La vicenda Fincantieri apre grosse incognite sul futuro dell’Europa

Intervista pubblicata il 30 luglio 2017 sul quotidiano “Il Piccolo”, a cura di Piercarlo Fiumanò.

Zingales: «Futuro dell’Europa cupo dopo l’altolà a Fincantieri»
L’economista: «L’Italia fa bene a indignarsi di fronte alla manovra protezionista di Macron su Stx: è una discriminazione verso il gruppo triestino»

Luigi Zingales è professore di Finanza all’University of Chicago Booth School of Business. Tra gli economisti più citati, nel 2012 è stato inserito dalla rivista Foreign Policy come uno dei 100 pensatori più influenti al mondo. A lui abbiamo rivolto qualche domanda in merito alla vicenda Fincantieri-Stx.

Francamente non ne vedo. Penso che mettendo il veto all’acquisizione abbia sicuramente ceduto a pressioni di tipo protezionistico. L’ingresso di Fincantieri è avvenuto nell’ambito della procedura fallimentare del gruppo coreano proprietario di Stx.

Mi chiedo quale sia la logica di Macron nel non permettere agli italiani quello che era permesso ai coreani, soprattutto in uno scenario europeo dove si sta lavorando al progetto di creazione di una Difesa comune europea. L’Italia fa bene a indignarsi.

L’Europa dominata da un asse franco-tedesco che vuole orientare le decisioni di politica industriale a scapito dell’Italia?
Non credo a una sorta di cospirazione internazionale contro l’Italia. Piuttosto si ripropone un esempio della migliore tradizione francese nella difesa dei campioni nazionali.

Leggi anche: “Come vanno difese le imprese Italiane”

Ci troviamo di fronte a un deciso cambio di rotta da parte di Macron che in campagna elettorale per le presidenziali si era presentato come fautore di una piattaforma europeista e liberista. Stupisce di conseguenza questa sterzata in senso protezionistico che ha avuto come conseguenza la rottura dei patti con Fincantieri.

Nel suo ultimo libro lei descrive un’Europa che mostra tutte le sue fragilità: sogno da realizzare o incubo da cui uscire. Il ritorno alla difesa degli interessi nazionali è un sintomo di questa debolezza?
Il protezionismo è una costante della storia della Francia che diventa europeista innanzitutto per proteggere l’interesse nazionale minacciato dalla Germania.

Macron in campagna elettorale sembrava suggerire una svolta in senso europeista. La vicenda Fincantieri lascia pensare che in realtà sia stata solo una messa in scena a fini elettorali.

Il sogno europeo inizia con la nascita della moneta unica. Questo sogno rischia di andare in frantumi?
La casa comune europea ha fondamenta fragili se costruita da politici eletti su base nazionale. L’Europa in questo modo diventa l’ideologia dominante di una ristretta élite perché tutti cercheranno di proteggere gli interessi del proprio Paese.

È una costruzione fragile perché manca un vero presidente eletto dall’Europa. L’unica istituzione che ha poteri reali è la Commissione europea per la concorrenza che cerca di imporre le stesse regole a tutti. Ci lamentiamo dei francesi, ma anche il salvataggio delle banche venete è stato compiuto approfittando delle debolezze dell’Europa.

Fincantieri è una delle poche grandi industrie multinazionali in Italia che in questo caso ambisce a diventare protagonista di un progetto europeo, l’Airbus dei mari. L’interdizione dei francesi, secondo la Commissione Ue, non comporta aiuti di Stato. Che ne pensa?
Sono d’accordo sul fatto che non siamo di fronte a un caso di aiuto di Stato da parte della Francia ma piuttosto di una manovra protezionista. È una forma di discriminazione nei confronti di Fincantieri, in quanto gruppo non francese, che vìola gli stessi principi e regole sui quali dovrebbe fondarsi un mercato comune europeo.


“L’Italia soffre da sempre di una scarsa capacità di proposta e di difesa dei propri interessi a Bruxelles e a Francoforte.”


Nel frattempo i francesi hanno lanciato una campagna di investimenti in Italia: non dovrebbe esserci reciprocità?
In realtà sbaglieremmo a porre veti sugli investimenti dei transalpini nel nostro Paese. Dovremmo invece farci sentire a livello europeo spiegando che non è su basi protezionistiche che si costruisce l’Europa.

Inutile allora lamentarci per il ritorno dei populismi quando un leader che si presenta come un campione di europeismo si comporta esattamente come Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, suoi avversari alle presidenziali.

Padoan lamenta una sfiducia nei confronti dell’Italia. Ma quale forza negoziale possiamo esercitare anche a livello europeo?
L’Italia soffre da sempre di una scarsa capacità di proposta e di difesa dei propri interessi a Bruxelles e a Francoforte.

La Germania è abile a scegliere principi logici e nell’interesse del Paese che si traducono in leggi europee. Noi italiani dobbiamo essere capaci di difendere i nostri interessi in Europa nello stesso modo. Invece ci affidiamo a inutili tatticismi che non portano a risultati concreti.

Italia debole e Europa incompiuta. É la famosa frase di Kissinger “chi devo chiamare quando voglio chiamare l’Europa”.
Germania e Francia sono molto più forti economicamente e possono fare valere i propri interessi. L’Italia però ha meno influenza e peso politico di quanto potrebbe esercitare con i suoi rappresentanti in Europa.


“Non dobbiamo difendere una singola grande impresa ma l’intero sistema industriale.”


Ma c’è un problema di forza del nostro sistema industriale? Secondo una recente indagine di Mediobanca le nostre grandi imprese (compresa Fincantieri) sono ormai molto poche.
Non dobbiamo difendere una singola grande impresa ma l’intero sistema industriale. Quando la politica interviene per difendere Fincantieri nella vicenda Stx deve agire come se difendesse gli interessi dell’Italia in Europa.

La partita italo-francese è anche una conseguenza della Brexit? Questo è il terzo schiaffo dato all’Italia, dopo quelli sulla gestione dei migranti e sulla questione libica…
Distinguerei fra la vicenda Fincantieri e la questione libica.

Macron sta modellando la sua politica nella migliore tradizione gollista e dell’ex presidente Sarkozy che è stato uno dei principali responsabili dell’intervento in Libia che ha prodotto grande instabilità ed è stato un vero disastro.

L’Europa continua a essere assente e Macron continua a fare gli interessi francesi. L’Italia, ancora una volta, sta facendo la parte del vaso di coccio perchè nel nuovo scenario internazionale e in particolare sul fronte migranti sta soffrendo più di tutti.

Come finirà la vicenda Stx Fincantieri?
É possibile che dietro le quinte dello scontro in realtà si stia lavorando a una mediazione con un bilanciamento di concessioni reciproche. Certo, da questa vicenda l’immagine europeista di Macron esce molto ridimensionata. La vicenda Fincantieri apre grosse incognite sul futuro dell’Europa che oggi mi sembra molto più cupo.

Are oligopolies bad for the U.S. economy?

MPR News chief economics editor Chris Farrell spoke with Derek Thompson from The Atlantic and me, about the effect oligopolies – airlines, cellphone carriers, internet providers – have on micro and macro economies in the U.S.

Here is the podcast, enjoy! 

The Rising of Crony Capitalism in America (video)

Video of my lecture at the Eitan Berglas School of Economics, Tel Aviv University (TAU), March 19, 2017. The topic was: “The Rising of Crony Capitalism in America”.

La peggiocrazia che rischia di uccidere Generali e il Paese

Testo dell’articolo pubblicato il 29.01.2017 su “Il Sole 24 Ore”, nella rubrica “Alla luce del Sole”. 

Da anni ci dicono che dobbiamo fare “le riforme”, perché il nostro Paese non è competitivo. Ed effettivamente la classifica del World Economic Forum (Wef) mette l’Italia al 44° posto per competitività, sotto all’India e all’Azerbaijan.  Una delle debolezze storiche dell’Italia, su cui si è lungamente dibattuto e legiferato, è la mancanza di flessibilità nell’assumere e licenziare, un criterio che vede il nostro Paese ancora al 124° posto (ma comunque sopra la Francia ed appena sotto l’Austria), probabilmente perché gli effetti del “Jobs Act” non sono stati ancora pienamente recepiti. Meno riconosciuta, ma altrettanto importante, è la mancanza di meritocrazia in azienda. Il World Economic Forum classifica i paesi anche in base a come vengono selezionate le posizioni di alta dirigenza.

Un paese riceve un punteggio basso se nelle posizioni apicali vengono scelti “di solito parenti o amici senza riguardo al merito”, mentre riceve un punteggio alto se al vertice sono selezionati “manager per lo più professionisti scelti per merito e per le loro qualifiche.”  Ebbene in questo criterio l’Italia è al 102° posto, ultima tra i Paesi europei, sotto la Grecia e la Bulgaria.

Tutte le classificazioni internazionali hanno limiti, e questa non è un’eccezione. Purtuttavia colpisce perché la classifica del Wef è basata sull’opinione di un panel di manager internazionali. Ovvero sono i propri pari stranieri a considerare come poco qualificati i nostri manager o meglio i nostri processi di selezione dei manager. Perché di manager italiani di talento nel mondo ce ne sono molti, da Vittorio Colao a Mario Greco, da Diego Piacentini a Luca Maestri. Il problema è che non solo non vengono apprezzati in Italia, ma sono spesso cacciati dall’Italia, proprio perché la loro bravura li rende poco controllabili.

Prendiamo ad esempio Generali, uno delle poche grandi imprese italiane rimaste. Nel 2012, sotto pressione della crisi dello spread, Mediobanca sceglie come manager proprio Mario Greco, che porta in Generali una cultura meritocratica.   I manager non vengono più scelti in base al loro coefficiente di “triestinità’ o alle loro amicizie personali con i principali azionisti, ma in base alla competenza. Arrivano il tedesco Carsten Schildknecht come Chief Operating Office e l’indiano Nikhil Srinivasan, come capo degli investimenti.  I risultati non si fanno attendere. Il titolo cresce del 57%, sette punti percentuali più del dell’indice azionario della Borsa di Milano (MIB-FTSE) nello stesso periodo, e il rendimento del portafoglio titoli di Generali supera la media dei competitori per tre anni consecutivi.

Questi risultati, però, non bastano a garantire a Mario Greco un automatico rinnovo del contratto. Invece di ringraziarlo per i risultati ottenuti, i principali azionisti fanno di tutto per limitarne i poteri, proponendo perfino un limite di età, nonostante Greco abbia solo 57 anni. Greco se ne va a Zurich perché, come tutti i manager capaci, ha alternative. Proprio per questo non veniva considerato “leale”, ovvero disposto a fare qualsiasi cosa per tenere la poltrona. Come un lavoro di Bandiera et al. dimostra, in Italia alla competenza viene preferita la lealtà di chi manca di alternative: quella che ho più volte definito come la “peggiocrazia,” perché i manager peggiori sono quelli più leali, in quanto privi totalmente di alternative.

Uscito Greco, poco dopo se ne vanno anche i manager portati da lui: proprio perché, essendo bravi, hanno alternative più allettanti. I principali azionisti, tranquillizzati dalla protezione che lo scudo di Draghi fornisce alle imprese finanziarie, non cercano di sostituirlo con un’alternativa forte. Seguendo il vecchio principio del divide et impera, scelgono una diarchia tra due manager interni: Donnet e Minali. Come era facilmente prevedibile, la diarchia non funziona e Generali perde anche Minali. A farne le spese è il prezzo di Borsa che fino a settembre scende del 25% (contro il -18% dell’indice) quando cominciano i rumor su un possibile takeover, perché Generali è diventata una possibile preda. E questo non è un male, ma un salutare meccanismo di un sistema di mercato. Se una società non è gestita bene, viene acquisita da chi può gestirla meglio, a beneficio non solo degli azionisti, ma di tutto il Paese.

L’Italia ha un disperato bisogno di meritocrazia al vertice, non di un capitalismo di relazioni.

Purtroppo in Italia il mercato non funziona, soprattutto per quanto riguarda il controllo societario. Invece di guardare a chi potrebbe gestire meglio la società, si guarda ai quarti di italianità del management e della società acquirente, come questi fossero una garanzia di qualità. Quando Del Vecchio ha voluto vendere Luxottica, non ha guardato al passaporto dell’acquirente, ma alla combinazione ottimale degli attivi e del management. Perché Generali non dovrebbe fare altrettanto? Se BancaIntesa ha un programma strategico, ben venga. Ma se decide di acquisire Generali per difendere l’italianità, rischia di affossare non solo se stessa e la terza compagnia d’assicurazioni europea, ma il Paese stesso. L’Italia ha un disperato bisogno di meritocrazia al vertice, non di un capitalismo di relazioni. Di fronte ad una governance incapace di selezionare manager di qualità, il takeover ostile è il penultimo baluardo del mercato per promuovere la meritocrazia ai vertici delle imprese. Dopo di questo viene solo il fallimento, con i tutti i disastri che ne conseguono. Meglio un’Assicurazioni Generali francese o tedesca che un’Assicurazioni Generali fallita. Ricordiamoci di Alitalia.


Qui gli altri articoli della rubrica “Alla Luce del Sole”

Un Paese Spaccato / A House Divided

Articolo scritto insieme a Paola Sapienza e pubblicato il 19 gennaio 2017 sul blog dello Stigler Center (che dirigo), ProMarket.org.

Alla vigilia del giuramento di Donald Trump, l’ultimo sondaggio del Financial Trust Index (a cura di Chicago Booth e Kellogg School) vede gli americani nettamente divisi su alcune politiche economiche di Trump. L’unica cosa su cui la stragrande maggioranza degli americani è d’accordo è la necessità di “bonificare” Washington dalla corruzione. 


Nel momento in cui giura come 45° presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump non ha dietro di sé la maggioranza del Paese, come generalmente accade ad ogni presidente nel giorno dell’insediamento.

Infatti, oggi il Paese appare fortemente diviso tra repubblicani, ricompattati dietro Trump, e democratici, che sembrano disprezzarlo ogni giorno di più, con gli indipendenti che virano in direzione dei democratici. Questi i risultati che emergono dall’ultimo sondaggio del Financial Trust Index, curato da Chicago Booth e Kellogg School e realizzato alla fine di dicembre 2016 su un campione rappresentativo di 1.000 americani.

L’indagine si concentra sui progetti di deregolamentazione del nuovo presidente e sulle sue recenti nomine governative. Il 46 per cento degli intervistati si oppone al progetto di Trump di eliminare la Dodd-Frank, la riforma finanziaria approvata nel 2010 con l’intento di prevenire un’altra crisi finanziaria, mentre solo il 43 per cento lo sostiene (l’11 per cento non esprime un parere). I repubblicani sostengono fortemente la proposta (73 per cento a favore e 20 per cento contro), i democratici sono fortemente contrari (61 per cento e 31 per cento a favore), mentre gli indipendenti appaiono più equamente divisi, anche se sono in maggioranza contrari (52 per cento e 37 per cento a favore).

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Un simile divario si riconferma sulla decisione di Trump di nominare diversi miliardari in posizioni chiave del suo governo. Queste nomine renderanno più efficace l’azione di governo per il 65 per cento dei repubblicani, cosa che pensano solo il 17 per cento dei democratici e il 27 per cento degli indipendenti. I repubblicani sono ancora più ottimisti circa il beneficio di queste nomine per l’economia ( 75 per cento, a fronte del 24 per cento dei democratici e del 30 per cento degli indipendenti). Persino tra i repubblicani l’entusiasmo svanisce un po’ alla domanda se queste nomine contribuiranno ad avere un’economia gestita “nell’interesse di tutti gli americani”. Solo il 63 per cento dei repubblicani lo crede, a fronte del 26 per cento dei democratici e del 30 per degli indipendenti.

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L’unico punto su cui converge la maggioranza sia dei repubblicani che dei democratici, anche se con margini diversi, è la necessità di “bonificare” Washington dalla corruzione (“to drain the Washington corruption swamp”, secondo le parole di Trump in campagna elettorale). Su questo sono d’accordo il 93 per cento dei repubblicani, l’80 per cento degli indipendenti, e il 67 per cento dei democratici. È interessante notare che la risposta a questa domanda è altamente correlata con il livello di “rabbia” degli intervistati per la situazione economica attuale. Tra le persone che affermano di non essere arrabbiate, solo il 64 per cento pensa che ci sia la necessità di “bonificare” Washington dalla corruzione. Tra coloro che si dichiarano molto arrabbiati, questa percentuale sale all’85 per cento.

Anche su questo punto, però, c’è ancora un enorme divario circa la convinzione che Trump abbia davvero intenzione di fare qualcosa per risolvere il problema della corruzione: l’82 per cento dei repubblicani crede che Trump manterrà la promessa elettorale di introdurre riforme volte a ridurre la corruzione a Washington, mentre solo il 20 per cento dei democratici (e il 41 per cento degli indipendenti) pensa che sarà così.

In sintesi, gli americani si ritrovano uniti solo nell’odio verso Washington e la sua corruzione. Se il presidente Trump vuole unificare il paese dietro di lui, dovrà mantenere la promessa di “drain the swamp”. Tuttavia, le sue prime mosse non sembrano lasciare molte speranze in questo senso.


Cliccando qui puoi leggere altri miei articoli su Trump e le elezioni americane.

Inauguration Day: inizia l’era Trump (anche per l’Europa)

Nei due mesi che separano l’elezione dal giuramento, Trump ha dedicato molte attenzioni a Russia e Cina. Quanto all’Europa, ha – senza mezzi termini, come suo solito finora – lodato la Brexit, aggiunto che altri Paesi seguiranno l’esempio della Gran Bretagna e affermato che la NATO è obsoleta.

Cosa cambia per l’Europa con la presidenza Trump? Ne ho parlato con Giovanni Minoli a “Mix 24“.

Qui di seguito il podcast della conversazione (durata 8min12sec):

 


Qui altri miei articoli su Trump e le elezioni americane

Come vanno difese le imprese Italiane

Testo dell’articolo pubblicato il 15.01.2017 su “Il Sole 24 Ore”, nella rubrica “Alla luce del Sole”. English translation below.

Dopo la reazione francese all’acquisizione da parte dell’italiana Fincantieri dei cantieri navali di Saint-Nazaire, alcuni lettori mi hanno scritto adirati: perché noi dovremmo accettare gli investimenti francesi in Italia, quando i francesi ostacolano in tutti i modi gli investimenti delle nostre imprese nel loro Paese? La domanda è più che legittima e merita una risposta adeguata.

Ci sono due modi di difendere le imprese italiane. Il primo è quello di utilizzare la nostra diplomazia per assicurarci che, sia a livello europeo che a quello internazionale, le nostre imprese non siano ingiustamente discriminate. Questo non vale solo nel caso di acquisizioni, come quella di Fincantieri.  Ma vale ancora di più per le direttive europee decise a Bruxelles, che spesso colpiscono ingiustamente le nostre imprese. Sarebbe compito dei nostri funzionari e dei nostri politici assicurarsi che le decisioni prese in sede comunitaria se non favoriscono, almeno non creino danno alle nostre imprese.

Il secondo modo di difendere le imprese italiane è quello di creare difficoltà politiche contro le acquisizioni delle nostre imprese da parte di stranieri, come ventilato dal Ministro Calenda e dal Governo Gentiloni nel caso degli acquisti di azioni Mediaset da parte della francese Vivendi.

È ovvio che per l’interesse generale il primo modo di difendere l’italianità è di gran lunga superiore al secondo. Invece di contribuire all’escalation di una guerra commerciale, si contribuisce a rendere effettivo un principio di imparzialità che, alla lunga, beneficia tutti.

Meno ovvio, ma proprio per questo più importante, è che il primo metodo domina il secondo anche dal punto di vista dell’efficacia. L’Italia non è né la Cina, né gli Stati Uniti, e neppure la Germania. Queste nazioni hanno un grande mercato interno da difendere. Per questi Paesi vale la pena di rischiare delle ritorsioni sui mercati esteri, pur di proteggere il grande mercato domestico dalle incursioni straniere. Per l’Italia non è così. Perdere accesso ai mercati esteri è di gran lunga più costoso. Da qui la miopia di una politica protezionistica.

Se non bastasse, il primo modo di difendere le imprese italiane è superiore al secondo anche da un punto di vista strategico. L’Italia non ha la forza politica di Cina, Stati Uniti, e Germania. Quindi non può vincere le dispute internazionali con la forza. Lo può fare solo con il supporto delle norme internazionali e della ragione. Da qui l’importanza che l’Italia applichi queste norme in modo rigoroso nel nostro Paese. In caso contrario non avrebbe alcuna legittimità per chiedere una loro applicazione a livello internazionale.

Perché allora i nostri governi sembrano sempre adottare la strategia perdente? Innanzitutto, perché è una strategia con un immediato ritorno d’immagine. È facile ergersi a parole a difesa dell’italianità delle imprese, più difficile difendere le ragioni delle imprese italiane nel segreto di una commissione europea o nei colloqui bilaterali riservati con i principali esponenti politici degli altri Paesi.

Temo che il secondo motivo sia perché la nostra burocrazia e i nostri governi non hanno le risorse umane e le capacità tecniche per elaborare delle tesi e sostenerle con le appropriate motivazioni a livello europeo e mondiale. Non siamo riusciti neppure a opporci a livello europeo a un’accelerazione dell’introduzione della regola del bail in (inizialmente programmata per il 2018) quando sapevamo i danni che questa nuova regola avrebbe prodotto sul nostro debole sistema bancario. Come possiamo sperare che i nostri governi contestino con successo a Francia e Germania i loro abusi?

Ma c’è un altro motivo per cui i governi italiani tendono ad adottare la strategia perdente per difendere gli interessi nazionali. Anche se non beneficia la nostra economia nel suo complesso, la difesa ad personam (o ad aziendam) produce grandi benefici immediati a qualche imprenditore nostrano.  La difesa dell’italianità di Alitalia fatta da Berlusconi e dai “patrioti” non ha beneficiato nel lungo periodo la nostra compagnia di bandiera, ma ha permesso a Carlo Toto di uscire brillantemente dal suo investimento in AirOne.  Lo stesso vale per la difesa di Mediaset: non è nell’interesse dell’Italia, ma solo della famiglia Berlusconi.

Insomma un misto di incapacità e miopia politica ci impedisce una difesa dei nostri diritti economici in Italia e nel mondo, condannandoci ad un patriottismo straccione che finisce per danneggiare il nostro Paese. E poi ci stupiamo se gli Italiani stanno diventando anti-Europa? Con questa classe politica in Europa non riusciamo a sopravvivere. O la cambiamo o finiremo per uscire dall’Europa per disperazione.

Sul tema dell’Italianità delle imprese leggi anche:
– Magari con uno “straniero” a Mediaset l’Italia diventa un Paese normale
– Interesse nazionale o pretesto per distorcere le regole a favore di qualche giocatore (nostrano)?
– Per attrarre gli investitori stranieri occorre una corporate governance trasparente, non orwelliana
– Telecom, ora il rischio è che diventi pedina del gioco straniero

Qui gli altri articoli della rubrica “Alla Luce del Sole”


The right way to defend the italian firms

After the France’s cautious reaction to the acquisition by Italy’s state controlled shipbuilder Fincantieri of the naval yard in Saint-Nazaire, several readers wrote me angry letters: why must we accept French investment in Italy, when France blocks our companies from investing in their country at every turn? The question is more than fair and deserves a suitable response.

There are two ways to defend Italian companies. The first is using our diplomacy to ensure that our businesses are not unfairly discriminated against on the European or the international level. This doesn’t just mean in the case of acquisitions, like that of Fincantieri. But even more in the case of European directives handed down from Brussels, which often unfairly penalize our companies. It should be the role of our officials and politicians to ensure that decisions made at the Community level, even if they don’t favor us directly, at least do not harm our businesses.

The second way to defend Italian companies is to create political obstacles defending the acquisition of our companies by foreigners, the path suggested by Economic Development Minister Carlo Calenda in the case of a possible acquisitions of broadcaster Mediaset by France’s Vivendi.

It’s obvious that in terms of the general interest, the first path of defending the Italian-ness of Italian business is much superior to the second. Instead of leading to an escalating trade war, it contributes to strengthening a principal of impartiality that benefits everyone in the long run.

The first method is also clearly more efficient than the second in the sense that Italy is not like China, or the U.S., or even Germany, which all have a massive domestic market to defend.

For these nations, it’s worth risking retaliation in foreign markets in order to protect their massive internal market from foreign incursions. That’s not the case in Italy. Losing access to the foreign market is much more costly. That’s why a protectionist policy is myopic.

The first method of defending Italian companies is also more strategic. Italy does not have the political clout of China, the U.S. or Germany. So it cannot win international disputes with force. It can only do so with the backing of international norms and with reasoning.
So it is important for Italy to apply these norms rigorously in our country. If not, Italy wouldn’t have much legitimacy in requesting they be applied on an international level.
Why, then, does our government always seem to adopt a losing strategy?

First of all, because it’s often a strategy with an immediate, short-term payoff in terms of image.

It’s easy to stand up and shout about keeping Italian companies Italian. But it’s harder to defend the logic of Italian companies, behind the scenes in closed European Commission meeting or secret bilateral discussions with the major political representatives of other nations.

I’m afraid our bureaucracy and our governments don’t have the resources or the technical skill to elaborate and defend their ideas up at a European or global level.

On a European level, for instance, we have not been able to oppose the acceleration of the bail-in rule (initially planned for 2018) when we knew the damage it would cause our weak banking system. Why should we think that our governments can successfully contest the abuses of France and Germany?

The other reason for our losing strategy in defending national interests is that heated rhetoric by one individual or one company, while it provides no benefit for the country’s overall economic health, produces significant, immediate benefits to one or another of our businessmen.

The defense of the Italian-ness of flagship air carrier Alitalia by former Prime Minister Silvio Berlusconi and the “patriots” had no beneficial long-term effects for the nation’s flagship carrier, but it allowed Carlo Toto to come out brilliantly from his investment in AirOne.

The same goes for the defense of Mediaset: scuttling that idea is not in the interest of Italy but of the controlling shareholders, the Berlusconi family. So a combination of incompetence and political short-sightedness are preventing us from successfully defending our economic rights in Italy and in the world, condemning us to a beggarly patriotism that ends up damaging our nation.

And then we’re surprised if Italians are becoming anti-Europe? We won’t be able to survive in this European political class. Either we show we can change or we will end up leaving Europe in desperation.

Con Trump si rischia una guerra commerciale USA-UE?

Sulla politica commerciale, tra USA e UE ci sono sempre stati diversi punti di vista e  anche dispute, ma erano eccezioni nel contesto di una visione, che era invece coerente da entrambe le parti dell’Atlantico, che la soluzione giusta fosse il libero scambio. Con Trump si cambia radicalmente prospettiva. Sta prevalendo una diversa visione del mondo e l’Europa non sembra essere attrezzata, soprattutto politicamente, per affrontare un inasprimento dei rapporti commerciali con gli Stati Uniti.

Di questo ed altri aspetti della futura presidenza Trump ho parlato il 9 Gennaio alla trasmissione “Voci del Mattino” in onda su Rai Radio1.

Qui di seguito il podcast dell’intervista (durata 6min25sec):

Se Trump è Pro Business ma non Pro Market

Testo dell’editoriale pubblicato l’ 8.01.2017 su “Il Sole 24 Ore”.
Qui gli altri articoli pubblicati nella rubrica “Alla Luce del Sole”.

Appena eletto era difficile prevedere cosa avrebbe fatto il neo Presidente Trump. Nella campagna elettorale aveva detto tutto e il contrario di tutto: da una tariffa del 50% sulle importazioni cinesi alla reintroduzione della separazione tra banche commerciali e d’investimento, da un uso aggressivo dell’antitrust all’abolizione in toto di Dodd-Frank, la regolamentazione finanziaria introdotta dopo la crisi. Dopo due mesi, è chiaro che la politica industriale di Trump sarà pro business , ma non pro marketContinua a leggere

Interesse nazionale o pretesto per distorcere le regole a favore di qualche giocatore (nostrano)?

La mia risposta a Il Foglio sulla questione dell'”Italianità” e “difesa degli asset strategici” dagli stranieri.

Bisogna ricordare che l’entrata degli investitori stranieri non danneggia gli operai né l’economia in generale, ma danneggia una piccola fetta dell’establishment locale 

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Magari con uno “straniero” a Mediaset l’Italia diventa un Paese normale

Testo dell’articolo pubblicato il 20.12.2016 su “Il Sole 24 Ore”, nella rubrica “Alla luce del Sole”.

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha un sito web destinato ad attirare gli investimenti esteri in Italia (http://www.investinitaly.com/). Tra le iniziative promosse spicca il Global Roadshow, volto a spiegare “le politiche dell’Italia per l’attrazione degli investimenti esteri.” Il sito, però, specifica che “l’evento è su invito.” Forse per questo il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, discutendo dell’acquisto del 20% di Mediaset da parte del francese Bolloré, ha dichiarato che non è “il modo più appropriato di procedere per rafforzare la propria presenza in Italia.” Non era stato invitato.

Il governo e la nostra classe politica vogliono l’Europa e la globalizzazione “su invito”. Almeno quando si tratta dell’entrata nei salotti buoni, perché non c’è altrettanta simpatia per i lavoratori che si sentono minacciati dagli immigrati. Dopo Brexit, Calenda aveva affermato: “Quanto più <gli inglesi> regoleranno e limiteranno la presenza di cittadini comunitari nel Regno Unito, tanto più noi limiteremo la presenza di merci del Regno Unito in Europa.”

Passi per chi viene dai salotti buoni, dove si chiede permesso prima di entrare e dove si sta molto attenti a non offendere gli invitati, ma dove è lecito spellare il parco buoi degli azionisti. Ma come può tale posizione venire da un esponente di un partito che si definisce ancora di sinistra?  Passi il nazionalismo economico di Salvini e quello di Fassina, almeno entrambi sono coerenti nel rifiutare il mercato in tutte le sue forme e metodi. Passi anche l’opposizione dell’ex Ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani: ha sempre dimostrato un amore personale per l’azienda del capo del suo partito. Ma come spiegarlo da parte di Carlo Calenda, esponente del PD e grande sostenitore del libero scambio? Quel Calenda che era stato uno strenuo sostenitore del Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), un accordo che avrebbe severamente limitato la capacità degli stati sovrani di regolare le multinazionali. Proprio quella sovranità che Calenda implicitamente minaccia di usare contro Bolloré.

Se non bastassero i principi dell’Europeismo e del libero mercato, a convincerci che il governo debba accogliere di buon cuore qualsiasi investimento estero, c’è la natura dell’impresa oggetto di attenzione.  Per decenni il PDS prima e il PD poi hanno (giustamente) combattuto l’anomalia italiana di un Presidente del Consiglio che controlla personalmente metà del mercato televisivo italiano. Ora che l’opportunità di sanare per sempre quest’anomalia si presenta su un piatto d’argento, uno dei suoi esponenti protesta nel silenzio generale del resto del partito?

Sia chiaro che in nessun modo voglio difendere Bolloré, uno spregiudicato finanziare che temo si comporterà in modo da far rimpiangere i capitalisti nostrani (che poco hanno da essere rimpianti). Ma difendo il principio di libera concorrenza. Non possiamo essere europeisti a giorni alterni. Non possiamo difendere la concorrenza e il mercato per gli altri e poi diventare protezionisti quando il mercato ci tocca direttamente. E penso che sia solo positivo che attività “strategiche” come la televisione siano in mano a non italiani. Almeno c’è una speranza che le nostre autorità si sveglino e facciano il loro dovere.

L’unica volta che la Consob di Vegas ha mostrato dei segni di vita è stato proprio quando Bolloré ha cercato di impadronirsi di Fonsai. Solo allora si sono ricordati delle regole del Testo Unico della Finanza. E guarda a caso l’Agcom si è svegliata solo ora, brandendo nientemeno che la legge Gasparri. A dimostrazione delle ferite profonde lasciate dal conflitto di interesse berlusconiano, la legge fatta su misura dal governo Berlusconi per l’azienda di famiglia torna comoda per difendere il patriarca.

Magari con uno “straniero” a capo di Mediaset, l’Agcom si ricorderà di far rispettare la par condicio, il Governo imporrà il limite di due reti televisive, e le frequenze per le televisioni saranno messe all’asta come quelle per i telefoni.  Magari con uno “straniero” a capo di Mediaset diventiamo un Paese normale.


Qui la lettera del Ministro Carlo Calenda al Sole 24Ore in risposta al mio articolo.

Questa la mia replica al Ministro:
Ringrazio il ministro Calenda per le precisazioni, dalle quali emerge chiaramente come egli voglia sottoporre gli investimenti francesi a un test ulteriore rispetto a quelli italiani. Le «incursioni speculative» sono deleterie solo quando sono fatte dagli «stranieri»? Io auspico un sistema che tratti tutti ugualmente, sia che uno sia francese, sia che sia italiano, sia che sia l’ex presidente del Consiglio che il calzolaio dell’angolo. Il ministro la chiama ideologia, io lo chiamo un ideale meritevole di essere difeso. (L.Z.)


Qui gli altri articoli apparsi nella Rubrica “Alla Luce del Sole”.

Una lezione da Wells Fargo (da imparare e applicare anche in Italia).

Testo dell’articolo pubblicato il 2.10.2016 su “Il Sole 24 Ore”,  nella rubrica “Alla luce del Sole”.

Di fronte ai 14 miliardi di dollari di multa comminati a Deutsche Bank, i 180 milioni richiesti a Wells Fargo possono sembrare poca cosa. Anche perché la multa non mette in dubbio la solidità finanziaria della banca californiana. Ciononostante, la notizia è grave perché lo scandalo evidenzia una cultura aziendale malata.

Wells Fargo ha ammesso che i suoi dipendenti, nel corso degli ultimi anni, avrebbero aperto fino a 1,5 milioni di conti correnti e 560.000 carte di credito senza l’autorizzazione dei clienti, facendo loro pagare commissioni per servizi non richiesti. Wells Fargo ha anche rivelato di aver licenziato 5300 dipendenti per questo motivo.

La capacità di vendere molteplici prodotti ai clienti (il mitico cross selling) è sempre stata il punto di forza di Wells Fargo. Ora sembra che questo cross selling sia stato ottenuto attraverso un sistema di incentivi talmente brutale da indurre i dipendenti a creare conti falsi. Almeno così traspare da Glassdoor.com – un sito dove i dipendenti condividono opinioni sulle imprese per cui lavorano. Un dipendente scrive: “Se i tuoi risultati di cross selling non riescono a raggiungere gli obiettivi pazzeschi (che continuano a crescere), rischi di non avere un lavoro il mese successivo.” Un’inchiesta del “Los Angeles Times” arriva alle stesse conclusioni.

Come spesso accade in questi casi, John Stumpf, l’amministratore delegato di Wells Fargo, ha cercato di scaricare la colpa su alcuni dipendenti disonesti. Ma in Wells Fargo il fenomeno è troppo vasto perché si tratti solo di qualche mela marcia. Ad essere marcia è la cultura aziendale. E siccome il pesce puzza dalla testa, la colpa non può che essere dei vertici: nel migliore dei casi per aver ignorato numerosi campanelli d’allarme, nel peggiore per aver creato un sistema di incentivi che spingeva i dipendenti alla frode.

Molte imprese tollerano che i livelli gerarchici inferiori commettano frode o corrompano. Alcune volte addirittura li incitano, ma senza mai lasciare traccia.

Purtroppo Wells Fargo non è unica in questa strategia. Molte imprese tollerano che i livelli gerarchici inferiori commettano frode o corrompano. Alcune volte addirittura li incitano, ma senza mai lasciare traccia. In questo modo, possono beneficiare del frutto del crimine, senza mai assumersene la responsabilità: se il crimine viene scoperto, si professano totalmente ignari. Stumpf era già riuscito in questa strategia – sia la Federal Reserve che la novella agenzia per la protezione finanziaria dei consumatori (CFPB) avevano chiuso un occhio sulla responsabilità dei vertici – quando sono arrivate le audizioni parlamentari.

Al Senato Elizabeth Warren ha attaccato Stumpf dicendogli “Dovrebbe dimettersi e dovrebbe essere indagato dal Dipartimento di Giustizia e dalla SEC” (la Consob americana). Dopo questa audizione, il consiglio di amministrazione di Wells Fargo ha deciso di eliminare per quest’anno i 2,8 milioni di dollari di stipendio di Stumpf e di riprendersi indietro 41 milioni di stock option che aveva concesso all’amministratore delegato negli ultimi anni.

Questo giovedì è stata la volta della Camera. Il presidente della Commissione Jeb Hersangling ha esordito chiedendo a Stumpf “che cosa sapeva e da quando sapeva.” In gioco c’è la vendita da parte di Stumpf di 15 milioni di dollari in azioni, avvenuta poco prima che la notizia dello scandalo fosse pubblicata sul “Los Angeles Times”. Insomma rischia un’incriminazione per insider trading. Inoltre, i parlamentari hanno rinfacciato a Stumpf che Wells Fargo fosse già stata multata per le frodi prodotte da incentivi troppo aggressivi. Perché non ha fatto tesoro dell’esperienza? E perché l’AD e il consiglio non si sono accorti del problema, quando c’erano delle soffiate anonime interne che ne parlavano? Di questo passo non mi stupirei se Stumpf fosse costretto a dimettersi nei prossimi giorni.

Nonostante le miserie dell’attuale campagna presidenziale, ci sono tante cose che possiamo imparare dagli americani e una di queste è come si conducono le audizioni parlamentari. A proposito, dove è finita la proposta di Renzi di una commissione parlamentare sul fallimento di Banca Etruria e delle altre tre banche regionali? Potrebbe essere un’ottima occasione per applicare la lezione.


Qui di seguito i link ai precedenti articoli della Rubrica “Alla Luce del Sole”: 

– Una Democrazia senza una Stampa Indipendente non funziona
– State alla larga dai gestori figli di papà
– Un’assicurazione comune contro la disoccupazione per salvare l’Unione Europea
– Quale soluzione per il Monte Paschi?
– Crisi bancarie, chi non impara dalla storia le ripete
– Quel «tesoretto» della bad bank del Banco di Napoli
– Quante sofferenze si nascondono negli “incagli”?
– Cosa Insegnano ad Atlante le Sofferenze del Banco di Napoli 
– Le Operazioni di Sistema sono Aiuti di Stato?
– Aguzzate la vista
L’azione di responsabilità è fondamentale per ricostruire la fiducia nelle banche Italiane
Deutsche Bank e Monte Paschi: similitudini e differenze
– Salvare le banche per far ripartire l’economia
– L’importanza di un Buon Piano di Successione e il Ruolo del Consiglio di Amministrazione 
Le Occasioni Mancate dell’Ufficio Studi Bankitalia
– Cosa fare per evitare che il “decreto banche” diventi solo un regalo alle banche
– Le Assicurazioni, Atlante e la Tutela dei Risparmiatori
– Etica e integrità dei vertici per controllare i rischi 
– Le Responsabilità della Consob sulle Obbligazioni Subordinate
– Gli stipendi degli AD e quei paracadute troppo grandi