Crisi Banche Popolari Venete: dov’era la Borghesia Produttiva? (intervista)

Secondo l’economista padovano Luigi Zingales, nella crisi delle banche popolari venete, una parte «della borghesia produttiva, se non collusa, ha guardato dall’altra parte mentre si consumava questo disastro» 

Ha più volte invocato una commissione d’inchiesta sul sistema bancario necessaria «per capire cosa non ha funzionato e per evitare di ripetere gli errori del passato». Una cosa, secondo l’economista padovano Luigi Zingales, è però già chiara. Nella crisi delle banche popolari venete «che ha avuto un impatto devastante sul sistema economico regionale», una parte «della borghesia produttiva di questa regione, se non collusa, ha guardato dall’altra parte mentre si consumava questo disastro».

Zingales, nello specifico cosa intende?
«Uso un paragone forte, avete presente il caso Spotlight? Il film basato sulla storia vera dei casi di pedofilia nell’arcidiocesi di Boston racconta bene come le colpe dello scandalo non siano rintracciabili solo all’interno della Chiesa cattolica ma anche in quella parte della società di Boston che sapeva ma ha preferito guardare dall’altra parte».

Tornando alle popolari, quindi, a una parte degli imprenditori che avevano legami o interessi in Veneto Banca e Popolare di Vicenza è convenuto far finta di nulla?
«La crisi delle due banche è risultata devastante ovviamente per l’impatto economico della stessa ma di più perché ha messo in crisi l’intero sistema di network regionale fondato su rapporti sociali oltre che economici. Relazioni fondamentali per la tenuta dello stesso sistema. Qualcuno, e non solo tra i vertici delle due popolari, ha chiuso gli occhi di fronte a questo disastro».

Lei, prima dei casi Veneto Banca e Bpvi, è stato molto critico nei confronti del capitalismo di relazione compreso quello veneto. Due facce della stessa medaglia?
«Ho criticato il capitalismo di relazione perché continua a investire i soldi, degli altri, nei progetti degli amici e non in quelli a più alta produttività. Dinamica in parte riscontrabile anche nei rapporti tra banche e imprese. È sacrosanto, ad esempio, chiedere di sapere chi sono i cento principali debitori del Monte dei Paschi che non hanno reso soldi avuti in prestito».

Da una parte il capitalismo di relazione dall’altra il capitalismo familiare, due asset che hanno garantito sviluppo e che ora sono un limite per il Nordest?
«In generale le imprese a conduzione familiare hanno una visione di più lungo periodo: se c’è il tuo cognome sul portone della fabbrica è evidente che ci tieni di più. Questo, in negativo, si è reso evidente anche nell’enorme tragedia dei suicidi tra gli imprenditori. In generale, quindi, il capitalismo familiare è un punto di forza. La debolezza emerge quando un figlio viene investito della conduzione a prescindere, senza una valutazione sulle attitudini e sulle capacità. Allo stesso modo quando si pensano di risolvere i problemi con le relazioni».

Il processo di digitalizzazione dell’economia, a partire dalla manifattura, può realmente rappresentare un’opportunità per le nostre imprese?
«La risposta è sì, ma bisogna tenere presente un elemento. L’impresa veneta è basta sull’informalità e sulla creatività, il digitale, invece, sulle regole. Questo può rappresentare un ostacolo nell’introduzione e nella capacità di sfruttare l’economia digitale come volano di competitività».

Secondo lei, a proposito di Industria 4.0, il piano messo a punto dal ministro Carlo Calenda può risultare efficace?
«Nell’aiuto alla transizione sì. Il piano del governo, però, pone molta enfasi sull’aiuto ma poca su cosa deve fare un’impresa per diventare 4.0. Se non c’è l’interesse delle aziende al cambiamento diventano soldi (aiuti) regalati».

Come vede l’alleanza tra gli atenei veneti sulla base della quale è arrivato il riconoscimento da parte del governo come centro di competenza nazionale?
«Che le università si siano messe insieme decidendo di collaborare è un fatto sicuramente positivo».

Quanto, invece, alle competenze che qui si sviluppano?
«Le facoltà scientifiche, penso a Padova ad esempio, hanno forti potenzialità in questo senso. Il problema, tornando all’Industry 4.0, è che per molto tempo si è cercato di separare il mondo dell’industria da quello dell’università. Per questa ragione competenze spesso sofisticate non risultato applicabili dall’industria».

Da tempo, però, si sta anche lavorando per fare in modo che i due mondi dialoghino con maggiore profitto. In modo sbagliato?
«Il collegamento tra industria locale e ricerca universitaria si realizza facendo in modo che l’università non abbia paura di aprire le porte dei suoi laboratori e che contemporaneamente l’impresa non pensi a questo rapporto come a un mezzo per ottenere una consulenza a basso prezzo».

Nello scacchiere della partita sulla competitività, che altra debolezza vede?
«Il radicalizzarsi di tensioni locali, tra Padova e Treviso o tra Padova e Venezia. Le sfide da vincere non sono in tale ambito ma questa è una consapevolezza che fa fatica a farsi strada».

Il ridimensionamento della vocazione manifatturiera del nostro territorio finirà per lasciare ai margini l’imprenditoria veneta?
«Io sono un grande sostenitore dei servizi. Bene, ovviamente, la manifattura ma allo stesso tempo è importante che si sviluppino servizi ad alto valore aggiunto. Penso a quelli tecnologici ma anche a quelli più tradizionali legati a elementi distintivi della regione come il turismo, la cultura, l’enogastronomia e l’artigianato».

Intervista a cura di Matteo Marian, pubblicata il 3.02.2017 sui Quotidiani Veneti del Gruppo L’Espresso


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