Crisi bancarie, chi non impara dalla storia le ripete

Testo dell’articolo pubblicato il 28.08.2016 su “Il Sole 24 Ore”,  nella rubrica “Alla luce del Sole”. 

Si è scritto moltissimo sulla crisi bancaria che affligge l’Italia, ma molto meno sulle sue cause. L’esplosione dei crediti deteriorati è dovuta alla recessione che ha colpito il nostro Paese o alla cattiva politica del credito dei nostri banchieri? Entrambe queste ipotesi hanno un elemento di verità. La crisi economica è una condizione necessaria perché le inefficienze (o frodi) vengano a galla (perfino Madoff andava bene durante l’espansione economica). Ma da sola la crisi non è sufficiente a spiegare tutte le perdite sui crediti: il Portogallo che ha subito una crisi economica simile alla nostra ha sofferenze pari a solo il 12% dei prestiti, contro il nostro 18%.
Rispondere a questo quesito non è solo un esercizio intellettuale: serve a disegnare la soluzione. Se è solo colpa della crisi economica, una ricapitalizzazione delle banche è sufficiente. Se invece inefficienze e/o frode hanno giocato un ruolo importante, ricapitalizzare senza riformare vuol dire buttare via una valanga di soldi. È possibile separare le due cause?

La risposta è affermativa. Per dimostrare come sia possibile farlo ricorrerò ancora all’esempio del Banco di Napoli. Anche in quel caso c’era (e c’è ancora) un dibattito se il fallimento fosse dovuto all’interruzione dei sussidi della Cassa del Mezzogiorno o alla politica del credito di Ferdinando Ventriglia, che aveva gestito il Banco per più di dieci anni.

Il vantaggio di analizzare il Banco di Napoli è che abbiamo la quantità delle sofferenze recuperate dopo 20 anni e anche i costi legali pagati per recuperale. Se le perdite derivano da prestiti ad imprese solide che sono state vittima di una recessione, ci aspettiamo che la maggior parte del credito venga recuperato. Se invece i prestiti sono stati concessi in modo clientelare, è ragionevole aspettarsi maggiori perdite.

I dati del Banco di Napoli evidenziano una dicotomia. Se guardiamo ai piccoli prestiti (sotto i 155 mila euro) il recupero è stato straordinario: 94% del valore nominale e 138% del prezzo pagato, anche se le spese legali sono state molto elevate (9,4% del valore nominale). Questi dati fanno pensare ad una crisi di liquidità dei debitori (probabilmente dovuta alla fine improvvisa della Cassa del Mezzogiorno) più che una cattiva politica del credito. Ma questi prestiti rappresentano solo il 13% dei crediti deteriorati. Il 52% è rappresentato da crediti di valore superiore ai €2,5 milioni, per i quali – dopo 20 anni – solo il 60% del valore iniziale è stato recuperato. Il buco del Banco di Napoli, quindi, è stato causato principalmente dai grandi prestiti.

Se poi guardiamo all’identità di questi grandi creditori, si capisce come la causa principale dell’insolvenza del Banco non sia stata causata da imprenditori meridionali in difficoltà dopo la fine della Cassa del Mezzogiorno, ma da imprenditori (del Nord e del Sud) politicamente ammanicati. Ad esempio, Salvatore Ligresti, che ha ricevuto 362 milioni di euro dal Banco di Napoli, causando perdite per circa 136 milioni di euro. O il gruppo Ferruzzi, che nel suo complesso aveva ricevuto dal Banco prestiti per 590 milioni di euro, causando una perdita per 202 milioni di euro. Per non parlare del giornale l’Unità che – secondo notizie di stampa – dopo 20 anni dovrebbe al Banco ancora 20 milioni di euro. È difficile classificare questi tra i crediti deteriorati a causa della fine della Cassa del Mezzogiorno.

Che il Banco di Napoli sia fallito a causa di una politica di credito clientelare non dimostra che l’attuale crisi del sistema bancario sia dovuta alla medesima causa. Ma rende questa ipotesi più plausibile, soprattutto se guardiamo alle statistiche sulla composizione delle odierne sofferenze. Secondo Unimpresa il 48% dei crediti deteriorati riguarda prestiti superiori ai 2,5 milioni di euro, proprio come il Banco di Napoli. E proprio come per il Banco, negli anni scorsi i grandi creditori in difficoltà sono stati i soliti noti: Zunino, Zaleski e il sempre presente Ligresti. Come diceva filosofo spagnolo George Santayana, “chi non impara dalla storia è condannato a ripeterla.”


Qui di seguito i link ai precedenti articoli della Rubrica “Alla Luce del Sole”: 

– Quel «tesoretto» della bad bank del Banco di Napoli
– Quante sofferenze si nascondono negli “incagli”?
– Cosa Insegnano ad Atlante le Sofferenze del Banco di Napoli 
– Le Operazioni di Sistema sono Aiuti di Stato?
– Aguzzate la vista
L’azione di responsabilità è fondamentale per ricostruire la fiducia nelle banche Italiane
Deutsche Bank e Monte Paschi: similitudini e differenze
– Salvare le banche per far ripartire l’economia
– L’importanza di un Buon Piano di Successione e il Ruolo del Consiglio di Amministrazione 
Le Occasioni Mancate dell’Ufficio Studi Bankitalia
– Cosa fare per evitare che il “decreto banche” diventi solo un regalo alle banche
– Le Assicurazioni, Atlante e la Tutela dei Risparmiatori
– Etica e integrità dei vertici per controllare i rischi 
– Le Responsabilità della Consob sulle Obbligazioni Subordinate
– Gli stipendi degli AD e quei paracadute troppo grandi

5 pensieri su “Crisi bancarie, chi non impara dalla storia le ripete

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  5. Buongiorno Professor Zingales, citando il suo articolo “il Portogallo che ha subito una crisi economica simile alla nostra ha sofferenze pari a solo il 12% dei prestiti, contro il nostro 18%”, è evidente che il sistema bancario Italiano ha ancora un problema. Ad esempio il numero di sportelli bancari si riduce molto lentamente in Italia nonostante siano in numero nettamente eccessivo rispetto alla media europea.

    Alla base di quasi tutti i problemi delle banche c’è una governance che da potere a una minoranza che rappresenta in minima parte il capitale. Io ho creduto ingenuamente che il cambiamento di governance imposto alle popolari fosse una soluzione. Dopo aver visto i risultati che ha prodotto, mi sembra che tutto sia cambiato per non cambiare nulla.

    Ad esempio in UBI, la più virtuosa nell’aderire al nuovo modello di Spa, nonostante i voti schiacciati a favore dei rappresentati della maggioranza degli azionisti, il potere è in mano alla minoranza che ha sempre governato UBi e che non mi sembra abbia ancora fatto una profonda riduzione dei costi. Non credo sia un caso che il presidente di UBI dopo il cambio di governance sia Letizia Moratti, una politica.

    Il valore di Ubi in borsa è ormai degno di una banca fallita e gli azionisti dovrebbero essere disperati e arrabbiati, ma le riduzioni degli sportelli nel nuovo piano industriale inizieranno, con calma, nel 2017. Magari prima chiederanno anche un bell’aumento di capitale per dare il colpo di grazia agli azionisti.

    Stavo per scrivere io un articolo sul tema della governance bancaria italiana, che è cambiata per non cambiare nulla, ma ho pensato che fosse meglio che lo scrivesse lei.

    Come mai non critica più la governance delle banche italiane? Ritiene non sia più un problema? Se scrivesse un articolo su questo tema sarebbe molto interessante e utile credo.

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