Chiunque vinca l’America non è più la stessa

Testo dell’editoriale pubblicato il 6.11.2016 su “Il Sole 24 Ore”.

A 36 ore dal voto, con 33 milioni di schede già consegnate, l’esito delle elezioni presidenziali americane sembra ancora molto incerto. Gli ultimi sondaggi danno i due candidati pressoché alla pari, mentre i siti di scommesse vedono Hillary Clinton in leggero vantaggio. Ma non sarebbe la prima volta che sbagliano. I sondaggisti sono molto più bravi a predire le preferenze politiche che la partecipazione al voto ed oggi le elezioni si vincono motivando i propri elettori a votare, non convertendo gli elettori altrui.  Come hanno sbagliato per la Brexit, c’è il serio rischio che i sondaggi sbaglino anche qui. La tensione è talmente alta che gli psicologi hanno notato un aumento degli attacchi di ansia tra i loro pazienti. Il mondo intero guarda con il fiato sospeso. Siamo veramente sull’orlo del baratro?

Penso proprio di no. Con tutta probabilità la Camera avrà una maggioranza Repubblicana e il Senato una Democratica. Quindi chiunque vincerà le elezioni presidenziali dovrà fare compromessi per governare. Uno svantaggio se si desidera un’azione di governo rapida ed incisiva, ma un grosso vantaggio se si teme che il Presidente possa prendere decisioni inconsulte (vantaggio da non dimenticare in tempi di riforme costituzionali). È proprio questa divisione dei poteri a rassicurarci che il danno potenzialmente prodotto da un presidente degli Stati Uniti sia limitato. Per questo, chiunque risulti eletto attuerà una politica fiscale più espansiva, una politica estera più isolazionista e avrà una maggiore riluttanza a firmare nuovi trattati di libero scambio.  Queste sono le indicazioni emerse durante le lunghe primarie e questa sarà la direzione di marcia del nuovo presidente chiunque esso sia. Giudici della Corte Suprema a parte, chi vincerà la corsa presidenziale non sarà così determinante per il futuro degli Stati Uniti e del mondo. Non per questo la campagna elettorale non lascerà un segno, anzi.

Il primo segno riguarda la massa di “deplorevoli”, come li ha chiamati Hillary Clinton, alla ricerca di una rappresentanza politica. Sono l’americano medio che non vede crescere il proprio reddito reale da quarant’anni, sono gli operai che vedono il loro lavoro eliminato e non hanno prospettive per riqualificarsi, sono i senzalavoro che si suicidano lentamente imbottendosi di medicine offerte dal servizio sanitario nazionale.  Quello stesso stato sociale che non li aiuta quando sono in difficoltà, distribuisce loro gratuitamente e copiosamente le medicine più pericolose, per la gioia dell’industria farmaceutica. Questi “deplorevoli” sono disposti a tutto pur di cambiare l’establishment di Washington, anche a votare per un candidato considerato deplorevole. Anzi più è considerato deplorevole dalla maggior parte dei media, e più lo sostengono, perché si identificano con lui. Che Trump vinca o no, questa massa ha assunto rilevanza politica e non la perderà facilmente.

Il secondo segno riguarda la fine dei partiti tradizionali come li abbiamo conosciuti. Il Partito Repubblicano si era basato su una coalizione tra una élite pronta a sacrificare la tolleranza sui diritti civili per la difesa dei suoi interessi economici ed una base pronta a sacrificare il suo naturale protezionismo ed isolazionismo, in nome della difesa dei tradizionali valori cristiani. Trump ha spezzato questa coalizione dimostrando che si può vincere le primarie rivolgendosi solo alla base.  Dopo questa rivelazione è difficile immaginare se e come il Partito Repubblicano possa sopravvivere senza rifondarsi completamente. Ma anche il Partito Democratico affronta una crisi esistenziale. Si era basato su una coalizione tra le minoranze etniche e una élite che aveva scoperto i benefici i benefici dell’interventismo statale per i grandi gruppi. Come lo scandalo delle email ha rivelato, questa élite non ha esitato a truccare le regole del gioco per far vincere il suo candidato a spese di Bernie Sanders. Se Hillary Clinton è così in difficoltà con un rivale come Trump vuol dire che i “deplorevoli” democratici e parte dei giovani l’hanno abbandonata.

Ma il cambiamento più rilevante riguarda l’atteggiamento degli Americani verso il proprio sistema politico. Nel 1960 Nixon riconobbe (senza alcun ricorso) la vittoria di Kennedy nonostante in Illinois avessero votato anche i morti. Dopo una battaglia giudiziaria, nel 2000 Gore riconobbe la vittoria di Bush in Florida per 154 voti, nonostante i dubbi sui voti espressi. Oggi da una parte Donald Trump mette in dubbio preventivamente i risultati delle elezioni se a vincere non sarà lui, sulla base di ipotetici brogli di cui non c’è alcuna evidenza. Dall’altra, Hillary Clinton mette in dubbio l’imparzialità ed indipendenza dell’FBI per coprire i propri errori. Se gli stessi leader accusano il sistema di essere truccato, come può l’americano medio fare diversamente?

Questa rischia di essere l’eredità più pesante di queste elezioni. Senza un’accettazione delle regole del gioco è impossibile per un presidente raccogliere il paese dietro di sé. E senza questa coesione è difficile governare. Noi italiani lo sappiamo fin troppo bene. Per questo le regole del gioco devono cambiare per riguadagnare credibilità, a partire dal modo in cui i finanziamenti elettorali sono raccolti. Difficile immaginare che, se eletti, questi candidati vadano in questa direzione. Ma se non lo faranno, a soffrire non sarà solo la democrazia americana, ma il mondo intero.


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Cosa (non) cambierà, se Hillary Clinton diventerà presidente

Testo dell’intervista pubblicata sul Giornale di Sicilia il 28.07.2016

L’economista Zingales: «Obama lascia un Paese migliore di quello che ha trovato. C’è però un malessere diffuso nella classe media impoverita».
«Ma con Hillary nessuna vera svolta nella politica americana»

«Cosa cambierà, se Hillary Clinton dovesse diventare presidente? Temo niente!». Luigi  Zingales, l’economista italiano che insegna alla «Booth School of Business» dell’Università di Chicago, sta vivendo senza troppo entusiasmo «la stagione delle convention» negli Usa. Democratici a Philadelphia per incoronare l’ex senatrice dello Stato di New York, dopo che i repubblicani avevano fatto lo stesso con Donald Trump a Cleveland.

– Hillary Clinton, candidata della continuità?
«Nelle scelte di politica economica e politica estera Hillary Clinton non è molto diversa da Obama, né da George W Bush. L’unica cosa che cambierà veramente saranno i giudici della Corte suprema e quindi anche le decisioni sui diritti civili ed in particolare sui diritti delle donne, cui Hillary è molto sensibile. Ma Hillary Clinton non sembra essere molto sensibile all’impoverimento della classe media. Tanto che molti degli elettori di Sanders preferiscono non andare a votare piuttosto che votare per lei».

Disoccupazione in calo e Pil in aumento, ma anche stipendi che non crescono da anni e classe media in affanno. Obama lascia davvero in eredità un Paese che ha ormai alle spalle la crisi economica?
«In America gli effetti della crisi finanziaria del 2008 sono largamente superati, la disoccupazione è a livelli minimi ed entriamo nel settimo anno di crescita. Soprattutto vista dall’Italia, l’America sembra un sogno. Ma rimangono molti problemi strutturali, che predatano il 2008 e quindi non sono attribuibili ad Obama, ma che non sono stati ancora risolti. Tra i molti l’impoverimento relativo della classe media e l’aumento degli uomini al picco dell’età lavorativa che escono dalla forza lavoro, ovvero che hanno perso pure la speranza di trovare un lavoro. Ciononostante, Obama lascia un Paese migliore di quello che ha trovato».

– Nella convention repubblicana, Donald Trump ha affermato che «i redditi delle famiglie americane sono scesi e il debito nazionale raddoppiato». Argomenti da comizio?
«Nel suo discorso Donald Trump ha proiettato un’immagine eccessivamente cupa dell’America. Spesso lo ha fatto con un uso molto spregiudicato dei dati. Per esempio, è vero che il debito è raddoppiato in termini nominali, ma quello che conta è il rapporto tra debito e Pil e questo è salito “solo” dal 65 al 104 per cento. Per di più la forte crescita del debito è cominciata nel 2008-2009 a causa di una crisi finanziaria di cui Obama non è certo responsabile. Ma non tutto quello che dice è esagerato».

– Cioè?
«Lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione hanno beneficiato molto di più alcuni che altri. Ad esempio, più del 50 per cento dei maschi americani non ha visto un aumento del proprio stipendio, in termini reali, negli ultimi 40 anni e questo rappresenta un problema. L’aspettativa di vita degli uomini bianchi ha smesso di crescere ed in alcune categorie è addirittura scesa. Questi sono segnali di un malessere diffuso e profondo».

– In un’intervista al “Giornale di Sicilia” l’ex capo della Associated Press in Italia, Victor Simpson, ha sottolineato come «sia colpa della propaganda politica se gli statunitensi pensano di stare male». Ha ragione?
«La propaganda politica sta esagerando sulla questione del crimine. Tranne Chicago e Baltimora, gli omicidi sono in netta diminuzione. Ma l’insoddisfazione della classe media è reale ed era stata ignorata fino ad ora. Un mio libro del 2012 che parlava di questi problemi fu largamente ignorato dal dibattito politico. E anche in questa campagna elettorale, se non fosse stato per Trump e Sanders, i problemi della classe media sarebbero stato ignorati».

– In Iraq e Siria, come altrove, gli Usa sono impegnati in costosissime missioni di guerra. Prevedibile un progressivo ritiro, anche solo per esigenze di bilancio?
«Sì e non solo per esigenze di bilancio, ma anche per un isolazionismo crescente negli Stati Uniti. Trump lo ha gridato alla convention: “America First”. Questo isolazionismo è sicuramente molto preoccupante per l’Europa. Se poi Trump dovesse diventare un alleato di Putin, per noi sarebbe un vero problema».

– Anni di recessione, ma anche di terrorismo e “sparatorie di massa”. Quanto e come è cambiato lo stile di vita americano?
«In eventi relativamente rari, come fortunatamente sono i crimini contro le persone, la gente reagisce più alle percezioni dei media che alla realtà. La città in cui vivo, Chicago, è molto violenta, ma per capire quanto lo fosse sono dovuto andare a vedere l’ultimo film di Spike Lee, perché la violenza è concentrata in alcuni quartieri. La violenza terroristica è disegnata per aumentare la percezione di insicurezza, quindi non stupisce che la gente reagisca di più di quello che dovrebbe».

– Quindi?
«Il rischio di morire in un attentato terroristico è minimo, ma non viene percepito come tale. Il rischio di morire in un incidente automobilistico è molto più elevato, ma non per questo evitiamo di guidare. Detto questo, non mi sembra che lo stile di vita in America sia cambiato. Gli americani sono solo più timorosi di viaggiare all’estero».

– Regno Unito, primo alleato europeo degli Stati Uniti. La “Brexit” imporrà un ripensamento dei rapporti con la UE?
«Non penso che gli Stati Uniti cambieranno la loro posizione nei confronti dell’Unione Europea a causa della Brexit. La mia preoccupazione è più come cambierà la UE senza il Regno Unito e come cambieranno i rapporti UE-USA se Trump dovesse essere eletto presidente».

Perché ogni buon capitalista deve anche essere femminista

In Italia i sostenitori del libero mercato sono spesso visti come dei conservatori, con visioni ottocentesche sul ruolo della donna. Per questo motivo trovo particolarmente valido questo articolo di Victoria Bateman che dimostra in modo cogente come i veri liberisti non possano che essere femministi. Ovviamente lo stesso ragionamento si può applicare a qualsiasi forma di discriminazione.  Quindi, per es.,  si potrebbe anche dire perché ogni buon capitalista deve anche essere antirazzista.
Ringrazio CapX
 per avermi permesso di pubblicare su questo blog la traduzione in italiano.

La parità di genere ha fatto molta strada in Occidente. Tuttavia, per ogni tappa positiva ne troviamo troppo spesso una negativa. Pensiamo a quest’ultima settimana. Da un lato abbiamo un numero record di donne elette nell’appena rinnovato Parlamento britannico. Dall’altro c’è l’Oxford College che ha deciso di reprimere più severamente i “comportamenti eccessivamente intimidatori” nei confronti di studentesse (da Cambridge Fellow, posso capire). Allo stesso tempo, abbiamo visto come le questioni femminili siano state il tema centrale della Settimana di Aiuto Cristiano. La dichiarazione accompagnatoria è stata chiara: “la diseguaglianza distributiva e gli abusi di potere sono il cuore del problema della povertà. E la più grande e più diffusa diseguaglianza nel mondo è quella tra donne e uomini “. Ci auguriamo che questo tema trovi posto tra i nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile che le Nazioni Unite si apprestano ad individuare.
Con le femministe che cercano di fare progressi nella sfera sociale e politica, è giunta l’ora che gli economisti facciano sentire la propria voce e ascoltino. È tempo che la questione di genere trovi spazio nelle tradizionali discussioni economiche – e nelle discussioni sul futuro del capitalismo. Gli economisti devono affrontare il femminismo più seriamente.

La libertà di scelta individuale è centrale in economia. È fondamentale anche per il capitalismo. La nostra capacità di agire come individui – avere la libertà di fare le scelte che sono nel nostro interesse – è fondamentale nel modo in cui gli economisti interpretano l’economia. Fintantoché gli economisti scelgono le “giuste” politiche economiche, il risultato — ci assicurano – è che l’espressione dell’interesse individuale porterà al bene comune: a un’economia in cui le persone scelgono di lavorare sodo, di investire e di inventare. La mano invisibile di Smith agirà bene. La libertà individuale produrrà una società prospera. Come hanno dimostrato Ayn Rand e Milton Friedman, il successo economico e la libertà individuale sono legati indissolubilmente.
Fin qui abbastanza semplice, si potrebbe pensare. Tuttavia, per quelli con gli occhi aperti sulle questioni di genere, sorge un ostacolo importante: metà della popolazione mondiale non dispone della libertà di scelta. Ciò da cui gli economisti partono dandolo per scontato manca completamente a larga parte del genere femminile. In tutto il mondo, la possibilità delle donne di esercitare il diritto di scelta è fortemente limitata dal contesto sociale e politico che le circonda. La loro possibilità di accedere a un’istruzione superiore, di essere premiate per le loro capacità lavorative, di avviare le proprie imprese e di spingere per il cambiamento politico è ostacolata ogni singolo giorno della loro vita. Fino a quando le donne non avranno il potere sufficiente per esercitare la loro libertà di scelta, l’economia globale non sarà in grado di sviluppare e realizzare il suo pieno potenziale.
Infatti, se è vero che la mancanza di parità di genere vuol dire che la metà del potenziale di crescita a livello mondiale è sacrificata, c’è una differenza significativa tra uomini e donne che rende la posizione subordinata delle donne più costosa di quanto si possa pensare. Tale differenza consiste, naturalmente, nel fatto che le donne possono partorire. Questo pone le donne in una posizione estremamente vulnerabile – ma anche particolarmente funzionale nella determinazione della prosperità futura del genere umano.
Se una donna ha figli (e quanti ne ha) può essere fondamentale per il suo benessere emotivo e finanziario. Mentre gli economisti sensibili alle questioni di genere sono consapevoli delle conseguenze economiche dell’impossibilità delle donne di accedere a opportunità di istruzione e di lavoro, ciò che è altrettanto importante è la possibilità delle donne di farsi carico della propria fertilità – per una donna avere il controllo della propria possibilità di procreare.

Poiché la maggioranza di figli si genera all’interno del matrimonio, ciò richiede a sua volta che il matrimonio sia una libera scelta delle donne (cioè che non sia per loro una costrizione) e che le donne abbiano accesso alle tecniche di riproduzione. Sposate o no, le donne portano il peso dei desideri sessuali degli uomini – se non hanno la possibilità di resistervi, dovremmo almeno dar loro il potere di affrontarne le conseguenze, senza la minaccia del carcere. Purtroppo, in alcuni Paesi la presa statale sulla fertilità delle donne è così forte che persino l’aborto spontaneo comporta il rischio di arresto (come se l’aborto spontaneo non fosse di per sé abbastanza doloroso).

La fertilità non è solo una questione sociale, politica o religiosa: è anche una questione economica. Come ho sostenuto in “Perché gli economisti hanno bisogno di parlare di sesso”, alla base della ricchezza economica dell’Occidente c’è stata la capacità delle donne di fare le proprie scelte su lavoro, fertilità e vita familiare. Guardando attraverso la storia e nei vari paesi, le donne con maggiore libertà tendono a sposarsi più tardi nella vita e ad avere famiglie più piccole. Queste famiglie più piccole impediscono che il tenore di vita sia minato da sempre più bocche da sfamare, consentono ai genitori di investire in istruzione (in termini di qualità piuttosto che quantità) e risparmiano (aiutando il finanziamento di investimenti). In altre parole, la libertà delle donne riguardo alla propria fertilità porta benefici all’economia: da salari più alti a competenze più forti e a maggiori fondi per gli investimenti. Il fatto che questa libertà sia stata limitata per gran parte della storia spiega perché la prosperità economica sia così rara – e così recente.
Tuttavia, in tutto il mondo, il diritto di scelta delle donne continua ad essere in pericolo. In alcune aree, invece di andare avanti stiamo tornando indietro. Coloro che fanno campagna per i diritti delle donne sono troppo spesso a continuo rischio di abusi, violenza fisica e arresto. Inoltre, piuttosto che riconoscere la necessità per le donne di avere maggior potere, molti commentatori hanno semplicemente rimosso il problema. Abbiamo spesso l’impressione che le prostitute scelgano liberamente di lavorare nell’industria del sesso, o che le donne che lavorano in nero stiano meglio lì che in altri lavori. La triste verità è che molte semplicemente non hanno la scelta che ci piace pensare che abbiano. Le loro opzioni sono limitate da una società patriarcale – che si traduce in sfruttamento e abusi, limitando le scelte delle donne e, di conseguenza, mettendole con le spalle al muro. Quando si sceglie in queste circostanze, non si è veramente liberi.
Fino a quando le donne non avranno lo stesso potere degli uomini, i modelli e le analisi spesso utilizzati dagli economisti saranno limitati nel loro obiettivo di creare ricchezza. Piuttosto che dare semplicemente per scontata la libertà di scelta, gli economisti devono impegnarsi molto di più ad affrontare il problema della sua mancanza. Non si può essere un vero sostenitore del libero mercato e del capitalismo e, nello stesso tempo, chiudere un occhio sulla (mancanza di) libertà delle donne.

Non importa che tu sia maschio o femmina: se sei un economista o un sostenitore del capitalismo devi essere anche un femminista – ed essere orgoglioso di dichiararlo apertamente.

Dr Victoria Bateman è una storica dell’economia, fellow in Economia al Gonville & Caius College di Cambridge e Fellow del Legatum Institute di Londra.