Quelle banche condannate a cambiare (in fretta) – Video

Il 31 marzo scorso, nell’ambito del Festival Città Impresa diretto da Dario Di Vico, si è svolto un confronto tra Ferruccio de Bortoli e me, sul tema delle banche. Qui di seguito il video dell’incontro, che è stato moderato da Nicola Saldutti.


Qui altri miei articoli sul tema “banche”.

Europa, l’insostenibilità dello status quo

Sono lieto che – dettagli a parte – Lorenzo Bini Smaghi condivida con me il principio fondamentale che «l’Europa si basa sulla democrazia, e in democrazia bisogna convincere gli altri». Da cui discende anche il corollario che bisogna accettare con serenità, ancorché con dispiacere, quando alcuni (come il Regno Unito) decidono democraticamente di uscire dall’Unione Europea. Mi rallegra perché la posizione di Bini Smaghi non sembra essere quella dei padri fondatori dell’Europa e dell’euro, da Monnet a Padoa Schioppa. Costoro vedevano l’Europa come un processo a senso unico, come un fine da raggiungere ad ogni costo, anche quello di innescare crisi – come quella dell’eurozona – perché da queste crisi sarebbe nato un maggiore desiderio di Europa.

Bini Smaghi non crede nella mia proposta di assemblea costituente, perché scettico sull’esperienza americana. Ha ragione a dire che la costituzione americana ha molti difetti. Ma qual è la sua proposta alternativa? Anche il Presidente Mattarella ha parlato di nuova «fase costituente». E in una democrazia, le costituzioni si fanno con un’assemblea eletta dal popolo.

Bini Smaghi mi accusa di mancanza di rigore nella mia analisi perché non faccio nomi e cognomi. Non capisce che io non ne faccio una questione personale. Non ci sono i buoni e i cattivi, ci sono istituzioni ben fatte e quelle no. L’euro è stato creato senza le necessarie istituzioni di supporto. Non lo dico solo io, lo ammette anche Romano Prodi, uno dei padri fondatori. In particolare, creare una moneta unica senza un’autorità fiscale comune ha di fatto trasformato la Banca Centrale Europea in un’autorità fiscale non eletta, un ruolo che i banchieri centrali non vogliono e non sono in grado di assolvere. Non è colpa dei consiglieri della Bce se – per fare un esempio –nel 2010 sono intervenuti per influenzare la distribuzione delle perdite della crisi greca, un compito che in una democrazia dovrebbe appartenere ai rappresentati democraticamente eletti. È colpa di un disegno imperfetto, disegno che va perfezionato al più presto. Capisco le difficoltà, ma sono passati quasi vent’anni e una crisi che ha devastato un’intera generazione di giovani del Sud Europa. Per quanti anni ancora dobbiamo continuare con questa politica dei piccoli passi?

Bini Smaghi mi accusa di mancanza di rigore anche perché non uso le rilevazioni più aggiornate di Eurobarometro, che darebbero un’immagine molto migliore della situazione. In verità, la domanda principale usata nel lavoro con Guiso e Sapienza («al netto il tuo Paese ha beneficiato da appartenere all’Unione Europa?») non viene più riportata dopo il 2011, forse perché le risposte non erano troppo positive. Anche se leggermente datate, queste risposte sono in grado di predire molto bene comportamenti futuri. Per esempio, nel 2011 solo il 34% degli inglesi rispondeva positivamente a questa domanda, contro il 54% che rispondeva negativamente. Deve quindi destare preoccupazione il fatto che in Italia il rapporto era solo 43% a 40%.

Sono al primo a rallegrarmi con Bini Smaghi per il fatto che in Olanda ed Austria la destra populista non abbia vinto le elezioni. E mi rallegrerò ancora di più se questo accadrà anche in Francia. Ma in entrambi i Paesi, la destra populista ha avuto enormi consensi e proprio perché credo profondamente nella democrazia, rimango seriamente preoccupato del malcontento che alimenta questo voto. E vorrei fare qualche cosa per rispondere a questo malcontento. Cosa propone Bini Smaghi?

Certo non la continuazione dello status quo, soprattutto quando lo status quo è rappresentato da un personaggio come Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo. Se il meglio che Bini Smaghi possa dire del leader socialista olandese è che il nostro Salvini è peggio, allora siamo messi veramente male. Se questi sono gli europeisti, bisogna proprio salvare l’Europa da loro.


Articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore” il 30.03.2017,  in replica all’articolo di Lorenzo Bini Smaghi, a sua volta pubblicato in risposta al mio articolo del 26.03.2017.

Salviamo l’Europa dagli “europeisti”

Editoriale pubblicato il 26.03.2017 su “Il Sole 24 Ore”.

La narrativa prevalente nelle celebrazioni per il 60° anniversario del Trattato di Roma è che bisogna salvare l’Europa dai populismi. Il meraviglioso progetto iniziato dai nostri padri, che ha portato pace e prosperità nel Continente, viene oggi messo in dubbio da leader senza scrupoli che aizzano un popolo ignorante a votare contro il proprio interesse. Quanto di vero c’è in questa narrativa?

In un lavoro pubblicato su Economic Policy nel 2016, Guiso, Sapienza ed io cerchiamo di rispondere a parte di questo quesito, ovvero in che misura le attitudini verso l’Europa derivino da motivazioni economiche. Nei primi 35 anni, l’Europa è stata vista come un successo da parte di tutti i Paesi che vi appartenevano. Il motivo è molto semplice: la liberalizzazione dello scambio di merci e servizi ha beneficiato tutti i Paesi dell’allora Comunità economica europea e questi benefici si sono distribuiti in modo relativamente equanime all’interno di ogni Paese. A inizio anni 90 l’84% degli italiani, l’89% dei greci e perfino il 63% dei britannici vedeva i benefici della Cee.

Il consenso verso l’Europa comincia a calare nel 1992, per poi crollare in occasione dell’allargamento dell’Europa all’Est e della crisi dell’eurozona. I massimi euro entusiasti erano (e rimangono) gli irlandesi, che hanno conosciuto un vero e proprio boom economico dall’entrata in Europa. Ma gli stessi irlandesi sono molto diffidenti nei confronti della Banca centrale europea, perché la politica monetaria della Bce non è stata adatta alle esigenze di quel Paese (si pensi al boom immobiliare prima, e alla gestione della crisi poi). Questo vale anche per gli altri Paesi dell’eurozona. In generale, tanto più adatta è stata la politica monetaria alle esigenze di un Paese, tanto maggiore è la fiducia di quel Paese verso la Bce. Le attitudini degli elettori, quindi, sembrano rispondere alle condizioni economiche del Paese.

Come spiegare allora la Brexit? Se il libero scambio di beni e servizi trova ampio consenso, la totale libertà di migrare no. Quando le migrazioni sono troppo concentrate e repentine generano un fenomeno di rigetto, come successe in America negli anni 20. Se l’Unione Europea fosse stata più flessibile sulla totale libertà di migrazione, oggi la Gran Bretagna sarebbe ancora parte dell’Unione. Quello che dovrebbe stupire, quindi, non è la crescita di movimenti antieuropeisti (in una democrazia i politici rispondono agli elettori), quanto la sordità dell’establishment allo scontento nei confronti dell’Europa.

Questa sordità ha trasformato l’Unione Europea, pensata come strumento di armonia tra popoli, in una gabbia che aumenta, invece che diminuire, i nazionalismi. I greci chiamano i tedeschi nazisti (anche se ci sono più nazisti in Grecia che in Germania) e i tedeschi tacciano i greci di essere pigri (anche se il greco medio lavora il 43% di ore in più all’anno del tedesco medio). Una frase simile a quella pronunciata da Dijsselbloem nei confronti dei Paesi europei in crisi («Io non posso spendere tutti i miei soldi per alcool e donne e subito dopo invocare il tuo sostegno») non è uscita neppure dalla bocca di Trump.

I veri nemici dell’Europa non sono i movimenti populisti, ma i cosiddetti europeisti che occupano le stanze del potere europeo. Sono loro che non riconoscono quello che gli stessi padri fondatori dell’euro hanno ammesso: che la moneta unica è stata concepita senza le istituzioni necessarie per farla funzionare. Quasi vent’anni dopo (e dopo una profondissima crisi) queste istituzioni non sono state create. Nel vuoto istituzionale, la Bce – creata col solo scopo di contenere l’inflazione – è diventata un’istituzione politica senza mandato, che può sostenere o far cadere i governi nazionali grazie a decisioni tecniche, poco comprensibili ai più.

Lungi dall’essere irrazionale, la rabbia populista è alimentata da un profondo scontento e da un pesante deficit democratico in Europa, che impedisce a questo consenso di esprimersi nelle forme tradizionali. Per salvare l’ideale di un continente dove popoli diversi possano vivere in pace e prosperità, bisogna cambiare questa Europa, ma come?

Nel 1787 fu evidente che il sistema di governo stabilito dallo Statuto della Confederazione era inadatto a governare la giovane nazione americana. Per questo in quell’anno fu convocata a Filadelfia un’assemblea costituente.
Da quell’assemblea nacque la costituzione americana ancora oggi in vigore. È quello di cui ha bisogno oggi l’Europa: un’assemblea costituente eletta a suffragio universale.

Non solo il gradualismo non ha funzionato, è stato controproducente. Per questo bisogna avere il coraggio di superare i miopi interessi nazionali e provare a disegnare insieme una nuova costituzione, scelta dal popolo e non da tecnocrati illuminati. L’operazione non è senza rischi, ma il rischio maggiore è lo status quo.

Orrori bancari, la responsabilità non è delle famiglie (che hanno ripagato il 95% dei debiti). Il Caso Veneto.

Intervista pubblicata su Corriere Imprese NordEst il 13 Marzo 2017, a cura di Alessandro Macciò.

Il suo lavoro, presentato all’Università di Padova nel corso di un convegno sulla tutela del risparmio, sarà anche “artigianale” come ha detto, ma rende bene l’idea. Luigi Zingales, docente padovano di Finanza alla University of Chicago Booth School of Business, ha preso la lista dei primi trenta debitori della Banca Popolare di Vicenza, resa nota dal TG La7 di Enrico Mentana, ha spostato indietro le lancette di qualche anno e ha fatto un po’ di calcoli. Il risultato è che nel 2008, quindi agli albori della crisi, il 35% di questi clienti (che alla fine del 2015 rappresenteranno il 29% delle sofferenze in bilancio di Bpvi) navigava già in cattive acque, con un rapporto medio tra posizione finanziaria netta e margine operativo lordo ampiamente sopra la soglia fissata per ottenere il credito. Dal sospetto alla certezza, per Zingales il passo è breve. “Le banche non hanno fatto bene il loro mestiere”. Al convegno del Bo, organizzato dallo studio Cortellazzo&Soatto, c’era anche il viceministro Morando. E Zingales ha colto la palla al balzo per spronare il governo a indagare sui grandi debitori delle banche Venete.

Professor Zingales, partiamo dal quadro internazionale. Brexit, Trump, spinte populiste: quali sono le ripercussioni economiche sul sistema economico del Nordest?
Il clima politico certamente non aiuta e le tensioni nell’Area Euro possono avere un riverbero negativo, ma nel caso si può dire che piove sul bagnato: l’Italia sta uscendo dalla crisi troppo lentamente e con ripercussioni eccessive in certi settori. I Non performing loan (Npl, cioè i crediti deteriorati delle banche che i debitori non riescono a ripagare) ci dicono che le famiglie sono state virtuose e che i problemi di concessione del credito hanno riguardato soprattutto l’edilizia. In Spagna i prezzi degli immobili sono crollati molto più che in Italia, eppure il tasso di non performing loan raggiunge il 35% delle imprese Spagnole e il 50% di quelle Italiane: questo livello di perdite è difficile da spiegare, per fare meglio bastava buttare i soldi a caso. La domanda quindi è: perché la vigilanza non si è accorta di questi errori sistematici? Per evitare di ripeterli serve un’indagine seria, come quelle dell’aviazione americana dopo gli incidenti aerei.

 

Finora si conosce la lista dei primi trenta debitori di Bpvi. Cosa emerge dall’analisi?
Viene da chiedersi perché i responsabili della banca abbiano esteso il credito e non abbiano fatto qualcosa per evitare l’aumento dei debiti. E la vigilanza?  Ha visto e non poteva intervenire, o non ha proprio visto? Nel primo caso bisogna adottare nuovi strumenti, nel secondo bisogna fare altri tipi di riflessione. Manca la pistola fumante, ma le domande sono forti.

Oltre a Bpvi, anche Veneto Banca ha rischiato il default e si è salvata solo grazie all’intervento del fondo Atlante. Qual è il suo giudizio sulla vicenda delle due ex Popolari Venete?
Un sistema di grandi banche con capitali di rischio a prezzi fatti in casa era sbagliato dal principio, ma ci sono gravi colpe di chi ha guardato dall’altra parte. Dove sono oggi i commercialisti che hanno validato i prezzi delle azioni? Dov’erano le autorità di vigilanza, anche la Consob, quando le banche hanno approvato gli aumenti di capitale? Nel 2014 ho scritto più volte che serviva più trasparenza sui prezzi e che le semplici spiegazioni allegate ai prospetti non bastavano: la mia non è una critica ex post, ma fatta sul momento. Per tutta risposta c’è stato un silenzio di tomba, e gli investitori hanno perso tutto.

Il piano di rilancio di Bpvi e Veneto Banca prevede la fusione tra i due istituti: le sembra la soluzione corretta? 
Oggi la situazione è molto brutta: servirà un aumento di capitale massiccio e il fondo Atlante non può sostenerlo. La domanda a questo punto è: lo Stato azzererà l’investimento in Atlante o no? Per me sì, perché Atlante è un soggetto privato che ha investito e ha perso. Per ridurre le perdite si farà un consolidamento che comporterà la riduzione dei posti di lavoro e una concentrazione delle forze bancarie: quando c’è una fusione in vista e le banche parlano di sinergie, il risultato sono tagli sui costi del personale e sul potere di mercato.

Se l’operazione andrà in porto, quale scenario dobbiamo aspettarci? 
Il Veneto avrà un sistema bancario più snello e la fusione peggiorerà le cose, è inevitabile. Il governo Italiano dovrebbe seguire l’esempio di quello Spagnolo, che ha ricapitalizzato il settore bancario e oggi assiste a una crescita economica superiore al 3%. In Italia invece si fanno solo interventi tampone, troppo tardi e con risorse inadeguate: per mettere la parola fine al problema c’è bisogno di una svolta.


Qui altri miei articoli sul tema “banche”

Luci e Ombre del Programma M5S

La mia intervista a La Stampa di ieri, senza spin. 

Lo sa che fanno il suo nome per il Tesoro in un governo 5 Stelle?
«​Chiacchiere Inutili. Una volta scrissero che ero il candidato di Silvio Berlusconi, che non ho mai incontrato».

Ma si troverebbe a suo agio con le ricette  del M5S? Per esempio, il reddito di cittadinanza: che ne pensa?
«​Dipende da come viene fatto e con che fondi, perché nell’attuale situazione di bilancio non è facile trovare soldi. Detto questo, i 5 Stelle hanno il merito di aver introdotto nel dibattito italiano​ la necessità di cercare una soluzione ​al problema della perdita di lavoro​ in una fase di transizione tecnologica».

Perché aiuterebbe in caso di ulteriori perdite di posti di lavoro?
«L’evoluzione tecnologica comporta che molte persone, anche del ceto medio-alto, perderanno il lavoro. Avere una qualche formula di ammortizzatore sociale ampliato può essere utile. Una cosa che non capisco però è perché il M5S poi si schiera con i tassisti. Il reddito di cittadinanza ha senso se funziona come contropartita nell’innovazione. Ma mi sembra che anche al loro interno abbia​n​o visioni diverse. Casaleggio padre era molto a favore dell’innovazione delle nuove economie digitali, altri invece si arroccano in difesa dei diritti acquisiti».

Per i 5 Stelle alla terza proposta di lavoro rifiutata perdi il diritto ad averlo.
«L’aspetto più negativo del reddito di cittadinanza infatti è che rischia di creare disincentivi a lavorare. Quell​o sarebbe un meccanismo positivo per ridurre questa distorsione».

Beppe Grillo ripete spesso che bisogna porre più attenzione al reddito che al lavoro. Non è un messaggio un po’ pericoloso?
«​Se intende dire che non dobbiamo proteggere le imprese e i posti di lavoro ma le persone, mi trova d’accordo. Lo scrissi nel 2003 nel libro “Salvare il capitalismo dai capitalisti“. Insistere, di fronte alle rivoluzioni tecnologiche, nel proteggere l’esistente, anche in termini di posti di lavoro, è  suicida​, oltre che inutile​».

Cosa trova ragionevole nella critica grillina all’Europa e all’euro?
«Non sbagliano  a identificare l’enorme deficit democratico​, che come ripeto da tempo è il principale problema di questa Europa​. ​In Italia c’è stata ​un’accettazione incondizionata di Europa ed euro senza un’analisi seria. Ho scoperto da un recente articolo di Marcello Minenna che Monti nel 2013  introdusse una clausola che impedisce all’Italia di ridenominare il debito in caso di uscita dall’euro. Qualcuno lo ha comunicato al Paese? C’è come una presunzione di chi si considera la classe degli illuminati e pensa di imporre regole a dei populisti ignoranti​. Atteggiamento che ha l’effetto di spianare la strada al populismo peggiore​».

Ma l’uscita dall’euro è possibile?
«Se il nostro debito non è più ridenominabile, è ​difficilissimo. Perché la lira si svaluterebbe del 30-40% e il peso del nostro debito, che già non scherza, sarebbe insostenibile. Sicuramente  bisogna far partire una contrattazione con i partner europei. Pensare a  formule condivise, per esempio un sussidio di disoccupazione  europeo​, che chiedo da anni​. Non si può avere un’unione monetaria senza una politica fiscale comune. La Germania se ne faccia una ragione. Altrimenti si pensi a un divorzio consensuale. Vedano come, ma eviterei il referendum».

Grillo e Di Maio hanno parlato di euro a due velocità…
«Lo scrissi nel 2010. Può essere il risultato di un processo graduale. Ma se parte dalle economie forti del Nord, non da quelle del Sud, perché con la fuga di capitali sarebbe un disastro. Mi lasci aggiungere una cosa. Se l’Italia non affronta seriamente i problemi strutturali, debito e produttività in primis, rischia grosso. È su questo che dovrebbero concentrarsi tutti, anche chi aspira a governare».

La Politica Bancaria che non c’è / Italy’s non-existent banking strategy

Testo dell’articolo pubblicato il 5.03.2017 su “Il Sole 24 Ore”, nella rubrica “Alla luce del Sole”.  English translation below. 

Sono passati quindici mesi dal “salvataggio” delle quattro banche regionali e quasi un anno dalla creazione del Fondo Atlante. Dopo tutto questo tempo dobbiamo concludere che la politica adottata dal Governo di posporre la risoluzione dei problemi delle banche e fare finta che non siano così gravi (la strategia che gli inglesi chiamano “extend and pretend”) non funziona.

La dilazione è costata al Paese (e soprattutto a certe regioni) un anno di crescita. Nel Veneto il credito bancario alle imprese lo scorso anno è sceso del 6% e in Toscana del 3%, mentre in Piemonte e Lombardia è rimasto sostanzialmente stabile (rispettivamente +0.2% e -0.2%). La principale differenza tra queste regioni è data dalle crisi bancarie, che hanno colpito molto più il Veneto (Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza) e la Toscana (MPS ed Etruria) che il Piemonte e la Lombardia. Che la qualità del portafoglio del sistema bancario influisca sulla crescita dei prestiti alla clientela non è un segreto. Lo dice anche la Commissione Europea. Ma allora perché il Governo ha trascinato i problemi senza risolverli per più di un anno?

Parte del problema è l’illusione che la crisi sia dovuta solo alla perfidia dei fondi stranieri, che si ostinano a valutare al 20% del nominale le sofferenze bancarie che varrebbero molto di più. È vero che – dati della Banca d’Italia alla mano – il valore recuperato dalle sofferenze negli ultimi due anni è in media del 40%. Ma tale valore non considera i costi legali e il tempo che un tale recupero richiede. Non considera neppure il fatto che tanto maggiori sono i crediti in sofferenza, tanto più difficile è il recupero, perché le (poche) garanzie immobiliari perdono di valore quando vengono vendute tutte allo stesso tempo.  Unicredit, che non si è cullata in questa illusione e ha svalutato le sue sofferenze al 12.94%, è riuscita nella difficile operazione di raccogliere 13 miliardi di euro di nuovo capitale. Tutte le banche che non hanno avuto questo coraggio sono ancora in crisi.

Per sostenere questa illusione sul valore delle sofferenze (e ritardare il redde rationem) il Governo ha caldamente sponsorizzato la formazione del Fondo Atlante, creato per comprare sofferenze e poi usato per scaricare sulla collettività (Cassa Depositi e Prestiti e Poste) e sugli ignari assicurati (Generali e Cattolica) le perdite che Unicredit e Banca Intesa avrebbero accumulato per aver garantito gli aumenti di capitale delle due Popolari Venete. La stessa Commissione Europea ha dichiarato che “la struttura di finanziamento di Atlante costituisce una fonte di interdipendenza tra soggetti più forti e soggetti più deboli. Ciò potrebbe dar luogo a un contagio in caso di perdite inattese derivanti da investimenti”. Lungi dall’essere un elemento di stabilità, quindi, il Fondo Atlante rischia di mettere a repentaglio l’intero sistema.

Cosa poteva fare il Governo – si dirà – quando la Commissione Europea impedisce ogni mossa? È la solita strategia di attribuire all’Europa la responsabilità degli errori nostrani.  Contrariamente a quello che si vuole far credere, l’Europa caldeggia da tempo un intervento di ricapitalizzazione delle banche, come quello (molto parziale) approvato dal Governo a dicembre (e non ancora implementato).

Se la Commissione ha finora ritardato l’intervento su MPS è perché vuole evitare che i soldi pubblici siano sprecati, per esempio rimborsando chi non ha nessun titolo per essere risarcito, come gli hedge fund che hanno comprato i subordinati di MPS nell’ultimo anno. Di questo intervento dovremmo essere grati alla Commissione.

Se poi i 20 miliardi del Decreto Salva-Banche non bastano (come è probabile), molti dei nostri partner europei sono aperti all’idea che noi si faccia ricorso al fondo ESM (European Stability Mechanism). È il fondo cui ha fatto ricorso la Spagna nel 2012, quando doveva smaltire molte sofferenze derivanti dalla crisi immobiliare. Una volta fatto ricorso al fondo e ricapitalizzato le banche, la Spagna ha ripreso a crescere a più del 3% l’anno.  Cosa aspetta l’Italia a farlo?


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Fifteen months have gone since the “rescue” of the four regional banks and almost one year since the creation of the government mandates and privately funded bank rescue fund Atlante .

After all this time, we can conclude that the strategy adopted by the government of postponing the resolution of banks’ problems and pretending they are not so serious (a strategy also known as “extend and pretend”) is not working. Deferment has cost Italy (and some regions in particular) one year of economic growth.

Lending to businesses last year dropped 6% in Veneto and 3% in Tuscany, while it remained broadly stable in Piedmont and Lombardy (+0.2% and -0.2% respectively). The main difference between these regions comes from the banking crisis, which hit Veneto (Veneto Banca and Banca Popolare di Vicenza) and Tuscany (Banca Monte dei Paschi di Siena and Etruria) harder than Piedmont and Lombardy. The impact of the quality of banks’ assets on lending is not a secret. The European Commission has also written about it. But why has the government sat on its hands for more than one year?

Part of the problem is the illusion that the crisis is due only to the treachery of foreign funds, who value non-performing loans at around 20% of their book value when they are worth much more. It’s true that NPLs over the past two years have yielded on average 40%, according to the Bank of Italy. But such a valuation does not include legal costs and the time to collect them.

It also doesn’t consider the fact that higher the amount of NPLs, the more difficult to collect on them, since the (few) existing real estate collateral loses some of its value when sold in bulk. UniCredit, which did not believe in this illusion and wrote down its bad loans to 12.94%, succeeded in the difficult plan to raise €13 billion of fresh capital. The banks who lacked the same courage are still in a crisis.

In order to support the illusion about the value of bad loans (and postpone the “redde rationem”), the government strongly backed the creation of the Atlante fund, designed to buy NPLs and then unload on the collectivity (state backed lender Cassa Depositi e Prestiti and state controlled posted service Poste Italiane) and unaware insurers (Generali and Cattolica) the losses that UniCredit and Intesa Sanpaolo were facing for guaranteeing the recapitalization of the two Veneto-based banks.

The European Commission said that “Atlante’s funding structure represents a source of interdependence between stronger and weaker players. This could lead to contagion in case of unexpected losses from investments.” Far from being a factor of stability, the Atlante fund risks of putting the entire system at risk.

A question remains: what could the government do if the European Commission blocks any move? This is Italy’s usual strategy of accusing Europe of its own mistakes. Contrarily to what people want us to believe, Europe has long called for intervening in the recapitalization of banks, like the one (very limited) approved by the government in December (and not yet implemented).

If the Commission has so far postponed the intervention on MPS, this is because it wants to prevent public money from going wasted, for example by reimbursing those who have no right to be compensated, like the hedge funds which bought MPS’s subordinated bonds in the past year. We should thank the Commission for this position.

If €20 billion of the bailout fund approved by the Cabinet in December is (likely) not enough, many of our European partners are open to the idea that Italy resorts to the European Stability Mechanism (ESM). The fund was tapped by Spain in 2012, when the country needed to dispose of the many NPLs piled up during the real estate crisis. After using the fund and recapitalizing its banks, Spain returned to grow by more than 3% per year. What is Italy waiting for to do the same?

Il Ruolo della Politica nell’Innovazione

Testo dell’articolo pubblicato il 26.02.2017 su “Il Sole 24 Ore”, nella rubrica “Alla luce del Sole”. 

Dopo il Governo Prodi e quello Monti, anche il Governo Gentiloni si arrende ai tassisti, gli altri governi non ci hanno neppure provato.  Grazie alla pavidità della nostra classe politica, i tassisti sono riusciti a bloccare non solo la forma più economica di Uber (quella che negli Stati Uniti si chiama Uber Pop e costa il 30% meno dei taxi americani che costano il 30% meno di quelli nostrani), ma a rendere difficile e costosa anche l’opzione di Uber che utilizza le auto blu registrate per il trasporto clienti. La forza dei tassisti nasce dalla disperazione: molti di loro si sono fortemente indebitati per comprare la licenza e nel caso di una liberalizzazione oggi finirebbero sul lastrico.

Questo non è il primo esempio di rivolta di fronte egli effetti dirompenti prodotti dall’innovazione. Nei primi dell’800 gli artigiani tessili inglesi distrussero con violenza numerosi stabilimenti tessili per protestare contro l’uso dei telai meccanici (i cosiddetti luddisti). La rivolta continuò fino a quando fu repressa nel sangue dall’esercito inglese. Se allora l’Inghilterra avesse avuto la nostra classe politica, la Rivoluzione Industriale non sarebbe mai decollata o almeno non sarebbe mai decollata in Inghilterra.

L’esempio dei taxi non sarà certo l’ultimo e neppure il più importante. Uber è niente di fronte all’auto senza guidatore, che sta già girando per le strade di San Francisco, il cassiere automatico, il cameriere robot, etc. Il mondo è agli inizi della Quarta Rivoluzione Industriale. Questa immanente rivoluzione tecnologica promette enormi aumenti di produttività, ma anche enormi sconvolgimenti nel mondo del lavoro, con masse crescenti che perderanno il loro posto di lavoro tradizionale. Lo sconvolgimento non sarà limitato ai soli lavori manuali. La nuova tecnologia per verificare l’autenticità delle transazioni (quella che va sotto il nome di blockchain) promette di rendere obsoleti molti revisori e notai, come il giornale digitale sta mandando in pensione gli edicolanti. L’accademia digitale prodotta da Khan rischia di rendere superflui molti insegnati, e via dicendo.

La scelta di bloccare l’innovazione per proteggere le rendite di alcune categorie è una scelta suicida. Fu quella seguita dal Giappone dei Samurai nel 1600, che costò all’Impero Nipponico un ritardo di due secoli.  È una scelta che non possiamo permetterci: il nostro debito pubblico e le nostre pensioni abbisognano di una crescita che – con una fertilità al di sotto dei livelli di riproduzione – solo la tecnologia può offrirci. È una strada che probabilmente non possiamo neppure percorrere: gli edicolanti sono riusciti per molti anni a proteggere la loro rendita, per poi finire devastati dall’iPad.  Se nel secondo dopoguerra l’Italia è riuscita a produrre un miracolo economico, trasformandosi da Paese agricolo a Paese industriale, è perché non ha bloccato la meccanizzazione in agricoltura, ma ha favorito la migrazione della manodopera eccedente dai campi alle fabbriche.

Purtroppo oggi non si intravede un’esplosione dei servizi tale da assorbire la manodopera che la tecnologia rende eccedente nella manifattura e nei trasporti. Il grande vantaggio dell’innovazione è che aumentando la produttività aumenta la dimensione della torta economica. Ma non sempre l’innovazione permette che automaticamente a beneficiarne siano un po’ tutti, come accadde all’epoca del Miracolo Economico.  È qui che la Politica (quella con la p maiuscola) potrebbe svolgere un ruolo fondamentale: offrire un meccanismo di compensazione per evitare che una fetta della popolazione sopporti tutti i costi dell’innovazione, senza trarne alcun beneficio.

Nei giorni scorsi Bill Gates ha proposto un’imposta sui robot per finanziare un reddito di cittadinanza per tutti. Chiaramente questa proposta ha dei problemi: è di difficile applicazione (come si definisce un robot?) e scoraggia l’innovazione. Ma l’idea va nella direzione giusta. Una piccola tassa su Uber potrebbe aiutare a indennizzare, almeno parzialmente, i tassisti che perdono il lavoro ed aiutarli a riqualificarsi per trovare un nuovo lavoro. Nel contempo una politica attiva di antitrust dovrebbe garantire che l’entrata di Uber non si traduca in qualche anno in un monopolio di Uber, perché cadremmo dalla padella (un monopolio regolato) nella brace (un monopolio non regolato).  Questo non vale solo per Uber ma per tutte le nuove tecnologie.

Per garantire questo patto sociale avremmo bisogno di un governo credibile con una visione strategica e un orizzonte di lungo periodo. Purtroppo è proprio quello che più ci manca da anni (se non decenni).


Di Uber ho parlato anche nell’articolo “Uber Act: come liberare il Paese dalle piccole caste” pubblicato il 24 Aprile 2016 su “Il Sole 24 Ore”.
Qui gli altri articoli della rubrica “Alla Luce del Sole”

Partecipazioni statali: quali obiettivi deve porsi il governo?

Testo dell’articolo pubblicato il 19.02.2017 su “Il Sole 24 Ore”, nella rubrica “Alla luce del Sole”. 

Anche questa primavera, come ogni tre anni, impazza il toto-nomine per le imprese partecipate dallo Stato. Si va dai pettegolezzi alle indagini giudiziarie, si parla di tutto tranne che della cosa più importante: quali obiettivi il Governo vuole conseguire attraverso le sue partecipate?
Io sarei favorevole a una dismissione totale di tutte le partecipazioni statali, ma anche coloro che non lo sono devono convenire che non ha senso detenere delle imprese senza avere degli obiettivi strategici. È solo per garantire dei posti da distribuire ai sostenitori più facoltosi e munifici del leader del momento? Anche per fugare questi dubbi è doveroso che il Governo identifichi quali sono questi obiettivi strategici. Solo da questi obiettivi può discendere l’individuazione delle persone adatte a realizzarli. È la prima domanda che qualsiasi “head hunter” pone al cliente.

Può lo Stato intervenire nella direzione di imprese quotate? Come Elkann interviene su Fca, Del Vecchio su Luxottica, e la famiglia De Agostini su Lottomatica non si vede perché lo Stato non possa intervenire sulle aziende in cui ha un pacchetto di controllo, purché lo faccia nei modi appropriati. Gli interventi non devono essere pressioni occulte sugli amministratori delegati. Il governo deve tracciare delle linee guida chiare e comunicarle sia agli elettori che al mercato.

“Perché un’impresa partecipata dallo Stato non dovrebbe introdurre delle linee guida più severe sull’inquinamento?”

La teoria economica ci dice che un’impresa a controllo pubblico ha un significato in presenza di quelle che gli economisti chiamano esternalità, ovvero situazioni in cui l’attività di produzione influenza il benessere di soggetti diversi dalle parti contraenti (dipendenti, consumatori, fornitori, etc.). Il tipico esempio di esternalità è l’inquinamento. La produzione di pentole con il rivestimento in teflon o di tessuti Gore-tex richiede l’uso di sostanze perfluoro-alchiliche (PFAS). Se non trattate propriamente queste sostanze cancerogene finiscono nelle falde acquifere, come sta succedendo in 21 comuni del Veneto. A pagare i costi di quest’inquinamento sono indistintamente tutti gli abitanti. Perché un’impresa partecipata dallo Stato non dovrebbe introdurre delle linee guida più severe sull’inquinamento? Come oggigiorno molte imprese hanno controlli sulla filiera dei fornitori, per evitare che facciano uso di lavoro minorile, così le imprese a partecipazione statale dovrebbero avere un controllo sull’inquinamento (perlomeno in Italia) dei propri fornitori.
Mi si dirà che questo svantaggia le imprese a partecipazione statale nella competizione di mercato. È vero. Ma questo discorso vale per qualsiasi politica industriale che faccia deviare un’impresa dalla massimizzazione del profitto. Siamo daccapo: se così è, vendiamole che è meglio. Per di più queste imprese, nonostante gli sforzi dell’Unione Europea, ricevono dei sussidi dallo Stato. Per esempio Saipem ha trovato nella Cassa Depositi e Prestiti un provvidenziale compratore, disposto a sacrificare 450 milioni per mantenerne il controllo nelle mani dello Stato. Che cosa hanno ricevuto i contribuenti in cambio di questi 450 milioni?

L’altra importante esternalità è la corruzione, non solo quella nazionale, ma anche quella internazionale. Proprio Saipem ha l’invidiabile primato di essere stata la prima società al mondo a essere condannata per corruzione internazionale con una sentenza passata in giudicato. Altre imprese a partecipazione statale stanno competendo nella “nobile” gara per il secondo posto.

“È molto difficile che una parte delle tangenti pagate all’estero non finisca nelle tasche di qualche manager o faccendiere locale. La corruzione internazionale alimenta la corruzione nazionale”

Se pensiamo che la corruzione all’estero non ci riguardi, facciamo un grosso errore. Innanzitutto, la corruzione finanzia in molti Stati africani dittatori spietati che si arricchiscono smodatamente affamando la loro popolazione. Come il fenomeno dei migranti ci ricorda, il benessere dell’Africa è anche il nostro benessere. Ma poi è molto difficile che una parte delle tangenti pagate all’estero non finisca nelle tasche di qualche manager o faccendiere locale. La corruzione internazionale alimenta la corruzione nazionale. Perché le imprese partecipate dallo Stato non dovrebbero essere in prima linea nella battaglia contro questo cancro? Invece sembrano essere nell’occhio del ciclone.

Contrariamente a quanto si pensi, la grande corruzione è molto più facile da combattere che la piccola: basta controllare i flussi di denaro. La buona pratica internazionale impone una rigorosa due diligence per tutti i pagamenti, ma particolarmente quelli riguardanti commissioni di intermediazione. La decisione spetta al consiglio di amministrazione, e chi sbaglia paga: in termini di carriera, se non penalmente. Non solo se è provata la corruzione (che è sempre molto difficile da provare), ma anche solo se non è stata seguita la procedura. Le imprese a partecipazione statale si sono dotate di una simile procedura? Una procedura è inutile (anzi dannosa) se non viene fatta rispettare: fornisce solo l’illusione del controllo. La vera domanda è: quante sanzioni sono state inflitte dalle partecipate dello stato per violazioni di questa procedura?

Nei prossimi giorni il senatore Mucchetti, presidente della Commissione Industria del Senato, ascolterà i vertici delle principali aziende partecipate dallo Stato. Ci piacerebbe che ponesse queste domande. E soprattutto che pretendesse delle riposte esaustive. Altrimenti che ci teniamo a fare queste partecipazioni?


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Decreto salva banche, il valore di una lista (postilla)

Sono d accordo con Massimo Famularo che è meglio fare analisi più approfondite, utilizzando tutta la ricchezza dei dati, che limitarsi a delle analisi basate su 30 osservazioni. Per questo è da più di un anno chi mi batto a favore di una commissione di inchiesta, autorevole e realmente indipendente, su MPS e su tutte le banche in crisi. Il punto del mio articolo sul Sole non era di sostituire un’analisi più approfondita, ma solo di stimolare l’appetito. Se con solo 30 dati uno può provare a dire qualche cosa, immaginiamoci con 200.000. Volevo anche dimostrare che la lista dei debitori insolventi non è necessariamente una gogna mediatica per i debitori, ma l’inizio di un analisi sulle politiche di credito usate dalle varie banche e sulla vigilanza alle stesse fatta da Banca d’Italia. Insomma la commissione di inchiesta è meglio della lista dei debitori insolventi, ma la lista dei debitori insolventi è meglio di niente. Non vorrei che aspirando al meglio, si finisse per coprire anche quella poca luce che si sta facendo.


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Decreto salva banche, il valore di una lista

Testo dell’articolo pubblicato il 12.02.2017 su “Il Sole 24 Ore”, nella rubrica “Alla luce del Sole”. 

Questa settimana la Commissione Finanze del Senato ha rigettato la proposta del senatore leghista Roberto Calderoli di introdurre nel decreto Salva Banche una norma che richiedeva agli istituti di credito beneficiari di un intervento dello Stato di pubblicare i nomi dei principali debitori insolventi. Il rifiuto è stato motivato con il desiderio di evitare una gogna mediatica a danno dei debitori.

Ma la pubblicazione di simili liste non serve a scaricare la colpa dei fallimenti bancari sui debitori. In un Paese dove il Pil reale è sceso del 9% in quattro anni, non deve essere fonte di imbarazzo se un’impresa, che si è comportata onestamente, non è più in grado di far fronte ai debiti. Non esiste impresa senza rischio e il rischio implica anche la possibilità di fallimento, specialmente quando l’economia nel suo complesso va male.

La pubblicazione degli elenchi serve soprattutto a gettare luce sulla politica del credito delle banche in difficoltà e sull’efficacia della vigilanza bancaria.  Da simili elenchi si possono estrarre molte informazioni utili.  Quanto concentrate sono le sofferenze di una banca? Si tratta di un fenomeno diffuso su tutte le categorie o concentrato principalmente sui grandi crediti, quelli dove il consiglio di amministrazione esercita la sua discrezionalità? Le sofferenze nascono da prestiti effettuati a imprese che erano solide o da prestiti a imprese che ex ante non erano degne di credito, ma erano possedute da amici e parenti? Se il secondo caso fosse vero, dove era la vigilanza bancaria?  In un mondo digitale è relativamente facile per un supervisore accorgersi quando una banca ha una politica del credito sconsiderata. Basta guardare alcuni parametri chiari, per esempio, quale è il rapporto tra posizione finanziaria netta di una società e il suo  margine operativo lordo. Questo indice ci dice in quanti anni un’impresa riesce a ripagare i propri debiti con il flusso di cassa che genera. Il supervisore ha chiuso gli occhi o sapeva e non poteva intervenire? La risposta a questo quesito è fondamentale per evitare che un simile disastro si ripeta in futuro.

Ma è possibile ottenere tutte queste informazioni da una semplice lista? Per dimostrare che la risposta è affermativa, utilizzo la lista dei primi 30 debitori insolventi di Banca Popolare di Vicenza (BPVi) resi pubblici da Enrico Mentana su La7.

Innanzitutto i 30 più grandi debitori insolventi di BPVi rappresentano il 29% delle sofferenze a bilancio a fine 2015. Quindi esiste un’enorme concentrazione delle sofferenze bancarie, come anche confermato dalle statistiche di Banca d’Italia. Le famiglie pagano, le piccole imprese per lo più pagano, le grandissime imprese raramente falliscono, sono le medie imprese quelle che hanno prodotto le principali perdite.

Il secondo aspetto interessante è la concentrazione settoriale. Su banche dati sono riuscito a trovare le informazioni di bilancio per 20 dei 30 debitori insolventi. Per il 62% si tratta di imprese del settore immobiliare, divise equamente  tra imprese di costruzione in senso  proprio e imprese immobiliari in senso lato. Si noti che l’Italia non ha subito una bolla immobiliare come quella spagnola o irlandese. Dal picco del 2008 i prezzi delle case sono scesi solo del 16.5%.

Ma le informazioni più interessanti si trovano guardando ai bilanci. Al 31 12 2008, ovvero prima che la crisi abbia un vero impatto sui bilanci, il 35% delle imprese affidate dalla BPVi e poi diventate insolventi ha un margine operativo lordo negativo o un patrimonio netto negativo (o entrambi). Quando il margine operativo lordo è positivo, il rapporto tra Posizione Finanziaria Netta e Margine Operativo Lordo di queste imprese nel 2008 era in media di 55 (con una mediana di 20), molto al di sopra di 6-7, ritenuto il livello massimo a cui una banca può ragionevolmente estendere il credito ad un’impresa.  Solo due imprese avevano un livello di 6. Questo non è vero solo per le imprese di costruzioni. L’Hotel Dolomiti aveva un rapporto Posizione Finanziaria Netta-Margine Operativo lordo di 444 e l’Istituto Scolastico Cardinal Baronio di 35.

Solo la Magistratura potrà determinare se esistano dei potenziali conflitti di interesse in questi prestiti. Ma non occorre un giudice per capire che i vertici della BPVi non hanno usato una politica del credito prudente. Né occorre un’ indagine parlamentare per capire che, se io sono riuscito in modo artigianale a raccogliere queste informazioni, a maggior ragione potevano essere raccolte da chi fa vigilanza bancaria.  Delle due: o Banca d’Italia non aveva gli strumenti per intervenire o non è voluta intervenire.  Perché il Senato non vuole metterci nelle condizioni di porre questa domanda?

Decreto salva banche, il valore di una lista (postilla)


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Crisi Banche Popolari Venete: dov’era la Borghesia Produttiva? (intervista)

Secondo l’economista padovano Luigi Zingales, nella crisi delle banche popolari venete, una parte «della borghesia produttiva, se non collusa, ha guardato dall’altra parte mentre si consumava questo disastro» 

Ha più volte invocato una commissione d’inchiesta sul sistema bancario necessaria «per capire cosa non ha funzionato e per evitare di ripetere gli errori del passato». Una cosa, secondo l’economista padovano Luigi Zingales, è però già chiara. Nella crisi delle banche popolari venete «che ha avuto un impatto devastante sul sistema economico regionale», una parte «della borghesia produttiva di questa regione, se non collusa, ha guardato dall’altra parte mentre si consumava questo disastro».

Zingales, nello specifico cosa intende?
«Uso un paragone forte, avete presente il caso Spotlight? Il film basato sulla storia vera dei casi di pedofilia nell’arcidiocesi di Boston racconta bene come le colpe dello scandalo non siano rintracciabili solo all’interno della Chiesa cattolica ma anche in quella parte della società di Boston che sapeva ma ha preferito guardare dall’altra parte».

Tornando alle popolari, quindi, a una parte degli imprenditori che avevano legami o interessi in Veneto Banca e Popolare di Vicenza è convenuto far finta di nulla?
«La crisi delle due banche è risultata devastante ovviamente per l’impatto economico della stessa ma di più perché ha messo in crisi l’intero sistema di network regionale fondato su rapporti sociali oltre che economici. Relazioni fondamentali per la tenuta dello stesso sistema. Qualcuno, e non solo tra i vertici delle due popolari, ha chiuso gli occhi di fronte a questo disastro».

Lei, prima dei casi Veneto Banca e Bpvi, è stato molto critico nei confronti del capitalismo di relazione compreso quello veneto. Due facce della stessa medaglia?
«Ho criticato il capitalismo di relazione perché continua a investire i soldi, degli altri, nei progetti degli amici e non in quelli a più alta produttività. Dinamica in parte riscontrabile anche nei rapporti tra banche e imprese. È sacrosanto, ad esempio, chiedere di sapere chi sono i cento principali debitori del Monte dei Paschi che non hanno reso soldi avuti in prestito».

Da una parte il capitalismo di relazione dall’altra il capitalismo familiare, due asset che hanno garantito sviluppo e che ora sono un limite per il Nordest?
«In generale le imprese a conduzione familiare hanno una visione di più lungo periodo: se c’è il tuo cognome sul portone della fabbrica è evidente che ci tieni di più. Questo, in negativo, si è reso evidente anche nell’enorme tragedia dei suicidi tra gli imprenditori. In generale, quindi, il capitalismo familiare è un punto di forza. La debolezza emerge quando un figlio viene investito della conduzione a prescindere, senza una valutazione sulle attitudini e sulle capacità. Allo stesso modo quando si pensano di risolvere i problemi con le relazioni».

Il processo di digitalizzazione dell’economia, a partire dalla manifattura, può realmente rappresentare un’opportunità per le nostre imprese?
«La risposta è sì, ma bisogna tenere presente un elemento. L’impresa veneta è basta sull’informalità e sulla creatività, il digitale, invece, sulle regole. Questo può rappresentare un ostacolo nell’introduzione e nella capacità di sfruttare l’economia digitale come volano di competitività».

Secondo lei, a proposito di Industria 4.0, il piano messo a punto dal ministro Carlo Calenda può risultare efficace?
«Nell’aiuto alla transizione sì. Il piano del governo, però, pone molta enfasi sull’aiuto ma poca su cosa deve fare un’impresa per diventare 4.0. Se non c’è l’interesse delle aziende al cambiamento diventano soldi (aiuti) regalati».

Come vede l’alleanza tra gli atenei veneti sulla base della quale è arrivato il riconoscimento da parte del governo come centro di competenza nazionale?
«Che le università si siano messe insieme decidendo di collaborare è un fatto sicuramente positivo».

Quanto, invece, alle competenze che qui si sviluppano?
«Le facoltà scientifiche, penso a Padova ad esempio, hanno forti potenzialità in questo senso. Il problema, tornando all’Industry 4.0, è che per molto tempo si è cercato di separare il mondo dell’industria da quello dell’università. Per questa ragione competenze spesso sofisticate non risultato applicabili dall’industria».

Da tempo, però, si sta anche lavorando per fare in modo che i due mondi dialoghino con maggiore profitto. In modo sbagliato?
«Il collegamento tra industria locale e ricerca universitaria si realizza facendo in modo che l’università non abbia paura di aprire le porte dei suoi laboratori e che contemporaneamente l’impresa non pensi a questo rapporto come a un mezzo per ottenere una consulenza a basso prezzo».

Nello scacchiere della partita sulla competitività, che altra debolezza vede?
«Il radicalizzarsi di tensioni locali, tra Padova e Treviso o tra Padova e Venezia. Le sfide da vincere non sono in tale ambito ma questa è una consapevolezza che fa fatica a farsi strada».

Il ridimensionamento della vocazione manifatturiera del nostro territorio finirà per lasciare ai margini l’imprenditoria veneta?
«Io sono un grande sostenitore dei servizi. Bene, ovviamente, la manifattura ma allo stesso tempo è importante che si sviluppino servizi ad alto valore aggiunto. Penso a quelli tecnologici ma anche a quelli più tradizionali legati a elementi distintivi della regione come il turismo, la cultura, l’enogastronomia e l’artigianato».

Intervista a cura di Matteo Marian, pubblicata il 3.02.2017 sui Quotidiani Veneti del Gruppo L’Espresso


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