Perché ogni buon capitalista deve anche essere femminista

In Italia i sostenitori del libero mercato sono spesso visti come dei conservatori, con visioni ottocentesche sul ruolo della donna. Per questo motivo trovo particolarmente valido questo articolo di Victoria Bateman che dimostra in modo cogente come i veri liberisti non possano che essere femministi. Ovviamente lo stesso ragionamento si può applicare a qualsiasi forma di discriminazione.  Quindi, per es.,  si potrebbe anche dire perché ogni buon capitalista deve anche essere antirazzista.
Ringrazio CapX
 per avermi permesso di pubblicare su questo blog la traduzione in italiano.

La parità di genere ha fatto molta strada in Occidente. Tuttavia, per ogni tappa positiva ne troviamo troppo spesso una negativa. Pensiamo a quest’ultima settimana. Da un lato abbiamo un numero record di donne elette nell’appena rinnovato Parlamento britannico. Dall’altro c’è l’Oxford College che ha deciso di reprimere più severamente i “comportamenti eccessivamente intimidatori” nei confronti di studentesse (da Cambridge Fellow, posso capire). Allo stesso tempo, abbiamo visto come le questioni femminili siano state il tema centrale della Settimana di Aiuto Cristiano. La dichiarazione accompagnatoria è stata chiara: “la diseguaglianza distributiva e gli abusi di potere sono il cuore del problema della povertà. E la più grande e più diffusa diseguaglianza nel mondo è quella tra donne e uomini “. Ci auguriamo che questo tema trovi posto tra i nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile che le Nazioni Unite si apprestano ad individuare.
Con le femministe che cercano di fare progressi nella sfera sociale e politica, è giunta l’ora che gli economisti facciano sentire la propria voce e ascoltino. È tempo che la questione di genere trovi spazio nelle tradizionali discussioni economiche – e nelle discussioni sul futuro del capitalismo. Gli economisti devono affrontare il femminismo più seriamente.

La libertà di scelta individuale è centrale in economia. È fondamentale anche per il capitalismo. La nostra capacità di agire come individui – avere la libertà di fare le scelte che sono nel nostro interesse – è fondamentale nel modo in cui gli economisti interpretano l’economia. Fintantoché gli economisti scelgono le “giuste” politiche economiche, il risultato — ci assicurano – è che l’espressione dell’interesse individuale porterà al bene comune: a un’economia in cui le persone scelgono di lavorare sodo, di investire e di inventare. La mano invisibile di Smith agirà bene. La libertà individuale produrrà una società prospera. Come hanno dimostrato Ayn Rand e Milton Friedman, il successo economico e la libertà individuale sono legati indissolubilmente.
Fin qui abbastanza semplice, si potrebbe pensare. Tuttavia, per quelli con gli occhi aperti sulle questioni di genere, sorge un ostacolo importante: metà della popolazione mondiale non dispone della libertà di scelta. Ciò da cui gli economisti partono dandolo per scontato manca completamente a larga parte del genere femminile. In tutto il mondo, la possibilità delle donne di esercitare il diritto di scelta è fortemente limitata dal contesto sociale e politico che le circonda. La loro possibilità di accedere a un’istruzione superiore, di essere premiate per le loro capacità lavorative, di avviare le proprie imprese e di spingere per il cambiamento politico è ostacolata ogni singolo giorno della loro vita. Fino a quando le donne non avranno il potere sufficiente per esercitare la loro libertà di scelta, l’economia globale non sarà in grado di sviluppare e realizzare il suo pieno potenziale.
Infatti, se è vero che la mancanza di parità di genere vuol dire che la metà del potenziale di crescita a livello mondiale è sacrificata, c’è una differenza significativa tra uomini e donne che rende la posizione subordinata delle donne più costosa di quanto si possa pensare. Tale differenza consiste, naturalmente, nel fatto che le donne possono partorire. Questo pone le donne in una posizione estremamente vulnerabile – ma anche particolarmente funzionale nella determinazione della prosperità futura del genere umano.
Se una donna ha figli (e quanti ne ha) può essere fondamentale per il suo benessere emotivo e finanziario. Mentre gli economisti sensibili alle questioni di genere sono consapevoli delle conseguenze economiche dell’impossibilità delle donne di accedere a opportunità di istruzione e di lavoro, ciò che è altrettanto importante è la possibilità delle donne di farsi carico della propria fertilità – per una donna avere il controllo della propria possibilità di procreare.

Poiché la maggioranza di figli si genera all’interno del matrimonio, ciò richiede a sua volta che il matrimonio sia una libera scelta delle donne (cioè che non sia per loro una costrizione) e che le donne abbiano accesso alle tecniche di riproduzione. Sposate o no, le donne portano il peso dei desideri sessuali degli uomini – se non hanno la possibilità di resistervi, dovremmo almeno dar loro il potere di affrontarne le conseguenze, senza la minaccia del carcere. Purtroppo, in alcuni Paesi la presa statale sulla fertilità delle donne è così forte che persino l’aborto spontaneo comporta il rischio di arresto (come se l’aborto spontaneo non fosse di per sé abbastanza doloroso).

La fertilità non è solo una questione sociale, politica o religiosa: è anche una questione economica. Come ho sostenuto in “Perché gli economisti hanno bisogno di parlare di sesso”, alla base della ricchezza economica dell’Occidente c’è stata la capacità delle donne di fare le proprie scelte su lavoro, fertilità e vita familiare. Guardando attraverso la storia e nei vari paesi, le donne con maggiore libertà tendono a sposarsi più tardi nella vita e ad avere famiglie più piccole. Queste famiglie più piccole impediscono che il tenore di vita sia minato da sempre più bocche da sfamare, consentono ai genitori di investire in istruzione (in termini di qualità piuttosto che quantità) e risparmiano (aiutando il finanziamento di investimenti). In altre parole, la libertà delle donne riguardo alla propria fertilità porta benefici all’economia: da salari più alti a competenze più forti e a maggiori fondi per gli investimenti. Il fatto che questa libertà sia stata limitata per gran parte della storia spiega perché la prosperità economica sia così rara – e così recente.
Tuttavia, in tutto il mondo, il diritto di scelta delle donne continua ad essere in pericolo. In alcune aree, invece di andare avanti stiamo tornando indietro. Coloro che fanno campagna per i diritti delle donne sono troppo spesso a continuo rischio di abusi, violenza fisica e arresto. Inoltre, piuttosto che riconoscere la necessità per le donne di avere maggior potere, molti commentatori hanno semplicemente rimosso il problema. Abbiamo spesso l’impressione che le prostitute scelgano liberamente di lavorare nell’industria del sesso, o che le donne che lavorano in nero stiano meglio lì che in altri lavori. La triste verità è che molte semplicemente non hanno la scelta che ci piace pensare che abbiano. Le loro opzioni sono limitate da una società patriarcale – che si traduce in sfruttamento e abusi, limitando le scelte delle donne e, di conseguenza, mettendole con le spalle al muro. Quando si sceglie in queste circostanze, non si è veramente liberi.
Fino a quando le donne non avranno lo stesso potere degli uomini, i modelli e le analisi spesso utilizzati dagli economisti saranno limitati nel loro obiettivo di creare ricchezza. Piuttosto che dare semplicemente per scontata la libertà di scelta, gli economisti devono impegnarsi molto di più ad affrontare il problema della sua mancanza. Non si può essere un vero sostenitore del libero mercato e del capitalismo e, nello stesso tempo, chiudere un occhio sulla (mancanza di) libertà delle donne.

Non importa che tu sia maschio o femmina: se sei un economista o un sostenitore del capitalismo devi essere anche un femminista – ed essere orgoglioso di dichiararlo apertamente.

Dr Victoria Bateman è una storica dell’economia, fellow in Economia al Gonville & Caius College di Cambridge e Fellow del Legatum Institute di Londra.

Un pensiero su “Perché ogni buon capitalista deve anche essere femminista

  1. È da molto tempo che vorrei fare questa domanda: non è stata la deregulation del mercato del lavoro fatta nel nome di Friedman negli ultimi deceni del secolo scorso, conseguenza del liberismo, a porre le basi per l’enorme crisi che si è cominciata nel 2007 (opinione espressa da Ignazio Visco al festival dell’economia)??

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