L’ineluttabilità storica dell’Europa secondo Draghi

Non c’è persona al mondo che ha contribuito di più a mantenere in vita la moneta unica del governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi. Senza il suo “whatever it takes” del luglio 2012, l’euro non sarebbe sopravvissuto, almeno nella sua forma attuale. E non ci sono parole maggiormente pesate di quelle di un banchiere centrale. Quindi, quando Draghi parla, come per esempio il 9 Luglio scorso (http://goo.gl/lI3Uwv), bisogna ascoltare.

L’occasione era la prima lezione in memoria di Tommaso Padoa Schioppa, un europeista convinto. Non sorprende, quindi, che Draghi sia partito dal pensiero di Padoa Schioppa per elaborare una teoria della ineluttabilità non solo dell’Europa, ma di questa Europa.

In forma schematica, la logica di Draghi è la seguente:

1) Libero scambio + libertà dei movimenti di capitali => Cambi fissi

2) Libero scambio + libertà dei movimenti di capitali + Cambi fissi => politica monetaria comune

3) Libero scambio + libertà dei movimenti di capitali + Cambi fissi + politica monetaria comune => politica fiscale prudente

4) Libero scambio + libertà dei movimenti di capitali + Cambi fissi + politica monetaria comune => riforme pro mercato

Premesso che sono un sostenitore sia dei presupposti (libero scambio e libertà dei movimento dei capitali), che delle conclusioni (politica fiscale prudente e riforme pro mercato), sono preoccupato dal tentativo di far passare una scelta politica per una necessità storica. Lo trovo non solo antidemocratico, ma anche pericoloso. Se questa logica viene accettata come vera, ma le conclusioni non sono gradite dalla maggioranza della popolazione, il rischio è che vengano rigettati i presupposti (libero scambio e libertà dei movimenti di capitali), con conseguenze devastanti. Per questo mi sento in dovere di criticare la presunta ineluttabilità di alcune di queste implicazioni.

Partiamo da 1) (Libero scambio + libertà dei movimenti di capitali => Cambi fissi). Non è assolutamente un’implicazione necessaria. Ci sono molti esempi del contrario. Gli Stati Uniti ed il Canada commerciano intensamente, c’è libertà dei movimenti di capitali e non ci sono cambi fissi. Lo stesso vale per il Messico e gli Stati Uniti. Per difendere l’ineluttabilità dei cambi fissi in questo scenario, Draghi cita uno studio del 1944 sui costi della volatilità dei cambi. Ma sono passati 70 anni e la tecnologia ha ridotto molti di questi costi. Per esempio, pagando all’estero con una carta di credito, oggi è possibile avere istantaneamente la certezza del costo del proprio acquisto in valuta domestica.

L’implicazione 2) (Libero scambio + libertà dei movimenti di capitali + Cambi fissi => politica monetaria comune) è vera. Se un Paese vuole mantenere i cambi fissi e la libertà del movimento dei capitali, non può controllare la propria offerta di moneta. Ne parlo anche nel mio ultimo libro.

L’implicazione 3) (Libero scambio + libertà dei movimenti di capitali + Cambi fissi + politica monetaria comune => politica fiscale prudente) è vera solo se si esclude la possibilità di un default. La città di Detroit ha un cambio fisso e una politica monetaria comune con il resto dell’America. Ma non ha certo una politica fiscale prudente. Tanto che oggi è in default. Lo Stato dell’Illinois rischia di fare la stessa fine.

Anche la 4) (Libero scambio + libertà dei movimenti di capitali + Cambi fissi + politica monetaria comune => riforme pro mercato ) non è necessariamente vera. Se fosse automatico che in un’area valutaria comune le istituzioni devono necessariamente adattarsi per rendere competitive le imprese, in 150 anni di area valutaria comune avremmo visto il Sud Italia adattarsi almeno alle condizione del Nord. Così non è stato. Purtroppo c’è un’alternativa logica: il declino. Quello che rischia l’Italia.

Ancora più interessante delle quattro implicazioni logiche presentate da Draghi, è quella non presentata. La teoria delle aree valutarie ottimali di Mundell, che lui ben conosce, ci dice che
5) area monetaria comune => politica fiscale comune
Perché Draghi l’ha ignorata? Forse perché sa che l’implicazione di Mundell vale in entrambi i sensi: senza una politica fiscale comune non è possibile una moneta comune. Questo è il vero problema: si propaganda l’ineluttabilità dell’Europa, ma ci si dimentica che senza una politica fiscale comune, questa Europa non è sostenibile. Chi oggi sostiene l’Europa deve avere coraggio di dirlo e di impegnarsi per rendere questa condizione realtà: altrimenti rischia di diventare corresponsabile del fallimento.

11 pensieri su “L’ineluttabilità storica dell’Europa secondo Draghi

  1. ogni valuta ha un prezzo, il tasso di cambio, se si vuole rinunciare a tale prezzo adottando una moneta unica dobbiamo per forza essere in presenza di una AVO.

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  2. Prof. Zingales buonasera, io mi chiedo ma, se a parlare dell’ineluttabilità storica dell’Europa è proprio il Presidente Draghi, di cui ho grande stima e ne condivido la sua governance della BCE, ciò conforta il mio pensiero, che tale assunto prescinde dai vari tecnicismi, comunque interpretati e suggeriti, legati alla convenienza economica dell’Europa Comunitaria. Quindi, bisogna ricercare le ragioni, di tale necessità, non in mere alchimie economico-finanziarie ma, nelle nostre radici e sulla condivisione dei valori comuni; ergo, prima l’unione dei popoli europei, con particolare riguardo al welfare comunitario poi, tutto il resto. Come ebbi a dichiarare in un precedente intervento, la moneta unica avrebbe dovuto costituire la fase finale dell’integrazione comunitaria, l’atto conclusivo di tale operazione, ancora dopo aver istituito il Fondo partecipativo per l’emissione degli Eurobond; invece, si è pensato bene di anticipare tale evento prima ancora di dotare i popoli europei di politiche comunitarie convergenti ma, anche di politiche fiscali convergenti, senza pensare che i cambi fissi della moneta, finivono per avvantaggiare i Paesi con fiscalità agevolate, innescando una forte tensione competitiva tra aziende di Paesi diversi. Ulteriore motivo di presa di distanza dalla Moneta Unica e di disaffezione per l’Europa Comunitaria. Cordialità, Dott. S.re DeVono – B.A.

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  3. Il tuo è un buon argomento. Ed in effetti il ragionamento che porta il presidente della BCE a intervenire (in sede laterale, diciamo) ha una sua logica ben individuata nel post del professore. Ma il punto è questo: spostando il confine dei suoi legittimi consigli sulla stabilità monetaria e la politica finanziaria, parte del suo mandato espresso, verso il terreno assai più complesso della necessità di un governo politico dell’economia (che per definizione e divisione dei compiti in ogni paese occidentale è appannaggio del governo politico) e/o di una unità politica che protegga le frontiere dalla concorrenza sleale (concordo), arrivando (attenzione) a indicare UNA ricetta di politica economica, fiscale e del lavoro specifica come unica possibile passa il segno. Non è il fatto che parli che lo passa, ma quel che dice. Che poi abbia del sostegno (anzi che parli lui per forzare una situazione in cui altri non possono) mi pare ovvio, ma molto problematico. Ciò che non si può dire in pubblico non merita essere detto direbbe Kant, e una cosa del genere vale per questo discorso fatto dalla bocca sbagliata. In bocca a Juncker ed a Schulz (magari in una conferenza congiunta) sarebbe ancora criticabile nel merito, ma non nella forma. Cioè nella sostanza democratica.
    Però sia chiaro, io concordo che tra le due alternative teoricamente sul campo, della dissoluzione dell’Unione (o almeno dell’euro) e della maggiore integrazione e solidarietà, sia preferibile la seconda. Ma deve essere scelta con consapevolezza politica e per ragioni politiche. Non nella logica TINA. Non per inesistenti “ragioni tecniche”.
    Io preferirei una uscita diversa da quella del professore, ma su una cosa credo di essere in accordo con lui: la strada deve essere decisa in modo consapevole e democratico.

    PS: questa è la mia lettura del suo bel libro, dal quale, forse, si può capire meglio cosa intendo:
    http://tempofertile.blogspot.it/2014/05/luigi-zingales-europa-o-no-sogno-da.html

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  4. 1) E il prezzo giusto?

    2) LA RELAZIONE TRA POLITICA FISCALE E DAFAULT E’ COMPLESSA. NON BISOGNA FORSE DIVIDERE TUTTE LE CAUSE E, POI, RICONGIUNGERLE?

    5) L’Europa è un’area valutaria ottimale?

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  5. Credo che sia utile a comprendere questo discorso di Londra 2014, ascoltare (o leggere) il più articolato discorso fatto da Draghi lo scorso ottobre ad Harvard ( https://europeancentralbank.wordpress.com/2013/10/09/leuropa-cerca-una-unione-piu-perfetta/ ) sugli stessi temi. Cito da quel discorso:
    “Per capire l’UE e l’eurozona è importante comprendere la differenza tra una zona di libero scambio (free trade area) e un vero mercato unico (true single market). Una zona di libero scambio è un accordo parziale e reversibile. Un mercato unico, al contrario, è una unione universale e permanente. Questa distinzione ha implicazioni fondamentali. Essendo un mercato unico universale e permanente, i governi e i parlamenti perdono, sia in linea di principio che per trattato, la capacità di ripristinare i controlli alle frontiere (border controls). Ciò significa che, a differenza di quanto avviene in una una zona di libero scambio, non possono agire da soli per proteggere i loro elettori dalla concorrenza sleale o illecita dall’estero. Tuttavia tale difesa è fondamentale affinchè un mercato funzioni. Non ci può essere libero mercato senza elementi fondamentali di legalità quali la tutela dei diritti di proprietà e l’esecuzione dei contratti. Così, mentre una zona di libero scambio può essere gestita attraverso la cooperazione intergovernativa, un mercato unico necessita di una organizzazione sovranazionale. … ”

    Inoltre Draghi non parla di ineluttabilità dell’Europa, ma cita Locke in tema di effettività della sovranità: *se* si vuole riconquistare una sovranità effettiva, *allora* occorre condividerla a livello europeo. E questa è ovviamente una decisione politica e non tecnica, come politico è stato il processo federativo US.
    Quanto alla necessità della politica fiscale comune, Draghi sa bene, e lo ha detto più volte, che la politica fiscale comune, cioè un bilancio eurozona finanziato da tasse eurozona ecc., richiede un livello di fiducia reciproca che si può riconquistare solo con comportamenti coerenti e rispetto delle regole che ci si è dati. Anche qui c’è un *se* e un *allora* e una ragion politica sottostante.

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  6. Salve Professore,
    lasciando da parte per un attimo il discorso economico, come pensa si possa attuare l’unità fiscale da un punto di vista politico? e quindi non pensa che ciò vorrebbe dire salutare definitivamente Londra? – a mio modo di vedere, e forse anche Suo visto il recente articolo, un errore grave.
    Grazie.

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    • A UK, come agli altri fuori dall’euro, è sempre stata concessa una opt out clause: possono restare fuori purchè non pretendano di porre veti sull’evoluzione del nucleo a legame forte dell’eurozona. In prospettiva si va verso un’EU con due tipi di membership, quella piena di chi partecipa alla EMU e va verso una integraizone sempre più stretta e chi resta in sostanza solo nel mercato unico.

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  7. Anche se io ho personalmente dubbi (e più d’uno) che sia complessivamente un bene per l’insieme dei viventi di razza homo sapiens, ed in specie di quelli pro tempore residenti in occidente, l’attuale forma di (preferendo forme meno estreme o più temperate, per lo più praticate nella storia; di fatto abbiamo “conseguenze devastanti” in ogni direzione dato che siamo ad un cambio di sistema), condivido sia al minimo la conclusione sia, e soprattutto, l’accusa di “far passare una scelta politica per una necessità storica” come azione antidemocratica.
    Sottolineo ulteriormente che chi lo fa non ha adeguata legittimazione per parlare di questi temi. Dovrebbe tacere.

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    • E perché mai Draghi non avrebbe legittimazione a parlare di questi temi? In che circostanza avrebbe perso il diritto alla libera espressione del suo pensiero, quando tale diritto è concesso a qualsiasi imbecille?

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      • Per lo stesso motivo per il quale un magistrato non può intervenire in una polemica sulle sue sentenze, perchè sta svolgendo un alto compito istituzionale che gli dà un potere particolare. Non è Mario Draghi a non poter chiedere modifiche dell’agenda politica, è il Presidente della BCE che non lo può fare. Perchè non “suona” affatto come l’espressione del pensiero di un qualsiasi imbecille, ma come una forte pressione. Qui, veramente, stiamo perdendo ogni parametro di equilibrio.
        PS: quando nel mio commento scrivo …l’attuale forma di … è caduta una parte della frase che era tra virgolette basse. C’era scritto “libero scambio + libertà di movimento dei capitali”.

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      • Se fai questi paragoni vuol dire che hai idee davvero confuse sul ruolo attribuito alla BCE e al suo presidente nelle istituzioni europee: non solo la BCE partecipa alle riunioni dell’eurogruppo e dell’econfin e ai summit (è stata famosa la ‘lezione’ fatta da Draghi ai capi di stato e di governo sugli unit labour costs a un euro summit 2013), ma esprime pareri e dà contributi su tutte le questioni europee che coinvolgono temi di politica monetaria e stabilità finanziaria (es. recentemente sull’assetto dell’unione bancaria, Draghi è persino arrivato a parlare di BCE alleata al parlamento EU, di fatto contro la soluzione proposta dal Consiglio in tema di SRM). E forse non sai che nel 2012 i 4 presidenti (di Consiglio, BCE, Commissione ed Eurogruppo) sono stati formalmente richiesti dai leaders politici di stilare un report “Towards a genuine economic and monetary union” cioè precisamente una road map per la futura evoluzione degli sviluppi istituzionali EU. Eccolo: http://ec.europa.eu/economy_finance/crisis/documents/131201_en.pdf
        “This report sets out a vision for the future of the Economic and Monetary Union and how it
        can best contribute to growth, jobs and stability. The report proposes to move, over the next decade, towards a stronger EMU architecture, based on integrated frameworks for the financial sector, for budgetary matters and for economic policy. All the se elements should be buttressed by strengthened democratic legitimacy and accountability. … ”
        Quindi al presidente della BCE nelle istituzioni EU è formalmente conferito non solo un diritto di parola su questi temi, ma il ruolo di dare consigli di cui si tiene conto. E puoi star certo che Draghi non ha parlato a caso di coordinamento comune delle riforme strutturali: sa che sulla cosa ha sostegno.

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