sul budget. Non è che ora la Grecia possa spendere e spandere. E questo è un pericolo per l’euro. Siamo in un tipico ”catch 22”, espressione americana che significa che siamo in una specie di angolo».

C’è un modo virtuoso pervenirne fuori?

«Sì, ma è di difficile attuazione in questo momento. Bisognerebbe avere una politica fiscale comune, a cominciare da un’assicurazione contro la disoccupazione a livello Ue, come ho scritto nel mio ultimo libro. Tsipras potrebbe accettare così di non negoziare il debito in cambio dei forti trasferimenti che questa assicurazione apporterebbe oggi alla Grecia. Purtroppo non vedo una Germania disponibile e non vedo neppure una volontà italiana di fare una battaglia su questo punto. L’Italia potrebbe aggregare in questa lotta i Paesi dell’area mediterranea, anche la Francia. Un’assicurazione comunitaria con fondi europei favorirebbe l’Italia e la Grecia, che sarebbe sollevata dai problemi di budget e non sosterrebbe più da sola le famiglie in difficoltà».

Favorirebbe anche l’Italia, malgrado i consistenti ammortizzatori sociali che già abbiamo?

«Sì, ora stanno cambiando, ma tradizionalmente gli ammortizzatori assistevano soltanto le persone licenziate dalle grandi imprese, non chi cercava il primo lavoro o lo perdeva dalle piccole e medie aziende. Erano fortemente discriminatori e favorivano le grandi imprese. Bisogna ridurre gli abusi con un’assicurazione che vada a tutti».

Torniamo all’euro e alla Troika.

«C’è un grande problema oggettivo. Fare default adesso sarebbe controproducente. La maggior parte del debito greco è in mano a istituzioni internazionali che non possono rinegoziarlo. Sarebbe infatti la prima volta per il Fmi e i Paesi debitori dell’Asia e dell’Africa si rivolterebbero letteralmente. Sarebbe la fine della presidenza europea al Fmi. Per la Bce il problema sarebbe simile. Ora al debito greco è stata allungata molto la scadenza. Senza rinegoziare il debito, questa assicurazione sarebbe una grande vittoria per Tsipras e resterebbe intatta la credibilità delle istituzioni finanziarie internazionali».

L’euro è a rischio?

«Non vedo una fine a breve, ma dico che così non è sostenibile. Quando venne creata Eurolandia la convinzione era che sarebbero state fatte le riforme per rendere l’euro sostenibile. Il tempo è passato e, per la più parte, queste riforme non sono state fatte. Quindi è meno credibile che vengano fatte nel futuro. Sic rebus stantibus, l’euro non è sostenibile nel lungo termine. Dal punto di vista economico l’euro può spezzarsi. Un passo in avanti è stata l’Unione bancaria. Il problema è che si stanno facendo passi in avanti molto lenti con una situazione che sta degenerando rapidamente».

Dal contagio finanziario al contagio politico

Durante la crisi del debito Greco nel 2010-2012, la più grande preoccupazione delle autorità monetarie e politiche europee era evitare il contagio finanziario. Una ristrutturazione del debito greco è stata posposta il più possibile per evitare il pericolo di contagio sul debito degli altri Paesi a rischio.
Il costo di questa politica fu un’austerità ancora più severa. Già allora (maggio 2012) scrivevo sull’Espresso che si ignorava il rischio di un contagio politico.

Oggi, dopo il fallimento delle elezioni del presidente greco, il rischio di un contagio politico sembra diventare realtà. La costituzione greca impone che si vada ad elezioni politiche subito (fissate per il 25 di gennaio). Il partito in testa nei sondaggi è Syriza (partito di sinistra alle cui posizioni si richiama il nostro SEL), che ha fatto della lotta all’austerità il suo punto di forza e che chiede espressamente la ristrutturazione del debito greco.
È possibile che, una volta al potere, Syriza – che pure ripete di non volere un’uscita della Grecia dall’euro – moderi le proprie posizioni, ma la tentazione di rinegoziare il debito greco rimarrà enorme. Per la prima volta, oggi la Grecia è in surplus primario, ovvero se non paga gli interessi non ha bisogno di tornare sul mercato per prendere a prestito. Questo la mette in una posizione di forza in una rinegoziazione. Per giunta, la maggior parte del debito è oggi nelle mani di autorità politiche (BCE e FMI), quindi l’impatto diretto di un default sui mercati sarebbe limitato. Non da ultimo, pochissimo del debito greco è in mano a privati cittadini greci.
Per Syriza, quindi, un default (o almeno una sospensione sine die di qualsiasi pagamento e rimborso) sarebbe un affare sia economico che politico. Difficile immaginare che non lo faccia. Ma se ci riesce, quale lezione per gli Spagnoli, i Portoghesi e gli Italiani? In Spagna, Podemos (un partito su posizioni molto simili a Syriza) è già primo nei sondaggi.
Al di là della questione leadership, laddove c’è una domanda, in genere l’offerta non tarda ad arrivare: a quando il Possiamo italiano?

L’Asset Quality Review vista da Francoforte

Un alto funzionario italiano della Banca Centrale Europea ha così commentato il mio articolo sul Sole

“Ti suggerisco una interpretazione alternativa dei risultati:

1. Confronto con Francia, Germania e Spagna: risultato dovuto al minore peso politico dell’Italia nella nuova vigilanza (se vuoi guarda l’organigramma delle posizioni di vertice). Questo sarà un problema che temo ci condizionerà assai in futuro.
2. Inoltre: le grandi banche tedesche e francesi – che determinano la media ponderata che citi – hanno una quota maggiore di assets che sono titoli marked to market or to model, che per definizione o si valutano da soli (market) o sono valutati in maniera abbastanza soggettiva (model – quelli dell’aqr non sono certo andati a controllare come ogni assumption impatta sulla valutazione finale, si sono grosso modo fidati dei modelli interni delle banche precedentemente validati dai vigilanti). Per cui era scontato non trovare grandi variazioni.
3. Confronto Unicredit-Popolari/MPS: le popolari e MPS dipendono assai di più di Unicredit dall’economia italiana, che si è deteriorata nell’ultimo anno e mezzo per cui l’aqr ha fatto emergere la forbearance che è prassi comune nell’industria (e che ha un suo senso se fatta in maniera intelligente). Direi che se è limitata all’1 per cento degli assets non ci dovremmo lamentare troppo…

Detto questo la Banca d’Italia secondo me ha giocato male questa partita.”

Mi sembrano tutti e tre punti importanti.

Il più preoccupante è il primo. Se anche alla BCE non si ha fiducia nell’oggettività dei regolatori, l’Europa è messa veramente male. A conferma la stessa fonte rivela che “più volte la Nouy (capo dell’ufficio vigilanza della BCE) ha parlato delle “nostre banche”, riferendosi a quelle francesi” . Siamo messi bene!

Il secondo punto è valido e meriterebbe una più approfondita analisi. Vale certamente per le grosse banche, ma non per quelle intermedie.

Mi preoccupa molto anche il terzo punto, ugualmente valido. È accettato (addirittura considerato giusto) fare forbearance. Questa è la scuola Bankitalia. Non mi preoccupa tanto l’errore medio, ma le sue punte, coincidenti con banche molto connesse politicamente come MPS e Carige.

Non mi stanco di ripetere che come tanti della mia generazione, io sono cresciuto con il mito della Banca d’Italia. In un Paese corrotto, la nostra Banca Centrale era una delle poche istituzioni che resisteva integra. Un governatore aveva perfino rischiato l’arresto per non cedere al potere politico. Purtroppo devo constatare che nel tempo anche questa istituzione si è adeguata al Paese.

Chi ha paura del sussidio europeo antidisoccupazione (e perché sbaglia ad averla)

Ieri il quotidiano tedesco Die Welt ha pubblicato un lungo articolo sul tema del sussidio europeo contro la disoccupazione, non tacendo il timore che sia la Germania a dover pagare per i Paesi meno virtuosi.
Secondo l’esponente della CDU Herbert Reul, critico verso il progetto, la Commissione Europea sta seriamente valutando l’introduzione di questo sussidio che l’Italia – in questo appoggiata dalla Francia – considera come uno dei progetti centrali del suo semestre di presidenza UE.

A favore della proposta si schiera, ancora una volta, il commissario UE per l’occupazione, Lazlo Andor, che ne è da tempo grande sostenitore: il sussidio contribuirebbe a creare stabilità economica e a rilanciare l’economia nel breve termine in un periodo di recessione economica.  Continua a leggere