L`Italia chieda la moratoria sui bail-in

Testo dell’articolo di Luigi Guiso e Luigi Zingales pubblicato il 30.12.2015 su “Il Sole 24 Ore

Dal primo gennaio entreranno in vigore in tutta Europa le regole del cosiddetto bail-in. Queste regole, che in caso di fallimento di una banca impongono delle perdite anche agli obbligazionisti ordinari, sono salutari quando, come nel caso degli altri Stati europei, le obbligazioni bancarie sono detenute da investitori istituzionali ben diversificati. Ma sono devastanti quando queste obbligazioni sono detenute dai piccoli risparmiatori al posto dei depositi, come è il caso dell’Italia.

Nell’approvazione a tempo di record della normativa europea non si è tenuto conto di questa diversità italiana e questo errore rischia di affossare la nostra debole ripresa.
La differenza tra il fallimento delle quattro banche popolari avvenuto a novembre ed eventuali fallimenti futuri è che ad essere coinvolti non saranno solo gli obbligazionisti subordinati, ma anche i detentori di obbligazioni ordinarie: una platea che in Italia è molto più rilevante, sia per numero di persone coinvolte che per importanza tra le fonti di finanziamento delle banche. In Italia, le obbligazioni bancarie sono presenti nei portafogli delle famiglie con frequenza tripla di quella dei CCT, dei fondi comuni, e delle stesse obbligazioni corporate. Dopo i depositi sono lo strumento di risparmio più diffuso in Italia, al pari dei Bot.
Non solo i futuri bail-in toccheranno molte più persone, andranno ad incidere su una quota molto più importante della raccolta bancaria. Ad esempio, per una banca come Intesa-SanPaolo, al 30 settembre scorso i subordinati rappresentavano solo il 3,8% della raccolta diretta, contro il 24,9% delle obbligazioni ordinarie.
Intesa-SanPaolo non è un’eccezione: sono molte le banche per cui le obbligazioni ordinarie rappresentano più del 30% della raccolta, soprattutto tra le banche piccole. È questa una conseguenza del modo in cui le banche italiane si finanziano da ben prima del bail-in: raccogliendo risparmio attraverso la vendita di obbligazioni direttamente alla clientela, anziché collocarle presso investitori istituzionali come avviene negli altri paesi europei. Anche quando le obbligazioni bancarie sono emesse sul mercato, spesso la maggior parte dei titoli vengono collocati presso la propria clientela: durante la crisi fino all’8o% delle emissioni. Negli altri paesi, le obbligazioni bancarie vengono collocate perlopiù presso assicurazioni, fondi comuni e fondi pensione, molto poco sviluppati in Italia.
Il fallimento delle quattro banche ha reso palpabile a tutti i risparmiatori che le obbligazioni bancarie non sono più uno strumento assimilabile ai depositi come pensavano (o gli avevano fatto intendere) fino a un mese fa. Ma questo cambio di opinioni, sebbene serva per cogliere meglio la realtà, è causa di preoccupanti conseguenze. La percezione del rischio su questi strumenti ne accresce il rendimento. Questo effetto deve giustamente verificarsi. Ma la paura che oggi pervade i risparmiatori e la sfiducia nei confronti delle banche in generale, non solo di quelle fallite, stanno esasperando l’innalzamento dei tassi. Questo effetto è maggiore per quelle banche che sono più simili a quelle fallite ma è presente anche nelle altre. La naturale conseguenza è che le banche dovranno adottare politiche di erogazione dei prestiti più conservative e accrescerne il costo. È una pessima notizia per un’economia prostrata da anni di recessione, difficoltà di finanziamento e banche con bilanci appesantiti da sofferenze.
Questo quadro potrebbe notevolmente aggravarsi se nei mesi a venire dovesse rendersi necessario risolvere con le nuove regole anche solo la crisi di una banca. Sicuramente il governo e la Banca d’Italia faranno di tutto per evitare questa possibilità. Grazie alla forza della loro pressione morale, riusciranno a convincere altre banche a salvare gli istituti a rischio. Ma queste iniziative avrebbero l’effetto collaterale di utilizzare i bilanci delle banche buone per salvare quelle cattive, invece che fare prestiti all’economia. Non è certo quello di cui l’Italia ha bisogno oggi.

È necessario che il governo faccia presente a Bruxelles la diversità della situazione italiana. L’anomalia va sanata, ma non può esserlo nel giro di un mese e non può essere sanata a costo di paralizzare l’economia italiana. Occorrerebbe una norma transitoria che in cambio dell’obbligo di non collocare le obbligazioni di una banca presso la clientela della banca stessa esentasse l’Italia dal bail-in per un periodo temporaneo (12-18 mesi). Il governo dovrebbe negoziare questa transizione con le autorità di Bruxelles, oggi ancora più insistentemente di quanto fatto senza successo durante il disegno delle regole del bail-in. Non si tratta di ribellarsi alle regole europee ma di pretenderne una realistica implementazione, che tenga conto delle diversità italiane. Il portafoglio delle famiglie italiane non può essere riallocato in due mesi senza creare una grande tensione sui mercati. I nostri rappresentanti a Bruxelles non hanno fatto presente questo problema con la dovuta forza, né è stato capito dai politici che hanno acriticamente votato a favore del bail-in sia al Parlamento europeo sia in quello italiano.

È sicuramente nell’interesse dell’Italia, ma è anche nell’interesse dell’Europa, contenere non solo il rischio che possa nascere un altro focolaio di crisi bancaria, ma anche una contrazione del credito in Italia. Una sospensione temporanea metterebbe al riparo i risparmiatori dal rischio immediato di subire il costo del bail-in e darebbe loro un po’ di tempo per rivedere gli investimenti. Nel frattempo il governo avrebbe anche il tempo per rivedere le regole per la protezione dei risparmiatori, per assicurarsi che quanto accaduto non possa accadere più, anche dopo la fine della sospensione temporanea. In un prossimo articolo ci occuperemo di come questo possa essere fatto.

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Lettera inviata al Sole 24 Ore da Intesa Sanpaolo – Rapporti con i media

Gentile Direttore, 
con riferimento all’articolo pubblicato sul Il Sole 24 Ore del 30 dicembre con il titolo “L’Italia chieda la moratoria sui bail in” a firma Luigi Guiso e Luigi Zingales si fa notare che le obbligazioni Intesa Sanpaolo presenti nei depositi amministrati della propria clientela della Banca dei Territori è inferiore al 5% della raccolta totale diretta.
Si aggiunge inoltre che la quota delle obbligazioni Intesa Sanpaolo posseduta dalla nostra clientela retail in Italia rispetto al totale delle attività finanziarie della clientela è pari al 2,1%.


Risposta di Luigi Guiso e Luigi Zingales

Ringraziamo Intesa Sanpaolo per la precisazione. Premesso che non contraddice nulla di quanto da noi scritto, sottolineiamo tre aspetti. 1) Siamo contenti che Intesa Sanpaolo cominci una tradizione di disclosure, che auspichiamo diventi la norma per tutti. Ci auguriamo anche che Intesa Sanpaolo faccia una disclosure retrospettiva per dimostrare quanto diversa è dalle altre banche che – come abbiamo scritto – durante la crisi hanno collocato fino all’80% delle loro obbligazioni presso la loro clientela. 2) Lodiamo Intesa Sanpaolo per aver applicato nei fatti la separazione tra consulenti finanziari e attività collocate che noi chiediamo per legge. Visto il suo comportamento virtuoso, ci auguriamo che Intesa Sanpaolo si faccia promotore di questa regola per tutti. 3) Al fine di identificare il rischio imposto ai clienti non è sufficiente dire che “la quota delle obbligazioni Intesa Sanpaolo posseduta dalla nostra clientela retail in Italia rispetto al totale delle attività finanziarie della clientela è pari al 2,1%.” Quello che conta è quanti clienti di Intesa Sanpaolo hanno un portafoglio eccessivamente concentrato in titoli Intesa Sanpaolo. Siamo sicuri che in Intesa Sanpaolo anche questo numero sarà molto basso. Ma ci piacerebbe che fosse obbligatorio rivelarlo per tutte le banche: premierebbe una competizione virtuosa.

PS. Per errore nell’articolo abbiamo indicato come banche popolari le quattro banche fallite, Si tratta in realtà di una popolare e tre Spa partecipate da fondazioni bancarie.

Intervista a “La Stampa”: “Crescita sì, ma da zero virgola. Anche le imprese possono fare di più”

Testo dell’intervista pubblicata sul quotidiano “La Stampa” il 9 Agosto 2015, a cura di Luigi Grassia

Dall’economia arrivano segnali misti: come li giudica? L’Italia aggancerà o no il treno della ripresa? La stima di Pii +0,7% quest’anno è realistica?
«Cominciamo a considerare lo scenario europeo» risponde Luigi Zingales dall’Università di Chicago, dove insegna finanza alla Booth School of Business. «La ripresa in Europa c’è, grazie ai bassi tassi della Bce e al petrolio a buon mercato. Perciò sì, l’Italia avrà un incremento di Pil, nell’ordine dello zero virgola. Ma questo ci basta? Io dico di no».

Perché l’Italia aggancia a fatica la ripresa internazionale?
«È dal 1995 che il Pil italiano cresce molto poco: un +0,5% annuale ogni tanto. Ci sono problemi di fondo. Il primo è che l’Italia ha mancato la rivoluzione digitale. Molta della crescita della produttività americana è dovuta agli investimenti nelle tecnologie dell’informazione. Invece in Italia questo non si è visto».

Eppure tutti i bambini italiani hanno lo smartphone e l’iPad. E in passato siamo stati all’avanguardia nella robotica. Stavolta che cosa è mancato?
«Ecco un esempio concreto. In America la Wal Mart ha fatto un balzo di produttività grazie a sistemi avanzati di gestione della logistica . E negli Usa è normale la gestione dei clienti attraverso software. Invece in Italia, a parte qualche eccellenza, nella distribuzione non si fa certo un uso massiccio delle tecnologie digitali. Perché? In parte perché le aziende sono, in media, troppo piccole, ma in parte perché i manager, ad esempio i responsabili del marketing, preferiscono mantenere direttamente le leve del potere nelle loro mani».

Curioso: lei sta facendo ai manager privati la stessa critica che in molti fanno agli alti burocrati dello Stato. Poi in Italia ci sono altri problemi di fondo?
«Si è parlato molto in Italia della necessità di rendere flessibile il lavoro; e questo, è vero, è un problema. Ma si parla poco della scarsa flessibilità del capitale. In un sistema efficiente dovrebbe essere facile sia disinvestire dai settori in declino (perché subiscono, ad esempio, la concorrenza della Cina) sia dirottare le risorse verso i settori in ascesa e a più alto valore ag giunto. Ma in Italia tutte e due queste cose sono difficili. Intanto perché c’è un sistema finanziario che non aiuta la circolazione del capitale. Poi perché abbiamo avuto, storicamente, una legge fallimentare che ha mancato il suo scopo principale, che è salvare le imprese per poi rilanciarle. Spero che la nuova sia meglio. Poi le imprese italiane sono spesso in mano a famiglie che non amano disinvestire, perché poi non avrebbero altro da fare. E non è solo un fatto culturale: se queste famiglie finanziassero aziende nuove dirette da altri, e questi si rivelassero degli incapaci o dei manigoldi, i proprietari non riuscirebbero a tutelare il loro investimento. Abbiamo un sistema giudiziario che non riesce mai a mandare in galera i ricchi che se lo meritano, come è successo in America, per esempio, a un ex capo di McKinsey e a uno della Enron. Parlo di galera, non di arresti domiciliari o obbligo di firma».

Per caso sta invocando una bella dose di giustizialismo?
«No, al contrario. Il giustizialismo vuole tutti colpevoli, io vorrei un sistema giudiziario fondato sulla selettività e l’efficienza. In Italia c’è il mito dell’azione obbligatoria. È nella legge, ma è solo un mito. Ogni volta che un pm avvia un’azione giudiziaria dice che lo fa perché è costretto dalla notizia di reato. In realtà, sceglie fra le moltissime notizie di reato quelle che vuole perseguire, e non si giustifica mai, perché dice che l’azione è obbligatoria. Cosi un pm avvia magari 25 cause senza ottenere nessuna condanna. E tutto questo senza conseguenze negative sulla sua carriera. Invece della responsabilità civile dei magistrati vorrei una responsabilità gestionale: che i magistrati fossero incentivati a misurare i costi e i benefici delle azioni legali che scelgono di intraprendere e che vengano promossi sulla base dei loro risultati. una riforma di questo tipo servirebbe molto all’economia».

Il rallentamento della Cina minaccia la ripresa globale?
«Un Paese non può crescere per sempre al 10% annuo. Se il rallentamento si accompagnerà a un aumento dei consumi interni non provocherà una crisi internazionale».

 

Why Zingales is so “soft” on Greece

English translation of my blog post “Perché Zingales è così “morbido” nei confronti della Grecia” (published last July 5)

A dear friend asked me a question that I think has come up in many places: why am I so “soft” on Greece? I’m tempted to answer that others are just too rigid, but that would not be a real answer. Positions are always relative, and for better or for worse my position on Greece has been much softer than most Italian economists, even those on the left. Seeing as how I now have more time on my hands (☺), it seems fair to answer this question seriously. And it seems fair to do so now, with the polls open, and with the media having given the “yes” side in the referendum the advantage.

I’d like to begin with an introduction. As much as I have my own ideas, I try to look at the facts and issues in a non-ideological way. This does not mean that my ideas don’t help me to interpret the facts, but I make an effort to not interpret them in line with ideological categories. Ideologically, Syriza and I are about as far apart as I can possibly imagine. Nevertheless, I don’t assume that because of this everything Syriza does and says is wrong. On the other hand, I think that the future of Italy is in Europe, but this doesn’t mean that I don’t see huge problems in this Europe. This is the approach I have tried to follow in my book Europa o no*, and that I try to follow on this site and in everything that I write. Obviously I am not exempt from making errors, but I hope to be free from Manichaeism.

With that being said, I will now try to summarize my reasons

  1. The Greeks’ faults

The Greeks’ main fault is that of having for decades elected governments that are spendthrifts and corrupt. It is not a small crime, but as an Italian I don’t feel quite able to judge them so harshly. Their second fault is to have a corporate society that is not open to change. The English say that those who live in glass houses shouldn’t throw stones. So, as an Italian, I can’t allow myself to throw stones at corporatism: we invented it ourselves. The third fault is that of wasting the large dividend they received from entry into the euro area, which brought them a very low interest rate. On this point also, I feel that as an Italian I can’t criticize them. As I explain in Europa o no*, Italy also badly wasted this enormous benefit. The ultimate fault is in having too much debt. In debt as in marriage it takes two, and fault never lies with just one side. For every debtor that borrows excessively, there is a lender that allows him to do so. Why should the debtor be the only one that has to pay?

  1. Original sin

The original sin of the Greek crisis is the way in which the adjustment costs were distributed. When a debtor becomes insolvent, creditors must assume part of the cost of restructuring. In 2010 Greece was insolvent. Today, I am not the only one saying this (the IMF has admitted to the same), and I am not only saying this now, I also said it in 2010. Why then was the full cost of the crisis imposed only on Greece? Because Greece had no alternative, and Europe took advantage of this, doing a favor for the French and German banks. Again, I am not the only one saying this, it has been said by the former president of the Bundesbank, Karl Otto Pohl, who can’t be accused of being either communist or anti-German. Why is it that this fact is constantly ignored in all discussions on Greece?

  1. The faults of Varoufakis & co.

Many organizations suffer from a problem well-known in Social Psychology called groupthink. I talk about it in my book Manifesto Capitalista. It is the tendency of very cohesive organizations to radicalize and reject any outside person, who thinks in a different way, as a foreign entity. I fear that this is the problem with Europe and Varoufakis & co. For what it’s worth, as an academic economist Varoufakis is not inferior to his current European counterparts. He can be found unpleasant, but for example, even Tremonti has said the same thing. Why then was he treated in a manner in which no other finance minister of a European country has ever been treated? I think the reason is because he spoke an unpleasant truth: that Europe had made a mistake and should take responsibility to fix it. We have a saying, “don’t shoot the messenger.” The reason is that there’s a temptation to blame the messenger for the message they bring. That’s what happened in Europe. Did Varoufakis then facilitate his lynching with his arrogant behavior and unusual style (he was even reprimanded for wearing excessive fragrance!), certainly, yes. But if all arrogant people were lynched by the media, there would be very few politicians still alive.
Despite the ideological differences, in my eyes Syriza had a great advantage: it had not been part of the previous system. If the first fault of the Greeks was to have voted for too long for the same corrupt governments, should we not look sympathetically at their attempt to change?

  1. The Germans’ reasons

In my book Europa o no*, I have already denounced bad stereotypes: Germans call Greeks lazy (when data in hand the Greeks work longer hours per week than the Germans) and the Greeks call the Germans Nazis (when data in hand neo-Nazi movements have more followers in Greece than in Germany).
Another stereotype is that in Europe the Germans follow the rules and all the rest (Greeks in particular) do not. Although it is true that the Germans are more ideologically inclined to follow rules, in Europe the Germans have used the rules mainly to promote their own interests. As I wrote in Europa o no*, the ECB’s monetary policy (at least until Draghi) was deflationary, with great benefit to German industry that has more downward wage flexibility.
However, when rules damage German interests, they are not enforced or changed. Remember when Germany violated the 3% deficit limit? Was it sanctioned? No, an exception was made.
And the rule against state aid to businesses and the banks? When, in 2008, Chancellor Merkel wanted to help her banks, an exception was made.
And what about the rule that no country should accumulate too high of a trade surplus? Germany has been violating that for years. But no one says anything. Is this a love for rules or simply the pursuit of national interest at any cost?

  1. Europe’s problems

The reason why I wrote Europa o no* and why I created this blog is simply to spread a critical message about Europe’s problems, without, however, making it an anti-European message. When Syriza won the January elections it was because the other parties were too blindly pro-European. All except for Golden Dawn. If Syriza fails, there’s a risk that leadership will pass to Golden Dawn. While rejecting the political ideas of both, I would say that Golden Dawn is worse than Syriza.
My hope is that a serious debate on the vices of Europe at the center of the political spectrum will reduce approval for the opposite extremes. Today, the best spokesperson for Syriza in Greece is European commissioner Junker. Every time he opens his mouth, Tsipras gains more support.

It’s necessary to change the European institutions, which are too little democratic. If we leave the monopoly of criticism to the anti-Europeans, Europe will not change, it will be destroyed.

  1. Are we next?

In my elementary school there was a story of two parents who badly treated the elderly grandmother in front of their son. He, picking up the pieces of a cup, admonished them, saying: “I’ll keep them for when you are old.” It’s the old saying, “what goes around comes around.”
The last reason why I am so soft on Greece is that I fear we will be next.
There are two main differences between Greece and Italy. Greece had lied shamelessly on its balance sheets and had squandered billions for the Olympics. As I understand it, on its balance sheets, Italy has only lied (not shamelessly), but there’s still a risk that we will find out otherwise. And since we don’t want to miss out on anything, we are also in contention to host the Olympics in Rome. In case we don’t sink ourselves, the Olympics will take care of it. Then Northern Europe will begin to say that Italy and Greece are “one face-one race” and that the Italians also have to pay the consequences that they deserve.

At that point, everyone will regret not having been a little softer.

*I know that it’s not tasteful to self-cite, but I’m doing so to emphasize that I’m not saying anything that I haven’t already written, a year ago, in my book.

The euro lives for another day, this European project is dead forever / L’euro sopravvive un altro giorno, l’attuale progetto di integrazione europea è morto per sempre

In yesterday’s Greek third bailout all the parties sitting around the table got what they really wanted: Merkel not to see the euro explode under her watch, Schäuble to accredit himself as the next German leader, Hollande to appear as doing something other than flirting, Tsipras to remain in power (for cynical like me), or to save Greece (for those romantic) . The losers are not just the Greek people, but all those who believed in Europe. Not only the third bailout does not save the European integration process, but it sets it back. In fact, it is likely to kill it forever.

The post War World II European integration process followed the Jean Monnet “chain reaction theory”: the idea that a common governance experience will always lead to an increased demand for more common governance. This theory is based on two assumptions: the irreversibility of the steps taken and the role of crises in promoting further integration. “Europe will be forged in crises – wrote Monnet in his Memoires – and will be the sum of the solutions adopted for those crises.” This pattern, which held from the early 1950s to the early 2000, seems to have broken down.

First, during this crisis the irreversibility dogma has been breached. The Eurogroup openly discussed the possibility of “timing out” Greece from the euro. Eventually, it decided against, but moving backward is not a taboo any more. In a marriage when you openly raise the divorce option, the relationship is not the same any more. The same is true for the euro and the European integration process.

Second, if Europe is the solution adopted in this crisis, who wants more Europe? In fact, what is Europe? During the crisis was there a difference in behavior between the Eurogroup and the IMF? If anything the IMF was softer, recognizing the need for a debt restructuring. If Europe is nothing but a bad version of the IMF, what is left of the European integration project? The pro-Europe élite might have won the battle against Tsipras, but has lost the war. As Europe was to blame for the rise of Tsipras, Europe will be to blame when Tsipras is eventually replaced by more anti-European forces. In Germany it was not the hyperinflation of the 1920s, but the recession provoked by the harshness of international creditors to create the conditions for the rise of Adolf Hitler. Is Europe trying to do the same in Greece?

The deal’s apologists claim that Greece entered this deal voluntary, so why is there any talk about a coup? The reality is that with the euro all Eurozone countries gave up some of their sovereignty (the monetary part) in the hope this power will be managed in the collective interest, not in the interest of some against that of others. To this purpose the Banking Union was designed to separate a country’s fiscal solvency from the solvency of its banks and vice versa. But during the latest crisis this separation was not upheld: the ECB controlled the survival of the Greek banks and in so doing controlled the fate of the Tsipras’s government. This is not what eurozone countries signed up for initially and it is not what they signed up for in the Banking Union. Tsipras’s choice was as voluntary as the one of a person having a gun to his head.

But the most important issue is that even this third bailout does not solve the problem. Greek debt remains too high and the Greek resentment against the deal will all but ensure that the reform measures will not be implemented properly. In a few years from now will be back to the same table: possibly with different leaders, most likely with the same problems, certainly with much less faith in Europe.

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Nel terzo bailout greco firmato ieri tutti i negoziatori hanno ottenuto ciò che volevano veramente: la Merkel di non vedere l’euro esplodere durante il suo mandato, Schäuble di accreditarsi come il prossimo leader tedesco, Hollande di sembrar capace di altro oltre che di flirtare, Tsipras di rimanere al potere (per i cinici come me) o di salvare la Grecia dal collasso (per i più romantici). I perdenti non sono solo il popolo greco, ma tutti coloro che hanno creduto nell’ Europa. Non solo il terzo bailout non salva il processo di integrazione europea, ma lo costringe ad un arretramento. In realtà, è probabile che lo uccida per sempre.

Dopo la seconda guerra mondiale il processo di integrazione europea ha seguito la “teoria della reazione a catena” di Jean Monnet: l’idea che una comune esperienza di governo porti sempre ad un aumento della domanda di più governo comune. Questo processo si basa su due presupposti: l’irreversibilità dei passi intrapresi e il ruolo delle crisi nel promuovere una maggiore integrazione. “L’Europa sarà forgiata nelle crisi – scrive Monnet nel suo Memoires – e sarà la somma delle soluzioni adottate per tali crisi” Questo modello, che ha tenuto dai primi anni ’50 ai primi anni 2000, sembra essersi definitivamente rotto.

In primo luogo, durante questa crisi il dogma dell’irreversibilità è stato violato. L’Eurogruppo ha apertamente discusso la possibilità di “timeout” della Grecia dall’euro. Alla fine, ha deciso diversamente, ma fare marcia indietro non è più tabù. In un matrimonio, quando si solleva apertamente la possibilità di divorzio, la relazione non è più la stessa. Lo stesso vale per l’euro e il processo di integrazione europea.

In secondo luogo, se l’Europa è la soluzione adottata in questa crisi, chi vuole più Europa? In realtà, che cosa è l’Europa? Durante la crisi c’è stata una qualche differenza di comportamento tra l’Eurogruppo e il Fondo monetario internazionale? Semmai il FMI e’ stato più morbido, riconoscendo la necessità di una ristrutturazione del debito. Se l’Europa non è altro che una brutta copia del FMI, cosa resta del progetto di integrazione europea? L’élite pro-Europa ha vinto la battaglia contro Tsipras, ma ha perso la guerra. Come l’Europa era da biasimare per la vittoria di Tsipras, così l’Europa sarà responsabile quando Tsipras sarà poi sostituito da forze ancora più antieuropee. In Germania non è stata l’iperinflazione degli anni Venti, ma la recessione provocata dalla durezza delle nazioni creditrici a creare le condizioni per l’ascesa di Adolf Hitler. L’Europa cerca di fare lo stesso in Grecia?

I difensori dell’accordo sostengono che la Grecia ha accettato quest’ accordo volontariamente, quindi perché si parla di un colpo di stato? La realtà è che tutti i paesi dell’ eurozona hanno ceduto un po’ della loro sovranità (quella monetaria) nella speranza che questa fosse gestita nell’interesse collettivo, non nell’interesse di alcuni contro quello di altri. A tale scopo l’Unione Bancaria è stata progettata per separare solvibilità fiscale di un paese dalla solvibilità delle sue banche e viceversa. Ma durante l’ultima crisi questa separazione non è stata rispettata: la BCE controllava la sopravvivenza delle banche greche e così facendo controllava il destino del governo Tsipras. Questo non è ciò che i paesi della zona euro hanno accettato quando sono entrati nella moneta unica e non è quello che hanno deciso con l’ Unione Bancaria. La scelta di Tsipras è tanto volontaria quanto quella di una persona che ha una pistola puntata alla tempia.

Ma la questione più importante è che anche questo terzo piano di salvataggio non risolve il problema. Il debito greco resta troppo elevato e il risentimento greco contro l’accordo è tale da rendere difficile applicare correttamente le riforme proposte. Tra qualche anno saremo di nuovo da capo: forse con diversi leader, probabilmente con gli stessi problemi, certamente con meno fiducia nell’Europa.

Perché Zingales è così “morbido” nei confronti della Grecia?

Una cara amica mi ha fatto una domanda che penso si siano posti in molti: perché sono così “morbido” nei confronti della Grecia? Sarei tentato di rispondere che sono gli altri ad essere troppo rigidi, ma non sarebbe una vera risposta. La posizione è sempre relativa, e nel bene e nel male la mia posizione sulla Grecia è risultata molto più morbida della maggior parte degli economisti italiani, anche di sinistra. Visto che ora ho più tempo a mia disposizione (☺), mi sembra giusto rispondere seriamente a questa domanda. E mi sembra giusto farlo adesso, ad urne aperte, e con i media che danno i sì al referendum in vantaggio.

Vorrei cominciare da una premessa. Per quanto io abbia le mie idee, cerco di guardare ai fatti e ai problemi in modo non ideologico. Questo non significa che le mie idee non mi aiutino ad interpretare i fatti, ma che mi sforzo di non interpretare i fatti per categorie ideologiche. Ideologicamente Syriza è quanto di più distante io possa immaginare dalle mie idee. Ciononostante non parto dal presupposto che, per questo, tutto quello che dice e fa sia sbagliato. D’altra parte penso che il futuro dell’Italia sia in Europa, ma non per questo non vedo i problemi enormi di questa Europa. È questo l’approccio che ho cercato di seguire nel mio libro Europa o no* e che cerco di seguire in questo sito e in tutto quello che scrivo. Ovviamente non sono esente da errori, ma spero di essere esente dal manicheismo.

Con questo provo a riassumere qui le motivazioni

1. Le colpe dei greci

La principale colpa dei greci è di aver eletto per decenni governi spendaccioni e corrotti. Non è una colpa da poco, ma come italiano non mi sento proprio in grado di giudicarli così severamente. La seconda colpa è di avere una società corporativa, poco aperta al cambiamento. Gli inglesi dicono che chi vive in una casa di vetro non deve mettersi a lanciare pietre. Per questo da italiano non mi permetto di lanciare pietre sul corporativismo: lo abbiamo inventato noi. La terza colpa è quella di aver dissipato il grande dividendo ottenuto con l’entrata nell’euro che ha portato loro dei tassi di interesse molto bassi. Anche su questo punto da italiano non mi sembra di poterli criticare. Come spiego in Europa o no* anche l’Italia ha dissipato malamente questo enorme beneficio. L’ultima colpa è quella di essersi indebitati troppo. Nel debito come nel matrimonio si è in due, e la colpa non è mai di una parte sola. Per ogni debitore che si indebita in modo eccessivo, c’è un creditore che gli permette di farlo. Perché deve pagare solo il debitore?

2. Il peccato originale

Il peccato originale della crisi greca è il modo con cui i costi di aggiustamento son stati distribuiti. Quando un debitore diventa insolvente, i creditori si devono assumere una parte del costo della ristrutturazione. Nel 2010 la Grecia era insolvente. Oggi non lo dico solo io (lo ammette lo stesso Fondo monetario internazionale) e non lo dico solo ora, lo dicevo anche nel 2010. Perché allora tutto il costo della crisi è stato imposto solo alla Grecia? Perché la Grecia non aveva alternative e l’Europa ne ha approfittato, facendo un favore alle banche francesi e tedesche. Anche in questo caso non lo dico solo io, lo dice l’ex governatore della Bundesbank Karl Otto Pohl, che non può essere accusato di essere né comunista, né antitedesco. Perché questo fatto viene costantemente ignorato in tutte le discussioni sulla Grecia?

3. Le colpe di Varoufakis &C

Molte organizzazioni soffrono di un problema ben conosciuto in Social Psychology, chiamato groupthink. Ne parlo nel mio libro Manifesto Capitalista. È la tendenza di organizzazioni molto coese di radicalizzarsi e di rigettare qualsiasi persona esterna, che la pensa in modo diverso, come un corpo estraneo. Temo che questo sia il problema con l’Europa e Varoufakis &C. Non che questo conti: come economista accademico Varoufakis non è inferiore ai suoi attuali omologhi europei. Potrà essere antipatico, ma per es. anche di Tremonti si diceva la stessa cosa. Perché allora è stato trattato come nessun ministro delle finanze di un paese europeo è mai stato trattato? Penso che il motivo sia perché diceva una verità scomoda: che l’Europa aveva commesso un errore e doveva prendersi la responsabilità di ripararlo. Da noi si dice “ambasciator non porta pena”. Il motivo è che la tentazione è di incolpare l’ambasciatore per il messaggio che porta. È quello che è successo in Europa. Che poi Varoufakis abbia facilitato il linciaggio con un comportamento strafottente e uno stile inusuale (gli è stato rimproverato perfino l’eccesso di profumo!), certamente sì. Ma se tutti gli strafottenti dovessero essere linciati mediaticamente, di politici vivi ne rimarrebbero veramente pochi.
Nonostante la differenza ideologica, ai miei occhi Syriza aveva un grande vantaggio: non era stata parte del sistema precedente. Se la prima colpa dei greci è stata di aver votato per troppo tempo gli stessi governi corrotti, non dovremmo forse guardare con simpatia al loro tentativo di cambiare?

4. Le ragioni dei tedeschi

Già nel mio libro Europa o no* denunciavo i cattivi stereotipi: i tedeschi che chiamano i greci pigri (quando dati alla mano i greci lavorano più ore per settimana dei tedeschi) e i greci che danno del nazista ai tedeschi (quando dati alla mano i movimenti neonazisti hanno più seguito in Grecia che in Germania).
Un altro stereotipo è che in Europa i tedeschi seguono le regole e tutti gli altri (greci in primis) no. Anche se è vero che i tedeschi sono ideologicamente più inclini alle regole, in Europa i tedeschi hanno usato le regole principalmente per promuovere il loro interesse. Come ho scritto in Europa o no* la politica monetaria della BCE (almeno fino a Draghi) è stata deflattiva, con grande vantaggio dell’industria tedesca che ha una maggiore flessibilità salariale verso il basso.
Quando però le regole colpiscono gli interessi tedeschi, non vengono applicate o vengono cambiate. Ricordate quando la Germania violò il limite del 3% di deficit? Fu forse sanzionata? No, fu fatta un’eccezione.
E la regola contro agli aiuti di stato alle imprese e alla banche? Quando nel 2008 la cancelliera Merkel volle aiutare le sue banche fu fatta un’altra eccezione.
E che dire della regola per cui nessun paese deve accumulare un avanzo commerciale troppo elevato? La Germania la sta violando da anni. Ma nessuno apre bocca. Si tratta di amore per le regole o di semplice perseguimento dell’interesse nazionale a qualsiasi costo?

5. I problemi dell’Europa

Il motivo per cui ho scritto Europa o no* e per cui ho creato questo blog è proprio quello di diffondere un messaggio critico dei problemi europei, senza per questo farlo diventare un messaggio antieuropeista. Se Syriza ha vinto le elezioni di gennaio è perché gli altri partiti erano troppo ciecamente europeisti. Tutti tranne Alba Dorata. Se fallisce Syriza, il rischio è che la leadership passi ad Alba Dorata. Pur rigettando le idee politiche di entrambi, mi permetto di dire che Alba Dorata è peggio di Syriza.
La mia speranza è che un dibattito serio sui vizi dell’Europa al centro dello schieramento politico riduca il consenso per gli opposti estremismi. Oggi il miglior portavoce per Syriza in Grecia è il commissario europeo Junker. Ogni volta che apre bocca, fa conquistare consensi a Tsipras.

È necessario cambiare le istituzioni europee che sono troppo poco democratiche. Se lasciamo il monopolio delle critiche agli antieuropeisti, l’Europa non cambierà, verrà distrutta. 

6. Siamo noi i prossimi? 

Nel mio sussidiario delle elementari c’era la storia di due genitori che trattavamo malamente la vecchia nonna di fronte a loro figlio. Costui, raccogliendo i cocci di una tazza, li ammonì dicendo: “li conservo per quando sarete vecchi voi.” È il vecchio detto “chi la fa l’aspetti”.
L’ultimo motivo per cui sono così morbido con la Grecia è che temo che noi saremo i prossimi.
Ci sono due principali differenze tra la Grecia e l’Italia. La Grecia ha mentito spudoratamente sui dati di bilancio e ha sperperato miliardi per le Olimpiadi. Da quanto mi risulta, sui dati di bilancio l’Italia ha solo mentito (non spudoratamente), ma resta sempre il rischio di scoprire altrimenti. E siccome non vogliamo farci mancare niente, siamo anche in lizza per le Olimpiadi di Roma. In caso non affondiamo da soli, ci penseranno le Olimpiadi. A quel punto il Nord Europa comincerà a dire che Italia e Grecia “una faccia-una razza” e che anche gli Italiani devono pagare le conseguenze che si meritano.

A quel punto rimpiangeremo tutti di non essere stati un po’ più morbidi.

* So che non è elegante autocitarsi, ma intendo così sottolineare che non sto dicendo nulla che non abbia già scritto un anno fa nel mio libro.

Grexiting the crisis without a Graccident – Uscire dalla crisi greca evitando il Graccident

To have an objective view of the situation I asked the help of a colleague of mine, Stavros Panageas. Not only is he a very good economist and a Greek one, but he also distinguishes himself for a very nice mix of economic thinking and civic passion.  You can enjoy both in this passage written for this blog. LZ

Per avere una visione obiettiva della situazione, ho chiesto aiuto a un mio collega, Stavros Panageas. Non solo è un economista molto bravo ed è Greco, ma si distingue per un mix molto bello di pensiero economico e passione civica. Li apprezzerete entrambi in questo post scritto appositamente per questo blog. LZ

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by Stavros Panageas

It has been hard, sad, and frustrating to follow the events in Greece these past five years. Even more so for a Greek economist, since it is often difficult to separate the role of the economist – trained to be as impartial as possible – from the role of the citizen of the country that is going through turmoil.

To the extent that I can separate these two roles, I will start speaking as an economist and I will conclude by speaking as a citizen.

As an economist, I would like to start with a very basic question: What is so special about Greece? Why are other European countries such as Ireland, Portugal, and Cyprus seemingly out of the woods, while Greece isn’t?
Surely, Greece was in a worse situation going into the crisis; in particular it had a very high level of debt in 2008. But other European countries had high levels of debt (Belgium, Italy) and they did not suffer the fate of Greece.
I believe that the key issue was not the high level of debt in isolation. It was the combination of a high level of debt with a grossly underestimated “fiscal multiplier” that sealed the fate of the stabilization program. The fiscal multiplier determines how much you kill growth as you are cutting the budget. In a sense, it is the ratio of the medication that is likely to kill you before it cures you.
In Greece the fiscal multiplier proved to be above anyone’s expectation, by official admission of the IMF. In my view, the large fiscal multiplier is just a testament to the frictions in labor markets, good markets, and the bloated public sector – all issues that required structural reform that met with staunch opposition by special interests. In addition, it didn’t help that the stabilization program allowed the Greek government to reduce the budget deficit by increasing taxes (indiscriminately — even on poor people), rather than by reducing expenses.
Couple a high initial debt level with a high fiscal multiplier and you have an explosive mix: The dosage of the medication that is required to kill the disease (the budget cuts required to reduce the debt) is likely to kill the patient (cause a recession that is comparable to the US Great Depression).
Despite this unpleasant arithmetic, the Greek economy persevered for four years, and 2014 was even a year of positive growth (0.7%). The numbers were even more impressive for quarters 2 and 3 on a seasonally adjusted basis. It may be hard to believe or remember it these days, but in March of 2014 everyone was talking about “Grecovery”, not “Grexit”. Just read the newspapers of the time.
Some people will say “Yes, but the debt sustainability was still not cured”. That is true indeed. It is also true that some of the growth was due to cyclical deflation, not nominal growth, which doesn’t help with making the debt sustainable. However, one should not forget that –by now – most of Greek debt is official and long-term with a very low servicing cost. So, if over the course of the next 30 years, the ECB achieved its goal of a 2% inflation across the Eurozone, and Greece managed to sustain real growth, then the calculation changes substantively.
So, my view is that on purely economic grounds, one cannot entirely explain the differences between Greece and Cyprus, Ireland, Portugal. Or at least, any such explanation would also have to explain why growth returned in Greece in quarters 2 and 3 of 2014, and disappeared since the fourth quarter of 2014, when elections were declared.

Enter politics. Politics became a factor that poisoned the relations between Greece on the one hand and investors and creditors on the other. This made the economic recession deeper than it should have been, since there was constant doubt by domestic and foreign investors on whether the country would keep the course of stabilization. Moreover, the creditors kept adding to their demands due to implementation constraints.
Five years of savage recession, and unfair tax hikes became fertile ground for parties that used to belong to the far left and far right. The once-hard-core left lured a substantial fraction of voters with a promise to end austerity and renegotiate the debt. The admittedly tenuous issue on whether the debt was sustainable convinced several centrists that Greece was on the wrong path. Besides, to many people, Tsipras seemed like the person who could break the mold of a corrupt political system.
The issue that Tsipras deliberately left open during his campaign was whether he would be willing to risk Greece’s position in the Eurozone during the negotiation. In the few weeks leading up to the election, however, he became progressively more clear: Greece would stay in the Euro (I wish I could add “no matter what” to this sentence, but he never went as far as to add these three critical words).

So here we are. Predictably Europe said no to Tsipras, and presented him with an ultimatum. So what should be done now?

From this point, I will speak as a citizen, and I will also speculate. Tsipras does not have the democratic mandate to take Greece out the Euro. Polls show that 60% of Greeks would prefer a painful agreement to exit from the Euro. In a peaceful manner Greeks took to the streets a couple of days ago carrying signs “We are staying in Europe”. I am told that the turnout was substantial. In my view, this is because belonging to Europe is an existential choice for Greece, a part of its identity reaching well beyond economics. And taking the path out of the Euro could open the path out of Europe.
So, no Greek prime minister would take the responsibility of explicitly taking the country out of the Euro. So, my view is that if Tsipras cannot achieve something on Monday that he can sell to the people as a meaningful compromise, he will have to go back to the people and ask for a new mandate. Greece will go through turmoil in the meantime, but I am not willing to predict a Grexit just yet.
One thing is for sure, however. Given the broken trust, and the doubts on the feasibility of achieving reforms, the lenders should set a clear “quid-pro-quo” where the “carrot” is a plain, clear path to debt relief. Vague promises will not do at this stage. Such a path would be both good economics and good politics.

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Seguire gli avvenimenti greci degli ultimi cinque anni è stato duro, triste e frustrante. Lo è stato ancor di più per un economista greco come il sottoscritto, poiché è spesso difficile separare il ruolo di economista, che deve essere il più imparziale possibile, da quello di cittadino del paese in mezzo alla tempesta.

Cercando di separare questi due ruoli, prima parlerò da economista e poi concluderò come cittadino.

Come economista, vorrei iniziare con una domanda molto semplice: cos’ha di speciale la Grecia? Perché gli altri paesi europei come l’Irlanda, il Portogallo e Cipro sembrano aver superato la crisi, mentre la Grecia no?
Sicuramente la Grecia ha affrontato la crisi in una situazione peggiore; in particolare nel 2008 aveva un livello di debito molto elevato. Ma anche altri paesi europei avevano alti livelli di debito (per es. Belgio e Italia), eppure non hanno subito la stessa sorte della Grecia.
Io credo che la questione chiave non sia l’alto livello del debito in sé. È stata piuttosto la combinazione di un elevato livello di debito con un ampiamente sottovalutato “moltiplicatore fiscale” a determinare il fallimento del programma di stabilizzazione. Il moltiplicatore fiscale determina quanto riduci la crescita quando  tagli il budget. In un certo senso, è come il rapporto tra il danno che un farmaco produce e il beneficio che procura.
In Grecia il moltiplicatore fiscale si è rivelato superiore alle aspettative di chiunque, come ha ufficialmente ammesso lo stesso FMI. A mio avviso, un grande moltiplicatore fiscale semplicemente dimostra gli squilibri nel mercato del lavoro, nel mercato dei beni, nell’abnorme settore pubblico – tutte questioni che richiedevano una riforma strutturale che ha trovato la ferma opposizione di interessi particolari. Inoltre, non ha aiutato il fatto che il programma di stabilizzazione abbia permesso al governo greco di ridurre il deficit di bilancio aumentando le tasse (indiscriminatamente – anche sui poveri), piuttosto che riducendo le spese.
Mettete insieme un alto livello di debito iniziale con un elevato moltiplicatore fiscale e avrete un mix esplosivo: la dose di farmaco necessaria per guarire dalla malattia (i tagli di bilancio necessari per ridurre il debito) rischia di uccidere il paziente (provocare una recessione che è paragonabile alla Grande Depressione negli Stati Uniti).
Nonostante questa aritmetica sgradevole, l’economia greca è andata avanti per quattro anni e il 2014 è stato persino un anno di crescita positiva (0,7%). Nel secondo e terzo trimestre, su base destagionalizzata i numeri sono stati ancora più impressionanti. Può essere difficile da credere o ricordare di questi tempi, ma nel marzo del 2014 tutti parlavano di “Grecovery”, non “Grexit”. Basta leggere i giornali del tempo.
Alcuni diranno: “Sì, ma la sostenibilità del debito non era ancora stata ripristinata”. In effetti è vero. È anche vero che una parte della crescita era dovuta a una deflazione ciclica, non a una crescita nominale, che non aiuta a rendere sostenibile il debito. Tuttavia, non bisogna dimenticare che – ormai – la maggior parte del debito greco è nelle mani di organizzazioni internazionali e di lungo termine con un costo di servizio molto basso. Così, se nei prossimi 30 anni, la BCE raggiungerà il suo obiettivo di un’inflazione al 2% in tutta la zona euro, e la Grecia riuscirà a sostenere la crescita reale, allora il calcolo cambierà in maniera sostanziale.
Quindi, la mia opinione è che le differenze tra la Grecia da un lato e Cipro, Irlanda, Portogallo dall’altro non possono essere spiegate solo sulla base di motivazioni strettamente economiche. A meno che non si riesca anche a spiegare perché la crescita sia tornata in Grecia nei trimestri 2 e 3 del 2014, e sia scomparsa dal quarto trimestre del 2014, quando sono state indette le elezioni.

Passiamo alla politica. La politica è diventata un fattore che ha avvelenato le relazioni tra la Grecia da un lato, e gli investitori e i creditori dall’altro. Questo ha reso la recessione economica più profonda di quello che avrebbe dovuto essere, poiché gli investitori nazionali e esteri nutrivano costanti dubbi sulla stabilità politica del paese. Inoltre, i creditori aumentavano le loro richieste a causa delle difficoltà di attuazione.
Cinque anni di recessione selvaggia e ingiusti aumenti fiscali sono diventati terreno fertile per i partiti di estrema destra e di estrema sinistra. Quella che una volta era la sinistra radicale ha attirato una percentuale consistente di elettori con la promessa di porre fine all’austerità e rinegoziare il debito. Il tema notoriamente debole della sostenibilità o meno del debito ha convinto diversi centristi che la Grecia era sulla strada sbagliata. Inoltre, a molte persone, Tsipras sembrava la persona che poteva rompere gli schemi di un sistema politico corrotto.
La questione che Tsipras ha volutamente lasciato aperta durante la sua campagna elettorale era se nella negoziazione sarebbe stato disposto a rischiare la permanenza della Grecia nell’Eurozona. Nelle poche settimane precedenti le elezioni, però, è diventato sempre più chiaro: la Grecia sarebbe rimasta nell’Euro (vorrei poter aggiungere “a qualsiasi costo” a questa frase, ma non è mai arrivato a pronunciare queste tre fondamentali parole).
Ed eccoci qui. Com’era prevedibile, l’Europa ha detto di no a Tsipras e gli ha consegnato un ultimatum. Ora cosa si deve fare?

Da qui in poi, parlerò come cittadino, e farò anche delle previsioni. Tsipras non ha il mandato democratico di portare la Grecia fuori dall’euro. Secondo i sondaggi, il 60% dei greci preferirebbe un accordo doloroso all’uscita dall’Euro. Un paio di giorni fa i greci sono scesi in piazza in modo pacifico portando cartelli “Noi restiamo in Europa”. Mi è stato detto che l’affluenza è stata notevole. A mio parere, questo è perché l’appartenenza all’Europa è per la Grecia una scelta esistenziale, una parte della sua identità che va ben oltre l’economia. E uscire dall’Euro potrebbe significare uscire dall’Europa.
Quindi, nessun primo ministro greco si prenderebbe la responsabilità esplicita di portare il Paese fuori dell’Euro. Perciò, la mia opinione è che se lunedì Tsipras non riesce a raggiungere un accordo che può presentare al popolo come un compromesso significativo, dovrà tornare al popolo e chiedere un nuovo mandato. La Grecia attraverserà nel frattempo un’altra fase turbolenta, ma io non sono ancora disposto a prevedere una Grexit.
Una cosa è tuttavia certa. Visti il venir meno della fiducia e i dubbi sulla capacità di realizzare riforme, i finanziatori dovrebbero fissare un chiaro “quid-pro-quo”, dove la “carota” è un semplice, chiaro percorso di riduzione del debito. A questo punto non servono promesse vaghe. Ci vogliono buona economia e buona politica.

Grexit: a political, not economic problem / Grexit: problema politico, non economico

English translation of my op-ed, published in today’s print edition of “Il Sole 24 Ore”

The final hour is approaching. After months of negotiations, Greece and its creditors seem to have arrived at an impasse. Monday’s Eurogroup meeting could be decisive. If an agreement is not reached, Greece will not able to repay its debts to the IMF. From a technical standpoint it is not yet a default but it is close. In the mean time, the European Central Bank (ECB) is keeping Greek banks alive with continuous injections of liquidity through a line of credit called – not coincidentally – Emergency Liquidity Assistance (ELA). These injections of liquidity compensate the increasingly frantic bank runs. Without the liquidity provided by the ELA, Greek banks would be unable to reopen Monday. At that point, the only way for Greece to save the banking system would be to print its own currency: it would be the infamous Grexit.

In this extremely tense context, it is difficult even for experts to understand the position of both sides and it is easy to slip into the stereotypes of evil Germans or lazy and corrupt Greeks. Even the press, which should inform in an analytical matter, for the most part seems to have become a pure sounding board of preconceived political positions. For this, I tried to go to the source and read the proposals of the Greek Minister of Finance Varoufakis at the last Eurogroup. No longer trusting the way in which these positions could be reported in European press, the minister put them directly on his web page.

I have to admit that I was left surprised by their reasonableness. Varoufakis proposes a plan to increase the competition in various markets starting from the construction market; a reform that facilitates the creation of new business; and a severe anticorruption plan. In return he requires a reduction by 0.5% of the primary budget surplus and a shift of the Greek debt by the ECB to the European Stabilization Mechanism, in such way to permit Greece to participate in the benefits of Quantitative Easing. Few people know that today Greece is the only country in the Eurozone that doesn’t benefit from QE because the ECB owns Greek bonds above the limits. Seeing as the limit was decided in January of 2015 when the ECB already held these bonds, it is clear that it had been chosen purposefully to exclude Greece. Finally, Varoufakis requires that pensions not be touched any further.

How is it possible that such a reasonable program is not accepted by Europe? I asked a series of experts and the responses were two. Firstly, this program is still a little bit too vague and effectively the discussion is not equipped with many figures. But the main reason is because no one trusts the Greek government. Contributing to this sense of distrust was not only the behavior in the negotiations but also several internal initiatives (among which the abolition of teacher assessments), which made the Tsipras government “not very credible”.

Surely there is a problem of credibility; the Tsipras government is made of outsiders. It is very difficult for a group of outsiders to take control of a government and manage a country effectively during a crisis like this one. But let’s remember that the reason why the Greeks voted for this government is because the previous insiders were part of the problem (for example, Samaras was one of the leaders of a party whose government had falsified budget data) and maybe for exactly this reason they were too submissive to the requests of the Troika. Let’s not forget that even the Renzi government had trouble in the first months with presenting numerically accurate plans and it backtracked on the Invalsi teacher evaluations. Not for this it was vilified by the European press, quite the opposite .

Certainly, Syriza pays for an original prejudice, in as much as it is a formation of the radical Left, which in some components refutes the market economy. It is also true that both Tsiparis and Varoufakis have made mistakes. But even the IMF has made grave errors (ones they even admitted to) and yet its vertices are not treated with the same contempt. Syriza mostly pays the attempt to change the way in which negotiations occur at the European level. European bureaucracy thrives off secrecy, because it is not accustomed to responding to an elected democratic government. For this reason the European bureaucracy finds itself uncomfortable with a government that makes transparency a priority. The distrust that Europe shows in their regards is mainly distrust of diversity, a diversity that threatens the survival of actual European bureaucrats. How can we come out of this impasse?

The only person in this moment that can save the situation is Angela Merkel. It is up to Merkel to hold Varoufakis to his proposals and act as a guarantor of an agreement. It was the support of Merkel that permitted Draghi to rescue the euro in 2012.  And it could be her support that permits an agreement tomorrow. Certainly, her electoral interests go in the opposite direction. Germans, and even more so her voters, are tired of Greece and extremely contrary to any concession. But this is the moment in which we may see if Merkel is just the head of the German government or also the leader of future Europe. A true leader does not look only at their personal interest, but also at the heart of their entire nation’s interest, in this case the entire European nation. And this interest is certainly for an agreement. I don’t mean an agreement at all costs, but one along the reasonable positions outlined in Varoufakis’ proposals. Either Merkel becomes the midwife of a new Europe or she will find herself relegated by history as responsible for having killed forever a European dream.

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L’ora X si sta avvicinando. Dopo mesi di negoziati la Grecia e i suoi creditori sembrano arrivati a un’impasse. La riunione dell’Eurogruppo di domani potrebbe essere decisiva. Se un accordo non viene raggiunto, la Grecia non è in grado di ripagare i suoi debiti nei confronti del Fondo Monetario Internazionale. Da un punto di vista tecnico non è ancora default, ma ci siamo vicini. Nel frattempo la Banca centrale europea (BCE)sta tenendo in vita le banche greche con continue immissioni di liquidità attraverso una linea di credito chiamata – non a caso – Emergency liquidity assistance (ELA).
Queste iniezioni di liquidità compensano la corsa agli sportelli sempre più frenetica. Senza la liquidità fornita dall’ELA le banche greche non potrebbero riaprire lunedì. A quel punto l’unico modo per salvare il sistema bancario sarebbe stampare una propria moneta: sarebbe la famigerata Grexit.
In questo contesto estremamente teso è difficile anche per gli esperti capire le posizioni delle due parti ed è facile scadere negli stereotipi dei tedeschi cattivi o dei greci pigri e corrotti. Anche la stampa, che dovrebbe informare in modo analitico, sembra per la maggior parte essere diventata una pura cassa di risonanza di posizioni politiche preconcette. Per questo ho provato ad andare alla fonte ed ho letto le proposte avanzate dal ministro delle Finanze greco Varoufakis all’ultimo Eurogruppo. Non fidandosi più di come potrebbero essere riportate sulla stampa europea, il ministro ha messo queste proposte direttamente sulla sua pagina web.
Devo ammettere che sono rimasto sorpreso della loro ragionevolezza. Varoufakis propone un piano per aumentare la competizione sui vari mercati a cominciare da quello delle costruzioni; una riforma che faciliti la creazione di nuove imprese; e un severo piano anticorruzione. In cambio richiede una riduzione dello 0,5% del surplus primario di bilancio e uno spostamento del debito greco detenuto dalla Bce all’European Stabilization Mechanism, cosicché da permettere alla Grecia di partecipare ai benefici del Quantitative easing. Pochi sanno che oggi la Grecia è l’unico Paese dell’eurozona a non beneficiare del Qe perché la Bce possiede titoli greci al di sopra del limite. Visto che il limite è stato deciso a gennaio 2015 quando la Bce deteneva già questi titoli, si capisce che è stato scelto apposta per escludere la Grecia. Infine, Varoufakis richiede che non vengano toccate ulteriormente le pensioni.
Come è possibile che questo programma così ragionevole non sia accettato dall’Europa?

Ho chiesto ad una serie di esperti e la risposta è stata duplice. Innanzitutto questo programma è ancora troppo vago, ed effettivamente il discorso non è corredato da molti numeri. Ma il motivo principale è che nessuno si fida del governo greco.

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Europe at crossroads / L’Europa è a un bivio

del PM greco Alexis Tsipras, 31 Maggio 2015. 
Pubblicato su Le Monde e sul sito della Presidenza del Consiglio della Repubblica Ellenica
In basso la traduzione italiana.

Prime Minister Alexis Tsipras’ article in Le Monde newspaper:

On 25th of last January, the Greek people made a courageous decision. They dared to challenge the one-way street of the Memorandum’s tough austerity, and to seek a new agreement. A new agreement that will keep the country in the Euro, with a viable economic program, without the mistakes of the past.
The Greek people paid a high price for these mistakes; over the past five years the unemployment rate climbed to 28% (60% for young people), average income decreased by 40%, while according to Eurostat’s data, Greece became the EU country with the highest index of social inequality.
And the worst result: Despite badly damaging the social fabric, this Program failed to invigorate the competitiveness of the Greek economy. Public debt soared from 124% to 180% of GDP, and despite the heavy sacrifices of the people, the Greek economy remains trapped in continuous uncertainty caused by unattainable fiscal balance targets that further the vicious cycle of austerity and recession.
The new Greek government’s main goal during these last four months has been to put an end to this vicious cycle, an end to this uncertainty.
Doing so requires a mutually beneficial agreement that will set realistic goals regarding surpluses, while also reinstating an agenda of growth and investment. A final solution to the Greek problem is now more mature and more necessary than ever.
Such an agreement will also spell the end of the European economic crisis that began 7 years ago, by putting an end to the cycle of uncertainty in the Eurozone.
Today, Europe has the opportunity to make decisions that will trigger a rapid recovery of the Greek and European economy by ending Grexit scenarios, scenarios that prevent the long-term stabilization of the European economy and may, at any given time, weaken the confidence of both citizens and investors in our common currency.
Many, however, claim that the Greek side is not cooperating to reach an agreement because it comes to the negotiations intransigent and without proposals.

Is this really the case?

Because these times are critical, perhaps historic–not only for the future of Greece but also for the future of Europe–I would like to take this opportunity to present the truth, and to responsibly inform the world’s public opinion about the real intentions and positions of Greece.
The Greek government, on the basis of the Eurogroup’s decision on February 20th, has submitted a broad package of reform proposals, with the intent to reach an agreement that will combine respect for the mandate of the Greek people with respect for the rules and decisions governing the Eurozone.
One of the key aspects of our proposals is the commitment to lower – and hence make feasible – primary surpluses for 2015 and 2016, and to allow for higher primary surpluses for the following years, as we expect a proportional increase in the growth rates of the Greek economy.
Another equally fundamental aspect of our proposals is the commitment to increase public revenues through a redistribution of the burden from lower and middle classes to the higher ones that have effectively avoided paying their fair share to help tackle the crisis, since they were for all accounts protected by both the political elite and the Troika who turned “a blind eye”.
From the very start, our government has clearly demonstrated its intention and determination to address these matters by legislating a specific bill to deal with fraud caused by triangular transactions, and by intensifying customs and tax controls to reduce smuggling and tax evasion.
While, for the first time in years, we charged media owners for their outstanding debts owed to the Greek public sector.
These actions are changing things in Greece, as evidenced the speeding up of work in the courts to administer justice in cases of substantial tax evasion. In other words, the oligarchs who were used to being protected by the political system now have many reasons to lose sleep.
In addition to these overarching goals that define our proposals, we have also offered highly detailed and specific plans during the course of our discussions with the institutions that have bridged the distance between our respective positions that separated us a few months ago.
Specifically, the Greek side has accepted to implement a series of institutional reforms, such as strengthening the independence of the General Secretariat for Public Revenues and of the Hellenic Statistical Authority (ELSTAT), interventions to accelerate the administration of justice, as well as interventions in the product markets to eliminate distortions and privileges.
Also, despite our clear opposition to the privatization model promoted by the institutions that neither creates growth perspectives nor transfers funds to the real economy and the unsustainable debt, we accepted to move forward, with some minor modifications, on privatizations to prove our intention of taking steps towards approaching the other side.
We also agreed to implement a major VAT reform by simplifying the system and reinforcing the redistributive dimension of the tax in order to achieve an increase in both collection and revenues.
We have submitted specific proposals concerning measures that will result in a further increase in revenues. These include a special contribution tax on very high profits, a tax on e-betting, the intensification of checks of bank account holders with large sums – tax evaders, measures for the collection of public sector arrears, a special luxury tax, and a tendering process for broadcasting and other licenses, which the Troika coincidentally forgot about for the past five years.
These measures will increase revenues, and will do so without having recessionary effects since they do not further reduce active demand or place more burdens on the low and middle social strata.
Furthermore, we agreed to implement a major reform of the social security system that entails integrating pension funds and repealing provisions that wrongly allow for early retirement, which increases the real retirement age.
These reforms will be put into place despite the fact that the losses endured by the pension funds, which have created the medium-term problem of their sustainability, are mainly due to political choices of both the previous Greek governments and especially the Troika, who share the responsibility for these losses: the pension funds’ reserves have been reduced by 25 billion through the PSI and from very high unemployment, which is almost exclusively due to the extreme austerity program that has been implemented in Greece since 2010.
Finally–and despite our commitment to the workforce to immediately restore European legitimacy to the labor market that has been fully dismantled during the last five years under the pretext of competitiveness–we have accepted to implement labor reforms after our consultation with the ILO, which has already expressed a positive opinion about the Greek government’s proposals.
Given the above, it is only reasonable to wonder why there is such insistence by Institutional officials that Greece is not submitting proposals.
What end is served by this prolonged liquidity moratorium towards the Greek economy? Especially in light of the fact that Greece has shown that it wants to meet its external obligations, having paid more than 17 billion in interest and amortizations (about 10% of its GDP) since August 2014 without any external funding.
And finally, what is the purpose of the coordinated leaks that claim that we are not close to an agreement that will put an end to the European and global economic and political uncertainty fueled by the Greek issue?
The informal response that some are making is that we are not close to an agreement because the Greek side insists on its positions to restore collective bargaining and refuses to implement a further reduction of pensions.
Here, too, I must make some clarifications:
Regarding the issue of collective bargaining, the position of the Greek side is that it is impossible for the legislation protecting employees in Greece to not meet European standards or, even worse, to flagrantly violate European labor legislation. What we are asking for is nothing more than what is common practice in all Eurozone countries. This is the reason why I recently made a joint declaration on the issue with President Juncker.
Concerning the issue on pensions, the position of the Greek government is completely substantiated and reasonable. In Greece, pensions have cumulatively declined from 20% to 48% during the Memorandum years; currently 44.5% of pensioners receive a pension under the fixed threshold of relative poverty while approximately 23.1% of pensioners, according to data from Eurostat, live in danger of poverty and social exclusion.
It is therefore obvious that these numbers, which are the result of Memorandum policy, cannot be tolerated–not simply in Greece but in any civilized country.

So, let’s be clear:
The lack of an agreement so far is not due to the supposed intransigent, uncompromising and incomprehensible Greek stance.
It is due to the insistence of certain institutional actors on submitting absurd proposals and displaying a total indifference to the recent democratic choice of the Greek people, despite the public admission of the three Institutions that necessary flexibility will be provided in order to respect the popular verdict.
What is driving this insistence?
An initial thought would be that this insistence is due to the desire of some to not admit their mistakes and instead, to reaffirm their choices by ignoring their failures.
Moreover, we must not forget the public admission made a few years ago by the IMF that they erred in calculating the depth of the recession that would be caused by the Memorandum.
I consider this, however, to be a shallow approach. I simply cannot believe that the future of Europe depends on the stubbornness or the insistence of some individuals.
My conclusion, therefore, is that the issue of Greece does not only concern Greece; rather, it is the very epicenter of conflict between two diametrically opposing strategies concerning the future of European unification.
The first strategy aims to deepen European unification in the context of equality and solidarity between its people and citizens.
The proponents of this strategy begin with the assumption that it is not possible to demand that the new Greek government follows the course of the previous one – which, we must not forget, failed miserably. This assumption is the starting point, because otherwise, elections would need to be abolished in those countries that are in a Program. Namely, we would have to accept that the institutions should appoint the Ministers and Prime Ministers, and that citizens should be deprived of the right to vote until the completion of the Program.
In other words, this means the complete abolition of democracy in Europe, the end of every pretext of democracy, and the beginning of disintegration and of an unacceptable division of United Europe.
This means the beginning of the creation of a technocratic monstrosity that will lead to a Europe entirely alien to its founding principles.
The second strategy seeks precisely this: The split and the division of the Eurozone, and consequently of the EU.
The first step to accomplishing this is to create a two-speed Eurozone where the “core” will set tough rules regarding austerity and adaptation and will appoint a “super” Finance Minister of the EZ with unlimited power, and with the ability to even reject budgets of sovereign states that are not aligned with the doctrines of extreme neoliberalism.
For those countries that refuse to bow to the new authority, the solution will be simple: Harsh punishment. Mandatory austerity. And even worse, more restrictions on the movement of capital, disciplinary sanctions, fines and even a parallel currency.
Judging from the present circumstances, it appears that this new European power is being constructed, with Greece being the first victim. To some, this represents a golden opportunity to make an example out of Greece for other countries that might be thinking of not following this new line of discipline.
What is not being taken into account is the high amount of risk and the enormous dangers involved in this second strategy. This strategy not only risks the beginning of the end for the European unification project by shifting the Eurozone from a monetary union to an exchange rate zone, but it also triggers economic and political uncertainty, which is likely to entirely transform the economic and political balances throughout the West.
Europe, therefore, is at a crossroads. Following the serious concessions made by the Greek government, the decision is now not in the hands of the institutions, which in any case – with the exception of the European Commission- are not elected and are not accountable to the people, but rather in the hands of Europe’s leaders.
Which strategy will prevail? The one that calls for a Europe of solidarity, equality and democracy, or the one that calls for rupture and division?
If some, however, think or want to believe that this decision concerns only Greece, they are making a grave mistake. I would suggest that they re-read Hemingway’s masterpiece, “For Whom the Bell Tolls”.

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Il 25 gennaio scorso, il popolo greco ha preso una decisione coraggiosa. Ha osato sfidare la strada a senso unico dell’austerità del Memorandum d’intesa per cercare un nuovo accordo. Un nuovo accordo che consentisse la permanenza del Paese nell’Euro, con un programma economico efficiente, senza gli errori del passato.
Per questi errori il popolo greco ha pagato un prezzo alto: negli ultimi cinque anni il tasso di disoccupazione è salito al 28% (per i giovani 60%), il reddito medio è diminuito del 40%, mentre secondo i dati Eurostat la Grecia è diventata il paese europeo con il più alto indice di disuguaglianza sociale.
E quel che è peggio è che questo Programma non è riuscito a ripristinare la competitività dell’economia greca, mentre ha gravemente danneggiato il tessuto sociale del Paese. Il debito pubblico è salito dal 124% al 180% del PIL e, nonostante i pesanti sacrifici imposti al popolo greco, l’economia del Paese rimane intrappolata in una situazione di costante incertezza causata dagli irraggiungibili obiettivi di saldi di bilancio che alimentano ulteriormente il circolo vizioso dell’austerità e della recessione.
Obiettivo principale del nuovo governo greco nel corso di questi ultimi quattro mesi è stato porre fine a questo circolo vizioso, a questa incertezza.
Ciò richiede un accordo reciprocamente vantaggioso che da un lato fissi obiettivi di surplus realistici e dall’altro ripristini un’agenda per la crescita e gli investimenti. Una soluzione definitiva al problema greco è ora più che mai matura e necessaria.
Tale accordo significherà anche la fine della crisi economica europea iniziata 7 anni fa, chiudendo il ciclo di incertezza nella zona euro.
Oggi l’Europa ha la possibilità di prendere decisioni che daranno il via a una rapida ripresa dell’economia greca ed europea ponendo fine agli scenari di Grexit, che impediscono la stabilizzazione a lungo termine dell’economia europea e possono, in qualsiasi momento, indebolire la fiducia dei cittadini e degli investitori.
Molti, tuttavia, sostengono che il governo greco non sta cooperando per raggiungere un accordo, perché si presenta ai negoziati intransigente e senza proposte.

È davvero così?

Poiché questi sono tempi critici, forse storici – non solo per il futuro della Grecia, ma anche per il futuro dell’Europa – vorrei cogliere questa occasione per presentare la verità e informare responsabilmente l’opinione pubblica mondiale sulle reali intenzioni e posizioni della Grecia.
Il governo greco, sulla base della decisione dell’Eurogruppo del 20 febbraio, ha presentato un ampio pacchetto di proposte di riforma, al fine di raggiungere un accordo che coniugasse il rispetto del mandato ricevuto dal popolo greco con il rispetto delle regole e delle decisioni che governano l’Eurozona.
Un punto chiave delle nostre proposte è l’impegno a ridurre – e quindi a rendere realizzabili – gli avanzi primari per il 2015 e il 2016, acconsentendo ad avanzi primari più elevati per gli anni successivi, poiché ci aspettiamo un aumento proporzionale dei tassi di crescita dell’economia greca.
Un aspetto altrettanto fondamentale delle nostre proposte è l’impegno ad aumentare le entrate pubbliche attraverso una redistribuzione dell’onere fiscale dalle classi medio-basse a quelle più alte che finora non hanno fatto la loro parte per contribuire a far fronte alla crisi, protette in questo sia dall’élite politica che dalla troika che hanno chiuso un occhio.
Fin dall’inizio, il nostro governo ha chiaramente dimostrato la propria intenzione e determinazione ad affrontare questi problemi approvando una legge specifica sulle frodi causate dalle triangolazioni e intensificando i controlli doganali e fiscali per ridurre il contrabbando e l’evasione fiscale.
Mentre, per la prima volta da anni, abbiamo fatto pagare ai proprietari dei media i loro debiti nei confronti del settore pubblico greco.
Queste azioni stanno cambiando le cose in Grecia, come dimostra l’accelerazione dei lavori nei tribunali per amministrare la giustizia sui casi di sostanziale evasione fiscale. In altre parole, gli oligarchi che erano abituati ad essere protetti dal sistema politico hanno ora molti motivi per non dormire sonni tranquilli.
Oltre a questi obiettivi generali che definiscono le nostre proposte, durante le discussioni con le istituzioni abbiamo anche offerto piani estremamente dettagliati e specifici che hanno colmato la distanza di alcuni mesi fa tra le nostre posizioni.
In particolare, il governo greco ha accettato di attuare una serie di riforme istituzionali, quali il rafforzamento dell’indipendenza della Segretariato Generale per le Entrate Pubbliche e della Hellenic Statistical Authority (ELSTAT), gli interventi per velocizzare l’amministrazione della giustizia e quelli ai mercati per eliminare distorsioni e privilegi.
Inoltre, nonostante la nostra netta opposizione al modello di privatizzazioni promosso dalle istituzioni che non crea né prospettive di crescita, né trasferimenti di fondi all’economia reale e all’insostenibile debito, abbiamo accettato di andare avanti, con qualche modifica di poco conto, sulle privatizzazioni, per dimostrare la nostra seria volontà di mediazione.
Abbiamo inoltre deciso di attuare una grande riforma dell’IVA, che semplifichi il sistema e rafforzi la dimensione redistributiva dell’imposta, al fine di ottenere un aumento sia della raccolta che delle entrate.
Abbiamo presentato proposte concrete concernenti misure che si tradurranno in un ulteriore incremento delle entrate. Queste includono una tassa speciale sui profitti molto alti, una tassa sulle scommesse online, l’intensificazione dei controlli sui titolari di conti bancari con somme ingenti – evasori fiscali, misure per la raccolta degli arretrati del settore pubblico, una speciale tassa sul lusso e una gara di appalto per la radiodiffusione e altre licenze, che la troika aveva stranamente dimenticato negli ultimi cinque anni.
Queste misure faranno aumentare le entrate, e lo faranno senza avere effetti recessivi in quanto non riducono ulteriormente la domanda né caricano ulteriori oneri sulle classi sociali medio-basse.
Inoltre, abbiamo deciso di attuare una grande riforma del sistema di previdenza sociale che comporterà l’integrazione dei fondi pensione, l’abrogazione delle disposizioni che consentono ingiusti pensionamenti anticipati e aumenta l’età reale di pensionamento.
Queste riforme saranno messe in atto, nonostante il fatto che le perdite subite dai fondi pensione (che hanno creato il problema della loro sostenibilità a medio termine) siano dovute principalmente a scelte politiche dei precedenti governi greci e soprattutto della troika, che condividono la responsabilità di tali perdite: le riserve dei fondi pensione sono state ridotte di 25 miliardi dal PSI e dall’altissimo tasso di disoccupazione, quasi esclusivamente dovuto al programma di estrema austerità attuato in Grecia a partire dal 2010.
Infine – e nonostante il nostro impegno verso i lavoratori di ripristinare immediatamente la legalità europea del mercato del lavoro, completamente smantellata nel corso degli ultimi cinque anni con il pretesto della competitività – abbiamo accettato di attuare le riforme del lavoro dopo una consultazione con l’ILO, che ha già espresso un parere positivo sulle proposte del governo greco.
Ciò detto, è ragionevole chiedersi perché i funzionari delle istituzioni insistano a dire che la Grecia non presenta proposte.
A che è servita questa prolungata moratoria della liquidità verso l’economia greca? Soprattutto alla luce del fatto che la Grecia ha dimostrato di voler rispettare gli obblighi esteri, avendo pagato più di 17 miliardi di interessi e ammortamenti (circa il 10% del suo PIL) da agosto 2014, senza alcun finanziamento esterno.
E infine, qual è lo scopo delle fughe di notizie coordinate che sostengono che non siamo vicini a un accordo che ponga fine all’incertezza economica e politica europea e globale alimentata dalla questione greca?
La risposta informale che alcuni danno è che non siamo vicini a un accordo perché il governo greco insiste sulle sue posizioni per ripristinare la contrattazione collettiva e si rifiuta di attuare un’ulteriore riduzione delle pensioni.

Anche su questo devo fare alcune precisazioni:

Per quanto riguarda la questione della contrattazione collettiva, la posizione greca è che è impossibile che la legislazione che tutela i dipendenti in Grecia non soddisfi gli standard europei o, ancora peggio, violi in modo flagrante la legislazione europea sul lavoro. Non chiediamo niente di più di ciò che è prassi comune in tutti i paesi della zona euro. Questo è il motivo per cui sulla questione ho recentemente fatto una dichiarazione congiunta con il presidente Juncker.
Riguardo alle pensioni, la posizione del governo greco è del tutto fondata e ragionevole. In Grecia, le pensioni sono diminuite complessivamente dal 20 al 48% negli anni del Memorandum. Attualmente il 44,5% dei pensionati riceve una pensione al di sotto della soglia di povertà relativa, mentre circa il 23,1% dei pensionati, secondo i dati Eurostat, vive a rischio di povertà ed esclusione sociale.
È quindi evidente che questi numeri, che sono il risultato della politica del Memorandum, non possono essere tollerati, non solo in Grecia, ma in nessun paese civile.

Quindi, cerchiamo di essere chiari:
La mancanza di un accordo finora non è dovuta ad una presunta posizione greca intransigente, non incline ai compromessi e incomprensibile.
È invece dovuta all’insistenza di alcuni attori istituzionali nel presentare proposte assurde e mostrare una totale indifferenza verso la recente scelta democratica del popolo greco, nonostante la pubblica assicurazione delle tre Istituzioni sulla concessione della necessaria flessibilità al fine di rispettare il verdetto popolare.
Cosa determina questa insistenza?
Si potrebbe innanzitutto pensare che questa insistenza è dovuta al desiderio di alcuni di non ammettere i propri errori e, invece, di ribadire le loro scelte ignorandone fallimenti.
Inoltre, non dobbiamo dimenticare che alcuni anni fa il Fondo monetario internazionale ha ammesso pubblicamente di aver sbagliato i calcoli della profondità della recessione che sarebbe derivata dal memorandum.
Tuttavia, considero questo un approccio superficiale. Semplicemente non posso credere che il futuro dell’Europa dipenda dall’ostinazione o dall’insistenza di alcuni individui.
La mia conclusione, quindi, è che la questione Greca non riguardi solo la Grecia; piuttosto, è l’epicentro di un conflitto tra due strategie diametralmente opposte riguardanti il futuro dell’unificazione europea.
La prima strategia si propone di approfondire l’unificazione europea nel contesto di uguaglianza e solidarietà tra i popoli e i cittadini.
I sostenitori di questa strategia partono dal presupposto che non si può pretendere che il nuovo governo greco segua il corso del precedente – che, non dobbiamo dimenticarlo, ha miseramente fallito. Questo assunto è il punto di partenza, perché se così non fosse, si dovrebbero abolire le elezioni nei paesi dove sono in programma. Dovremmo quindi accettare che fossero le istituzioni a nominare ministri e primi ministri, e che i cittadini fossero privati del diritto di voto fino al completamento del programma.
In altre parole, questo vorrebbe dire la completa abolizione della democrazia in Europa, la fine di ogni pretesa di democrazia e l’inizio della disintegrazione e di una inaccettabile divisione dell’Europa unita.
Ciò significherebbe l’inizio della creazione di una mostruosità tecnocratica che porterebbe a un’Europa del tutto estranea ai suoi principi fondanti.
La seconda strategia si propone proprio questo: la spaccatura e la divisione della zona euro, e quindi della UE.
Il primo passo per la realizzazione di questo obiettivo consiste nel creare una zona euro a due velocità, dove il “cuore” fisserà regole severe in tema di austerità e di adattamento e nominerà un “super” ministro delle Finanze dell’Eurozona con potere illimitato e persino la facoltà di rifiutare bilanci di Stati sovrani che non siano allineati con il neoliberismo estremo.
Per quei paesi che rifiutano di piegarsi alla nuova autorità, la soluzione sarà semplice: una punizione severa. Austerità obbligatoria. E, peggio ancora, più restrizioni ai movimenti di capitali, sanzioni disciplinari, multe e persino una moneta parallela.
A giudicare da quanto sta accadendo, sembra che questo nuovo potere europeo sia in costruzione, con la Grecia come prima vittima. Per alcuni, questo rappresenta un’occasione d’oro per fare della Grecia un caso esemplare per altri paesi che avessero in mente di non seguire questa nuova linea.
Ciò che non viene preso in considerazione è il rischio elevato e gli enormi pericoli insiti in questa seconda strategia. Che non solo rischia di essere l’inizio della fine per il progetto europeo di unificazione, trasformando la zona euro da unione monetaria ad area con tassi di cambio fissi, ma innesca anche un’incertezza economica e politica, che rischia di mutare completamente gli equilibri economici e politici in tutto l’occidente.
L’Europa è, dunque, a un bivio. A seguito delle serie concessioni fatte dal governo greco, la decisione non è ora nelle mani delle istituzioni, che in ogni caso – con l’eccezione della Commissione europea – non sono elette e non sono responsabili verso il popolo, ma piuttosto nelle mani dei leader europei.

Quale strategia prevarrà? Quella che vuole un’Europa della solidarietà, dell’uguaglianza e della democrazia, o quella che vuole rottura e divisione?
Tuttavia, se alcuni pensano o vogliono credere che tale decisione riguardi solo la Grecia, commettono un grave errore. Vorrei suggerire loro di rileggere il capolavoro di Hemingway “Per chi suona la campana”.

Renzi’s new European Strategy / La politica italiana per l’Europa e le alleanze

Testo (e traduzione in inglese) dell’articolo pubblicato su Il Sole 24 ore del 30.05.2015

After more than one year after its creation, and nearly six months since the end of the European semester, the Renzi administration appears to have devised its own very clear policy regarding Europe and the single currency. Or at least it seems this way based on a memo that mysteriously made its way to Italian center-right newspaper ‘Il Foglio.’ Many positive aspects emerge from this memo. First of all, the existence of a policy regarding Europe. The relationship between the last administration and Europe had felt more like subordination than like membership. Italy asked Europe for budgetary flexibility and promised to pass reforms. It appeared like a dominating power, not a union to which Italy has full membership and—as one of the more important member nations—has a right to address. The memo speaks of the necessity for “ambitious reforms” to render the monetary union sustainable, implicitly admitting to what many have been saying for some time: that as it stands, the euro is not sustainable.
It is the approach of a member, not an obedient subject.

Secondly, the change of emphasis.
Keep reading on Il Sole 24 Ore website

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Dopo più di un anno dalla sua formazione e a quasi sei mesi dalla fine del semestre europeo, il governo Renzi sembra aver elaborato una sua chiara politica sull’Europa e la moneta comune, almeno così appare da un memo misteriosamente pervenuto a Il Foglio. Ci sono molti aspetti positivi che emergono da questo memo. Innanzitutto l’esistenza di una politica sull’Europa. Il rapporto con l’Europa degli ultimi governi sembrava più di subordinazione che di appartenenza. All’Europa si chiedeva flessibilità sul nostro budget e si prometteva di fare le riforme. Sembrava una potenza dominante, non un’unione cui noi apparteniamo a pieno titolo e che – come una delle nazioni più importanti – abbiamo il diritto di indirizzare. Nel memo si parla di necessità di “riforme ambiziose” per rendere l’unione monetaria sostenibile, ammettendo implicitamente quello che molti vanno dicendo da tempo, ovvero che così come è l’euro non è sostenibile.
È un approccio da membri, non da sudditi.

In secondo luogo, il cambio di enfasi.
Leggi tutto l’articolo sul sito de Il Sole 24 Ore

 

It’s Wrong to Keep Greece on the Gallows / È sbagliato tenere 
la Grecia sul patibolo

Article written for L’Espresso

The Russian novelist Dostoevskij, sentenced to death by the Tsarist regime, was pardoned on the gallows a moment before his execution. Only today do psychologists begin to understand the permanent effects that a similar trauma can leave on the human psyche. Imagine that it is an entire country that is sentenced and at the final moment the sentence is not reversed, but only postponed by a few weeks. Imagine two weeks later, this scene repeats itself and the countdown begins again and then again still. What kind of effects could this trauma have on the psyche of an entire nation?

It is the question we must ask ourselves after Monday’s narrow escape. Greece has paid its installment debt: 750 million to the IMF. For the thousandth time, the risk of a default was avoided. But the Eurogroup did not decide to release the last slice of aid and the minister of finances Varoufakis has already announced that the Greek government has only enough liquidity for two weeks. The catastrophe has not been avoided but postponed. The countdown begins again.

If at an individual level the shock seems to produce a sense of helplessness, which often results in depression, at a national level, it generates a dangerous mix of nationalism and extremism. At the last Greek elections, almost 50% of the voters voted for parties on the extreme right or leftwing. The radical left who prevailed had no problem in allying itself with the ultranationalist rightwing. The common objective is to reclaim national sovereignty, which had be previously sold to the detested Troika. If in Europe this new political line has alienated all the governments, in Greece it has reached peaks of consensus greater than 70%. It is unlikely the Tsiparis government will be able to backtrack, and if it does backtrack, the political consequences are unclear. Varoufakis continues to repeat that if Europe doesn’t like Syriza, it could like even less what is likely to come next, also known as the Nazis of the Golden Dawn.

This prophecy is not altogether unfounded. In Germany, Nazism affirmed itself as a reaction to the humiliations imposed to the Germans by the treaty of Versailles. War reparations created an unsustainable economic weight that deprived the Germans not only of the fruits of their own labor but also of their own dignity. Burdened by the debts and afflicted by the consequences of the Great Depression, the Germans searched for a form of revenge in Nazism. Today, the majority of historians recognize that those reparations were a mistake. Not because the Germans didn’t deserve to be paid the costs of war, which they had unleashed, but because excessive debt is counterproductive, both from an economic stand point as from a political one. From an economic standpoint, eliminating the incentives for production, an excessive debt ends up returning less money to the creditors than a more moderate one. From a political standpoint, an excessive debt limits the national sovereignty fomenting a dangerous nationalist revanchism.

Unfortunately in 2010 this lesson was not applied to Greece. Instead of renegotiating the debt (and make the imprudent creditors pay part of the cost), it was decided that all the weight would be unloaded onto the Greeks. To repay the Franco-German bank credits the money from the European Financial Stability Facility (EFSF) was used, also known as all the European contributor’s money.

This original sin makes the negotiations to resolve this Greek tragedy almost impossible. On one hand, Greece is not capable of repaying in full its own debts. On the other hand, the European countries, especially those that are most heavily indebted like Italy, cannot permit to release their credits (for Italy this would be 40 billion). In front of this impasse governments cannot see another solution other than putting off the problem from meeting to meeting, until one of the two sides will eventually act in desperation. For example, just to survive politically and save national dignity, Syriza could attempt to “sell” the Hellenic country to Russia. Political fiction? Some more of this shock therapy and the unthinkable becomes inevitable.

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Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 15.05.2015

Lo scrittore russo Dostoevskij, condannato a morte dal regime zarista, fu graziato sul patibolo, un attimo prima dell’esecuzione. Solo oggi la psicologia comincia a comprendere gli effetti permanenti che un simile trauma può avere sulla psiche umana. Immaginatevi quando ad essere condannato è un intero Paese e al momento della sentenza la condanna non viene annullata, ma solo rimandata di un paio di settimane. E due settimane dopo questa scena si ripete, e il conto alla rovescia ricomincia di nuovo, e poi di nuovo ancora. Quali effetti può avere questo trauma continuo sulla psiche di un intero popolo?

È la domanda che ci dobbiamo porre di fronte allo scampato pericolo di lunedì. La Grecia ha pagato la sua rata di debito: 750 milioni al Fondo Monetario. Per l’ennesima volta il rischio di un default è stato evitato. Ma l’Eurogruppo non ha deciso di rilasciare l’ultima tranche di aiuti e il ministro delle Finanze Varoufakis ha già annunciato che il governo greco ha liquidità sufficiente per sole due settimane. La catastrofe non è stata evitata ma solo rimandata. Il conto alla rovescia ricomincia.

Se a livello individuale gli shock sembrano produrre un senso di impotenza, che spesso sfocia nella depressione, a livello nazionale, generano un mix pericoloso di nazionalismo ed estremismo. Alle ultime elezioni greche quasi il 50 per cento degli elettori ha votato per partiti di estrema destra o sinistra. Ha prevalso la sinistra radicale, che non si è fatta problemi ad allearsi con la destra ultranazionalista. L’obiettivo comune è riprendersi la sovranità nazionale, ceduta all’odiata Troika. Se in Europa questa nuova linea politica ha alienato tutti i governi, in Grecia ha raggiunto picchi di consenso superiori al 70 per cento. Difficilmente il governo di Tsipras può indietreggiare, e se indietreggia, non sono chiare le conseguenze politiche. Varoufakis va ripetendo che se all’Europa non piace Syriza, potrebbe piacere ancora meno quello che rischia di venire dopo, ovvero i nazisti di Alba Dorata.

La profezia non è del tutto infondata. In Germania il nazismo si affermò come reazione alle umiliazioni imposte ai tedeschi dal trattato di Versailles. Le riparazioni di guerra crearono un peso economico insostenibile, che deprivava i tedeschi non solo del frutto del proprio lavoro, ma anche della propria dignità. Gravati dal debito ed afflitti dalla conseguenze della Grande Depressione, i tedeschi cercarono nel nazismo una forma di rivalsa. Oggi la maggior parte degli storici riconosce che quelle riparazioni furono un errore. Non perché i tedeschi non si meritassero di pagare i costi di una guerra che avevano scatenato, ma perché un debito eccessivo è controproducente sia da un punto di vista economico sia da un punto di vista politico. Economico perché, eliminando gli incentivi a produrre, un debito eccessivo finisce per ritornare meno soldi ai creditori di un debito più moderato. Politico perché un debito eccessivo limita la sovranità nazionale fomentando un pericoloso revanchismo nazionalista.

Purtroppo nel 2010 questa lezione non fu applicata alla Grecia. Invece di rinegoziare il debito (e far pagare parte del costo ai creditori imprudenti), si decise di scaricarne tutto il peso sui greci. Per ripagare i crediti delle banche franco-tedesche si usarono i soldi del Fondo Salva Stati europeo, ovvero i soldi di tutti i contribuenti europei.

Questo peccato originale rende le trattative per risolvere la tragedia greca pressoché impossibili. Da un lato la Grecia non è in grado di ripagare integralmente i propri debiti. Dall’altro, i Paesi europei, soprattutto quelli più fortemente indebitati come l’Italia, non possono permettersi di affrancare i loro crediti (per l’Italia sarebbero quasi 40 miliardi). Di fronte a questo impasse i governi non vedono altra soluzione che rimandare il problema di meeting in meeting. Fino a quando una delle due parti compirà un gesto disperato. Per esempio pur di sopravvivere politicamente e salvare la dignità nazionale Syriza potrebbe cercare di “vendere” il Paese ellenico alla Russia. Fantapolitica? Un altro po’ di questa terapia shock e l’impensabile diventa inevitabile.

Quando liberalizzare è una cosa di sinistra

Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 5.03.2015

Dopo il governo Prodi e quello Monti, anche il governo Renzi si appresta al suo piano di liberalizzazioni, trovando le solite accanite resistenze da parte delle sedicenti professioni liberali: notai, farmacisti ed avvocati. Per molti lettori dell'”Espresso” il termine liberalizzazioni sa di sinistro, non di Sinistra: evoca l’indifferenza sociale dei liberisti dell’Ottocento, che in nome del laissez faire, si opponevano alle leggi contro l’uso (o meglio abuso) del lavoro minorile. Perché mai dei governi che si professano di Sinistra si impegnano nelle liberalizzazioni, mentre i governi di Centro Destra, che si professano liberali se non liberisti, si sono sempre guardati bene dal farle?
Più che all’ideologia i governi guardano al sostegno dei propri elettori. Notai, farmacisti, avvocati e tassisti tendono ad essere elettori del Centro Destra: per questo il Centro Destra ha sempre protetto i loro interessi. Ma questo non spiega la passione liberalizzatrice del Centro Sinistra, si tratta solo di vendetta contro la base elettorale altrui?
Non penso. In un momento di crisi economica, in cui le famiglie italiane non vedono crescere (anzi spesso vedono scendere) il loro reddito nominale, le liberalizzazioni sono il modo più semplice per aumentare il loro reddito reale, ovvero il potere di acquisto delle famiglie.
Per capirne l’effetto basta guardare all’evidenza, presentata in un recente studio sulla liberalizzazione nel settore della distribuzione commerciale in Messico. Tanto in Messico, come negli Stati Uniti, la grande distribuzione è innanzitutto Wal Mart. Wal Mart è il nemico numero uno per i piccoli negozianti americani, immaginatevi per quelli messicani dove viene visto come un negozio dei gringos. Eppure l’apertura del mercato messicano a Wal Mart ha aumentato il reddito reale delle famiglie messicane del 7.5%, più di quanto abbia fatto la crescita economica in Italia negli ultimi 20 anni. Come è possibile?
Come dimostra in maniera dettagliata questo studio, l’efficienza nella distribuzione e le economie di scala permettono a Wal Mart di ridurre i costi e quindi anche i prezzi pagati dai clienti. Wal Mart è in grado di vendere al 15% meno del prezzo prevalente prima che apparisse sul mercato. Dopo l’entrata di Wal Mart, i concorrenti locali sono stati costretti a ridurre i propri prezzi del 2-3%. Ma anche dopo questo aggiustamento, Wal Mart ha dei prezzi inferiori del 12%.
Ci perdono i lavoratori? La risposta è no. Non c’è evidenza che nelle aree dove entra Wal Mart i salari dei lavoratori diminuiscano. Gli unici a perderci sono i negozianti preesistenti, che vedono i propri profitti ridursi, in alcuni casi al punto tale da costringerli ad uscire dal mercato. Per ogni negoziante, però, ci sono tanti clienti. Per questo motivo, il beneficio aggregato ottenuto dai clienti grazie all’entrata di Wal Mart è di gran lunga superiore alle perdite subite dai negozianti pre-esistenti. Poco conta che a beneficiarne siano anche degli azionisti americani: la riduzione dei prezzi al consumo dei prodotti alimentari ha aumentato il reddito reale delle famiglie messicane.
Lo stesso vale per l’Italia. Per quanto ci possa essere simpatico il farmacista dell’angolo, l’inefficienza nella distribuzione dei prodotti farmaceutici riduce il nostro reddito. Lo stesso vale per la distribuzione al dettaglio, per gli studi notarili, per i taxi e per le municipalizzate (non toccate dal decreto del governo). La liberalizzazione non è una punizione di queste categorie, ma un’eliminazione di un loro privilegio, privilegio che si traduce in un costo per la comunità. Farmacisti, notai e tassisti svolgono un servizio importante, che deve essere adeguatamente retribuito. Ma perché devono godere di privilegi che l’ingegnere, il medico e il commercialista non hanno? Non si tratta di odio verso i ricchi, ma di una sana avversione contro le ingiustizie, che è sempre stata parte nel patrimonio storico della Sinistra.
In questo senso è vero, il liberismo è di Sinistra, almeno fino a quando la Destra in Italia è liberale solo a parole.

Nessuno è innocente nella tragedia greca

Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 13.02.2015

Nelle tragedie dell’antica Grecia l’eroe era al tempo stesso colpevole e innocente. Si pensi ad Edipo, che uccide il padre e sposa la madre. Ha commesso due orribili crimini, parricidio ed incesto, e in quanto tale è colpevole. Ma ha agito inconsapevolmente. Non è forse anche innocente?
Nella stessa situazione si trova oggi il popolo greco, di fronte alla tragedia economica. Da un lato è colpevole. Colpevole di aver vissuto per anni al di sopra delle proprie possibilità, per di più mentendo al mondo intero sulla reale situazione delle proprie finanze. Una volta ricalcolato correttamente il deficit di bilancio del governo greco nel 2009 era 16% del Prodotto interno lordo.
La cosiddetta austerity, ovvero il taglio della spesa pubblica, non è una cattiveria imposta dalla Troika, ma una necessità, il frutto inevitabile di una colpa. Il popolo greco è anche colpevole di aver dilapidato una fortuna nelle Olimpiadi del 2004 (Renzi pensaci finché sei in tempo) e in spese improduttive e clientelari. Infine il popolo greco è colpevole di aver votato per anni due partiti, uno più corrotto dell’altro: vivevano di clientelismo finanziato dalla spesa pubblica e di favori fatti ai potenti oligarchi, che controllano quel poco di economia privata che funziona, e ai capi sindacali, che controllano il resto.

Ma allora hanno ragione i tedeschi che sostengono che la Grecia deve pagare per le sue colpe?
Come nelle tragedie greche, la risposta non è così semplice. Il popolo greco, al pari di Edipo, era per lo più inconsapevole. Inconsapevole dei falsi in bilancio dei propri governi, almeno quanto lo erano i funzionari dell’Unione Europea che oggi si ergono a giudici. Inconsapevole dell’insostenibilità della propria situazione economica, almeno quanto le banche francesi e tedesche che hanno prestato, senza troppa attenzione, i soldi che hanno permesso ai greci di continuare a spendere. Inconsapevole che l’aiuto offerto dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale era innanzitutto un aiuto alle banche tedesche e francesi.

Ma allora ha ragione Syriza a chiedere un taglio del debito e la fine dell’austerità?
Anche in questo caso la risposta non è semplice. Oggi un taglio nominale del debito sarebbe difficile da ottenere e forse neppure così necessario. Se in termini nominali il debito rimane elevato, in termini reali no. La maturità del debito è stata allungata a tassi di favore. Quindi il peso reale del debito non è così elevato come appare.
Il vero problema della Grecia rimane la bilancia dei pagamenti. Per lunghi anni il paese ha importato più di quello che ha esportato. Negli ultimi anni si è avvicinata al pareggio, ma lo ha fatto solo grazie ad un crollo delle importazioni: la contrazione del reddito interno ha ridotto i consumi e soprattutto i consumi di beni esteri. Purtroppo le esportazioni non sono cresciute. Una ripresa del reddito, quindi, porterebbe inevitabilmente un deficit della bilancia commerciale difficilmente sostenibile. Per risolvere questo problema non c’è che una svalutazione. Ma finché la Grecia rimane nell’euro non ha questa possibilità.
Il nuovo governo greco capeggiato da Syriza vorrebbe una ripresa dei consumi in Grecia senza un’uscita della Grecia dall’euro. A meno di un drammatico cambio della competitività della Grecia, i due obiettivi sembrano incompatibili. Prima o poi Syriza dovrà cedere su uno dei due. È più facile che ceda sul secondo.

Nelle tragedie di Euripide, l’ultimo degli autori classici, venne introdotto il “deus ex machina”, ovvero un personaggio divino calato sulla scena mediante una macchina teatrale per risolvere la situazione quando l’azione era tale che i personaggi non avevano più vie d’uscita. Anche l’odierna tragedia greca ha un disperato bisogno di un deus ex machina. Senza di esso, un’uscita della Grecia dall’euro sembra inevitabile, anche contro la volontà del popolo greco, che a stragrande maggioranza vuole rimanere nella moneta comune. Senza un deus ex machina a rimetterci saremo anche noi spettatori.