It’s Wrong to Keep Greece on the Gallows / È sbagliato tenere 
la Grecia sul patibolo

Article written for L’Espresso

The Russian novelist Dostoevskij, sentenced to death by the Tsarist regime, was pardoned on the gallows a moment before his execution. Only today do psychologists begin to understand the permanent effects that a similar trauma can leave on the human psyche. Imagine that it is an entire country that is sentenced and at the final moment the sentence is not reversed, but only postponed by a few weeks. Imagine two weeks later, this scene repeats itself and the countdown begins again and then again still. What kind of effects could this trauma have on the psyche of an entire nation?

It is the question we must ask ourselves after Monday’s narrow escape. Greece has paid its installment debt: 750 million to the IMF. For the thousandth time, the risk of a default was avoided. But the Eurogroup did not decide to release the last slice of aid and the minister of finances Varoufakis has already announced that the Greek government has only enough liquidity for two weeks. The catastrophe has not been avoided but postponed. The countdown begins again.

If at an individual level the shock seems to produce a sense of helplessness, which often results in depression, at a national level, it generates a dangerous mix of nationalism and extremism. At the last Greek elections, almost 50% of the voters voted for parties on the extreme right or leftwing. The radical left who prevailed had no problem in allying itself with the ultranationalist rightwing. The common objective is to reclaim national sovereignty, which had be previously sold to the detested Troika. If in Europe this new political line has alienated all the governments, in Greece it has reached peaks of consensus greater than 70%. It is unlikely the Tsiparis government will be able to backtrack, and if it does backtrack, the political consequences are unclear. Varoufakis continues to repeat that if Europe doesn’t like Syriza, it could like even less what is likely to come next, also known as the Nazis of the Golden Dawn.

This prophecy is not altogether unfounded. In Germany, Nazism affirmed itself as a reaction to the humiliations imposed to the Germans by the treaty of Versailles. War reparations created an unsustainable economic weight that deprived the Germans not only of the fruits of their own labor but also of their own dignity. Burdened by the debts and afflicted by the consequences of the Great Depression, the Germans searched for a form of revenge in Nazism. Today, the majority of historians recognize that those reparations were a mistake. Not because the Germans didn’t deserve to be paid the costs of war, which they had unleashed, but because excessive debt is counterproductive, both from an economic stand point as from a political one. From an economic standpoint, eliminating the incentives for production, an excessive debt ends up returning less money to the creditors than a more moderate one. From a political standpoint, an excessive debt limits the national sovereignty fomenting a dangerous nationalist revanchism.

Unfortunately in 2010 this lesson was not applied to Greece. Instead of renegotiating the debt (and make the imprudent creditors pay part of the cost), it was decided that all the weight would be unloaded onto the Greeks. To repay the Franco-German bank credits the money from the European Financial Stability Facility (EFSF) was used, also known as all the European contributor’s money.

This original sin makes the negotiations to resolve this Greek tragedy almost impossible. On one hand, Greece is not capable of repaying in full its own debts. On the other hand, the European countries, especially those that are most heavily indebted like Italy, cannot permit to release their credits (for Italy this would be 40 billion). In front of this impasse governments cannot see another solution other than putting off the problem from meeting to meeting, until one of the two sides will eventually act in desperation. For example, just to survive politically and save national dignity, Syriza could attempt to “sell” the Hellenic country to Russia. Political fiction? Some more of this shock therapy and the unthinkable becomes inevitable.

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Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 15.05.2015

Lo scrittore russo Dostoevskij, condannato a morte dal regime zarista, fu graziato sul patibolo, un attimo prima dell’esecuzione. Solo oggi la psicologia comincia a comprendere gli effetti permanenti che un simile trauma può avere sulla psiche umana. Immaginatevi quando ad essere condannato è un intero Paese e al momento della sentenza la condanna non viene annullata, ma solo rimandata di un paio di settimane. E due settimane dopo questa scena si ripete, e il conto alla rovescia ricomincia di nuovo, e poi di nuovo ancora. Quali effetti può avere questo trauma continuo sulla psiche di un intero popolo?

È la domanda che ci dobbiamo porre di fronte allo scampato pericolo di lunedì. La Grecia ha pagato la sua rata di debito: 750 milioni al Fondo Monetario. Per l’ennesima volta il rischio di un default è stato evitato. Ma l’Eurogruppo non ha deciso di rilasciare l’ultima tranche di aiuti e il ministro delle Finanze Varoufakis ha già annunciato che il governo greco ha liquidità sufficiente per sole due settimane. La catastrofe non è stata evitata ma solo rimandata. Il conto alla rovescia ricomincia.

Se a livello individuale gli shock sembrano produrre un senso di impotenza, che spesso sfocia nella depressione, a livello nazionale, generano un mix pericoloso di nazionalismo ed estremismo. Alle ultime elezioni greche quasi il 50 per cento degli elettori ha votato per partiti di estrema destra o sinistra. Ha prevalso la sinistra radicale, che non si è fatta problemi ad allearsi con la destra ultranazionalista. L’obiettivo comune è riprendersi la sovranità nazionale, ceduta all’odiata Troika. Se in Europa questa nuova linea politica ha alienato tutti i governi, in Grecia ha raggiunto picchi di consenso superiori al 70 per cento. Difficilmente il governo di Tsipras può indietreggiare, e se indietreggia, non sono chiare le conseguenze politiche. Varoufakis va ripetendo che se all’Europa non piace Syriza, potrebbe piacere ancora meno quello che rischia di venire dopo, ovvero i nazisti di Alba Dorata.

La profezia non è del tutto infondata. In Germania il nazismo si affermò come reazione alle umiliazioni imposte ai tedeschi dal trattato di Versailles. Le riparazioni di guerra crearono un peso economico insostenibile, che deprivava i tedeschi non solo del frutto del proprio lavoro, ma anche della propria dignità. Gravati dal debito ed afflitti dalla conseguenze della Grande Depressione, i tedeschi cercarono nel nazismo una forma di rivalsa. Oggi la maggior parte degli storici riconosce che quelle riparazioni furono un errore. Non perché i tedeschi non si meritassero di pagare i costi di una guerra che avevano scatenato, ma perché un debito eccessivo è controproducente sia da un punto di vista economico sia da un punto di vista politico. Economico perché, eliminando gli incentivi a produrre, un debito eccessivo finisce per ritornare meno soldi ai creditori di un debito più moderato. Politico perché un debito eccessivo limita la sovranità nazionale fomentando un pericoloso revanchismo nazionalista.

Purtroppo nel 2010 questa lezione non fu applicata alla Grecia. Invece di rinegoziare il debito (e far pagare parte del costo ai creditori imprudenti), si decise di scaricarne tutto il peso sui greci. Per ripagare i crediti delle banche franco-tedesche si usarono i soldi del Fondo Salva Stati europeo, ovvero i soldi di tutti i contribuenti europei.

Questo peccato originale rende le trattative per risolvere la tragedia greca pressoché impossibili. Da un lato la Grecia non è in grado di ripagare integralmente i propri debiti. Dall’altro, i Paesi europei, soprattutto quelli più fortemente indebitati come l’Italia, non possono permettersi di affrancare i loro crediti (per l’Italia sarebbero quasi 40 miliardi). Di fronte a questo impasse i governi non vedono altra soluzione che rimandare il problema di meeting in meeting. Fino a quando una delle due parti compirà un gesto disperato. Per esempio pur di sopravvivere politicamente e salvare la dignità nazionale Syriza potrebbe cercare di “vendere” il Paese ellenico alla Russia. Fantapolitica? Un altro po’ di questa terapia shock e l’impensabile diventa inevitabile.

Perché ogni buon capitalista deve anche essere femminista

In Italia i sostenitori del libero mercato sono spesso visti come dei conservatori, con visioni ottocentesche sul ruolo della donna. Per questo motivo trovo particolarmente valido questo articolo di Victoria Bateman che dimostra in modo cogente come i veri liberisti non possano che essere femministi. Ovviamente lo stesso ragionamento si può applicare a qualsiasi forma di discriminazione.  Quindi, per es.,  si potrebbe anche dire perché ogni buon capitalista deve anche essere antirazzista.
Ringrazio CapX
 per avermi permesso di pubblicare su questo blog la traduzione in italiano.

La parità di genere ha fatto molta strada in Occidente. Tuttavia, per ogni tappa positiva ne troviamo troppo spesso una negativa. Pensiamo a quest’ultima settimana. Da un lato abbiamo un numero record di donne elette nell’appena rinnovato Parlamento britannico. Dall’altro c’è l’Oxford College che ha deciso di reprimere più severamente i “comportamenti eccessivamente intimidatori” nei confronti di studentesse (da Cambridge Fellow, posso capire). Allo stesso tempo, abbiamo visto come le questioni femminili siano state il tema centrale della Settimana di Aiuto Cristiano. La dichiarazione accompagnatoria è stata chiara: “la diseguaglianza distributiva e gli abusi di potere sono il cuore del problema della povertà. E la più grande e più diffusa diseguaglianza nel mondo è quella tra donne e uomini “. Ci auguriamo che questo tema trovi posto tra i nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile che le Nazioni Unite si apprestano ad individuare.
Con le femministe che cercano di fare progressi nella sfera sociale e politica, è giunta l’ora che gli economisti facciano sentire la propria voce e ascoltino. È tempo che la questione di genere trovi spazio nelle tradizionali discussioni economiche – e nelle discussioni sul futuro del capitalismo. Gli economisti devono affrontare il femminismo più seriamente.

La libertà di scelta individuale è centrale in economia. È fondamentale anche per il capitalismo. La nostra capacità di agire come individui – avere la libertà di fare le scelte che sono nel nostro interesse – è fondamentale nel modo in cui gli economisti interpretano l’economia. Fintantoché gli economisti scelgono le “giuste” politiche economiche, il risultato — ci assicurano – è che l’espressione dell’interesse individuale porterà al bene comune: a un’economia in cui le persone scelgono di lavorare sodo, di investire e di inventare. La mano invisibile di Smith agirà bene. La libertà individuale produrrà una società prospera. Come hanno dimostrato Ayn Rand e Milton Friedman, il successo economico e la libertà individuale sono legati indissolubilmente.
Fin qui abbastanza semplice, si potrebbe pensare. Tuttavia, per quelli con gli occhi aperti sulle questioni di genere, sorge un ostacolo importante: metà della popolazione mondiale non dispone della libertà di scelta. Ciò da cui gli economisti partono dandolo per scontato manca completamente a larga parte del genere femminile. In tutto il mondo, la possibilità delle donne di esercitare il diritto di scelta è fortemente limitata dal contesto sociale e politico che le circonda. La loro possibilità di accedere a un’istruzione superiore, di essere premiate per le loro capacità lavorative, di avviare le proprie imprese e di spingere per il cambiamento politico è ostacolata ogni singolo giorno della loro vita. Fino a quando le donne non avranno il potere sufficiente per esercitare la loro libertà di scelta, l’economia globale non sarà in grado di sviluppare e realizzare il suo pieno potenziale.
Infatti, se è vero che la mancanza di parità di genere vuol dire che la metà del potenziale di crescita a livello mondiale è sacrificata, c’è una differenza significativa tra uomini e donne che rende la posizione subordinata delle donne più costosa di quanto si possa pensare. Tale differenza consiste, naturalmente, nel fatto che le donne possono partorire. Questo pone le donne in una posizione estremamente vulnerabile – ma anche particolarmente funzionale nella determinazione della prosperità futura del genere umano.
Se una donna ha figli (e quanti ne ha) può essere fondamentale per il suo benessere emotivo e finanziario. Mentre gli economisti sensibili alle questioni di genere sono consapevoli delle conseguenze economiche dell’impossibilità delle donne di accedere a opportunità di istruzione e di lavoro, ciò che è altrettanto importante è la possibilità delle donne di farsi carico della propria fertilità – per una donna avere il controllo della propria possibilità di procreare.

Poiché la maggioranza di figli si genera all’interno del matrimonio, ciò richiede a sua volta che il matrimonio sia una libera scelta delle donne (cioè che non sia per loro una costrizione) e che le donne abbiano accesso alle tecniche di riproduzione. Sposate o no, le donne portano il peso dei desideri sessuali degli uomini – se non hanno la possibilità di resistervi, dovremmo almeno dar loro il potere di affrontarne le conseguenze, senza la minaccia del carcere. Purtroppo, in alcuni Paesi la presa statale sulla fertilità delle donne è così forte che persino l’aborto spontaneo comporta il rischio di arresto (come se l’aborto spontaneo non fosse di per sé abbastanza doloroso).

La fertilità non è solo una questione sociale, politica o religiosa: è anche una questione economica. Come ho sostenuto in “Perché gli economisti hanno bisogno di parlare di sesso”, alla base della ricchezza economica dell’Occidente c’è stata la capacità delle donne di fare le proprie scelte su lavoro, fertilità e vita familiare. Guardando attraverso la storia e nei vari paesi, le donne con maggiore libertà tendono a sposarsi più tardi nella vita e ad avere famiglie più piccole. Queste famiglie più piccole impediscono che il tenore di vita sia minato da sempre più bocche da sfamare, consentono ai genitori di investire in istruzione (in termini di qualità piuttosto che quantità) e risparmiano (aiutando il finanziamento di investimenti). In altre parole, la libertà delle donne riguardo alla propria fertilità porta benefici all’economia: da salari più alti a competenze più forti e a maggiori fondi per gli investimenti. Il fatto che questa libertà sia stata limitata per gran parte della storia spiega perché la prosperità economica sia così rara – e così recente.
Tuttavia, in tutto il mondo, il diritto di scelta delle donne continua ad essere in pericolo. In alcune aree, invece di andare avanti stiamo tornando indietro. Coloro che fanno campagna per i diritti delle donne sono troppo spesso a continuo rischio di abusi, violenza fisica e arresto. Inoltre, piuttosto che riconoscere la necessità per le donne di avere maggior potere, molti commentatori hanno semplicemente rimosso il problema. Abbiamo spesso l’impressione che le prostitute scelgano liberamente di lavorare nell’industria del sesso, o che le donne che lavorano in nero stiano meglio lì che in altri lavori. La triste verità è che molte semplicemente non hanno la scelta che ci piace pensare che abbiano. Le loro opzioni sono limitate da una società patriarcale – che si traduce in sfruttamento e abusi, limitando le scelte delle donne e, di conseguenza, mettendole con le spalle al muro. Quando si sceglie in queste circostanze, non si è veramente liberi.
Fino a quando le donne non avranno lo stesso potere degli uomini, i modelli e le analisi spesso utilizzati dagli economisti saranno limitati nel loro obiettivo di creare ricchezza. Piuttosto che dare semplicemente per scontata la libertà di scelta, gli economisti devono impegnarsi molto di più ad affrontare il problema della sua mancanza. Non si può essere un vero sostenitore del libero mercato e del capitalismo e, nello stesso tempo, chiudere un occhio sulla (mancanza di) libertà delle donne.

Non importa che tu sia maschio o femmina: se sei un economista o un sostenitore del capitalismo devi essere anche un femminista – ed essere orgoglioso di dichiararlo apertamente.

Dr Victoria Bateman è una storica dell’economia, fellow in Economia al Gonville & Caius College di Cambridge e Fellow del Legatum Institute di Londra.

Il tuo monopolio è più cattivo del mio / Your Monopoly is More Evil Than Mine

Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 24.04.2015

Come l’erba del vicino è sempre più verde, così i monopoli altrui sono sempre più cattivi, almeno così sembra essere per l’Unione europea (Ue). Molto tollerante nei confronti dei monopolisti europei, la Ue attacca con passione i monopoli americani. Tra questi, il più odiato oggi dai politici europei è senz’altro Google, “responsabile” ai loro occhi della morte di molti giornali. Non sorprende quindi che il commissario europeo alla concorrenza, la danese Margrethe Vestager, abbia aperto un caso antitrust contro Google, colpevole di aver favorito i propri siti a danno dei concorrenti.
Quali che siano le motivazioni politiche, la decisione della Vestager ha delle ragioni economiche. L’antitrust ha il compito di impedire abusi di posizioni dominanti che danneggino i consumatori. Che Google abbia una posizione dominante in Europa non c’è dubbio: possiede il 90 per cento del mercato dei meccanismi di ricerca. Ma per sanzionare Google non basta dimostrare la sua posizione dominante: un monopolio raggiunto grazie ad una tecnologia superiore non è di per sé sanzionabile. Occorre dimostrare che Google abusi di tale posizione.
Per esempio se Google utilizzasse il proprio meccanismo di ricerca per favorire i propri servizi di vendita a danno di quelli dei rivali, questo sarebbe un esempio di abuso di posizione dominante. I lettori di questa rubrica sanno che l’antitrust americana ha già trovato evidenza di tale favori tismo: Google mette i siti di Google Shopping prima di altri siti concorrenti. Sembrerebbe quindi che Google, quando si tratta dei suoi siti, non segua le stesse regole di priorità che applica a tutti gli altri.
Neppure questa condizione, però, è sufficiente. Per sanzionare Google la Vestager dovrà dimostrare che queste pratiche di Google hanno danneggiato i consumatori. Questa è la parte più debole della tesi dell’accusa. I consumatori usano Google gratis e possono facilmente scegliere un altro meccanismo di ricerca. Come è possibile che siano danneggiati?

Non sappiamo quali prove abbia la Vestager a sua disposizione. Provare il danno per i consumatori, però, non dovrebbe essere impossibile. Basterebbe dimostrare con degli esperimenti che l’ordine con cui Google presenta i risultati del suo motore di ricerca influenza le scelte di acquisto on line. Questo non sarebbe sorprendente perché sappiamo che l’ordine con cui sono disposti i prodotti sugli scaffali dei supermercati influenza gli acquisti. Infine, per dimostrare il danno per il consumatore si dovrebbe comparare il prezzo o la qualità dei servizi offerti da Google Shopping con quello dei suoi competitori discriminati dai meccanismi di ricerca della casa di Mountain View.

Se l’argomentazione è così semplice, perché l’antitrust americana ha archiviato l’inchiesta? Innanzitutto, far causa a Google non è popolare come attaccare il monopolio di una compagnia aerea. In quest’ ultimo caso i consumatori soffrono per i prezzi eccessivi ed amano vedere questi prezzi ridotti dall’attività dell’antitrust. Google, invece, fornisce i suoi servizi ai consumatori gratis. E quindi non è visto come il monopolista cattivo. Se non bastasse, la rapidità di ricerca di Google ha enormemente migliorato la qualità della nostra vita. Perché mai dovrebbe essere punita?

Ma il vero motivo per l’archiviazione dell’inchiesta americana è più banale. Google è stata la seconda società per donazioni ad Obama ed Eric Schmidt, il presidente di Google, ha supervisionato personalmente alcuni dei programmi usati da Obama nella sua campagna per la rielezione. Anche se l’autorità antitrust americana dovrebbe essere indipendente dall’esecutivo, è difficile immaginare che questo sostegno non abbia pesato sulla decisione di archiviare il caso. Per fortuna in Europa, grazie alla rivalità economica tra i due continenti, il potere di lobby di Google non è così forte. Questo ha permesso al commissario europeo di prendere la decisione giusta. Ovvero è solo grazie alla concorrenza tra Paesi che possiamo sperare di veder salvaguardato il principio della concorrenza tra imprese. Nonostante i men che nobili motivi, i consumatori ringraziano.

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Just as the grass of our neighbors is always greener, the monopolies are always more evil than our own. At least, this is what seems to be the case for the European Union. Very tolerant of European monopolists, the European Union passionately attacks American monopolies. Among these, the most hated today by European politicians is without a doubt Google, “responsible” in their eyes for the death of many newspapers. Therefore, it is not surprising that the European Commissioner for competition, the Danish Margrethe Vesteger, has opened an antitrust case against Google, guilty of having favorited its own sites and damaging the competition.
Whatever the political motivations may be, Vestager’s decision has economic reasons. The antitrust’s goal is to prevent the abuse of dominant positions that could damage consumers. Whether Google has a dominant position in Europe there is no doubt: it owns 90% of the research engine market. But to sanction Google, it is not enough to demonstrate its dominant position: a monopoly created by superior technology is not in and of itself sanctionable. It is necessary to demonstrate that Google abuses of such position.
For example, if Google used its own research engine to favor its own sales services ahead of its rivals, that would be an abuse of a dominant position. Readers of this column know that the American antitrust has already found evidence of this kind of favoritism: Google puts Google Shopping links before other competing sites. It would seem, then, that Google-when it comes to its own sites-doesn’t follow the same priority rules that it applies to all the rest.
Not even this condition, however, is sufficient. To sanction Google, Vestager must demonstrate that these practices damage the competition. This is the weakest part of the prosecution’s case. Consumers use Google for free and they could easily choose any other research engine. How is it possible they are damaged? 

We don’t know what kind of evidence Vestager has at her disposition. Proving the damage to consumers, however, should not be impossible. It would be enough to demonstrate that the order in which Google presents the results of its search engine influences the choice of online purchases. This should not be surprising since we know that the order in which products are displayed on the shelves of supermarkets influences the purchases. Finally, to demonstrate the damage for consumers one should compare the price and the quality of services offered by Google Shopping and those offered by its competitors discriminated by the research engines of the Mountain View-based company.
If the argumentation is so simply, why has the American antitrust buried the case? First, to sue Google is not as popular as attacking the monopoly of airline companies is. In this latter case, the consumers suffer from the excessive prices and love to see these prices reduced from the antitrust’s activity. Google, on the other hand, furnishes its services to consumers for free. Thus, it is not seen as an evil monopoly. If that wasn’t enough, the speed of Google’s engine has greatly improved the quality of our life. Why should it ever be punished?

But the real reason for the burial of this American case is more trivial. Google was the second company for donations to Obama. Eric Schmidt, the president of Google, personally supervised some of the programs used by Obama during his reelection campaign. Even if the American antitrust authority should be independent from the executive, its difficult to imagine this support didn’t weigh on the decision to bury the case. Luckily in Europe, thanks to the economic rivalry between the two continents, Google’s power to lobby is not as strong. This permitted the European Commissioner to come to the correct decision. Or rather, it is only thanks to the competition between countries that we can hope to see the principle of competition between enterprises protected. Despite the less than noble motives, consumers say thank you.

Il mercato va difeso anche da Google

Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 26.03.2015 con il titolo “Quelle carte segrete che accusano Google”

«Non essere cattivo», scriveva l’amministratore delegato di Google al momento della quotazione. E aggiungeva «i nostri risultati di ricerca sono i migliori che siamo in grado di produrre. Sono imparziali e oggettivi. Non accettiamo pagamento per questi risultati, per la loro inclusione, o per aggiornamenti più frequenti». Undici anni dopo Google ha mantenuto la promessa?

A guardare il risultato del procedimento antitrust in America sembrerebbe di sì. Nel gennaio del 2013 la Federal Trade Commission americana decise di archiviare con voto unanime dei commissari una indagine antitrust nei confronti di Google. La società aveva festeggiato dichiarando «il personale e tutti i cinque commissari della Ftc hanno convenuto che non vi era alcuna necessità di intervenire sul modo in cui classifichiamo e presentiamo i risultati delle nostre ricerche. La speculazione sul potenziale danno per i consumatori si è rivelata del tutto sbagliata».

Nei giorni scorsi, però, lo studio effettuato dell’Ftc nel 2012 è stato inavvertitamente consegnato (con altri documenti) al “Wall Street Journal”. La storia che ne emerge è completamente diversa. Lo studio della Ftc dimostra che Google «strategicamente riporta più in basso o rifiuta di visualizzare i link a certi siti web in settori altamente competitivi» e che ha «infranto la legge antitrust impedendo ai siti web che pubblicano i suoi risultati di ricerca di lavorare anche con rivali come Microsoft Bing e Yahoo Inc». Lo staff della Ftc conclude che «il comportamento di Google ha portato – e porterà – un danno reale per i consumatori e per l’innovazione».

Ma come è possibile che da uno studio così si arrivi ad una decisione unanime di abbandonare la causa contro Google? Un motivo è che gli stessi ricercatori temevano di non riuscire a vincere la causa contro i potenti avvocati di Google. Il secondo motivo è che Google è molto popolare. La maggior parte di noi (me compreso) usa il suo meccanismo di ricerca gratuitamente molte volte al giorno. Per di più, lo facciamo liberamente, perché alternative come Bing o Yahoo sono letteralmente a portata di click. Perché mai l’autorità antitrust dovrebbe far causa e potenzialmente punire Google?

In America essere bravi non è reato. Quindi ottenere una posizione dominante nel mercato dei motori di ricerca non è contrario ad alcuna norma se questa posizione è ottenuta grazie alla superiorità del proprio algoritmo. Quello che è vietato, invece, è utilizzare questa posizione dominante per catturare altri mercati. In altre parole, se domani Google decidesse di fare pagare un euro a ricerca, nessuno potrebbe dirgli niente. Ma se Google usa il suo motore per favorire la sua agenzia di viaggio, questo, sì, è un problema. Si tratta di abuso di posizione dominante, un abuso che danneggia i consumatori perché altera le condizioni di mercato e rallenta l’innovazione. Altera il mercato perché Google Travel non prevale perché più brava, ma solo perché legata a Google. Rallenta l’innovazione perché nuove imprese non entreranno mai in un mercato in cui possono essere stracciate da Google anche quando Google ha un prodotto inferiore.

Negli anni ’90 Microsoft era stata accusata dello stesso reato: sfruttamento della posizione dominante sul mercato dei sistemi operativi al fine di monopolizzare il mercato di software come Excel, Word, Outlook. Fu proprio la causa antitrust contro Microsoft che favorì la nascita di nuove imprese come Safari e Google.

Qui sta la differenza tra essere pro mercato ed essere pro business. Chi difende il mercato, lo difende sempre, perché sa che la libera concorrenza è il migliore meccanismo per produrre un benessere diffuso (se abbiamo Google è anche grazie alla causa contro Microsoft). Chi invece è pro business, difende gli interessi delle imprese esistenti. Questi interessi possono coincidere con l’interesse del mercato (generalmente quando le imprese sono nascenti come Google negli anni ’90), ma poi, quando le imprese diventano grandi e potenti, vanno nella direzione di ostacolare la concorrenza.
Per questo il capitalismo va salvato innanzitutto dai capitalisti.

The Troika is eroding fiscal democracy in the eurozone / La Troika sta minando la democrazia fiscale nell’eurozona

In Continental Europe asking for debt relief of insolvent countries is considered being a Communist or condoning the alleged “laziness” of Southern Europe (or both). Group-think has so much taken over the Continent, that the so-called moderates compete on who is more extremist in supporting the “Berlin Consensus”. For this reason, it is so refreshing to read a comment like the one below, written by Philippe Legrain for CAPX, one the best web sites for people who believe in free market. I feel less alone.

Nell’ Europa continentale chiedere la parziale riduzione del debito dei paesi insolventi significa ormai essere comunisti o voler condonare la presunta “pigrizia” del Sud Europa (o entrambe le cose). Il conformismo di gruppo (Group-think) ha preso così piede che i cosiddetti moderati fanno a gara a chi è più estremista nel sostenere il “Berlin Consensus”. Per questo, leggere l’articolo (in basso la traduzione Italiana) che Philippe Legrain ha scritto per CAPX – uno dei migliori siti web per chi crede nel libero mercato – è una vera e propria boccata d’aria. Mi sento meno solo.

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“Noi non cambiamo la nostra politica in base alle elezioni”, ha insistito Jyrki Katainen, vice-presidente della Commissione europea per l’occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività, dopo le elezioni greche di gennaio. Il che, per quanto si possa non gradire il nuovo governo di sinistra radicale di Atene, è pur sempre una dichiarazione di un funzionario non eletto dell’UE. Che fa porre la domanda: come possono gli elettori cambiare concretamente la politica dell’eurozona? Con la rivoluzione?

Tanto più che quella politica sta evidentemente fallendo nel conseguimento degli obiettivi del mandato di Katainen: creazione di posti di lavoro, crescita e investimenti. La disoccupazione nella zona euro è dell’11,2%, più del doppio che negli Stati Uniti, e del 26% in Grecia. L’economia della zona euro continua ad essere inferiore del 2% rispetto al picco pre-crisi di inizio 2008, mentre quella della Grecia è inferiore del 26%. Gli investimenti delle imprese sono ai minimi da 20 anni in entrambi i casi. Quanto alla competitività – riduzione dei costi per promuovere le esportazioni – si tratta di un obiettivo mercantilista pervicacemente sbagliato; i governi dovrebbero piuttosto puntare ad aumentare la produttività.

La zona euro oggi è un organismo molto diverso dall’unione monetaria lanciata nel 1999 – e non solo perché è in crisi. Pur con tutti i suoi difetti, il progetto iniziale dell’unione monetaria era decentrato, in gran parte market-based e lasciava ampio spazio alla democrazia nazionale. I Governi eletti mantenevano ampia discrezionalità fiscale, purché i loro deficit non eccedessero il 3% del PIL. (All’epoca ho scritto su The Economist, che l’euro potrebbe avrebbe potuto fare completamente a meno di regole di bilancio.) Il debito pubblico era disciplinato dai mercati, con la garanzia che i governi che avevano problemi non avrebbero potuto essere salvati né dagli altri stati membri (la “clausola di non salvataggio”), né dalla BCE (il divieto di finanziamento monetario). I governi nazionali mantenevano anche la quasi totale libertà su altri aspetti di politica economica, come ad esempio sulle riforme da fare (o da non fare) e su come farle. Solo la politica monetaria era (necessariamente) centralizzata nella Banca centrale europea a Francoforte.

Ma a partire dalla crisi, l’eurozona è diventato un sistema di comando e controllo molto più centralizzato, molto meno flessibile e scarsamente democratico, diretto da Berlino, Bruxelles e Francoforte.

Il caso greco è il più estremo. Per anni, le amministrazioni greche hanno emesso troppo debito pubblico mentendo su di esso. Nel 2010, la Grecia è stata esclusa dal mercato perché gli investitori hanno finalmente capito che sarebbe stato sciocco continuare a concedere prestiti ad un governo che non avrebbe mai potuto ripagare interamente il suo debito. Se le autorità della zona euro avessero rispettato la regola del non-salvataggio del Trattato di Maastricht, la Grecia avrebbe dovuto chiedere aiuto al Fondo monetario internazionale. Il FMI avrebbe ristrutturato il debito della Grecia prima di fornire un prestito condizionale per alcuni anni per aiutarla a mettere in ordine i suoi conti, a riformare la sua economia e riguadagnare quindi l’accesso al mercato.

Ma le autorità della zona euro hanno invece deciso di far finta che la Grecia stava semplicemente attraversando difficoltà temporanee di finanziamento. Hanno quindi violato la clausola di non-salvataggio prestando al governo greco denaro dei contribuenti europei, apparentemente per motivi di solidarietà, ma in realtà, per salvare i suoi creditori, in particolare le banche francesi e tedesche. Tale catastrofica decisione ha radicalmente cambiato la natura dell’unione monetaria.

Per cinque lunghi anni, la Grecia è stato amministrata come un quasi-colonia dall’odiata Troika –  Commissione europea e BCE, insieme all’FMI. Giustamente, si potrebbe dire: se la Grecia non può prendere a prestito dai mercati e riceve invece un finanziamento UE-FMI, questi hanno il diritto di imporre condizioni sui loro prestiti. Certo, ma perché ancora oggi la Grecia non può prendere in prestito dai mercati? Perché, lo scorso anno, molto prima che l’elezione di un governo di sinistra apparisse imminente, quando il governo stava producendo un avanzo primario – un avanzo di bilancio al netto degli interessi – non poteva prendere a prestito dai mercati in maniera sostenibile, a differenza di ogni altro governo della zona euro? Dopo tutto, i suoi creditori europei insistono che è solvibile.

Perché la Grecia è ancora, di fatto, insolvente. E poiché i suoi creditori europei rifiutano di ristrutturare i suoi debiti e minacciano (illegalmente) di buttarla fuori dall’euro se dichiara default unilateralmente, la Grecia è intrappolato in una versione moderna della prigione dei debitori. Oppressa da debiti impagabili, non è in grado di tornare a crescere, riconquistare l’accesso al mercato e quindi tornare a controllare il proprio destino economico. Quindi non è di sinistra chiedere la parziale riduzione del debito per la Grecia – anche l’ex capo del FMI in Europa, Reza Moghadam, che è un uomo di sinistra così radicale che ora lavora per la banca d’affari americana Morgan Stanley, pensa che il debito debba essere dimezzato – è una necessità economica e democratica.

Il salvataggio dei creditori della Grecia e gli ulteriori prestiti a Irlanda, Portogallo e Spagna – soprattutto per salvare le banche locali, che sarebbero altrimenti state inadempienti sui prestiti ottenuti da quelle tedesche e francesi – ha fatto sì che i contribuenti del nord Europa temano di dover sostenere tutti i debiti del sud dell’Europa. Così il cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha chiesto un maggiore controllo sui bilanci degli altri paesi – e la Commissione europea è stata più che felice di concederlo. Di conseguenza, l’intera zona euro è ormai costretta in una camicia di forza fiscale molto più stretta: regole UE più severe e fiscal compact.

Questo è economicamente non auspicabile, perché i paesi che condividono una moneta – e quindi non hanno più la propria politica monetaria o di cambio – necessitano una maggiore – non minore – flessibilità fiscale. Ed è politicamente pericolosissimo, perché ogni volta che gli elettori rifiutano un governo, come hanno fatto in quasi tutte le elezioni dopo la crisi, i funzionari dell’UE come Katainen sbucano in televisione per chiedere che il nuovo governo si attenga a politiche che gli elettori hanno appena respinto. Che funzionari lontani, a Bruxelles, non eletti e scarsamente responsabili possano negare agli elettori legittime scelte democratiche su decisioni in materia fiscale e di spesa, allontana le persone dall’UE. E se il voto per i politici tradizionali non porta al cambiamento, non ci si sorprende che si rivolgano alle ali estreme.

Come si può ripristinare la democrazia fiscale nella zona euro? Un’opzione sarebbe quella di eleggere un’autorità fiscale per l’eurozona. Ma la rabbia e la sfiducia esistenti nella zona euro sono ormai tali che i passaggi verso il federalismo democratico sono politicamente inconcepibili. Una soluzione migliore sarebbe quella di ripristinare la clausola di non salvataggio e con essa la libertà dei governi eletti di rispondere al mutare delle circostanze economiche e delle priorità politiche – obbligati dalla disponibilità dei mercati a prestare e in ultima analisi dal rischio di default. Si potrebbe creare un meccanismo di ristrutturazione del debito sovrano, mentre la BCE avrebbe il mandato di intervenire per evitare panico. Per migliorare la disciplina di mercato, dovrebbero essere riviste sia le regole di adeguatezza patrimoniale delle banche, regole che trattano assurdamente tutti i titoli di Stato come privi di rischio, sia le regole sui prestiti sulle garanzie collaterali della BCE. Una zona euro più flessibile, decentrata e democratica, che ripristini la libertà politica dei governi, che si affidi alle regole dei mercati, e non alle decisioni arbitrarie di Berlino e Bruxelles, sarebbe molto meglio per tutti.

Spogliare gli elettori del diritto di fare legittime scelte economiche e politiche è insostenibile. E come dimostra la storia tragica della Repubblica di Weimar, l’imposizione di insopportabili pagamenti agli odiati creditori stranieri porta all’estremismo politico. Martin Wolf del Financial Times ha osservato che la zona euro è destinata ad essere una unione delle democrazie, non un impero. Katainen e altri funzionari della zona euro dovrebbero tenerlo a mente.

Philippe Legrain, che è stato consigliere economico del Presidente della Commissione europea dal 2011 al 2014, è visiting senior fellow dello European Institute della London School of Economics e l’autore diEuropean Spring: Why Our Economies and Politics Are in a Mess — and How to Put Them Right”.

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“We don’t change our policy according to elections,” insisted Jyrki Katainen, vice-president of the European Commission for jobs, growth, investment and competitiveness, after the Greek elections in January. Which, however much you may dislike the new radical-left government in Athens, is quite a statement for an unelected EU official. And which begs the question: how can voters actually change eurozone policy? Revolution?

Especially since that policy is conspicuously failing to deliver Katainen’s mandate of jobs, growth and investment. Unemployment in the eurozone is 11.2%, more than twice the rate in the United States, and 26% in Greece. The eurozone economy is still 2% smaller than its pre-crisis peak in early 2008, while Greece’s is down by 26%. Business investment is at a 20-year low in both cases. As for competitiveness – cutting costs to promote exports – it’s a wrong-headed, mercantilist objective; governments should instead aim to boost productivity.

The eurozone today is a very different beast to the monetary union that was launched in 1999 – and not just because it’s in crisis. For all its flaws, the initial design of the currency union was decentralised and largely market-based, allowing plenty of scope for national democracy. Elected governments retained ample fiscal discretion, provided their deficits did not exceed 3% of GDP. (Writing for The Economist at the time, we argued that the euro could do without fiscal rules altogether.) Government borrowing was to be disciplined by markets, with the safeguards that governments that got into trouble could be bailed out neither by their peers (the “no-bailout rule”), nor by the ECB (the ban on monetary financing). National governments also retained almost full freedom over other aspects of economic policy, such as which reforms they did (or didn’t do) and how they went about them. Only monetary policy was (necessarily) set centrally, by the European Central Bank in Frankfurt.

But since the crisis, the eurozone has become a much more centralised, much less flexible and scarcely democratic command-and-control system run from Berlin, Brussels and Frankfurt.

The Greek case is most extreme. For years, successive Greek administrations borrowed too much and lied about it. In 2010, Greece was cut off from the markets because investors finally realised that it would be foolish to continue lending to a government whose debts were so huge that it would be unable to pay them back in full. Had eurozone authorities respected the Maastricht Treaty’s no-bailout rule, Greece would then have had to seek help from the International Monetary Fund. The IMF would have restructured Greece’s debts before providing a conditional loan for a few years to tide it over until it put its public finances in order, reformed its economy and regained market access.

But instead eurozone authorities decided to pretend that Greece was merely going through temporary funding difficulties. They then breached the no-bailout rule by lending the Greek government European taxpayers’ money, ostensibly out of solidarity but actually in order to bail out its creditors, notably French and German banks. That catastrophic decision fundamentally changed the nature of the monetary union.

For five long years, Greece has been administered as a quasi-colony by the hated Troika – the European Commission and the ECB, together with the IMF. Fair enough, you might say: if Greece can’t borrow from markets and relies instead on EU-IMF funding, they have a right to impose conditions on their loans. Yes, indeed, but why even now can’t Greece borrow from markets? Why, last year, long before the election of a left-wing government seemed imminent, when the government was running a primary surplus – a budget surplus excluding interest payments – couldn’t it borrow on a sustainable basis from markets, unlike every other eurozone government? After all, its EU creditors insist it is solvent.

Because Greece is still, in fact, insolvent. And because its EU creditors refuse to restructure its debts, and threaten (illegally) to force it out of the euro if it defaults unilaterally, it is trapped in a modern-day debtors’ prison. Weighed down by unpayable debts, it is unable to recover, unable to regain market access and thus unable to restore control over its economic destiny. So it’s not left-wing to demand debt relief for Greece –even the IMF’s former Europe chief, Reza Moghadam, who is such a radical leftist that he now works for the American investment bank Morgan Stanley, thinks its debt needs to be halved – it’s an economic and democratic necessity.

The bailout of Greece’s creditors and the subsequent loans to Ireland, Portugal and Spain – primarily to bail out local banks which would have otherwise defaulted on their borrowing from German and French ones – made northern European taxpayers fear that they would end up liable for all of southern Europe’s debts. So Germany’s Chancellor, Angela Merkel, demanded much greater control over other countries’ budgets – and the European Commission was only too delighted to oblige. As a result, the eurozone as a whole is now bound by a much tighter fiscal straightjacket: more stringent EU rules as well as the fiscal compact.

This is economically undesirable, because countries that share a currency – and so no longer have their own monetary policy or exchange rate – need greater fiscal flexibility, not less. And it’s politically poisonous, because whenever voters reject a government, as they have done at nearly every election since the crisis, EU officials such as Katainen pop up on television to demand that the new government stick to policies that voters have just rejected. That remote, unelected and scarcely accountable officials in Brussels should deny voters legitimate democratic choices about tax and spending decisions alienates people from the EU. And if voting for mainstream politicians doesn’t lead to change, it’s no surprise they turn to the extremes.

How could fiscal democracy in the eurozone be restored? One option would be to create an elected eurozone fiscal authority. But such is the anger and mistrust that now exists in the eurozone that steps toward democratic federalism are politically inconceivable. A better option would be to restore the no-bailout rule and with it elected governments’ freedom to respond to changing economic circumstances and political priorities – constrained by markets’ willingness to lend and ultimately by the risk of default. A mechanism for restructuring sovereign debt could be created, while the ECB would be mandated to step in to prevent panics. To enhance market discipline, bank capital-adequacy rules that ludicrously treat all government bonds as risk-free should be revised, as should the ECB’s collateral-lending rules. A more flexible, decentralised and democratic eurozone that restores governments’ policy freedom, while relying on markets, not arbitrary decisions by Berlin and Brussels, for discipline would be much better for everyone.

Stripping voters of the right to make legitimate economic and political choices is unsustainable. And as Weimar Germany’s tragic history shows, the imposition of unbearable payments to hated foreign creditors leads to political extremism. Martin Wolf of the Financial Times has observed that the eurozone is meant to be a union of democracies, not an empire. Katainen and other eurozone officials should remember that.

Philippe Legrain, who was economic adviser to the President of the European Commission from 2011 to 2014, is a visiting senior fellow at the London School of Economics’ European Institute and the author of European Spring: Why Our Economies and Politics Are in a Mess — and How to Put Them Right.

Greece: the X hour is awfully close / Grecia: l’ora X è estremamente vicina

According to the Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung Greece has money available only until April 8. Whether true or not, the news is frightening and can only exacerbate the anxiety of Greek depositors. According to Barclays last Wednesday alone Greek depositors have moved 300 million euro out of Greek banks. For this reason, Barclays indicates as increasingly likely the possibility of a deposit freeze and a block to capital movements: what Cyprus did in 2013. Unfortunately, all these news make a bank run all but inevitable.
A deposit freeze will only delay the run at the cost of an enormous loss of credibility and popularity of the Greek government. The time-old strategy in this situation is to blame the foreigners and the rich speculators. At this point, however, the rich speculators are likely to have moved their money out of the country months ago. The depositors moving their money now are likely to be ordinary Greeks who cannot afford to take the risk to see their savings devalued by 40 or 50%. Who can blame them? Yet, their actions help precipitate the situation. Hence, only the foreigners can be blamed. But blame will not be enough to grant consensus to the government. Hence the government will have to take some bold actions to show Greece has regained sovereignty and that it can start growing again. The introduction of a new currency is the most likely step.

Two only actions can save Greece at this moment: 1) an enlargement of the Emergency Liquidity Assistance of the European Central Bank; 2) an anticipated release of the last tranche promised by the EU. Neither Frankfurt nor Brussels seem too keen to take the necessary step. They do not want to lose face. It looks like nobody wants to have the fingerprints on the gun shooting Greece, but nobody wants to prevent the gun from shooting.
Tomorrow there is a crucial meeting between Angela Merkel and Alexis Tsipras, one of the last changes duck the bullet. Yet, it would require Angela Merkel to act against her own electoral interests, something very difficult for any politician to do. If the “accidental” shot is fired, a radicalization of Syriza and Greece on very anticapitalist and anti European positions will be inevitable. We will have all Europe to thank.

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Secondo la Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung la Grecia ha liquidità sufficiente solo fino all’8 aprile. Vera o no che sia, la notizia è terrificante e può aggravare l’ansia dei correntisti greci. Secondo Barclays, solo mercoledì scorso dalle banche greche sono stati trasferiti all’estero 300.000.000 (trecento milioni) di euro. Per questo motivo, Barclays indica come sempre più probabile la possibilità di un congelamento dei depositi e un blocco dei movimenti di capitali: come ha fatto Cipro nel 2013. Purtroppo, tutte queste notizie rendono una corsa agli sportelli tutt’altro che evitabile.
Un congelamento dei depositi riuscirà solo a ritardare la corsa al costo di una enorme perdita di credibilità e popolarità del governo greco. In questa situazione è un classico dare la colpa agli stranieri e ai ricchi speculatori. A questo punto, però, i ricchi speculatori hanno probabilmente spostato i loro soldi fuori dal paese mesi fa. I correntisti che spostano i loro soldi ora sono probabilmente normali risparmiatori greci che non possono permettersi di correre il rischio di vedere i propri risparmi svalutati del 40 o 50%. Chi può biasimarli? Tuttavia, le loro azioni contribuiscono a far precipitare la situazione. Quindi, la colpa sarà data agli stranieri, ma ciò non basterà a dare al governo il consenso di cui ha bisogno. Tsipras dovrà perciò prendere alcune decisioni coraggiose per dimostrare che la Grecia ha riacquistato la sovranità e che potrà tornare a crescere. L’introduzione di una nuova moneta è la decisione più probabile.

Due sole azioni possono salvare la Grecia in questo momento: 1) un ampliamento dell’erogazione di liquidità di emergenza (ELA) della Banca centrale europea; 2) un rilascio anticipato dell’ultima tranche di aiuti promessa dall’UE. Né Francoforte né Bruxelles sembrano troppo entusiasti di fare il passo necessario. Non vogliono perdere la faccia. Sembra che nessuno voglia lasciare le impronte digitali sulla pistola da cui partirà il colpo contro la Grecia, ma anche che nessuno voglia davvero evitare che la pistola spari.
Domani c’è un incontro cruciale tra Angela Merkel e Alexis Tsipras, una delle ultime occasioni per evitare che parta il colpo. Tuttavia, ciò richiederebbe che Angela Merkel agisse contro i propri interessi elettorali, cosa molto difficile da fare per qualsiasi politico. Se il colpo “accidentale” parte, una radicalizzazione di Syriza e della Grecia su posizioni molto anticapitaliste ed antieuropee sarà inevitabile.
Potremo ringraziare tutta l’Europa per questo.

Of grasshoppers and ants: the false rhetoric of the Greek tragedy. My 2013 views still valid today

Article written for Project Syndicate in 2013

Overcoming the European Union’s current economic malaise, as almost everyone acknowledges, requires deeper integration, with the first step taking the form of a banking union supervised by the European Central Bank. But Europe’s banking union also requires uniform rules for winding up insolvent financial institutions – and this has become a sticking point.
Germany opposes the new bank-resolution mechanism proposed by the European Commission, generating moral and political support at home by portraying its stance as an effort to protect German taxpayers: Why should the German ants pay for the southern European grasshoppers? In fact, Germany’s position is a ploy to hide its anticompetitive behavior, whereby the government subsidizes German banks and industry at the expense of everyone else – including German taxpayers.

Europe’s common market has been the single greatest success of post-World War II European policy, boosting economic growth and fostering cultural interchange. But a common market requires a level playing field, and the European Commission has worked hard to achieve this in many sectors over the years.
Until now, the main exception was banking. The emerging banking union is not only the first step toward a European fiscal union; it is also the final step toward completing the European common market. Without a common resolution mechanism that levels the playing field, the common market will remain unfinished.
In principle, the EU’s banking rules are common to all member states. In practice, their implementation was, until recently, left to national regulators, who applied very different standards. Most important, while state subsidies in all other sectors are forbidden, they are commonly accepted in banking – not only explicit subsidies, such as Germany’s bailout of several Landesbanks after the American subprime-mortgage crisis, but implicit subsidies as well. Some French banks’ traders openly boast of backing by the French government, which will never let its banks fail.
Unfortunately, this is not just a French or a German problem. All market players know that EU governments will not let big banks fail. This implicit subsidy not only costs each country’s taxpayers billions of euros; it also distorts competition, because not all implicit subsidies are created equal. Regardless of its fundamentals, a German bank would be considered safer than an Italian one, because the German government’s implicit guarantee is much more valuable than the Italian government’s.
As a result, German banks have a lower cost of funding and – all else being equal – higher profitability. To the extent that some of the lower cost is rebated to their clients, even industrial firms in Germany enjoy a lower cost of capital, giving them an unfair advantage vis-à-vis their European competitors.
One way to prevent this distortion would be to create a mechanism to bail out all banks with European money. But this approach would not only leave German taxpayers on the hook; it would also create perverse incentives in the entire European banking system, maximizing instability.
The preferred alternative is to create a common resolution mechanism, which would apply throughout Europe, regardless of a bank’s country of origin. Such a mechanism would prevent the need for government intervention.
The recent proposal by Michel Barnier, the European Commissioner for the Internal Market and Services, is an effort to implement this solution. It provides a common resolution mechanism for all banks in Europe, which forces losses to be absorbed by shareholders, bondholders, and large depositors before any government money is committed. To provide short-term financing to a bank during any restructuring, the Commission’s plan would create a European Fund, putting all banks on an equal footing.
The Commission’s proposal is far from perfect. After a bank’s shareholders are wiped out and its creditors take an 8% “haircut,” the European Fund transforms itself into a bailout fund, justifying some of Germany’s fears. And there is no explicit prohibition of some form of national government bailout.
Even so, the proposal is a step in the right direction. German criticism should be directed at improving it, not at sandbagging it.
German taxpayers have paid dearly for German banks’ mistakes. In 2008, when the Landesbanks were found to be full of American subprime mortgages, the German government bailed them out with a €500 billion ($650 billion) rescue package at its taxpayers’ expense. In 2010, when German banks were badly over-exposed – to the tune of $704 billion – to Greece, Ireland, Italy, Portugal, and Spain, European taxpayers and the ECB helped them to bring most of that money home. The biggest threat to German taxpayers is not southern European profligacy, but their own country’s banks.
In this sense, the banking union is not a scheme to burden German taxpayers with the losses of failed southern European banks; rather, it is a mechanism to render all banks (including German ones) accountable for their own mistakes, thereby reducing the burden that they impose on domestic taxpayers. It is about time that German voters understood that the largest grasshoppers are in the center of their own towns.

Quando liberalizzare è una cosa di sinistra

Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 5.03.2015

Dopo il governo Prodi e quello Monti, anche il governo Renzi si appresta al suo piano di liberalizzazioni, trovando le solite accanite resistenze da parte delle sedicenti professioni liberali: notai, farmacisti ed avvocati. Per molti lettori dell'”Espresso” il termine liberalizzazioni sa di sinistro, non di Sinistra: evoca l’indifferenza sociale dei liberisti dell’Ottocento, che in nome del laissez faire, si opponevano alle leggi contro l’uso (o meglio abuso) del lavoro minorile. Perché mai dei governi che si professano di Sinistra si impegnano nelle liberalizzazioni, mentre i governi di Centro Destra, che si professano liberali se non liberisti, si sono sempre guardati bene dal farle?
Più che all’ideologia i governi guardano al sostegno dei propri elettori. Notai, farmacisti, avvocati e tassisti tendono ad essere elettori del Centro Destra: per questo il Centro Destra ha sempre protetto i loro interessi. Ma questo non spiega la passione liberalizzatrice del Centro Sinistra, si tratta solo di vendetta contro la base elettorale altrui?
Non penso. In un momento di crisi economica, in cui le famiglie italiane non vedono crescere (anzi spesso vedono scendere) il loro reddito nominale, le liberalizzazioni sono il modo più semplice per aumentare il loro reddito reale, ovvero il potere di acquisto delle famiglie.
Per capirne l’effetto basta guardare all’evidenza, presentata in un recente studio sulla liberalizzazione nel settore della distribuzione commerciale in Messico. Tanto in Messico, come negli Stati Uniti, la grande distribuzione è innanzitutto Wal Mart. Wal Mart è il nemico numero uno per i piccoli negozianti americani, immaginatevi per quelli messicani dove viene visto come un negozio dei gringos. Eppure l’apertura del mercato messicano a Wal Mart ha aumentato il reddito reale delle famiglie messicane del 7.5%, più di quanto abbia fatto la crescita economica in Italia negli ultimi 20 anni. Come è possibile?
Come dimostra in maniera dettagliata questo studio, l’efficienza nella distribuzione e le economie di scala permettono a Wal Mart di ridurre i costi e quindi anche i prezzi pagati dai clienti. Wal Mart è in grado di vendere al 15% meno del prezzo prevalente prima che apparisse sul mercato. Dopo l’entrata di Wal Mart, i concorrenti locali sono stati costretti a ridurre i propri prezzi del 2-3%. Ma anche dopo questo aggiustamento, Wal Mart ha dei prezzi inferiori del 12%.
Ci perdono i lavoratori? La risposta è no. Non c’è evidenza che nelle aree dove entra Wal Mart i salari dei lavoratori diminuiscano. Gli unici a perderci sono i negozianti preesistenti, che vedono i propri profitti ridursi, in alcuni casi al punto tale da costringerli ad uscire dal mercato. Per ogni negoziante, però, ci sono tanti clienti. Per questo motivo, il beneficio aggregato ottenuto dai clienti grazie all’entrata di Wal Mart è di gran lunga superiore alle perdite subite dai negozianti pre-esistenti. Poco conta che a beneficiarne siano anche degli azionisti americani: la riduzione dei prezzi al consumo dei prodotti alimentari ha aumentato il reddito reale delle famiglie messicane.
Lo stesso vale per l’Italia. Per quanto ci possa essere simpatico il farmacista dell’angolo, l’inefficienza nella distribuzione dei prodotti farmaceutici riduce il nostro reddito. Lo stesso vale per la distribuzione al dettaglio, per gli studi notarili, per i taxi e per le municipalizzate (non toccate dal decreto del governo). La liberalizzazione non è una punizione di queste categorie, ma un’eliminazione di un loro privilegio, privilegio che si traduce in un costo per la comunità. Farmacisti, notai e tassisti svolgono un servizio importante, che deve essere adeguatamente retribuito. Ma perché devono godere di privilegi che l’ingegnere, il medico e il commercialista non hanno? Non si tratta di odio verso i ricchi, ma di una sana avversione contro le ingiustizie, che è sempre stata parte nel patrimonio storico della Sinistra.
In questo senso è vero, il liberismo è di Sinistra, almeno fino a quando la Destra in Italia è liberale solo a parole.

Only a Political Union Produces Democratic Economic Choices / Solo l’Unione Politica Permette Scelte Economiche Democratiche

In basso il testo dell’articolo in Italiano, pubblicato sul Sole 24 Ore

In the tug of war between the European Union and Greece, public opinion is divided into two camps. On one side are supporters of severity, who accuse Greece of wastefulness and don’t want to give them anything. On the other side are the public spending fanatics, who see Greece as a victim of German severity and would help Greece resume this wastefulness in the name of solidarity. Too often sides are chosen for political reasons while ignoring the facts.
The radical left tradition of Syriza, the Greek party that won the last election, and the sympathy it has raised amongst supporters of unlimited public spending throughout Europe risks obscuring an important fact: in its claims against Europe, Syriza is right. Europe has mistreated Greece and it did so because Germany and France have protected their interests at Greece’s expense.

Don’t misunderstand me. I’m not saying that Greece is without fault, or that the austerity plan wasn’t necessary. Before the crisis Greece lived beyond its means: in 2010 the real budget deficit was more than 15% of GDP. Greece had to cut public spending and without help those cuts would have been even more drastic.

I am simply saying that had there not been a European Union, and if Greece had turned to the International Monetary Fund (IMF), Greece would have suffered less. The IMF certainly doesn’t have a reputation for being generous with the countries it helps. But it would have been more generous than the European Union. The IMF would have imposed an austerity plan, it would have imposed a 30% haircut to creditors, and it would have lent money to facilitate the adjustment. What is the difference between this and the plan Europe decided on?

In Europe’s plan there were loans and also austerity; what was missing was a 30% cut to debts, which would have brought the debt-GDP ratio to 100%. To be fair, there was a haircut, but it was two years late and only hit the few remaining private creditors, because the majority of creditors had been saved by selling to the European Central Bank or by obtaining repayment of loans at maturity though IMF financing. Restructuring IMF loans is much more difficult than restructuring private credit. So the delay made the situation much worse.

Who decided on this plan? Merkel and Sarkozy, in order to protect their banks. It’s not just me saying this, but a number of influential people who cannot be accused of being extremists: Athanasios Orphanides, a former US Federal Reserve official and former governor of the Central Bank of Cyprus (with a Ph.D. from MIT like Draghi and Papademos); Paulo Batista, then executive director of the International Monetary Fund, and even Karl Otto Pöhl, former governor of the Bundesbank. Pöhl declared in 2010 that the bailout was “about protecting German banks, but especially the French banks, from debt write offs.” More recently, the former executive director of the IMF has stated that the Greek plan was one of the darkest pages in the IMF’s history and that the program “put too much of a burden on Greece and not enough of a burden on Greece’s creditors.” You do not need to be a leftist or pro-Greece to understand this.

Even with all of their faults, then, Greece and Syriza are right about a lot. If saving French and German banks was in the best interests of the union (which I doubt), it had to be done by dividing the financial burden between all member states, not by imposing it entirely on Greece. As Orphanides explained very clearly in a recent presentation at Harvard, managing a crisis means allocating losses from the crisis in a manner that minimizes total losses. This is what they did in the United States, which has achieved growth since 2010. They managed to do so because they have a federal parliament that considers the welfare of the country as a whole. In Europe this is not the case. Politicians continue to be elected by national parliaments and naturally answer to these parliaments and their constituents. Angela Merkel is not evil; she is a shrewd politician who is very good at furthering the interests of her own nation at the expense of the others. It is not by chance that she is the only head of government to survive the crisis.

The problem isn’t Germany, nor is it Greece: the problem is the political foundations of the European Union. It is a monetary, not political, union, in which economic decisions cannot be made in a democratic way and end up being prey to the vested interests of economically stronger countries.

It’s high time for even moderates to denounce this problem. If we allow the radical left to have a monopoly on the truth, it shouldn’t be a surprise when they win elections, at least in southern Europe. It’s our fault that we have endorsed a profound injustice with silence, or even worse, with agreement. It’s our fault that we continue to elect leaders incapable of defending our interests in Brussels. It’s our fault that in dreaming of having leaders of German quality, we have allowed French-German interests to dictate the agenda in our own house.

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Nel braccio di ferro tra Unione europea e Grecia, l’opinione pubblica si è divisa in due tifoserie. Da un lato i fautori del rigore, che accusano la Grecia di sperperi e non vogliono concederle nulla. Dall’altro, i fanatici della spesa pubblica, che vedono nella Grecia una vittima del rigore tedesco e vorrebbero aiutarla a riprendere questi sprechi nel nome della solidarietà. Troppo spesso la scelta di campo è fatta per motivi politici, ignorando i fatti. La tradizione di sinistra radicale di Syriza, il partito greco che ha vinto le ultime elezioni, e la simpatia che ha suscitato tra i fautori della spesa pubblica senza limite in tutta Europa rischiano di oscurare un fatto importante: nelle sue rivendicazioni con l’Europa Syriza ha ragione. L’Europa ha maltrattato la Grecia e lo ha fatto perché la Germania e la Francia hanno protetto i loro interessi a scapito di quelli greci.

Non fraintendetemi. Non sto dicendo che la Grecia sia senza colpa, né che un piano di austerità non fosse necessario. Prima della crisi la Grecia viveva al di sopra delle sue possibilità economiche: nel 2010 il vero deficit pubblico era superiore al 15% del Pil. La Grecia doveva tagliare la spesa pubblica e senza aiuti i tagli sarebbero stati ancora più drastici. Sto semplicemente dicendo che se non ci fosse stata la Ue e se la Grecia si fosse rivolta al Fondo monetario la Grecia avrebbe sofferto meno. L’Fmi non ha certo una reputazione di essere generoso con i Paesi che aiuta. Ma sarebbe stato più generoso della Ue. Il Fondo avrebbe imposto un piano di austerità, avrebbe imposto un haircut ai creditori del 30% e avrebbe prestato dei soldi per facilitare l’aggiustamento. Qual è la differenza con il piano deciso dall’Europa?

I prestiti ci sono stati e anche l’austerità; quello che è mancato è stato un taglio del debito del 30%, che avrebbe portato il rapporto debito/Pil al 100%. A onor del vero, l’haircut c’è stato, ma con due anni di ritardo e ha colpito solo i pochi creditori privati rimasti, perché la maggior parte si era salvata vendendo alla Bce o ottenendo il rimborso dei crediti in scadenza finanziato dai prestiti del Fondo. Ristrutturare i prestiti dell’Fmi è molto più difficile che ristrutturare i crediti privati. Quindi il ritardo ha reso la situazione molto peggiore.

Chi ha deciso questo piano? Merkel e Sarkozy, per proteggere le loro banche. A dirlo non sono solo io, ma una serie di persone autorevoli che non possono essere certo accusate di essere degli estremisti: Athanasios Orphanides, ex funzionario della Federal Reserve americana ed ex governatore della Banca centrale cipriota (con dottorato al Mit come Draghi e Papademos); Paulo Batista, all’epoca direttore esecutivo dell’Fmi, e perfino Karl Otto Pöhl, l’ex governatore della Bundesbank. Pöhl dichiarò già nel 2010 che il salvataggio era «per proteggere le banche tedesche, ma soprattutto francesi, da perdite sui crediti». Più recentemente l’ex direttore esecutivo dell’Fmi ha affermato che il piano per la Grecia è stata una delle pagine più cupe della storia del Fondo e che il piano «imponeva troppo peso sulla Grecia e non abbastanza sui creditori». Non occorre essere né di sinistra né pro greci per capirlo.

Pur con tutte le sue colpe, quindi, la Grecia e Syriza hanno ragioni da vendere. Se salvare le banche francesi e tedesche era nell’interesse dell’Unione (ne dubito) andava fatto dividendo il peso finanziario tra tutti gli Stati membri, non imponendolo interamente alla Grecia. Come ha spiegato molto chiaramente Orphanides in una recente presentazione ad Harvard, gestire una crisi significa allocare le perdite prodotte dalla crisi al fine di minimizzare le perdite globali. È quello che hanno fatto gli Stati Uniti, che dal 2010 hanno ripreso a crescere. Sono riusciti a farlo perché hanno un parlamento federale, che considera il benessere del Paese nel suo complesso. In Europa questo non è vero. I politici continuano ad essere eletti da parlamenti nazionali e naturalmente rispondono a questi parlamenti e ai loro elettori. Angela Merkel non è cattiva, è un’astuta politica che fa molto bene l’interesse della sua nazione a scapito di quelle altrui. Non a caso è l’unico capo di governo che è sopravvissuto alla crisi.

Il problema non è la Germania, né la Grecia: sono le basi politiche della Ue. Un’unione monetaria, non politica, in cui le scelte economiche non possono essere fatte in modo democratico e finiscono per essere preda degli interessi costituiti nei Paesi economicamente più forti.

È giunto il momento che anche i moderati denuncino questo problema. Se lasciamo alla Sinistra radicale il monopolio della verità non dobbiamo sorprenderci se poi questa vince le elezioni, almeno nell’Europa del Sud. È colpa nostra che abbiamo avallato col silenzio, o peggio con l’assenso, una profonda ingiustizia. È colpa nostra che continuiamo ad eleggere governanti incapaci di difendere i nostri interessi a Bruxelles. È colpa nostra che sognando di avere dei governanti di qualità tedesca abbiamo finito per permettere agli interessi franco-tedeschi di dettare l’agenda in casa nostra.

#OpenDerivati

Qui di seguito trovate il link all’articolo sull’uso dei derivati da parte del MEF – scritto insieme a Andrea Buraschi e pubblicato sul Sole 24 Ore del 3 Marzo -, nonché il confronto che ne è seguito, a partire dalla replica del MEF.

Le polemiche politiche non mi interessano e le lascio ad altri. Considero invece un bene che su questioni così importanti e delicate si discuta pubblicamente e in maniera comprensibile anche dai non tecnici. La mia speranza è che anche questo post contribuisca al raggiungimento di due obiettivi che mi stanno molto a cuore:

– la trasparenza da parte del Governo su una questione estremamente importante perché potenzialmente rischiosa per le finanze del Paese

– la consapevolezza e comprensibilità della questione anche da parte dei non tecnici. È questione che interessa tutti i contribuenti, anzi tutti i cittadini, per gli impatti che può avere nel breve periodo e negli anni a venire.

Se il MEF vuole la vera trasparenza, pubblichi sul sito tutti i contratti derivati scaduti. Non ci sono scuse per non farlo.

Infine: non capisco l’indagine della procura di Trani. Sui contratti a lunga durata l’opzione di uscita è molto comune (proprio per questo vorrei sapere con esattezza quanto rischiamo con tutti gli altri derivati). Se Morgan Stanley aveva questa opzione e l’ha esercitata era un suo diritto. Spero che in Italia guadagnare legalmente non sia ancora un reato. Caso mai si dovrebbe investigare chi al Tesoro ha firmato questi contratti.

I derivati e i veri rischi per il Tesoro

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Una danza di numeri che non ispira fiducia

Nessuno è innocente nella tragedia greca

Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 13.02.2015

Nelle tragedie dell’antica Grecia l’eroe era al tempo stesso colpevole e innocente. Si pensi ad Edipo, che uccide il padre e sposa la madre. Ha commesso due orribili crimini, parricidio ed incesto, e in quanto tale è colpevole. Ma ha agito inconsapevolmente. Non è forse anche innocente?
Nella stessa situazione si trova oggi il popolo greco, di fronte alla tragedia economica. Da un lato è colpevole. Colpevole di aver vissuto per anni al di sopra delle proprie possibilità, per di più mentendo al mondo intero sulla reale situazione delle proprie finanze. Una volta ricalcolato correttamente il deficit di bilancio del governo greco nel 2009 era 16% del Prodotto interno lordo.
La cosiddetta austerity, ovvero il taglio della spesa pubblica, non è una cattiveria imposta dalla Troika, ma una necessità, il frutto inevitabile di una colpa. Il popolo greco è anche colpevole di aver dilapidato una fortuna nelle Olimpiadi del 2004 (Renzi pensaci finché sei in tempo) e in spese improduttive e clientelari. Infine il popolo greco è colpevole di aver votato per anni due partiti, uno più corrotto dell’altro: vivevano di clientelismo finanziato dalla spesa pubblica e di favori fatti ai potenti oligarchi, che controllano quel poco di economia privata che funziona, e ai capi sindacali, che controllano il resto.

Ma allora hanno ragione i tedeschi che sostengono che la Grecia deve pagare per le sue colpe?
Come nelle tragedie greche, la risposta non è così semplice. Il popolo greco, al pari di Edipo, era per lo più inconsapevole. Inconsapevole dei falsi in bilancio dei propri governi, almeno quanto lo erano i funzionari dell’Unione Europea che oggi si ergono a giudici. Inconsapevole dell’insostenibilità della propria situazione economica, almeno quanto le banche francesi e tedesche che hanno prestato, senza troppa attenzione, i soldi che hanno permesso ai greci di continuare a spendere. Inconsapevole che l’aiuto offerto dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale era innanzitutto un aiuto alle banche tedesche e francesi.

Ma allora ha ragione Syriza a chiedere un taglio del debito e la fine dell’austerità?
Anche in questo caso la risposta non è semplice. Oggi un taglio nominale del debito sarebbe difficile da ottenere e forse neppure così necessario. Se in termini nominali il debito rimane elevato, in termini reali no. La maturità del debito è stata allungata a tassi di favore. Quindi il peso reale del debito non è così elevato come appare.
Il vero problema della Grecia rimane la bilancia dei pagamenti. Per lunghi anni il paese ha importato più di quello che ha esportato. Negli ultimi anni si è avvicinata al pareggio, ma lo ha fatto solo grazie ad un crollo delle importazioni: la contrazione del reddito interno ha ridotto i consumi e soprattutto i consumi di beni esteri. Purtroppo le esportazioni non sono cresciute. Una ripresa del reddito, quindi, porterebbe inevitabilmente un deficit della bilancia commerciale difficilmente sostenibile. Per risolvere questo problema non c’è che una svalutazione. Ma finché la Grecia rimane nell’euro non ha questa possibilità.
Il nuovo governo greco capeggiato da Syriza vorrebbe una ripresa dei consumi in Grecia senza un’uscita della Grecia dall’euro. A meno di un drammatico cambio della competitività della Grecia, i due obiettivi sembrano incompatibili. Prima o poi Syriza dovrà cedere su uno dei due. È più facile che ceda sul secondo.

Nelle tragedie di Euripide, l’ultimo degli autori classici, venne introdotto il “deus ex machina”, ovvero un personaggio divino calato sulla scena mediante una macchina teatrale per risolvere la situazione quando l’azione era tale che i personaggi non avevano più vie d’uscita. Anche l’odierna tragedia greca ha un disperato bisogno di un deus ex machina. Senza di esso, un’uscita della Grecia dall’euro sembra inevitabile, anche contro la volontà del popolo greco, che a stragrande maggioranza vuole rimanere nella moneta comune. Senza un deus ex machina a rimetterci saremo anche noi spettatori.

The EU wins the battle with Greece, will it win the war? / L’UE vince la battaglia con la Grecia, ma vincerà la guerra?

In game theory it is very famous the “chicken game”, also played in the movie Footloose. Two cars (tractors in Footloose) are launched on a collision course. The first driver to steer the wheel loses and is labeled a “chicken”. While both parties are better off avoiding a collision, there is no scope for cooperation: there is a clear winner and a clear loser.

Greece and the EU have been playing a version of this game. Greece blinked first, submitting what “The Guardian” has called a “capitulation.” The reason is very simple. Unlike in the canonical form (where the collision losses are symmetric), here the losses are very asymmetric. Germany does not have a lot to lose from Greece not reaching an agreement now. Greece was about to have a collapse of its banking system. As I described in my previous post, fearing a catastrophe the Greeks were withdrawing their deposits. Without the Emergency Liquidity Assistance of the ECB, the Greek banks would have not survived. And the ECB was keeping the ELA very tight, ready to interrupt it at any minute.

The Greek Finance minister Varoufakis quickly realized that the Germans were not bluffing and gave a big proof of wisdom in blinking first. It will not be politically easy, but the alternative was worse, especially because he had not time to prepare a Plan B.

While the European Union emerges victorious from the stand-off, its image is further deteriorated. The confrontation showed very clearly that the ECB has more power of any elected government. How long would European people stand for this?

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Nella teoria dei giochi c’è il famoso “gioco del pollo”, che forse ricorderete anche nel film Footloose. Due auto (in Footloose erano trattori) si lanciano l’una contro l’altra. Il primo pilota che sterza perde e viene etichettato come “pollo”. Sebbene a entrambe le parti convenga evitare la collisione, non vi è alcuna possibilità di cooperazione: c’è un chiaro vincitore e c’è un chiaro perdente.

La Grecia e l’Unione europea hanno giocato una versione di questo gioco. La Grecia ha ceduto per prima, presentando ciò che “The Guardian” ha definito una “resa”. Il motivo è molto semplice. Mentre nella forma classica del gioco le perdite derivanti dalla collisione sono simmetriche, qui le perdite sono molto asimmetriche. La Germania non ha molto da perdere se la Grecia non raggiunge un accordo ora. La Grecia invece ha rischiato un collasso del suo sistema bancario. Come ho scritto in un precedente post, temendo una catastrofe i greci stavano ritirando i loro depositi. Senza l’erogazione della liquidità di emergenza (ELA) da parte della BCE, le banche greche non sarebbero sopravvissute. E la BCE ha tenuto l’ELA molto bassa, pronta a interromperla da un momento all’altro.

Il ministro delle finanze greco Varoufakis ha capito subito che i tedeschi non stavano bluffando e ha dato prova di grande saggezza cedendo per primo. Politicamente per lui non sarà facile, ma l’alternativa era ben peggiore, soprattutto perché non aveva il tempo di preparare un piano B.

Ma se è vero che l’Unione europea esce vittoriosa da questo braccio di ferro, la sua immagine risulta ulteriormente deteriorata. Il confronto ha mostrato molto chiaramente che la BCE ha più potere di qualsiasi governo eletto. Per quanto tempo ancora gli europei lo tollereranno?