Abbassare i salari non conviene

Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 29.08.2014

Ogni fine Agosto i banchieri centrali si riuniscono a Jackson Hole (la Cortina delle Montagne Rocciose) per discutere dei problemi economici del mondo. Quest’anno il tema era l’occupazione.
L’intervento del governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi è stato molto equilibrato. Se da un lato ha riconosciuto che fattori ciclici, quali la riduzione di domanda aggregata prodotta dall’austerità fiscale, hanno avuto effetti negativi sull’occupazione, dall’altro ha sottolineato i fattori strutturali. Aprendo la porta per un possibile compromesso politico, Draghi ha detto che i vincoli di bilancio potrebbero essere allentati per quei paesi dell’Europa del Sud che aumentassero la flessibilità del lavoro. Per decidere se l’offerta sia allettante, però, dobbiamo capire cosa si intenda per flessibilità del lavoro. 

Per alcuni è solo sinonimo di un taglio dei salari. Lo dice chiaramente l’economista tedesco Hans-Werner Sinn, molto vicino al Cancelliere Angela Merkel. I salari italiani sono cresciuti di più della produttività dei nostri lavoratori. Non potendo svalutare, per recuperare competitività – sostiene- dobbiamo tagliare i salari nominali. Le regole sul mercato del lavoro oggi lo rendono difficile, quindi dobbiamo cambiare le regole.
Io non penso che sia quello che Draghi ha in mente. Proprio a Jackson Hole, il governatore della Banca Centrale giapponese ha auspicato l’esatto opposto. Lamentando l’eccesso di flessibilità al ribasso dei salari giapponesi, ha chiesto una mano visibile che aiuti ad aumentare i salari. Senza un aumento dei salari, la domanda interna non può crescere, le imprese di conseguenza non sentono il bisogno di investire, e il paese stenta ad uscire dalla deflazione.

Non solo puntare alla riduzione dei salari può influire negativamente sulla domanda aggregata, ma, paradossalmente, ha un effetto ancora più devastante sulla flessibilità vera, ovvero la capacità di riqualificare e riallocare la forza lavoro. Oggi il sindacato, soprattutto in Italia, è impegnato su due fronti: da un lato una sacrosanta difesa dei salari dei lavoratori, dall’altro una difesa a oltranza delle proprie posizione di potere. Quanto più si cerca di comprimere i salari, tanto più il sindacato guadagna consenso e le sue rendite di posizioni diventano inamovibili. Garantendo il salario dei lavoratori e creando un sussidio di disoccupazione che protegga il loro tenore di vita in caso di licenziamento, si toglie al sindacato la sua ragione di forza, forzandolo a cambiare.

Prendiamo ad esempio lo statuto dei lavoratori. Oggi protegge tanto la mansione quanto il posto di lavoro di un dipendente, per evitare fenomeni di discriminazione. Ma un’interpretazione rigida di questo giusto diritto – sostenuta dal sindacato – rende spesso impossibile qualsiasi ristrutturazione, rendendo le imprese incapaci di competere in un mondo che cambia. Purtroppo le prime a non sapere come gestire le risorse umane sono spesso le nostre imprese. Raffronti internazionali evidenziano la nostra arretratezza in questo campo. Da un lato aziende padronali che non sanno come consigliare e far crescere i propri dipendenti. Dall’altro un sindacato che, nato per proteggere dagli abusi, si è spesso trasformato nel peggior nemico di ogni cambiamento.

In teoria, la soluzione sarebbe semplice: basterebbe trattare in modo diverso da un punto di vista legislativo quelle imprese che hanno dimostrato una maggiore professionalità nel gestire le loro risorse umane. Se una persona viene licenziata dopo tre anni di cattiva performance, opportunamente documentata nelle review annuali discusse con l’interessato, non si tratta di discriminazione, ma di un passo necessario per aumentare la produttività. Se invece non c’è traccia di questi feedback annuali, allora ben vengano le protezioni dello statuto.

La competizione cinese non si batte sul costo, ma con la qualità. Invece di usare le riforme come un’ opportunità per comprimere i salari, dobbiamo usarle come un’opportunità per far crescere la professionalità delle nostre imprese. Altrimenti muoiono e … ci perdiamo tutti.

3 pensieri su “Abbassare i salari non conviene

  1. Molto interessante l’idea di premiare le aziende che dimostrano una gestione seria delle risorse umane.
    Ho lavorato per diversi anni in aziende multinazionali sia italiane che americane e posso testimoniare che in questo campo siamo terribilmente indietro rispetto a loro.
    Mi chiedo come mai. E’ un effetto delle eccessive protezioni da parte dello stato e/o dei sindacati oppure una carenza nella preparazione degli HR manager stessi?
    Io ho il sospetto che questo problema si riconduca a quello più generale delle selezione della classe dirigente. Infatti ho notato la stessa arretratezza non solo nell’HR ma proprio nel management in generale.
    Lei che ne pensa?

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  2. ma se a diminuire non fosse il salario netto, ma il salario lordo? ad esempio secondo quanto affermato dal professor Boeri in un libro di qualche anno fa il peso dei contributi pensionistici sul cuneo fiscale è pari al 40% considerando anche il disavanzo previdenziale che ogni anno è pari a circa 10 miliardi di euro e viene coperto dalla fiscalità generale. intervenire ricalcolando le pensioni più alte con metodo contributivo cercando di abbassare la spesa previdenziale di quei 10 miliardi (su 220 annui) sarebbe un intervento logico dal punto di vista economico ed equo dal punto di vista sociale.
    poi per quanto riguarda la questione relativa allo statuto dei lavoratori, il problema non è solo l’articolo 18 (peraltro legato indissolubilmente all’inefficienza cronica del sistema giudiziario) ma anche l’impossibilità di deroga dal contratto nazionale.

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