Cosa ho imparato a Scampia

Ho già spiegato perché sono andato a presentare “Europa o no” a Scampia.
Non ci sono andato da insegnante, ma da studente: volevo imparare come si può migliorare partendo dalle condizioni più avverse. Non sono rimasto deluso.
La libreria Marotta&Cafiero è localizzata all’interno dell’Istituto Alberghiero Vittorio Veneto, a fianco delle “Vele”, le case popolari rese tristemente famose dal film Gomorra. Di fronte alla scuola c’è solo uno squallido piazzale con un mercatino di oggetti talmente decrepiti da far sospettare che si tratti solo di una copertura per il traffico di droga. Scampia – mi dicono – è il quarto mercato della droga in Europa, un primato di cui farebbero volentieri a meno.

La scuola, però, è un’ isola felice. Grazie agli sforzi dei docenti e degli studenti i muri sono dipinti di colori sgargianti, che ispirano speranza. Nei corridoi c’è un forte odore di pesto, che mi mette l’acquolina in bocca

L’istituto è dotato di due moderne cucine, ma non grazie al ministero (che aveva creato un istituto alberghiero senza i fondi per delle cucine), bensì all’inventiva degli insegnanti. Una cucina è stata ottenuta da un albergo in fase di demolizione. L’altra attraverso lo storno di fondi europei di sviluppo. Non so se essere felice del contributo dell’Europa, o triste del fatto che c’è voluto un burocrate intraprendente per stornare i fondi europei verso il loro uso più produttivo: qui i ragazzi stanno imparando un mestiere.

Gli spaghetti alla chitarra che assaggio sono molto buoni e così i profiteroles. Chiedo alla preside chi paga per il cibo che viene cucinato (c’era anche una meravigliosa orata che veniva saltata in padella per esercitare i camerieri alla filettatura). Con mia sorpresa scopro che sono i ragazzi stessi: 150 euro all’anno, una cifra che molti fanno fatica a pagare. Per sostenere i meno abbienti, gli insegnanti si impegnano a consumare ogni giorno il pasto preparato dagli studenti, pagandolo di tasca propria!
Tra i ragazzi vige la disciplina più ferrea. Alcuni studenti vestono la divisa da maggiordomo, altri da cameriere, altri ancora da cuoco. Le divise sono in ordine. Nonostante la temperatura, i cuochi mantengono rigorosamente in testa il cappello da chef. I ragazzi sono molto presi dal loro ruolo.

Domando alla preside il segreto di cotanto successo. Con un sorriso modesto mi dice che è semplice: basta far rispettare le regole. Ma poi aggiunge: “i primi a dover rispettare queste regole siamo noi docenti: dobbiamo dare il buon esempio.” Mi verrebbe da proporla per ministro della pubblica istruzione.
Poi cerco di provocarla chiedendole: allora adotta la politica di tolleranza zero come Rudolph Giuliani? Ma la sua risposta è molto più saggia della mia domanda: “Tolleranza zero per le regole sensate. Ma quando si tratta di riammettere i ragazzi a scuola, siamo flessibili. La legge vorrebbe che dopo cinque giorni ci fosse obbligatoriamente un certificato medico. Ma come puoi cacciare indietro un ragazzo che vuole venire a scuola? Gli fai i ponti d’oro.” Dovrebbe veramente diventare ministro!

La lezione è molto chiara. Per cambiare è necessaria una leadership illuminata, che dia il buon esempio. È necessario far rispettare le regole: poche e sensate. Ed è necessario uno spirito di compartecipazione. Il Vittorio Veneto non ha aspettato l’aiuto dall’alto: la preside e tutto il corpo docente hanno preso il destino nelle loro mani e hanno forzato il cambiamento, pagandone il prezzo in prima persona. I ragazzi hanno seguito l’esempio. Il risultato è fantastico.
Se è fattibile a Scampia, è possibile in tutta l’Italia. Cambiare si può. Basta volerlo.

3 pensieri su “Cosa ho imparato a Scampia

  1. L’ha ribloggato su sdevonoe ha commentato:
    Buongiorno Prof. Zingales,
    ho appena letto la Sua comunicazione o meglio riflessione circa l’esito del Suo soggiorno a Scampia; dove è emersa l’Italia migliore, quella che il sottoscritto auspica. Rispetto delle regole si ma, soprattutto è emerso il buon senso; si, “buon senso” questa frase magica, che dovrebbe essere “virale”, per usare un termine molto in voga ultimamente, e poi tanta voglia di fare a prescindere; ne sono rimasto colpito positivamente e fiducioso sul futuro di questa realtà, dell’Italia ma, soprattutto dell’Europa comunitaria, se questo esempio di rivalsa su un contesto difficile riesce ad essere esportato in tutti i contesti difficili e periferici dell’Italia e dell’Europa comunitaria. Valido esempio di Europa sociale, solidale e operosa, contrapposto all’Europa dei meri contesti numerici e dei pochi cinici burocrati dei mercati e dei capitali.
    Cordialità, S. DeVono

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  2. E intendo per normalità la meritocrazia e per assoluzione a prescindere la peggiocrazia, i miracoli sono quelle eccezioni fortunate di meritocrazia tanto inusuali che appunto sono valutate miracoli e non merito purtroppo

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  3. Giusto l’elogio per chi fa e dimostra non solo volontà ma anche capacità ma ciò mette ancor più in evidenza la mancanza di capacità e responsabilità di chi avrebbe dovuto fare e non ha fatto e che non ne risponderà mai in un paese dove non esiste la normalità ma piacciono molto i miracoli e le assoluzioni prescindere.

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