Problemi e prospettive del sistema bancario in Italia (video)

Video del mio intervento al convegno “La tutela del risparmio e le prospettive del sistema bancario in Italia – In memoria di Renzo Soatto”, svoltosi a Padova il 25 Febbraio 2017.

eBook / Le mie prediche inutili – Sulle Banche

In basso i link per scaricare liberamente l’eBook, qui di seguito l’introduzione.

“Why did nobody notice it?” chiese la Regina Elisabetta ai professori della London School of Economics dopo la crisi finanziaria del 2008. Questa legittima domanda viene oggi ripetuta dopo ogni scandalo e dopo ogni crisi. Quindi a maggior ragione dopo questa crisi bancaria che sta travolgendo l’Italia.  Non solo dove erano le autorità di regolamentazione, ma anche dove erano i professori, i giornalisti, i commentatori. Come è possibile che nessuno abbia notato, parlato, protestato?

È una domanda sacrosanta. “Qui assiste au crime – scriveva Victor Hugo – assiste le crime.” In altri termini, chi non dissente pubblicamente, è complice. E lo è tanto più quanto più è un esperto della materia, perché non poteva non sapere, non poteva non capire. Proprio per questo mi sembra doveroso sottomettermi al giudizio dei lettori. La domanda non è se avessi dovuto scrivere di più. Con il senno di poi, tutti vorremmo aver scritto di più. La domanda è se ho parlato a sufficienza dei problemi delle banche, prima che esplodessero. Se ho messo sufficientemente in guardia dai rischi di ritardare la soluzione della crisi bancaria? A voi il giudizio.

Per comodità ho diviso gli articoli (e qualche intervista) in due periodi: prima dell’intervento dello Stato nelle 4 banche regionali (avvenuto il 22 Novembre 2015) e dopo questo intervento.


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La Politica Bancaria che non c’è / Italy’s non-existent banking strategy

Testo dell’articolo pubblicato il 5.03.2017 su “Il Sole 24 Ore”, nella rubrica “Alla luce del Sole”.  English translation below. 

Sono passati quindici mesi dal “salvataggio” delle quattro banche regionali e quasi un anno dalla creazione del Fondo Atlante. Dopo tutto questo tempo dobbiamo concludere che la politica adottata dal Governo di posporre la risoluzione dei problemi delle banche e fare finta che non siano così gravi (la strategia che gli inglesi chiamano “extend and pretend”) non funziona.

La dilazione è costata al Paese (e soprattutto a certe regioni) un anno di crescita. Nel Veneto il credito bancario alle imprese lo scorso anno è sceso del 6% e in Toscana del 3%, mentre in Piemonte e Lombardia è rimasto sostanzialmente stabile (rispettivamente +0.2% e -0.2%). La principale differenza tra queste regioni è data dalle crisi bancarie, che hanno colpito molto più il Veneto (Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza) e la Toscana (MPS ed Etruria) che il Piemonte e la Lombardia. Che la qualità del portafoglio del sistema bancario influisca sulla crescita dei prestiti alla clientela non è un segreto. Lo dice anche la Commissione Europea. Ma allora perché il Governo ha trascinato i problemi senza risolverli per più di un anno?

Parte del problema è l’illusione che la crisi sia dovuta solo alla perfidia dei fondi stranieri, che si ostinano a valutare al 20% del nominale le sofferenze bancarie che varrebbero molto di più. È vero che – dati della Banca d’Italia alla mano – il valore recuperato dalle sofferenze negli ultimi due anni è in media del 40%. Ma tale valore non considera i costi legali e il tempo che un tale recupero richiede. Non considera neppure il fatto che tanto maggiori sono i crediti in sofferenza, tanto più difficile è il recupero, perché le (poche) garanzie immobiliari perdono di valore quando vengono vendute tutte allo stesso tempo.  Unicredit, che non si è cullata in questa illusione e ha svalutato le sue sofferenze al 12.94%, è riuscita nella difficile operazione di raccogliere 13 miliardi di euro di nuovo capitale. Tutte le banche che non hanno avuto questo coraggio sono ancora in crisi.

Per sostenere questa illusione sul valore delle sofferenze (e ritardare il redde rationem) il Governo ha caldamente sponsorizzato la formazione del Fondo Atlante, creato per comprare sofferenze e poi usato per scaricare sulla collettività (Cassa Depositi e Prestiti e Poste) e sugli ignari assicurati (Generali e Cattolica) le perdite che Unicredit e Banca Intesa avrebbero accumulato per aver garantito gli aumenti di capitale delle due Popolari Venete. La stessa Commissione Europea ha dichiarato che “la struttura di finanziamento di Atlante costituisce una fonte di interdipendenza tra soggetti più forti e soggetti più deboli. Ciò potrebbe dar luogo a un contagio in caso di perdite inattese derivanti da investimenti”. Lungi dall’essere un elemento di stabilità, quindi, il Fondo Atlante rischia di mettere a repentaglio l’intero sistema.

Cosa poteva fare il Governo – si dirà – quando la Commissione Europea impedisce ogni mossa? È la solita strategia di attribuire all’Europa la responsabilità degli errori nostrani.  Contrariamente a quello che si vuole far credere, l’Europa caldeggia da tempo un intervento di ricapitalizzazione delle banche, come quello (molto parziale) approvato dal Governo a dicembre (e non ancora implementato).

Se la Commissione ha finora ritardato l’intervento su MPS è perché vuole evitare che i soldi pubblici siano sprecati, per esempio rimborsando chi non ha nessun titolo per essere risarcito, come gli hedge fund che hanno comprato i subordinati di MPS nell’ultimo anno. Di questo intervento dovremmo essere grati alla Commissione.

Se poi i 20 miliardi del Decreto Salva-Banche non bastano (come è probabile), molti dei nostri partner europei sono aperti all’idea che noi si faccia ricorso al fondo ESM (European Stability Mechanism). È il fondo cui ha fatto ricorso la Spagna nel 2012, quando doveva smaltire molte sofferenze derivanti dalla crisi immobiliare. Una volta fatto ricorso al fondo e ricapitalizzato le banche, la Spagna ha ripreso a crescere a più del 3% l’anno.  Cosa aspetta l’Italia a farlo?


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Fifteen months have gone since the “rescue” of the four regional banks and almost one year since the creation of the government mandates and privately funded bank rescue fund Atlante .

After all this time, we can conclude that the strategy adopted by the government of postponing the resolution of banks’ problems and pretending they are not so serious (a strategy also known as “extend and pretend”) is not working. Deferment has cost Italy (and some regions in particular) one year of economic growth.

Lending to businesses last year dropped 6% in Veneto and 3% in Tuscany, while it remained broadly stable in Piedmont and Lombardy (+0.2% and -0.2% respectively). The main difference between these regions comes from the banking crisis, which hit Veneto (Veneto Banca and Banca Popolare di Vicenza) and Tuscany (Banca Monte dei Paschi di Siena and Etruria) harder than Piedmont and Lombardy. The impact of the quality of banks’ assets on lending is not a secret. The European Commission has also written about it. But why has the government sat on its hands for more than one year?

Part of the problem is the illusion that the crisis is due only to the treachery of foreign funds, who value non-performing loans at around 20% of their book value when they are worth much more. It’s true that NPLs over the past two years have yielded on average 40%, according to the Bank of Italy. But such a valuation does not include legal costs and the time to collect them.

It also doesn’t consider the fact that higher the amount of NPLs, the more difficult to collect on them, since the (few) existing real estate collateral loses some of its value when sold in bulk. UniCredit, which did not believe in this illusion and wrote down its bad loans to 12.94%, succeeded in the difficult plan to raise €13 billion of fresh capital. The banks who lacked the same courage are still in a crisis.

In order to support the illusion about the value of bad loans (and postpone the “redde rationem”), the government strongly backed the creation of the Atlante fund, designed to buy NPLs and then unload on the collectivity (state backed lender Cassa Depositi e Prestiti and state controlled posted service Poste Italiane) and unaware insurers (Generali and Cattolica) the losses that UniCredit and Intesa Sanpaolo were facing for guaranteeing the recapitalization of the two Veneto-based banks.

The European Commission said that “Atlante’s funding structure represents a source of interdependence between stronger and weaker players. This could lead to contagion in case of unexpected losses from investments.” Far from being a factor of stability, the Atlante fund risks of putting the entire system at risk.

A question remains: what could the government do if the European Commission blocks any move? This is Italy’s usual strategy of accusing Europe of its own mistakes. Contrarily to what people want us to believe, Europe has long called for intervening in the recapitalization of banks, like the one (very limited) approved by the government in December (and not yet implemented).

If the Commission has so far postponed the intervention on MPS, this is because it wants to prevent public money from going wasted, for example by reimbursing those who have no right to be compensated, like the hedge funds which bought MPS’s subordinated bonds in the past year. We should thank the Commission for this position.

If €20 billion of the bailout fund approved by the Cabinet in December is (likely) not enough, many of our European partners are open to the idea that Italy resorts to the European Stability Mechanism (ESM). The fund was tapped by Spain in 2012, when the country needed to dispose of the many NPLs piled up during the real estate crisis. After using the fund and recapitalizing its banks, Spain returned to grow by more than 3% per year. What is Italy waiting for to do the same?

Decreto salva banche, il valore di una lista (postilla)

Sono d accordo con Massimo Famularo che è meglio fare analisi più approfondite, utilizzando tutta la ricchezza dei dati, che limitarsi a delle analisi basate su 30 osservazioni. Per questo è da più di un anno chi mi batto a favore di una commissione di inchiesta, autorevole e realmente indipendente, su MPS e su tutte le banche in crisi. Il punto del mio articolo sul Sole non era di sostituire un’analisi più approfondita, ma solo di stimolare l’appetito. Se con solo 30 dati uno può provare a dire qualche cosa, immaginiamoci con 200.000. Volevo anche dimostrare che la lista dei debitori insolventi non è necessariamente una gogna mediatica per i debitori, ma l’inizio di un analisi sulle politiche di credito usate dalle varie banche e sulla vigilanza alle stesse fatta da Banca d’Italia. Insomma la commissione di inchiesta è meglio della lista dei debitori insolventi, ma la lista dei debitori insolventi è meglio di niente. Non vorrei che aspirando al meglio, si finisse per coprire anche quella poca luce che si sta facendo.


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Crisi Banche Popolari Venete: dov’era la Borghesia Produttiva? (intervista)

Secondo l’economista padovano Luigi Zingales, nella crisi delle banche popolari venete, una parte «della borghesia produttiva, se non collusa, ha guardato dall’altra parte mentre si consumava questo disastro» 

Ha più volte invocato una commissione d’inchiesta sul sistema bancario necessaria «per capire cosa non ha funzionato e per evitare di ripetere gli errori del passato». Una cosa, secondo l’economista padovano Luigi Zingales, è però già chiara. Nella crisi delle banche popolari venete «che ha avuto un impatto devastante sul sistema economico regionale», una parte «della borghesia produttiva di questa regione, se non collusa, ha guardato dall’altra parte mentre si consumava questo disastro».

Zingales, nello specifico cosa intende?
«Uso un paragone forte, avete presente il caso Spotlight? Il film basato sulla storia vera dei casi di pedofilia nell’arcidiocesi di Boston racconta bene come le colpe dello scandalo non siano rintracciabili solo all’interno della Chiesa cattolica ma anche in quella parte della società di Boston che sapeva ma ha preferito guardare dall’altra parte».

Tornando alle popolari, quindi, a una parte degli imprenditori che avevano legami o interessi in Veneto Banca e Popolare di Vicenza è convenuto far finta di nulla?
«La crisi delle due banche è risultata devastante ovviamente per l’impatto economico della stessa ma di più perché ha messo in crisi l’intero sistema di network regionale fondato su rapporti sociali oltre che economici. Relazioni fondamentali per la tenuta dello stesso sistema. Qualcuno, e non solo tra i vertici delle due popolari, ha chiuso gli occhi di fronte a questo disastro».

Lei, prima dei casi Veneto Banca e Bpvi, è stato molto critico nei confronti del capitalismo di relazione compreso quello veneto. Due facce della stessa medaglia?
«Ho criticato il capitalismo di relazione perché continua a investire i soldi, degli altri, nei progetti degli amici e non in quelli a più alta produttività. Dinamica in parte riscontrabile anche nei rapporti tra banche e imprese. È sacrosanto, ad esempio, chiedere di sapere chi sono i cento principali debitori del Monte dei Paschi che non hanno reso soldi avuti in prestito».

Da una parte il capitalismo di relazione dall’altra il capitalismo familiare, due asset che hanno garantito sviluppo e che ora sono un limite per il Nordest?
«In generale le imprese a conduzione familiare hanno una visione di più lungo periodo: se c’è il tuo cognome sul portone della fabbrica è evidente che ci tieni di più. Questo, in negativo, si è reso evidente anche nell’enorme tragedia dei suicidi tra gli imprenditori. In generale, quindi, il capitalismo familiare è un punto di forza. La debolezza emerge quando un figlio viene investito della conduzione a prescindere, senza una valutazione sulle attitudini e sulle capacità. Allo stesso modo quando si pensano di risolvere i problemi con le relazioni».

Il processo di digitalizzazione dell’economia, a partire dalla manifattura, può realmente rappresentare un’opportunità per le nostre imprese?
«La risposta è sì, ma bisogna tenere presente un elemento. L’impresa veneta è basta sull’informalità e sulla creatività, il digitale, invece, sulle regole. Questo può rappresentare un ostacolo nell’introduzione e nella capacità di sfruttare l’economia digitale come volano di competitività».

Secondo lei, a proposito di Industria 4.0, il piano messo a punto dal ministro Carlo Calenda può risultare efficace?
«Nell’aiuto alla transizione sì. Il piano del governo, però, pone molta enfasi sull’aiuto ma poca su cosa deve fare un’impresa per diventare 4.0. Se non c’è l’interesse delle aziende al cambiamento diventano soldi (aiuti) regalati».

Come vede l’alleanza tra gli atenei veneti sulla base della quale è arrivato il riconoscimento da parte del governo come centro di competenza nazionale?
«Che le università si siano messe insieme decidendo di collaborare è un fatto sicuramente positivo».

Quanto, invece, alle competenze che qui si sviluppano?
«Le facoltà scientifiche, penso a Padova ad esempio, hanno forti potenzialità in questo senso. Il problema, tornando all’Industry 4.0, è che per molto tempo si è cercato di separare il mondo dell’industria da quello dell’università. Per questa ragione competenze spesso sofisticate non risultato applicabili dall’industria».

Da tempo, però, si sta anche lavorando per fare in modo che i due mondi dialoghino con maggiore profitto. In modo sbagliato?
«Il collegamento tra industria locale e ricerca universitaria si realizza facendo in modo che l’università non abbia paura di aprire le porte dei suoi laboratori e che contemporaneamente l’impresa non pensi a questo rapporto come a un mezzo per ottenere una consulenza a basso prezzo».

Nello scacchiere della partita sulla competitività, che altra debolezza vede?
«Il radicalizzarsi di tensioni locali, tra Padova e Treviso o tra Padova e Venezia. Le sfide da vincere non sono in tale ambito ma questa è una consapevolezza che fa fatica a farsi strada».

Il ridimensionamento della vocazione manifatturiera del nostro territorio finirà per lasciare ai margini l’imprenditoria veneta?
«Io sono un grande sostenitore dei servizi. Bene, ovviamente, la manifattura ma allo stesso tempo è importante che si sviluppino servizi ad alto valore aggiunto. Penso a quelli tecnologici ma anche a quelli più tradizionali legati a elementi distintivi della regione come il turismo, la cultura, l’enogastronomia e l’artigianato».

Intervista a cura di Matteo Marian, pubblicata il 3.02.2017 sui Quotidiani Veneti del Gruppo L’Espresso


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Banche, non si gioca con la Commissione d’Inchiesta

Testo dell’articolo pubblicato il 10.01.2017 su “Il Sole 24 Ore”. 

Le crescenti perdite dovute a crediti deteriorati hanno già portato all’intervento dello Stato in Monte dei Paschi di Siena e rischiano di portare ad un intervento statale in altre banche.

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Monte Paschi: sì all’intervento statale, ma è necessaria una commissione d’inchiesta sulle banche (intervista)

Testo dell’intervista pubblicata sul Corriere Fiorentino il 24.12.2016, a cura di Marzio Fatucchi 

Subito dopo il decreto per gli aiuti di Stato a Mps, il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha fatto sapere che prima del salvataggio pubblico varato ieri dal Governo, deve scattare il meccanismo del «bail-in» per la banca. Una misura molto più pesante per azionisti e risparmiatori.
«Quando una banca è solvente secondo gli ultimi criteri decisi dalla Bce, e Mps si trova in questa situazione, lo Stato può intervenire imponendo la conversione dei subordinati solo in caso di crisi sistemica. Non ci sono dubbi che l’Italia sia in tale crisi. Non credo l’Europa voglia discutere su questo aspetto. Io credo che sia un gioco delle parti di fronte ad una “prima volta” nell’applicazione della nuova direttiva sulle banche: la Bce e l’Eurogruppo forse non vogliono essere accusati, un domani, di aver “ceduto su tutto la linea”. Ma stanno scherzando col fuoco: se c’è un motivo per andare alla guerra con l’Europa, questo è uno, non certo per un punto di flessibilità. Anche se l’aver aspettato ad intervenire su Monte dei Paschi, non è stata una buona cosa».

Lei da tempo è a favore dell’intervento di Stato…
«Praticamente scrivo lo stesso articolo da un anno!».

Non è stato un errore aspettare così tanto?
«La mia paura è che sia troppo tardi e troppo poco, non tanto per Banca Mps ma per il sistema bancario italiano. Durante questo periodo la crescita è mancata: negli ultimi sei mesi a Mps avevano altre preoccupazioni e così, non solo a Siena, la condizione è peggiorata. Purtroppo siamo agli inizi di una situazione che rasenta il panico, come dimostra la perdita dei depositi vista a Mps. Esiste il rischio che una gestione non perfetta di questa crisi possa creare incertezze in altre banche. Spero che non succeda, e dobbiamo anche noi della comunicazione essere corretti: questo non è un “bail in”, non sono a rischio depositi e conto correnti. Purtroppo gli italiani si lasciano prendere dal panico facilmente quando si parla di banche. E, ultimo aspetto, la situazione di incertezza porta poi dubbi su tutto. Perché sappiamo che la Bce avrà una revisione del portafoglio “in bonis” di Mps, e mi aspetto altri problemi da qui».

Teme che 5 miliardi di aiuti di Stato non siano sufficienti?
«Non so niente di specifico, ragiono sulla storia e sulle abitudini, in tanti Paesi. Le banche, quando c’è una  crisi bancaria, fanno under-provisioning, tendono a mettere meno soldi da parte per i crediti inesigibili».

Cioè si post-pongono i pagamenti o si consentono dilazionamenti?
«Sì, con sistemi come extend and pretend (estendi il credito ndr) e evergreening (crediti rinnovati a condizioni vantaggiose, dando liquidità per pagare interessi precedenti ndr). Attenzione, in alcuni casi è giusto fare così per evitare il default delle imprese. Queste però sono scelte discrezionali: e il rischio che ci siano problemi di questo tipo emerge in tutte le banche a lungo in crisis».

Da quando il Monte è in crisi, da Siena sono passati alcuni tra i manager considerati migliori nel settore: perché non sono riusciti a farla uscire dal tunnel?
«Cambiare una cultura radicata è molto difficile, non basta un solo manager. E poi, in un momento di carenza di capitale, anche il banchiere più esperto non vuole far risultare troppe perdite, altrimenti la banca salta. Non so se è il problema di Mps, ma è pratica diffusa, soprattutto in Italia, dove non c’è cultura delle regole e dei numeri».

E quale è il rischio?
«Che dopo questo intervento massiccio, lo Stato debba tornare con altri soldi. E sarebbe devastante, dal punto di vista economico e politico».

Ecco, la politica. Un anno fa l’ex presidente del Consiglio Renzi diceva che il sistema bancario era sano. Forse era un modo per evitare di parlare di banche diventate, dopo il caso Etruria, un tallone di Achille per il governo.
«Un presidente del Consiglio o un governatore di BankItalia non possono seminare panico, devono tranquillizzare. Certo, dovrebbero tranquillizzare con fatti concreti e non con la fantasia. Il vero problema non sono le espressioni (alcune infelici, come quella di Renzi che disse “ottimo affare comprare Mps”, che un presidente del Consiglio non deve proprio usare) ma le scelte fatte, gli atti concreti».

Lei, da sempre liberale e liberista, è per la nazionalizzazione. Come il “comunista democratico” Enrico Rossi e il M5S. Chi è fuori posto?
«La gente del XXI secolo non è così divisa tra destra e sinistra come un tempo».

In tanti hanno chiesto di sapere chi sono i cento principali debitori del Monte dei Paschi che non hanno reso soldi e che hanno rischiato di far «saltare» la banca. Sarebbe giusto saperlo?
«Sacrosanto: se il governo fa l’errore di immettere questi soldi sulle banche senza far partire una commissione d’inchiesta, fa un regalo al M5S. La vittoria di Donald Trump negli USA è anche conseguenza della rabbia post intervento statale dopo la crisi finanziaria del 2008: in Usa la commissione è stata fatta ma è stata “politica”, non ha prodotto quasi nulla e questo ha solidificato una narrativa pericolosa. Ci vuole una commissione d’inchiesta su Mps e casi simili, fatta da tecnici, che spieghi come sono andate le cose. Ricordando però anche che il 25% delle nostre imprese è sparito con la crisi: un problema generale c’è».

Il Monte deve restare senese? La direzione generale deve restare a Rocca Salimbeni?
«Capisco che per Siena sia importante, ma è un dettaglio. Quello che serve è un cambiamento radicale del management».

Lo prenderebbe ora un conto al Monte dei Paschi?
«Sì, anche se non metterei più di 100 mila euro: tanto non ce li ho… Ma oggi sicuramente più di ieri, dopo l’intervento dello Stato. Comunque consiglio sempre: mai tutti i soldi in una banca sola».

ECB decision on Monte Paschi: economically correct, politically dangerous / La decisione BCE su Monte Paschi: economicamente corretta, politicamente pericolosa

Traduzione Italiana in basso.

“#BankingUnion is a joke and a scandal.” This tweet does not come from a fanatic anti-euro militant or an extremist journalist, but from Federico Fubini, one of the most respected economic reporters of the most mainstream Italian newspaper. To provoke Fubini’s reaction is the contemporaneous ECB’s decisions to increase the amount of capital required from Monte Paschi (MPS) and decrease the one required from Deutsche Bank. A reaction echoed by many Italians who woke up after Christmas with the news that the price tag of rescuing MPS almost doubled. But is this reaction justified?

The ECB has some discretion in the level of equity required from the various banks. In the case of MPS, the ECB has chosen to demand the highest possible level under the worst possible scenario. It is as if – during a famine – one required a country to keep its precautionary food storage at the highest level. If you do not use the stored food during a famine, what do you keep it for? On the face of it, the decision seems too harsh.
Yet, before passing judgment we need to realize that the ECB has non-public information that comes from its inspections. In particular, the ECB is engaged in a routine review of MPS performing loans that will be completed at the end of the month. One possibility, thus, is that the ECB has reliable information that many of those loans are performing in name only: the result of an aggressive evergreening (a practice to extend loans to insolvent borrowers and pretend they are still solvent). Since it cannot reveal the results before the end of the review, the ECB chose to use its discretion in the equity buffers to increase MPS equity cushion, avoiding the need to ask MPS for new capital just a month after this recapitalization will be completed.

In this likely scenario, the ECB behaved correctly. The problem is its public image. If even the most pro-euro commentators are becoming anti ECB, the days of Italy in the euro are counted.


L’#UnioneBancaria è uno scherzo e uno scandalo.” Questo Tweet non proviene da un fanatico militante anti-euro o da un giornalista estremista, ma da Federico Fubini, uno dei più rispettati giornalisti economici, che scrive sul principale quotidiano italiano. A provocare la reazione di Fubini è stata la decisione della BCE di aumentare il capitale di vigilanza richiesto a Monte Paschi (MPS) e contemporaneamente di abbassare quello richiesto a Deutsche Bank. Una reazione condivisa da molti italiani che all’indomani del Natale si sono svegliati con la notizia che il prezzo del salvataggio MPS è quasi raddoppiato. Ma è giustificata questa reazione?

La BCE ha una certa discrezionalità nei livelli di capitale di vigilanza richiesto alle varie banche. Nel caso di MPS, la BCE ha scelto di chiedere la maggior quantità di capitale possibile nel peggior scenario possibile. È come se – durante una carestia – si chiedesse a un paese di mantenere le scorte alimentari al massimo livello. Se non si utilizza il cibo immagazzinato durante una carestia, per cosa lo si conserva a fare? Apparentemente, la decisione sembra troppo dura.

Eppure, prima di giudicare dobbiamo renderci conto che la BCE ha informazioni riservate che provengono dalle sue ispezioni. In particolare, la BCE è impegnata in una ispezione di routine dei crediti in bonis di MPS, che sarà completata alla fine del mese. Una possibilità, quindi, è che la BCE abbia informazioni affidabili che molti di questi prestiti siano in bonis solo di nome: siano cioè il risultato di un evergreening aggressivo (una tecnica volta a concedere prestiti ai mutuatari insolventi fingendo che siano ancora solventi). Dal momento che non può rivelare i risultati prima della fine dell’ispezione, la BCE ha scelto di utilizzare il suo potere discrezionale nel capitale di vigilanza per rendere più solido MPS, evitando di dovergli chiedere nuovi capitali appena un mese dopo il completamento di questa ricapitalizzazione.

In questo scenario, la BCE si è comportata in modo corretto. Il problema è la sua immagine pubblica. Se anche i commentatori più pro-euro stanno diventando anti BCE, i giorni di permanenza dell’Italia nell’euro sono contati.

 

Monte dei Paschi: i Doveri dello Stato Azionista

Testo dell’articolo pubblicato il 24.12.2016 su “Il Sole 24 Ore”, nella rubrica “Alla luce del Sole”.

E alla fine… paga Pantalone. Uno Stato che fatica a trovare i soldi per pagare i suoi debiti con le imprese, per restaurare le scuole pericolanti, per finanziare la ricerca stanzia la bellezza di 20 miliardi per salvare le banche. E come se non bastasse, per salvare Monte Paschi, il simbolo del clientelismo politico se non massonico. Come è possibile? Se da un lato c’è chi si domanda se fosse proprio necessario, dall’altro c’è chi si preoccupa se i propri risparmi siano sicuri.

Sono domande più che legittime, cui i cittadini faticano a dare una risposta, frastornati da notizie contradditorie, soffocate dalla polemica politica. Per questo è utile mettere l’attuale situazione italiana in un contesto storico.

Le banche, per loro costituzione, sono istituzioni fragili: prendono a prestito a brevissimo termine (depositi) e prestano a lungo. Questa trasformazione delle scadenze le espone al rischio di una corsa agli sportelli. Questo rischio può essere eliminato proibendo alle banche di fare credito a medio-lungo termine o estendendo una garanzia statale sui depositi. La prima strada (seguita in Italia dopo la riforma del 1936) ha un costo: riduce il credito all’economia. La seconda strada ha il costo di ridurre gli incentivi dei banchieri a prestare in modo oculato.

Proprio per evitare questo rischio l’Europa ha creato il famigerato meccanismo di bail-in. I depositi sono protetti solo fino a 100mila euro. In caso di insolvenza di una banca, prima che lo Stato possa intervenire, gli obbligazionisti e i depositanti con più di 100mila euro devono subire delle perdite fino a un massimo dell’8% dell’attivo di una banca. Queste regole sono state introdotte proprio a difesa dei contribuenti, per evitare che i banchieri abusino della garanzia statale.

Le stesse regole europee, però, riconoscono il rischio di una crisi sistemica. Quando in difficoltà non è una sola banca, ma tutta l’economia, il concetto di solvibilità di una banca diventa scivoloso. Immobili che valgono 100 in condizioni normali, sono venduti a 50 quando tutte le banche sono in crisi. Ma se prendiamo a riferimento il valore di 50, tutte le banche diventano insolventi. Proprio per evitare questo circolo vizioso, la direttiva europea (la Brrd) prevede un’eccezione al bail-in in caso di crisi sistemica: la ricapitalizzazione preventiva. Perché questa avvenga, la banca deve essere considerata solvente almeno nel caso base degli stress test della Banca centrale europea. L’unica condizione (oltre alla determinazione che si tratti di una crisi sistemica) è la conversione dei crediti subordinati.

Questo è quello che avverrà nel caso di Mps. Invocare il bail-in, come ha fatto il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, è non solo sbagliato, ma veramente pericoloso. Per colpa delle resistenze tedesche, non esiste in Europa una vera assicurazione sui depositi. Quindi, se si diffondesse in Italia il timore che anche i depositi possano essere decurtati, la corsa agli sportelli sarebbe inevitabile, con conseguenze catastrofiche.

Lungi dall’essere una nazionalizzazione (in cui lo Stato vuole sostituirsi al privato), la ricapitalizzazione preventiva è un modo in cui lo Stato interviene a sostegno dell’economia privata. Rimane però il fatto che lo Stato diventa azionista e che intervenendo può favorire arbitrariamente l’una o l’altra parte. Per questo l’opposizione non va fatta all’idea dell’intervento – senza di esso i rischi per i depositanti potrebbero essere enormi – ma al modo in cui sembra essere stato congegnato.

Il primo punto è quale sarà il ruolo dello Stato come azionista. Che la crisi bancaria sia sistemica, non significa che i banchieri non abbiano colpa: significa solo che in Italia il marciume era diffuso. Proprio per questo l’intervento dello Stato non deve essere un colpo di spugna. Le imprese private tendono a guardare avanti: spesso il costo di individuare i colpevoli eccede i benefici. Non è così per lo Stato: scoprire e punire gli eventuali colpevoli non risponde solo alla giustificata rabbia popolare, è un principio fondamentale dello Stato di diritto.

Per cominciare, l’azionista-Stato dovrebbe pubblicare la lista dei primi cento debitori insolventi di Mps, facendo – se necessaria – un’eccezione per decreto alla legge sulla privacy. In secondo luogo l’azionista-Stato dovrebbe promuovere una vera e propria commissione di inchiesta interna, che faccia luce sulle cause del dissesto. Per rendere questa inchiesta possibile, lo Stato dovrebbe introdurre immediatamente il reato di “ostacolo alla giustizia” per tutti coloro che distruggono o occultano dati relativi a tutte le banche. Per finire, l’azionista-Stato dovrebbe imporre un cambio ai vertici, che non solo non hanno raggiunto lo scopo per cui erano stati nominati, ma appaiano troppo compromessi con la storia passata.

Il secondo punto riguarda le forme di intervento, che in tutta probabilità avverrà in due fasi: la conversione delle obbligazioni subordinate in azioni e il rimborso per i clienti retail a cui erano stati venduti i titoli subordinati. Dal sito del ministero apprendiamo che la fase uno avverrà attribuendo ad alcuni titoli (più esposti e detenuti da istituzionali) un valore del 75%, mentre agli altri del 100%. E fin qui sembra logico. Si apprende poi che le azioni convertite verranno riacquistate dal Governo per indennizzare i clienti retail. Non è chiaro come questo venga fatto. In particolar modo se i “rimborsati” saranno solo i clienti retail che hanno originariamente comprato e detenuto fino a oggi i subordinati, o tutti i possessori dei 2,1miliardi di subordinati venduti alla clientela retail. Nel secondo caso i beneficiari sarebbero anche gli hedge fund che hanno comprato negli ultimi mesi. Va bene che siamo a Natale, ma regalare i soldi pubblici agli hedge fund, mi sembra fuori luogo. Se poi si scoprisse che questi hedge fund sono legati in qualche modo al governo, ci sarebbe il rischio di una rivoluzione, a cui mi assocerei io per primo.


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