Una lezione da Wells Fargo (da imparare e applicare anche in Italia).

Testo dell’articolo pubblicato il 2.10.2016 su “Il Sole 24 Ore”,  nella rubrica “Alla luce del Sole”.

Di fronte ai 14 miliardi di dollari di multa comminati a Deutsche Bank, i 180 milioni richiesti a Wells Fargo possono sembrare poca cosa. Anche perché la multa non mette in dubbio la solidità finanziaria della banca californiana. Ciononostante, la notizia è grave perché lo scandalo evidenzia una cultura aziendale malata.

Wells Fargo ha ammesso che i suoi dipendenti, nel corso degli ultimi anni, avrebbero aperto fino a 1,5 milioni di conti correnti e 560.000 carte di credito senza l’autorizzazione dei clienti, facendo loro pagare commissioni per servizi non richiesti. Wells Fargo ha anche rivelato di aver licenziato 5300 dipendenti per questo motivo.

La capacità di vendere molteplici prodotti ai clienti (il mitico cross selling) è sempre stata il punto di forza di Wells Fargo. Ora sembra che questo cross selling sia stato ottenuto attraverso un sistema di incentivi talmente brutale da indurre i dipendenti a creare conti falsi. Almeno così traspare da Glassdoor.com – un sito dove i dipendenti condividono opinioni sulle imprese per cui lavorano. Un dipendente scrive: “Se i tuoi risultati di cross selling non riescono a raggiungere gli obiettivi pazzeschi (che continuano a crescere), rischi di non avere un lavoro il mese successivo.” Un’inchiesta del “Los Angeles Times” arriva alle stesse conclusioni.

Come spesso accade in questi casi, John Stumpf, l’amministratore delegato di Wells Fargo, ha cercato di scaricare la colpa su alcuni dipendenti disonesti. Ma in Wells Fargo il fenomeno è troppo vasto perché si tratti solo di qualche mela marcia. Ad essere marcia è la cultura aziendale. E siccome il pesce puzza dalla testa, la colpa non può che essere dei vertici: nel migliore dei casi per aver ignorato numerosi campanelli d’allarme, nel peggiore per aver creato un sistema di incentivi che spingeva i dipendenti alla frode.

Molte imprese tollerano che i livelli gerarchici inferiori commettano frode o corrompano. Alcune volte addirittura li incitano, ma senza mai lasciare traccia.

Purtroppo Wells Fargo non è unica in questa strategia. Molte imprese tollerano che i livelli gerarchici inferiori commettano frode o corrompano. Alcune volte addirittura li incitano, ma senza mai lasciare traccia. In questo modo, possono beneficiare del frutto del crimine, senza mai assumersene la responsabilità: se il crimine viene scoperto, si professano totalmente ignari. Stumpf era già riuscito in questa strategia – sia la Federal Reserve che la novella agenzia per la protezione finanziaria dei consumatori (CFPB) avevano chiuso un occhio sulla responsabilità dei vertici – quando sono arrivate le audizioni parlamentari.

Al Senato Elizabeth Warren ha attaccato Stumpf dicendogli “Dovrebbe dimettersi e dovrebbe essere indagato dal Dipartimento di Giustizia e dalla SEC” (la Consob americana). Dopo questa audizione, il consiglio di amministrazione di Wells Fargo ha deciso di eliminare per quest’anno i 2,8 milioni di dollari di stipendio di Stumpf e di riprendersi indietro 41 milioni di stock option che aveva concesso all’amministratore delegato negli ultimi anni.

Questo giovedì è stata la volta della Camera. Il presidente della Commissione Jeb Hersangling ha esordito chiedendo a Stumpf “che cosa sapeva e da quando sapeva.” In gioco c’è la vendita da parte di Stumpf di 15 milioni di dollari in azioni, avvenuta poco prima che la notizia dello scandalo fosse pubblicata sul “Los Angeles Times”. Insomma rischia un’incriminazione per insider trading. Inoltre, i parlamentari hanno rinfacciato a Stumpf che Wells Fargo fosse già stata multata per le frodi prodotte da incentivi troppo aggressivi. Perché non ha fatto tesoro dell’esperienza? E perché l’AD e il consiglio non si sono accorti del problema, quando c’erano delle soffiate anonime interne che ne parlavano? Di questo passo non mi stupirei se Stumpf fosse costretto a dimettersi nei prossimi giorni.

Nonostante le miserie dell’attuale campagna presidenziale, ci sono tante cose che possiamo imparare dagli americani e una di queste è come si conducono le audizioni parlamentari. A proposito, dove è finita la proposta di Renzi di una commissione parlamentare sul fallimento di Banca Etruria e delle altre tre banche regionali? Potrebbe essere un’ottima occasione per applicare la lezione.


Qui di seguito i link ai precedenti articoli della Rubrica “Alla Luce del Sole”: 

– Una Democrazia senza una Stampa Indipendente non funziona
– State alla larga dai gestori figli di papà
– Un’assicurazione comune contro la disoccupazione per salvare l’Unione Europea
– Quale soluzione per il Monte Paschi?
– Crisi bancarie, chi non impara dalla storia le ripete
– Quel «tesoretto» della bad bank del Banco di Napoli
– Quante sofferenze si nascondono negli “incagli”?
– Cosa Insegnano ad Atlante le Sofferenze del Banco di Napoli 
– Le Operazioni di Sistema sono Aiuti di Stato?
– Aguzzate la vista
L’azione di responsabilità è fondamentale per ricostruire la fiducia nelle banche Italiane
Deutsche Bank e Monte Paschi: similitudini e differenze
– Salvare le banche per far ripartire l’economia
– L’importanza di un Buon Piano di Successione e il Ruolo del Consiglio di Amministrazione 
Le Occasioni Mancate dell’Ufficio Studi Bankitalia
– Cosa fare per evitare che il “decreto banche” diventi solo un regalo alle banche
– Le Assicurazioni, Atlante e la Tutela dei Risparmiatori
– Etica e integrità dei vertici per controllare i rischi 
– Le Responsabilità della Consob sulle Obbligazioni Subordinate
– Gli stipendi degli AD e quei paracadute troppo grandi

La rabbia dei bianchi è benzina per Trump

Articolo pubblicato su L’Espresso

Il miliardario è molto popolare tra coloro che più hanno pagato la crisi economica. Ma la sua ricetta non li favorirà. E farà aumentare il deficit.

Un comizio di Donald Trump a Chicago è stato rinviato per disordini. A S. Louis si è tenuto nonostante i tafferugli. In North Carolina un sostenitore di Trump ha sferrato un pugno in faccia ad un manifestante di colore che veniva allontanato dalla polizia. Gli Stati Uniti non sperimentavano questo livello di violenza politica dalla lotta per i diritti civili dei neri. Ad essere arrabbiati, però, questa volta sono i bianchi. In un sondaggio dello Stigler Center (che io dirigo) dell’Università di Chicago, si vede che – per dato livello di reddito – i bianchi sono più arrabbiati per la situazione economica di quanto lo siano i neri. Tra i livelli di reddito basso (tra i 10 e i 25 mila dollari) il 46 per cento dei bianchi si dichiara arrabbiato o molto arrabbiato. Solo il 30 per cento dei neri risponde in questo modo. Lo stesso divario si presenta, anche se a livelli inferiori, tra i più ricchi (tra i 100 e i 200 mila dollari): il 30 per cento dei bianchi è arrabbiato, contro il 17 dei neri. Questa rabbia non è un fatto nuovo: nel 2012 gli arrabbiati erano il 47 per cento della popolazione, contro il 36 di oggi. Ma nel 2012 nessun candidato era riuscito a impersonare questa rabbia, oggi c’è Trump.

La rabbia dei bianchi meno abbienti nasce dalla disperazione. La competizione internazionale ha ridotto il loro reddito, mentre il progresso sociale – che ha introdotto maggiore parità razziale – ha ulteriormente minato le loro prospettive di mobilità sociale. Si sentono perduti e per questo sono attirati dalla prospettiva di un leader forte come Trump. Il suo slogan – rendi l’America di nuovo grande – è un messaggio in codice per i bianchi frustrati, suona come “riprendiamoci il potere dopo otto anni di presidenza di un nero”.

Slogan a parte, però, non è chiaro cosa Donald Trump voglia fare per eliminare il malcontento alla base di questa rabbia. Né il magnate si è sprecato molto a spiegarlo, limitandosi ad una sorta di “ghe pensi mi” di berlusconiana memoria. A differenza di Berlusconi, però, Trump non è entrato in politica per difendere le proprie aziende o ripararsi da possibili problemi giudiziari. Quindi se volesse potrebbe diventare il tribuno del popolo bianco arrabbiato. Ma lo vuole?

A giudicare dalla riforma fiscale proposta sembra di no. Trump vorrebbe portare l’aliquota per le imprese al 15 per cento e quella massima per le persone fisiche al 25, una riforma che favorirebbe i ceti più abbienti aumentando il deficit fiscale di quasi il 7 per cento del Pil.
Molto più indirizzata agli interessi della sua base elettorale è la politica commerciale. Dalle tariffe sulle importazioni cinesi, al muro contro gli immigrati, Trump vuole rallentare se non invertire il processo di globalizzazione. Le sue proposte rischiano di innescare una spirale protezionista in tutto il mondo, come accadde negli anni Trenta. Anche riuscendo ad evitare questa spirale, l’effetto complessivo sull’economia americana sarebbe negativo: le tariffe sull’import farebbero lievitare i prezzi, riducendo i salari reali dei lavoratori. A beneficiarne sarebbero solo poche categorie di operai, che vedrebbero ridursi il rischio di perdere il posto di lavoro. Ma questa è proprio l’essenza del populismo radicale: pur di favorire i ceti popolari è disposto a sacrificare il benessere complessivo.

Anche la politica estera isolazionista di Trump andrebbe a favore della sua base elettorale, che fornisce all’esercito la stragrande maggioranza di soldati (e di caduti). Se l’isolazionismo si traduce anche in una riduzione delle spese militari, il deficit fiscale verrebbe ridotto, ma mai abbastanza: il taglio delle imposte è più di due volte l’intera spesa per la difesa.

Per favorire le prospettive di reddito della sua base elettorale Trump potrebbe anche aumentare la spesa per infrastrutture: le costruzioni impiegano molta manodopera poco qualificata. Così facendo Trump finirebbe per favorire anche se stesso e le sue imprese di costruzioni, ma andrebbe ad accentuare il problema del deficit.
Deficit a parte, non penso che le politiche economiche di Trump avrebbero effetti devastanti sull’economia americana. Li avrebbero però per gli equilibri politici mondiali, a cominciare dal Medio Oriente. A perderci saremmo soprattutto noi europei.

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Volkswagen, the Chance to rethink what we teach

Article written for Il Sole 24 Ore 
Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore 

If we thought that fraud was exclusive to the financial sector, then the Volkswagen case forces us to reconsider: the problem is much more serious and widespread. This is not an error (errare humanum est), nor guilt by omission, but a crime committed intentionally and with the cleverest malice. The cars produced by Volkswagen were programmed to fool tests that control the emission of harmful gases, so as to pass them even if their emissions exceeded 10 to 40 times the level permitted in the United States. This isn’t so much about C02, but the gas exhaust from diesel engines, which last year the World Health Organization declared to cause tumors, with effects comparable with exposure to second-hand cigarette smoke. To make matters worse, this crime was not committed by a company in a developing country, where the culture of compliance to the rules has not yet developed, but by a company in the country that has made observance of rules a source of national pride: Germany (we dare not imagine what the German newspapers would have written if the company had been Italian).

Unsurprisingly, the price of Volkswagen shares has collapsed. The German automaker faces a fine of up to $18 billion in the US, and its reputation has been ruined worldwide. Equally unsurprisingly, the collapse of Volkswagen shares has dragged down equity markets in Europe and America. The fear is that this isn’t an isolated incident, but a widespread problem. There’s also the fear (or certainty?) that this episode will trigger a severe reaction against companies and a heavy wave of regulation. It’s no exaggeration to say that the German government would be at risk it if were established – as claimed by some – that they were aware of the deception. Such a discovery would also threaten Germany’s moral authority in the eurozone. How could the Germans have been so indignant against Greece for having a government that fiddled with the accounts, if it turns out that their own government has tolerated cheating on the scale of that of Volkswagen?

What is more surprising is that the CEO had hoped to survive in his post. It’s true that – unlike many other companies facing allegations of fraud and corruption that would try to cover up rather than uncover their mistakes – Volkswagen has behaved properly. Volkswagen appointed an independent commission and made a public apology. But either the CEO knew and therefore has to leave because he’s guilty, or he didn’t know and therefore has to leave due to obvious management incompetence. In a company of almost 600 thousand employees, it’s impossible to prevent individual fraud. But this is not individual fraud. This fraud required the involvement of many levels in the organization. This type of fraud is preventable in two ways: an incentive mechanism for employees who report misconduct to the company and a culture that emanates from the top of the company (tone at the top). This culture must make it clear that the objective is not results at any cost, but only results obtained following the rules.

Many remember Milton Friedman’s famous words that the only social responsibility of a company is to increase it profits. Only few remember that the phrase did not end there. With foresight, Friedman added, “so long as it stays within the rules of the game, which is to say, engages in open and free competition without deception or fraud.” Unfortunately this second part seems forgotten not only in business but also in the world of business schools. Instead of teaching that the rules must be respected (at least in democratic countries) within individual courses, they prefer to push this to separate ethics courses, which are poorly tolerated and little followed by the students. It’s time that we professors take responsibility and change the way we teach. If culture emanates from the top, it must first emanate from us. If the Volkswagen case produces this change, then those who will die from the excess nitrogen oxide emissions will not have died in vain.

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In caso pensassimo le frodi come un patrimonio esclusivo del settore finanziario, il caso Volkswagen ci costringe a ricrederci: il problema è molto più grave e diffuso. Non si tratta di un errore (errare humanum est), neppure di una colpevole omissione, ma di un crimine perpetrato intenzionalmente e con la più scaltra malizia. Le macchine prodotte dalla Volkswagen erano programmate per ingannare i test che controllano le emissioni di gas nocivi, così da passarli, anche se le loro emissioni superavano dalle 10 alle 40 volte il livello consentito negli Stati Uniti. E non parliamo tanto di C02, ma di gas di scarico di motori diesel che l’anno scorso l’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato essere causa di tumori, con effetti paragonabili all’esposizione secondaria al fumo di sigaretta. A peggiorare la situazione, questo crimine non è stato perpetrato da una società di un paese in via di sviluppo, dove la cultura dell’osservanza alle regole non si è ancora sviluppata, ma da un impresa del paese che fa dell’osservanza delle regole il suo orgoglio nazionale: la Germania (non osiamo immaginare cosa avrebbero scritto i giornali Tedeschi se l’impresa fosse stata Italiana).

Continua a leggere l’articolo sul sito de Il Sole 24 Ore

 

Why We Need a Global Antitrust Authority / Perché ci vuole un’Antitrust Globale

Article written for the Italian Magazine L’Espresso.

When he was young, Francesco Crispi was a republican and a revolutionary. By old age, he had become a monarchist and one of the most conservative prime ministers Italy has ever had. This kind of regression is not singular to humans. Even firms follow the same pattern: young firms are revolutionary and opposed to any form of barriers to entry. When they mature, they generally lose the ability to innovate, but acquire the ability to lobby, which they use to block the entrance of new, more innovative, firms. It happened to Microsoft. In the early 80s it was one of the most innovative companies, trying with great difficulty to break the dominance of IBM in personal computers. By the late 90s, it had become a dominant firm, prosecuted by the American antitrust authorities.
Now it’s Google, Amazon, and Facebook’s turn. At the time of the antitrust case against Microsoft they did not yet exist (Facebook) or were newborn (Amazon and Google). Today they are global giants that threaten free competition. But if this is a normal evolution, then in garages somewhere the companies that will make these three giants obsolete are already emerging. So why should we worry about it?
Because we aren’t sure that these new start-ups will still benefit from the conditions for growth that Google, Amazon, and Facebook enjoyed. In history it’s impossible to study the counterfactual, but are we sure that the new giants would have emerged without the Microsoft antitrust lawsuit? Younger readers may not remember Netscape, Lotus and WordPerfect (the progenitors of Internet Explorer, Excel and Word). They were killed off by Microsoft’s dominance. Without the intervention of American anti-trust officials, the same fate could have befallen Google, Amazon and Facebook.

But today the US antitrust enforcement seems silent. They decided not to start a lawsuit against Google, even though the research department had produced enough evidence to take action. The lawsuit filed against Amazon by Authors United, the writers’ union, seems to have no future. And there no longer appear to be any serious threats to Facebook.
One reassuring hypothesis is that the domination of these new firms does not yet constitute a dangerous monopoly. A more worrying alternative is that times have changed since the Microsoft lawsuit in two ways.
The first is the global dominance of American companies. At the end of the nineties, this was still undisputed. Because of this, the Americans could afford to limit the power of their domestic giants without questioning the world dominance of their companies. This is no longer the case today. In China there is Baidu, Alibaba and Renren, local versions of Google, Amazon and Facebook, which dominate the Chinese market and could challenge the American giants on the international market. While Chinese competition reduces the risk of a worldwide monopoly, it reduces still further American antitrust enforcement’s desire to intervene. It’s one thing to limit the power of Microsoft to the benefit of American Google; it’s another to limit the power of Google to benefit Chinese Baidu.

The second aspect that changed is the lobbying capabilities of these giants. Microsoft had no lobbyists in Washington until the beginning of the antitrust lawsuit. The new giants, however, have learned to lobby since they were small. In 2014, Google spent $18 million on lobbying, over twice as much as Microsoft, and more than all other technology and communications companies. Amazon has done better: its founder, Jeff Bezos, bought the Washington Post, a powerful tool for lobbying. Only the youngest, Facebook, still lags behind in this field, with “only” $9 million spent on lobbying last year.
The lobbying power of these giants is less strong in Europe. It’s no coincidence then that the European antitrust bodies have already taken action, although it’s not clear whether this is for the benefit of European businesses or consumers. With global companies, there is a desperate need for a global antitrust authority. However there is no global political power to create it.

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Francesco Crispi da giovane era repubblicano e rivoluzionario. Da vecchio diventò monarchico e uno dei presidenti del consiglio più conservatori che l’Italia abbia mai avuto. Questa involuzione non è tipica solo degli umani. Anche le imprese seguono lo stesso modello: da giovani sono rivoluzionarie e contrarie a qualsiasi forma di barriere all’entrata. Quando diventano mature, generalmente perdono la capacità di innovare, ma acquistano quella di fare lobbying, che usano per creare barriere all’entrata di nuove imprese, maggiormente innovative.  È successo a Microsoft. Agli inizi degli anni ‘80 era una delle imprese più innovative, che cercava tra mille difficoltà di infrangere il dominio di Ibm nei personal computer. Alla fine degli anni ‘90, era diventata un’impresa dominante, perseguita dall’antitrust americana.
È ora la volta di Google, Amazon, e Facebook.  All’epoca della causa antitrust contro Microsoft non esistevano ancora (Facebook) o erano neonate (Amazon e Google).  Oggi sono giganti mondiali, che minacciano la libera concorrenza. Ma se questa è la normale evoluzione, in qualche garage stanno già nascendo le imprese che renderanno questi tre giganti obsoleti. Perché dovremmo preoccuparci?
Perché non siamo sicuri che queste nuove start-up godano ancora delle condizioni per svilupparsi, come fu possibile a Google, Amazon e Facebook. Nella storia è impossibile studiare i controfattuali, ma siamo sicuri che i nuovi giganti sarebbero emersi senza la causa antitrust a Microsoft? I più giovani lettori forse non ricordano Netscape, Lotus, e WordPerfect (i progenitori di Internet Explorer, Excel e Word).  Morirono uccise dallo stradominio di Microsoft. Senza l’intervento dell’antitrust americana la stessa sorte poteva capitare a Google, Amazon e Facebook.

Ma l’antitrust americana oggi sembra silente. Ha rinunciato ad iniziare una causa contro Google, nonostante l’ufficio studi avesse prodotto sufficienti evidenze per intervenire. La causa intentata contro Amazon dalla Authors United, il sindacato degli scrittori, pare non abbia futuro. E non sembra ci siano ancora minacce serie per Facebook.
Un’ipotesi rassicurante è che il dominio di queste nuove imprese non costituisca ancora un pericoloso monopolio. Un’alternativa molto più preoccupante è che dai tempi della causa a Microsoft siano cambiati due aspetti. Il primo è il dominio mondiale delle imprese americane. A fine anni Novanta, era ancora indiscusso. Proprio per questo gli americani potevano permettersi di limitare il potere dei loro giganti nazionali, senza mettere in discussione il dominio mondiale delle loro imprese. Oggi non è più così.  In Cina esistono Baidu, Alibaba e Renren, le versioni locali di Google, Amazon e Facebook, che dominano il mercato cinese, e potrebbero sfidare i colossi americani su quello internazionale. Se da un lato la concorrenza cinese riduce il rischio di un monopolio a livello mondiale, riduce ancora di più il desiderio di intervenire dell’antitrust americana. Un conto è limitare il potere di Microsoft a vantaggio dell’americana Google, un altro limitare quello di Google a vantaggio della cinese Baidu.

Il secondo aspetto ad essere cambiato è la capacità di lobbying di questi giganti. Microsoft non aveva lobbysti a Washington fino all’inizio della causa antitrust, i nuovi giganti, invece, hanno imparato a fare lobbying fin da piccoli. Nel 2014 Google ha speso $18 milioni in attività di lobbying, più del doppio di Microsoft e più di tutte le altre imprese tecnologiche e di comunicazione. Amazon ha fatto di meglio: tramite Jeff Bezos, il suo fondatore, si è comprata il “Washington Post”: un potentissimo strumento di lobbying. Solo la più giovane Facebook è ancora indietro in questo campo, con “solo” 9 milioni spesi in lobbying lo scorso anno.
Il potere di lobbying di questi giganti è meno forte in Europa. Non a caso l’antitrust europea si è già mossa, anche se non è chiaro se a favore delle imprese o dei consumatori europei. Con imprese globali, c’è un disperato bisogno di un’autorità antitrust a livello mondiale. Ma manca un potere politico globale per crearla.

Barbarians at the (Museum’s) Gate? / I Barbari alle Porte (dei Musei)?

In the debate surrounding the appointment of seven ‘foreigners” at the head of Italian museums, I have to admit: I have a conflict of interest. As an Italian who has been working in the United States for the last 27 years I have a natural sympathy for foreigners: I am one of them. If that was not enough, as a free market economist I believe in meritocracy. I do not care whether you are tall or short, black or white, men, women, bisex or transgender: I care whether you are good at what you are asked to do.

For this reason I consider an insult to human intelligence the opposition to the appointments of seven “foreigners” at the top of Italian museums. I do not know whether these appointees are good or bad, I am not competent to judge. But I cannot accept the opposition simply because they are “foreigners”’. I do not think that foreigners have the monopoly of knowledge, but I do not think they are all barbarians. If we were to appoint the best 20 museums managers in the world, do we really think that 13 of them would be Italians? Italians represents 0.8% of the world population. Do we really think that they represent 65% of the best museum directors?

The problem is not that we hired seven foreigners, but what we should do to attract the best directors in the world. Italy does have one of the best (if not the best) artistic heritage in the world. Why do not we want it managed by the best people in the world? The Louvre attracts more visitors than all the Italian museums put together. Is it because the Louvre is so much better or because the Louvre is so much better managed? Do we prefer obsolescent museums run by “authentic” Italian or vibrant museums run by the best managers, regardless of their place of origin, religion, or sexual preferences? I choose the latter and I challenge anybody to argue otherwise.

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Ammetto subito che nel dibattito che si è scatenato dopo la nomina di sette “stranieri” alla guida di importanti musei italiani ho un conflitto d’interessi. Come italiano che da 27 anni lavora negli Stati Uniti ho una naturale simpatia per gli stranieri: io sono uno di loro. Se ciò non bastasse, come economista sostenitore del libero mercato credo nella meritocrazia. A me non importa se uno sia alto o basso, nero o bianco, uomo, donna, bisessuale o transgender: mi importa solo che sia bravo in ciò che gli viene chiesto di fare.

Per questo motivo ritengo un insulto all’intelligenza l’opposizione alla nomina dei sette direttori “stranieri”. Non so se i nominati siano bravi o meno, non sono competente per esprimere un giudizio. Ma non posso accettare che ci si opponga alla loro nomina solo perché sono “stranieri”. Non credo che gli stranieri abbiano il monopolio del sapere, ma non credo che siano tutti barbari. Se dovessimo nominare i 20 migliori direttori di museo del mondo, pensiamo davvero che 13 di loro sarebbero italiani? Gli Italiani rappresentano lo 0,8% della popolazione mondiale. Pensiamo davvero di rappresentare il 65% dei migliori direttori di museo?

Il problema non è che abbiamo assunto sette direttori stranieri, ma piuttosto ciò che dobbiamo fare per attrarre i migliori direttori del mondo. L’Italia ha uno dei più grandi (se non il più grande) patrimoni artistici del mondo. Perché non vogliamo che sia gestito dalle persone più brave del mondo? Il Louvre attrae più visitatori di tutti i musei italiani messi insieme. Questo perché il Louvre è un museo migliore o piuttosto perché il Louvre è gestito molto meglio? Preferiamo musei obsolescenti gestiti da “autentici” italiani o musei vivi e coinvolgenti gestiti dai direttori migliori, indipendentemente dalla loro provenienza, religione o orientamento sessuale? Io scelgo la seconda opzione e sfido chiunque a sostenere il contrario.

Four years ago we dodged the Trump bullet. What about now? / Quattro anni fa siamo scampati a Trump. E stavolta?

Four years ago we dodged the bullet, this time around we are not that lucky. Trump is running for president, together with Clinton II and Bush III. Political dynasties are typical of developing and corrupt economies like India, Pakistan, Argentina, and Greece; so are corporate tycoons turned into politicians (Italy and Thailand). The United States seems to enter as a honorary member this lovely group. Crony capitalism is alive and well. This is what I wrote four years ago. The situation has only deteriorated since.

Quattro anni fa l’abbiamo scampata. Sembra che stavolta non saremo così fortunati. Trump ha annunciato che correrà per la presidenza, insieme a Clinton II e Bush III. Le dinastie politiche sono tipiche di economie non compiutamente sviluppate e ad alto tasso di corruzione come India, Pakistan, Argentina e Grecia. Lo stesso dicasi dei magnati che diventano politici (Italia e Thailandia). Gli Stati Uniti sembrano avviati a diventare membri onorari di questo delizioso gruppetto. Il capitalismo clientelare è vivo e vegeto. Qui di seguito un articolo scritto nel 2011 su City Journal. Da allora la situazione è solo peggiorata.

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Americans – and Republicans – are lucky that the Donald has bowed out.
May 19, 2011

Donald Trump’s announcement that he will not run in the Republican presidential primaries after all is great news for the Republican Party and for the country. The only thing more frightening than Trump’s running for president would be Trump’s getting elected president. From a party perspective, while losing an election is bad, winning one with the wrong candidate for the party and for the country is worse. I know something about this: I come from Italy, a country that has elected as prime minister the Trumplike Silvio Berlusconi.
Trump and Berlusconi are remarkably alike. They are both billionaire businessmen who claim that the government should be run like a business. They are both gifted salesmen, able to appeal to the emotions of their fellow citizens. They are both obsessed with their looks, with their hair (or what remains of it), and with sexy women. Their gross manners make them popular, perhaps because people think that if these guys could become billionaires, anyone could. Most important is that both Trump and Berlusconi made their initial fortunes in real estate, an industry where connections and corruption often matter as much as, or more than, talent and hard work. Indeed, while both pretend to stand for free markets, what they really believe in is what most of us would label crony capitalism.
Berlusconi’s policies have been devastating to Italy. He has been prime minister for eight of the last ten years, during which time the Italian per-capita GDP has dropped 4 percent, the debt-to-GDP ratio has increased from 109 percent to 120 percent, and taxes have increased from 41.2 percent to 43.4 percent. Italy’s score in the Heritage Foundation’s Index of Economic Freedom has dropped from 63 to 60.3, and in the World Economic Forum Index of Competitiveness from 4.9 to 4.37. Berlusconi’s tenure has also been devastating for free-market ideas, which now are identified with corruption.
How can such a pro-business prime minister wreak havoc on the economy and on the idea of free markets? Because “pro-business” doesn’t necessarily mean “pro-market.” While the two agendas sometimes coincide—as in the case of protecting property rights—they’re often at odds. Market competition threatens established firms, which often use their political muscle to restrict new entries into their industry, strengthening their positions but putting customers at a disadvantage. A pro-market strategy, by contrast, aims to encourage the best business conditions for everyone. That’s in fact the opposite of what a real-estate tycoon wants: to keep competitors out and enhance the value of his own properties. By capturing (or more precisely, purchasing) the free-market flag in the same way one might acquire a business brand, Berlusconi likely has destroyed the appeal of the free-market ideal in Italy for a generation.
How, then, did Berlusconi get elected and reelected? He created an unlikely coalition between the business elite, which supports him for fear of the alternative, and the poor, who identify with him because he appeals to their aspirations. In a country where corruption and lack of meritocracy has all but killed the hope of intra-generational mobility, citizens chose to escape from reality and find consolation in dreams. Berlusconi adeptly fosters the illusion that he can turn everyone else into billionaires. His political career is something like Trump’s Apprentice program, only on a national scale.
Unfortunately, some of the same factors that sparked Berlusconi’s success in Italy have begun to show up in the United States. Social mobility has dropped. Income for 95 percent of the population has stagnated. The financial crisis has uncovered a dangerous connection between government and the financial establishment. Losing hope that they can rise from rags to riches the old-fashioned way, Americans are taking refuge in fantasy, from American Idol to The Apprentice. In such a climate, Donald Trump, whose own career has exemplified crony capitalism—from government subsidies for his developments to abuse of eminent domain—could have potentially won not just the GOP nomination, but even the presidency. That would have been a catastrophe for the Republican Party, for free-market capitalism, and for America.

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Americani – e repubblicani – sono fortunati che Donald abbia rinunciato a correre
19 Maggio 2011

L’annuncio di Donald Trump che non parteciperà alle primarie presidenziali è una grande notizia per il partito repubblicano e per il Paese. L’unica cosa più spaventosa della candidatura di Trump alla Casa Bianca sarebbe stata solo la sua elezione a Presidente. Dal punto di vista del partito repubblicano, se perdere un’elezione è negativo, vincere con il candidato sbagliato è pure peggio. Ne so qualcosa: provengo dall’Italia, il Paese che ha eletto primo ministro la versione locale di Trump, Silvio Berlusconi.
Trump e Berlusconi hanno molto in comune. Sono entrambi uomini d’affari miliardari che sostengono che il governo dovrebbe essere gestito come un business. Sono entrambi grandi venditori, capaci di smuovere le emozioni dei loro connazionali. Sono entrambi ossessionati dal look, dai loro capelli (o quel che ne resta), e dalle donne sexy. I loro modi un po’ rozzi li rendono popolari, forse perché la gente pensa che se sono diventati miliardari loro potrebbe riuscirci chiunque. Ma più di tutto, sia Trump che Berlusconi hanno iniziato a fare fortuna nel settore immobiliare, un settore in cui le relazioni e la corruzione spesso contano quanto e forse più del talento e del duro lavoro. Infatti, pur dichiarandosi entrambi a favore del libero mercato, ciò in cui davvero credono è ciò che la maggior parte di noi bollerebbe come capitalismo clientelare.
La politica di Berlusconi è stata devastante per l’Italia. È stato primo ministro per otto degli ultimi dieci anni, durante i quali il PIL italiano pro capite è sceso del 4 per cento, il rapporto debito-PIL è aumentato dal 109 per cento al 120 per cento e le tasse sono aumentate dal 41,2 per cento al 43,4 per cento. Il punteggio dell’Italia nell’Indice della Heritage Foundation of Economic Freedom è sceso da 63 a 60,3 e l’Indice di competitività del World Economic Forum dal 4,9 al 4,37. Il mandato berlusconiano è stato devastante anche per le idee liberiste, che ora si identificano con la corruzione.
Come può un primo ministro così pro-business devastare l’economia e l’idea di libero mercato? Perché “pro-business” non significa necessariamente “pro-market”. Talvolta sì, come nel caso della tutela del diritto di proprietà, ma spesso no. La concorrenza del mercato minaccia le imprese esistenti, che spesso usano la loro forza politica per limitare l’ingresso di nuove aziende nel loro settore, rafforzando così le loro posizioni a tutto svantaggio dei clienti. Una strategia “pro-market”, invece, mira a creare le migliori condizioni di lavoro per tutti. Ma questo è l’esatto contrario di ciò che un magnate immobiliare vuole: tenere fuori i concorrenti e migliorare il valore delle sue proprietà. Facendo propria (o, più precisamente, comprando) la bandiera del libero mercato allo stesso modo in cui si acquisisce un marchio aziendale, Berlusconi ha probabilmente distrutto il fascino degli ideali del libero mercato in Italia per una generazione.
Ma allora come è riuscito, Berlusconi, a farsi eleggere e rieleggere? Ha creato una improbabile coalizione tra l’élite economica, che lo appoggia per timore dell’alternativa, e i poveri, che si identificano con lui perché riesce a toccarli nelle loro aspirazioni. In un Paese dove imperano corruzione e mancanza di meritocrazia ed è stata uccisa la speranza di mobilità intra-generazionale, i cittadini hanno scelto di fuggire dalla realtà e trovare consolazione nei sogni. Berlusconi incoraggia abilmente l’illusione di poter trasformare tutti gli altri in miliardari. La sua carriera politica è qualcosa di molto simile al programma “The Apprentice” di Trump, solo su scala nazionale.
Purtroppo, alcuni degli stessi fattori che hanno innescato il successo di Berlusconi in Italia hanno iniziato a presentarsi negli Stati Uniti. La mobilità sociale è scesa. Per il 95 per cento della popolazione il reddito è fermo. La crisi finanziaria ha disvelato una relazione pericolosa tra il governo e l’establishment finanziario. Perdendo la speranza di poter realizzare il “sogno americano” dell’ascensione sociale possibile a tutti, gli americani stanno rifugiandosi nella fantasia, da “American Idol” a “The Apprentice”. In un tale clima, Donald Trump, la cui carriera è un classico esempio di capitalismo clientelare – dai sussidi governativi per i suoi sviluppi all’abuso di espropriazione per pubblica utilità – avrebbe potuto ottenere non solo la nomination repubblicana, ma la stessa presidenza. Sarebbe stata una catastrofe per il partito repubblicano, per il capitalismo pro-market e per l’America.

Il tuo monopolio è più cattivo del mio / Your Monopoly is More Evil Than Mine

Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 24.04.2015

Come l’erba del vicino è sempre più verde, così i monopoli altrui sono sempre più cattivi, almeno così sembra essere per l’Unione europea (Ue). Molto tollerante nei confronti dei monopolisti europei, la Ue attacca con passione i monopoli americani. Tra questi, il più odiato oggi dai politici europei è senz’altro Google, “responsabile” ai loro occhi della morte di molti giornali. Non sorprende quindi che il commissario europeo alla concorrenza, la danese Margrethe Vestager, abbia aperto un caso antitrust contro Google, colpevole di aver favorito i propri siti a danno dei concorrenti.
Quali che siano le motivazioni politiche, la decisione della Vestager ha delle ragioni economiche. L’antitrust ha il compito di impedire abusi di posizioni dominanti che danneggino i consumatori. Che Google abbia una posizione dominante in Europa non c’è dubbio: possiede il 90 per cento del mercato dei meccanismi di ricerca. Ma per sanzionare Google non basta dimostrare la sua posizione dominante: un monopolio raggiunto grazie ad una tecnologia superiore non è di per sé sanzionabile. Occorre dimostrare che Google abusi di tale posizione.
Per esempio se Google utilizzasse il proprio meccanismo di ricerca per favorire i propri servizi di vendita a danno di quelli dei rivali, questo sarebbe un esempio di abuso di posizione dominante. I lettori di questa rubrica sanno che l’antitrust americana ha già trovato evidenza di tale favori tismo: Google mette i siti di Google Shopping prima di altri siti concorrenti. Sembrerebbe quindi che Google, quando si tratta dei suoi siti, non segua le stesse regole di priorità che applica a tutti gli altri.
Neppure questa condizione, però, è sufficiente. Per sanzionare Google la Vestager dovrà dimostrare che queste pratiche di Google hanno danneggiato i consumatori. Questa è la parte più debole della tesi dell’accusa. I consumatori usano Google gratis e possono facilmente scegliere un altro meccanismo di ricerca. Come è possibile che siano danneggiati?

Non sappiamo quali prove abbia la Vestager a sua disposizione. Provare il danno per i consumatori, però, non dovrebbe essere impossibile. Basterebbe dimostrare con degli esperimenti che l’ordine con cui Google presenta i risultati del suo motore di ricerca influenza le scelte di acquisto on line. Questo non sarebbe sorprendente perché sappiamo che l’ordine con cui sono disposti i prodotti sugli scaffali dei supermercati influenza gli acquisti. Infine, per dimostrare il danno per il consumatore si dovrebbe comparare il prezzo o la qualità dei servizi offerti da Google Shopping con quello dei suoi competitori discriminati dai meccanismi di ricerca della casa di Mountain View.

Se l’argomentazione è così semplice, perché l’antitrust americana ha archiviato l’inchiesta? Innanzitutto, far causa a Google non è popolare come attaccare il monopolio di una compagnia aerea. In quest’ ultimo caso i consumatori soffrono per i prezzi eccessivi ed amano vedere questi prezzi ridotti dall’attività dell’antitrust. Google, invece, fornisce i suoi servizi ai consumatori gratis. E quindi non è visto come il monopolista cattivo. Se non bastasse, la rapidità di ricerca di Google ha enormemente migliorato la qualità della nostra vita. Perché mai dovrebbe essere punita?

Ma il vero motivo per l’archiviazione dell’inchiesta americana è più banale. Google è stata la seconda società per donazioni ad Obama ed Eric Schmidt, il presidente di Google, ha supervisionato personalmente alcuni dei programmi usati da Obama nella sua campagna per la rielezione. Anche se l’autorità antitrust americana dovrebbe essere indipendente dall’esecutivo, è difficile immaginare che questo sostegno non abbia pesato sulla decisione di archiviare il caso. Per fortuna in Europa, grazie alla rivalità economica tra i due continenti, il potere di lobby di Google non è così forte. Questo ha permesso al commissario europeo di prendere la decisione giusta. Ovvero è solo grazie alla concorrenza tra Paesi che possiamo sperare di veder salvaguardato il principio della concorrenza tra imprese. Nonostante i men che nobili motivi, i consumatori ringraziano.

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Just as the grass of our neighbors is always greener, the monopolies are always more evil than our own. At least, this is what seems to be the case for the European Union. Very tolerant of European monopolists, the European Union passionately attacks American monopolies. Among these, the most hated today by European politicians is without a doubt Google, “responsible” in their eyes for the death of many newspapers. Therefore, it is not surprising that the European Commissioner for competition, the Danish Margrethe Vesteger, has opened an antitrust case against Google, guilty of having favorited its own sites and damaging the competition.
Whatever the political motivations may be, Vestager’s decision has economic reasons. The antitrust’s goal is to prevent the abuse of dominant positions that could damage consumers. Whether Google has a dominant position in Europe there is no doubt: it owns 90% of the research engine market. But to sanction Google, it is not enough to demonstrate its dominant position: a monopoly created by superior technology is not in and of itself sanctionable. It is necessary to demonstrate that Google abuses of such position.
For example, if Google used its own research engine to favor its own sales services ahead of its rivals, that would be an abuse of a dominant position. Readers of this column know that the American antitrust has already found evidence of this kind of favoritism: Google puts Google Shopping links before other competing sites. It would seem, then, that Google-when it comes to its own sites-doesn’t follow the same priority rules that it applies to all the rest.
Not even this condition, however, is sufficient. To sanction Google, Vestager must demonstrate that these practices damage the competition. This is the weakest part of the prosecution’s case. Consumers use Google for free and they could easily choose any other research engine. How is it possible they are damaged? 

We don’t know what kind of evidence Vestager has at her disposition. Proving the damage to consumers, however, should not be impossible. It would be enough to demonstrate that the order in which Google presents the results of its search engine influences the choice of online purchases. This should not be surprising since we know that the order in which products are displayed on the shelves of supermarkets influences the purchases. Finally, to demonstrate the damage for consumers one should compare the price and the quality of services offered by Google Shopping and those offered by its competitors discriminated by the research engines of the Mountain View-based company.
If the argumentation is so simply, why has the American antitrust buried the case? First, to sue Google is not as popular as attacking the monopoly of airline companies is. In this latter case, the consumers suffer from the excessive prices and love to see these prices reduced from the antitrust’s activity. Google, on the other hand, furnishes its services to consumers for free. Thus, it is not seen as an evil monopoly. If that wasn’t enough, the speed of Google’s engine has greatly improved the quality of our life. Why should it ever be punished?

But the real reason for the burial of this American case is more trivial. Google was the second company for donations to Obama. Eric Schmidt, the president of Google, personally supervised some of the programs used by Obama during his reelection campaign. Even if the American antitrust authority should be independent from the executive, its difficult to imagine this support didn’t weigh on the decision to bury the case. Luckily in Europe, thanks to the economic rivalry between the two continents, Google’s power to lobby is not as strong. This permitted the European Commissioner to come to the correct decision. Or rather, it is only thanks to the competition between countries that we can hope to see the principle of competition between enterprises protected. Despite the less than noble motives, consumers say thank you.

Il mercato va difeso anche da Google

Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 26.03.2015 con il titolo “Quelle carte segrete che accusano Google”

«Non essere cattivo», scriveva l’amministratore delegato di Google al momento della quotazione. E aggiungeva «i nostri risultati di ricerca sono i migliori che siamo in grado di produrre. Sono imparziali e oggettivi. Non accettiamo pagamento per questi risultati, per la loro inclusione, o per aggiornamenti più frequenti». Undici anni dopo Google ha mantenuto la promessa?

A guardare il risultato del procedimento antitrust in America sembrerebbe di sì. Nel gennaio del 2013 la Federal Trade Commission americana decise di archiviare con voto unanime dei commissari una indagine antitrust nei confronti di Google. La società aveva festeggiato dichiarando «il personale e tutti i cinque commissari della Ftc hanno convenuto che non vi era alcuna necessità di intervenire sul modo in cui classifichiamo e presentiamo i risultati delle nostre ricerche. La speculazione sul potenziale danno per i consumatori si è rivelata del tutto sbagliata».

Nei giorni scorsi, però, lo studio effettuato dell’Ftc nel 2012 è stato inavvertitamente consegnato (con altri documenti) al “Wall Street Journal”. La storia che ne emerge è completamente diversa. Lo studio della Ftc dimostra che Google «strategicamente riporta più in basso o rifiuta di visualizzare i link a certi siti web in settori altamente competitivi» e che ha «infranto la legge antitrust impedendo ai siti web che pubblicano i suoi risultati di ricerca di lavorare anche con rivali come Microsoft Bing e Yahoo Inc». Lo staff della Ftc conclude che «il comportamento di Google ha portato – e porterà – un danno reale per i consumatori e per l’innovazione».

Ma come è possibile che da uno studio così si arrivi ad una decisione unanime di abbandonare la causa contro Google? Un motivo è che gli stessi ricercatori temevano di non riuscire a vincere la causa contro i potenti avvocati di Google. Il secondo motivo è che Google è molto popolare. La maggior parte di noi (me compreso) usa il suo meccanismo di ricerca gratuitamente molte volte al giorno. Per di più, lo facciamo liberamente, perché alternative come Bing o Yahoo sono letteralmente a portata di click. Perché mai l’autorità antitrust dovrebbe far causa e potenzialmente punire Google?

In America essere bravi non è reato. Quindi ottenere una posizione dominante nel mercato dei motori di ricerca non è contrario ad alcuna norma se questa posizione è ottenuta grazie alla superiorità del proprio algoritmo. Quello che è vietato, invece, è utilizzare questa posizione dominante per catturare altri mercati. In altre parole, se domani Google decidesse di fare pagare un euro a ricerca, nessuno potrebbe dirgli niente. Ma se Google usa il suo motore per favorire la sua agenzia di viaggio, questo, sì, è un problema. Si tratta di abuso di posizione dominante, un abuso che danneggia i consumatori perché altera le condizioni di mercato e rallenta l’innovazione. Altera il mercato perché Google Travel non prevale perché più brava, ma solo perché legata a Google. Rallenta l’innovazione perché nuove imprese non entreranno mai in un mercato in cui possono essere stracciate da Google anche quando Google ha un prodotto inferiore.

Negli anni ’90 Microsoft era stata accusata dello stesso reato: sfruttamento della posizione dominante sul mercato dei sistemi operativi al fine di monopolizzare il mercato di software come Excel, Word, Outlook. Fu proprio la causa antitrust contro Microsoft che favorì la nascita di nuove imprese come Safari e Google.

Qui sta la differenza tra essere pro mercato ed essere pro business. Chi difende il mercato, lo difende sempre, perché sa che la libera concorrenza è il migliore meccanismo per produrre un benessere diffuso (se abbiamo Google è anche grazie alla causa contro Microsoft). Chi invece è pro business, difende gli interessi delle imprese esistenti. Questi interessi possono coincidere con l’interesse del mercato (generalmente quando le imprese sono nascenti come Google negli anni ’90), ma poi, quando le imprese diventano grandi e potenti, vanno nella direzione di ostacolare la concorrenza.
Per questo il capitalismo va salvato innanzitutto dai capitalisti.