Why I support an Italian Tarp, but I opposed the U.S. one

Some attentive readers have been surprised by the fact that I have come out in favor of an Italian version of Tarp, when I was one of the main opponents of the original U.S. Tarp. It is a very legitimate question, which deserves an answer longer than 140 characters.

In September 2008, I strongly voiced my opposition to the initial version of Tarp, which was designed to buy the toxic assets from the troubled banks. Together with some colleagues I launched a very successful petition against it and I proposed a debt for equity swap of the major banks, what is now known as “bail in”. I did it because I knew that all the major U.S. banks had enough widely held bonds to absorb the loss without generating a panic among investors. I was also confident that the federal insurance of deposits was strong enough to prevent devastating bank runs.

Unfortunately, neither of these conditions is present in Italy today. Italian banks – in particularly smaller ones—placed their bonds in the hands of retail depositors. There are several allegations that this placement took place in violation of the existing norms. What it is certain is that it took place with complete disregard of the clients’ well-being. Banks routinely let people of modest means invest all their savings in one bond of one bank. It does not to take an economic model to understand the human suffering that such bail in would cause, as recent suicides among affected Italian investors show. But for those who care only about models, Oliver Hart and I have shown (see here) why the welfare effects produced by a banking crisis are greater if the loss is allocated to retail depositors, who have high liquidity needs.

In addition, in Europe deposits are not federally insured. Thanks to the German government, who reneged on a promise made four years ago, the banking union started without federal insurance. Since the Italian sovereign cannot credibly guarantee all Italian deposits, the risk of a generalized bank run in Italy following a bail in is very high.

Last but not least, there is a huge difference between a sovereign country like the United States and a country that is part of a monetary union, like Italy. U.S. retail depositors, who want to withdraw their deposits from a risky bank but keep them in U.S. dollars, can only move them to another U.S. bank. Thus, in a crisis the total amount of U.S. deposits would not shrink, it would only be reallocated. In Italy, customers can move their deposits to Germany. The results would be a net reduction of deposits in Italy, with devastating consequences on the Italian banking sector’s ability to fund loans to the economy.

For all these reason I reluctantly came to the conclusion that the Italian state should intervene to save the banking sector and I tried to design (see here) a system that minimizes the risk for taxpayers and the bail out for bankers. I am very open to suggestions to make this system better, provided they do not violate these three goals: stabilize the banking system, minimize the cost for taxpayers, and punish all those responsible of misconduct.

Perché il TTIP è sempre più impopolare

Articolo pubblicato su L’Espresso

Nel 1993 il presidente Clinton all’inizio del suo primo mandato creò una coalizione trasversale ai partiti per far approvare il trattato di libero scambio del Nord America (NAFTA), contro l’opposizione dei sindacati e del populista Ross Perot. Nonostante le bieche previsioni dei critici, seguirono molti anni di forte crescita.

Quest’anno il presidente Obama sta cercando di fare lo stesso con il trattato di libero scambio transatlantico (TTIP). Ma è alla fine del suo secondo mandato, ha l’opposizione dichiarata di tutti i candidati presidenziali rimasti, compresa Hillary Clinton che inizialmente si era schierata a favore, e sta incontrando una forte resistenza anche in Europa (la maggioranza dei tedeschi è contraria). È forse un segno del populismo crescente?

Non necessariamente. Tradizionalmente, i trattati di libero scambio riducevano le tariffe doganali. Ma oggi tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea queste tariffe non esistono quasi più. Quelle più importanti sono le barriere non tariffarie. Ed è qui che si concentra il TTIP. Ma dove finisce una regola a protezione dell’ ambiente e dove comincia una barriera tariffaria?

In questo senso, un aspetto positivo del TTIP è l’apertura forzata degli appalti governativi ai concorrenti stranieri. Questo ridurrà la spesa pubblica da entrambi i lati dell’oceano. Trova molto più opposizione, invece, il meccanismo di risoluzione delle controversie stato-imprese (ISDS) contenuto nel trattato. Il TTIP vorrebbe trasferire tutte le controversie ad arbitrati inappellabili, al di fuori delle corti dei singoli paesi. Questo meccanismo è spesso usato nei trattati bilaterali con i paesi in via di sviluppo, dove gli investitori esteri non si fidano dell’imparzialità delle corti locali. Ma quale ne sarebbe la funzione tra Stati Uniti ed Europa? La paura è che elimini totalmente la capacità di uno stato di scegliere regole diverse dagli altri. Per esempio, Vattenfall, una società di energia svedese, ha fatto causa al governo tedesco che aveva deciso di chiudere tutte le centrali nucleari dopo Fukushima. Col nuovo meccanismo Vattenfall avrebbe vittoria facile, perché la decisione di proibire il nucleare può configurarsi come restrizione al commercio internazionale. In ballo, però, non c’è tanto il libero scambio, ma il concetto di sovranità nazionale. A volte questa sovranità è abusata o serve a difendere i privilegi di pochi. Ma non per questo la soluzione migliore è una totale rinuncia.

L’ISDS non piace neanche alle piccole e medie imprese. Temono che solo le grandi multinazionali abbiano le risorse di intentare queste cause contro stati esteri. Questo concederà loro un vantaggio. Da qui la crescente opposizione al TTIP in Germania, un paese non certo contrario alla globalizzazione, ma ricco di piccole e medie imprese.

Ma quello che rende il TTIP impopolare è la segretezza che lo circonda. Una certa riservatezza nella fase iniziale di negoziazione era comprensibile, ma nella fase di approvazione la segretezza del contenuto è assolutamente antidemocratica e favorisce le peggiori interpretazioni. D’altra parte lo stesso Adam Smith, padre della scienza economica, scriveva: “Raramente la gente dello stesso settore si ritrova insieme, anche solo per motivi di svago e di divertimento, senza che la conversazione finisca in una cospirazione contro l’interesse pubblico o in un qualche espediente per aumentare i prezzi.” Perché dovrebbe essere diverso con il TTIP?

Il TTIP riguarda più la protezione degli interessi delle imprese negli altri stati, che il libero scambio per sé. Essere critici del TTIP, quindi, non vuol dire essere contro la globalizzazione: anche Jagdish Bhagwati, un economista internazionale famoso per le sue posizioni liberiste, ha espresso le sue riserve. Essere critici del TTIP vuol solo dire essere consapevoli che l’interesse commerciale dei grandi gruppi non coincide necessariamente con l’interesse nazionale e che la trasparenza è una condizione necessaria (anche se purtroppo non sufficiente) affinché il processo democratico riduca la differenza tra i due.

Il sonno del regolatore genera mostri

Articolo pubblicato l’1.05.2016 su “Il Sole 24 Ore” con il titolo “Ciclone Lehman e il mercato scopre il valore delle regole”

Il sonno del regolatore genera mostri. Questo titolo descrive gli anni zero del XXI secolo, il decennio che ci ha mostrato quanto gravi possano essere i danni della finanza deviata. Il XX secolo si era chiuso nell’entusiasmo generale. Alla rivoluzione digitale si era accompagnata quella finanziaria. I flussi di capitale verso i Paesi emergenti sostenevano la crescita in Cina e India. L’euforia di Borsa aveva scatenato la creazione di nuove imprese, non solo in America, ma anche nella vecchia Europa. I banchieri centrali ci illudevano di aver il mondo sotto controllo. Non a caso quel periodo fu chiamato la grande moderazione.

Era la calma prima della tempesta. Nel decennio successivo gli scandali contabili di Enron e WorldCom, quelli finanziari di Bear Stearns e Lehman, le tensioni nell’eurozona ci hanno lasciato un mondo in crisi economica, ma ancora più in crisi di fiducia. Si guarda ancora ai banchieri centrali, sperando che possano condurci fuori da questa tempesta, ma non c’è più fiducia che lo sappiano (o lo possano) fare. A cosa si deve cotanto disastro?

La risposta ci viene dalla firma più prestigiosa che il Sole abbia mai avuto: Luigi Einaudi. Nelle sue «Lezioni di Politica Sociale» il nostro rimpianto Presidente ci spiega che il mercato ha bisogno del carabiniere. Senza un’autorità che faccia rispettare le regole, il mercato non funziona. Tantomeno la finanza. Nel primo decennio del XXI secolo i carabinieri della finanza si sono assopiti (per non dire che sono stati messi a dormire dagli stessi finanzieri).

La crisi americana del 2008 non può essere spiegata in altro modo. Centinaia di migliaia di mutui falsi, fatti a persone inesistenti o che non avrebbero mai potuto rimborsarli, sono stati venduti come oro agli investitori di tutto il mondo, sotto gli occhi compiacenti di tutti i regolatori, pubblici e privati. Per moltiplicare i guadagni, si è fatto un uso smodato della leva finanziaria, lasciando alle banche stesse il compito di monitorare il proprio rischio. Quando poi la frode è cominciata a venire a galla, il sistema finanziario americano è entrato in crisi, con ripercussioni a livello mondiale.

Per l’Europa, però, la crisi di Lehman è stata solo la scintilla che ha fatto esplodere una bomba di produzione nostrana. Invece dei mutui falsi, le banche europee si erano specializzate nel rifilare derivati e titoli strutturati nel portafoglio dei Comuni e dei pensionati, sotto l’occhio compiacente dei regolatori. Non solo in Italia. Basta leggere su promarket.org le cronache di un ex-banchiere londinese. Ammette che una delle strategie della sua banca era «approfittare delle debolezze dei nostri clienti». Ma le banche europee si sono dedicate anche ad un’altra attività pericolosa: prestiti ai Paesi del Sud Europa. Questa attività non è solo stata tollerata dai regolatori: è stata incoraggiata. Le regole di Basilea, come applicate dall’Unione europea, prevedevano che tutti i debiti sovrani dell’Ue dovessero essere considerati come attività prive di rischio. Perché dunque preoccuparsi della solvibilità dei Paesi?

Come per l’America, così anche per l’Europa, la realtà a lungo occultata è poi esplosa in tutta la sua violenza. Il decennio si chiude con la crisi greca e il peggior intervento di salvataggio mai effettuato dal Fondo monetario internazionale. Insieme alla Banca Centrale Europea e all’Ue, che volevano coprire i loro errori passati (e salvare le banche francesi e tedesche), il Fmi presta alla Grecia i soldi per ripagare le banche europee, pur sapendo che quei prestiti non potranno essere mai restituiti. Questo innesca non solo una crisi economica in Grecia, ma una crisi di fiducia nell’euro, che si ripercuote sull’economia di tutto il continente e si trasforma poi in crisi politica.

Cinque anni dopo è difficile prevedere quali saranno le conseguenze ultime di questa crisi. Ma non ci devono essere dubbi su dove questa crisi è cominciata: non nelle stanze di Lehman o in quelle del governo greco, ma nelle stanze di chi, dovendo controllare, non lo ha fatto.

La rabbia dei bianchi è benzina per Trump

Articolo pubblicato su L’Espresso

Il miliardario è molto popolare tra coloro che più hanno pagato la crisi economica. Ma la sua ricetta non li favorirà. E farà aumentare il deficit.

Un comizio di Donald Trump a Chicago è stato rinviato per disordini. A S. Louis si è tenuto nonostante i tafferugli. In North Carolina un sostenitore di Trump ha sferrato un pugno in faccia ad un manifestante di colore che veniva allontanato dalla polizia. Gli Stati Uniti non sperimentavano questo livello di violenza politica dalla lotta per i diritti civili dei neri. Ad essere arrabbiati, però, questa volta sono i bianchi. In un sondaggio dello Stigler Center (che io dirigo) dell’Università di Chicago, si vede che – per dato livello di reddito – i bianchi sono più arrabbiati per la situazione economica di quanto lo siano i neri. Tra i livelli di reddito basso (tra i 10 e i 25 mila dollari) il 46 per cento dei bianchi si dichiara arrabbiato o molto arrabbiato. Solo il 30 per cento dei neri risponde in questo modo. Lo stesso divario si presenta, anche se a livelli inferiori, tra i più ricchi (tra i 100 e i 200 mila dollari): il 30 per cento dei bianchi è arrabbiato, contro il 17 dei neri. Questa rabbia non è un fatto nuovo: nel 2012 gli arrabbiati erano il 47 per cento della popolazione, contro il 36 di oggi. Ma nel 2012 nessun candidato era riuscito a impersonare questa rabbia, oggi c’è Trump.

La rabbia dei bianchi meno abbienti nasce dalla disperazione. La competizione internazionale ha ridotto il loro reddito, mentre il progresso sociale – che ha introdotto maggiore parità razziale – ha ulteriormente minato le loro prospettive di mobilità sociale. Si sentono perduti e per questo sono attirati dalla prospettiva di un leader forte come Trump. Il suo slogan – rendi l’America di nuovo grande – è un messaggio in codice per i bianchi frustrati, suona come “riprendiamoci il potere dopo otto anni di presidenza di un nero”.

Slogan a parte, però, non è chiaro cosa Donald Trump voglia fare per eliminare il malcontento alla base di questa rabbia. Né il magnate si è sprecato molto a spiegarlo, limitandosi ad una sorta di “ghe pensi mi” di berlusconiana memoria. A differenza di Berlusconi, però, Trump non è entrato in politica per difendere le proprie aziende o ripararsi da possibili problemi giudiziari. Quindi se volesse potrebbe diventare il tribuno del popolo bianco arrabbiato. Ma lo vuole?

A giudicare dalla riforma fiscale proposta sembra di no. Trump vorrebbe portare l’aliquota per le imprese al 15 per cento e quella massima per le persone fisiche al 25, una riforma che favorirebbe i ceti più abbienti aumentando il deficit fiscale di quasi il 7 per cento del Pil.
Molto più indirizzata agli interessi della sua base elettorale è la politica commerciale. Dalle tariffe sulle importazioni cinesi, al muro contro gli immigrati, Trump vuole rallentare se non invertire il processo di globalizzazione. Le sue proposte rischiano di innescare una spirale protezionista in tutto il mondo, come accadde negli anni Trenta. Anche riuscendo ad evitare questa spirale, l’effetto complessivo sull’economia americana sarebbe negativo: le tariffe sull’import farebbero lievitare i prezzi, riducendo i salari reali dei lavoratori. A beneficiarne sarebbero solo poche categorie di operai, che vedrebbero ridursi il rischio di perdere il posto di lavoro. Ma questa è proprio l’essenza del populismo radicale: pur di favorire i ceti popolari è disposto a sacrificare il benessere complessivo.

Anche la politica estera isolazionista di Trump andrebbe a favore della sua base elettorale, che fornisce all’esercito la stragrande maggioranza di soldati (e di caduti). Se l’isolazionismo si traduce anche in una riduzione delle spese militari, il deficit fiscale verrebbe ridotto, ma mai abbastanza: il taglio delle imposte è più di due volte l’intera spesa per la difesa.

Per favorire le prospettive di reddito della sua base elettorale Trump potrebbe anche aumentare la spesa per infrastrutture: le costruzioni impiegano molta manodopera poco qualificata. Così facendo Trump finirebbe per favorire anche se stesso e le sue imprese di costruzioni, ma andrebbe ad accentuare il problema del deficit.
Deficit a parte, non penso che le politiche economiche di Trump avrebbero effetti devastanti sull’economia americana. Li avrebbero però per gli equilibri politici mondiali, a cominciare dal Medio Oriente. A perderci saremmo soprattutto noi europei.

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A Chicago c’è un agente che denuncia la polizia

Articolo pubblicato su “L’Espresso”

Un ragazzo balzella allegro per strada la sera. Una macchina della polizia gli viene incontro. Scende un agente e gli spara due colpi di pistola a freddo. Il ragazzo rantola a terra, ma il poliziotto continua a sparare finché non esaurisce il caricatore. Non è una scena tratta da un film. È Chicago, 20 ottobre 2014. Se non fosse per un video, non avrei mai creduto che un episodio così potesse accadere oggi, nella città in cui vivo, a pochi isolati dalla mia abitazione.

Molti sostengono che questo è il prezzo che dobbiamo pagare per mantenere l’ordine. A Chicago la polizia ha vita difficile. Negli ultimi 10 anni sono morti in servizio 14 poliziotti. La polizia ha diritto di difendersi, ma nella scena registrata il ragazzo non aveva che un coltello e non rappresentava alcuna minaccia per gli agenti, a maggior ragione dopo che i primi due colpi di pistola lo avevano steso a terra. Non tranquillizza che l’agente che ha sparato avesse una storia di violenza e razzismo alle spalle, troppo a lungo tollerata.

È possibile avere una polizia che funzioni, ma non commetta abusi? Questo dilemma non è presente solo nella polizia, ma in tutte le organizzazioni che devono soddisfare dei vincoli nel raggiungimento dei loro obiettivi. È possibile fare profitti senza inquinare, senza corrompere, senza mettere a repentaglio la vita degli operai? Per quanto ci vogliano fare credere il contrario, la risposta è affermativa, anche se è molto più facile, soprattutto nel breve periodo, fare profitti ignorando i vincoli. Nel lungo periodo, però, i costi si pagano. Oggi Chicago è meno sicura proprio a causa delle reazioni violente contro gli abusi della polizia.

Per incorporare questi vincoli all’interno di un’organizzazione è necessario un forte impegno da parte dei vertici. Con un messaggio chiaro e un sistema di incentivi e punizioni coerente con questo messaggio, qualsiasi organizzazione si adegua. Per esempio, qualche anno fa i vertici di Eni decisero di migliorare la sicurezza del lavoro. Questo tema divenne il primo argomento trattato in ogni business review e il record sulla sicurezza fu inserito nella determinazione dei bonus annuali. Nel giro di due anni gli incidenti mortali si ridussero del 50%.

Nell’inglese BP, invece, fino al 2010 i vertici enfatizzavano la riduzione dei costi. Non è un caso che – tra l’esplosione della raffineria di Texas City e il disastro della piattaforma Deepwater Horizon – BP abbia uno dei peggiori record in termini di incidenti. E non ci ha neppure guadagnato. Il costo di questi disastri ha messo a rischio la sopravvivenza stessa della società.
Questa prospettiva capovolge le responsabilità. La colpa degli abusi, dell’inquinamento, della corruzione, non è solo di alcune mele marce, ma dei vertici che hanno tollerato (o peggio istillato) un certo tipo di cultura. Prendiamo ad esempio il caso di Stefano Cucchi, il ragazzo morto in carcere a Roma nel 2009. Secondo le ultime rivelazione dell’ex moglie di uno dei carabinieri, questi avrebbe raccontato di quanto si erano «divertiti a picchiare quel drogato». Se fosse vero, non si tratterebbe di un incidente, ma dell’inevitabile risultato di un esprit de corps che tollera, se non addirittura induce, questi abusi. Se questa cultura esiste, la responsabilità è dei vertici. Per accertarla basta analizzare i record dei rimproveri e delle punizioni: quante volte hanno punito un abuso da parte di un poliziotto? Quanto volte hanno tollerato o addirittura favorito una cultura del silenzio?

Lorenzo Davis è un poliziotto di Chicago che, dopo 23 anni di onorato servizio, ha deciso di combattere gli abusi della polizia. Sa quanto sia importante la sicurezza – ha perso un collega in uno scontro a fuoco in cui lui stesso ha ucciso un delinquente – ma ha capito che la cultura dell’omertà non protegge la polizia: protegge solo chi abusa del potere nelle mani della polizia. La sua testimonianza ha fatto saltare il capo della polizia di Chicago e sta mettendo a rischio la poltrona del sindaco. Anche in Italia c’è un disperato bisogno di un Lorenzo Davis.

Why we need an “Italian TARP” / Perché servirebbe un “TARP all’Italiana”

Articolo pubblicato il 20.01.2016 su “Il Sole 24 Ore”

While Monte Paschi and Carige’s securities are plummeting (-46.8% and -38.3% YTD, respectively) and the Consob Chairman is railing against alleged speculators supposedly responsible for everything, the Minster of the Treasury is desperately trying to move more quickly to solve the problem of bad debts. Uncertainty is an investor’s worst enemy.

Uncertainty about the extent of banks’ losses creates more damage than those losses, crippling markets and blocking the possibility of loans. To solve this same problem back in September 2008, the United States Secretary of the Treasury, Paulson, launched TARP (Troubled Asset Relief Program), a government program of $700 billion to buy toxic assets from banks, much like the first version of the “bad bank” plan proposed by Padoan. Back then bank stocks were being brought down by the notorious toxic subprime securities, not loans, but the problem facing Paulson was not that different from the one now plaguing Padoan. As with the crisis in the USA, the problem is not just with some banks, but a general problem, that is likely to involve the entire banking system. This is not just a problem for bankers. If banks are in crisis, they do not lend, and if they do not lend then it’s difficult to restart the economy.

Despite support from the establishment in both parties, the first version of TARP was rejected in the House of Representatives. Only after many transformations was the program approved. There are doubts about how much state intervention has served to revitalize loans to the economy, but it has certainly helped to stabilize the banks, avoiding an even deeper crisis. It’s much more difficult to calculate the political consequences. The populist wave that supports the nomination of Trump and Cruz on the one hand, and Sanders on the other, was formed by popular opposition to the TARP bank bailouts. What can we learn from the American experience?

First of all, it’s important to understand that in TARP as well as in our “bad bank” plan, there are mixed objectives: to boost the economy, and to transfer losses from bad loans to the community. The first is a commendable goal, the second is an opportunistic form of “rent-seeking” by the bankers. Unfortunately, it’s not easy to achieve the first objective without contributing in some way to the second. It’s important that aid to banks be collateral damage that should be minimized, not the primary objective.

For this to happen, you need to be very clear about the immediate objective of the intervention: to recapitalize banks. If that is the goal – as it was for TARP – there are many ways to achieve it. Overpaying for their bad loans is not the best method, it’s not even the cheapest one. It is only advantageous in hiding transfers of money to banks from the voters. Instead of fostering approval, this deception caused American voters to suspect that the intervention was solely aimed at transferring money to banks, hence the reaction.

Minister Padoan’s new plan to buy the bad debts at market value with a guarantee from the Cassa Depositi e Prestiti is likely to have the same effect. Market prices for these claims do not exist, just look at Banca Etruria, which sold some problem loans at book value (around 40% of face value) a few days before the Bank of Italy valued the rest of its problem loans to 17.5%. Which is the true market price? It depends on the quality of the loans and the nature of the guarantees. So there is no market price, but instead there are many–too many–different prices for the purchase of loans in bulk. Due to these difficulties, Paulson ended up abandoning the idea of buying toxic assets, and instead preferred to “force” banks to make capital increases underwritten by the Treasury. The investments were made in preferred shares without voting rights and with sufficient restrictions to push healthy banks to raise more capital on the market. The mechanism worked. Not only was the banking system stabilized, but the US Treasury ended up earning a profit on these investments.

The Italian Treasury should do the same, perhaps through the Cassa Depositi e Prestiti. Give the banks a choice: either you can collect another XX percent of venture capital on the market or that venture capital needed to stabilize the banks and restart lending can be given to you by the state, with some conditions. First, prohibit paying dividends for at least three years. Second, completely replace management. Third, make liability action mandatory in all cases where there is evidence of poor management, or loans in conflict of interest. Fourth, put in place new rules to prevent conflicts of interest from occurring in the future.

Obviously we will be told that it is impossible because Brussels will never allow this type of intervention. But if Brussels allows the Cassa Depositi e Prestiti to offer guarantees at very ambiguous prices, how can it prohibit the Cassa from carrying out these stock investments.  Objections will also come from those who fear nationalization of the banking system. This risk is serious. But there’s only one thing worse than nationalization of banks: a socialization of losses, when profits remain private. And this is what will happen with the government’s “bad bank” program. With the above proposed Italian version of TARP, however, the government would kill two birds with one stone. One the one hand, it makes the banking system more solid, avoiding many of the risks that have been talked about in recent days. On the other hand, it would promote improved bank governance, one of the most obscure parts of our economy.

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Mentre i titoli di Monte Paschi e Carige scendono a picco (rispettivamente -46,8% e -38,3% dall’inizio dell’anno) e il presidente della Consob si scaglia contro i presunti speculatori responsabili di ogni male, il ministro del Tesoro cerca disperatamente di accelerare i tempi per risolvere il problema delle sofferenze bancarie. Il peggior nemico degli investitori è l’incertezza.

L’incertezza sulle entità delle perdite delle banche crea più danno delle stesse perdite, paralizzando i mercati e bloccando la possibilità di prestiti. Per risolvere lo stesso problema nel settembre 2008 il Ministro del Tesoro degli Stati Uniti Paulson lanciò Tarp (Troubled Assets Relief Program), un programma governativo di 700 miliardi di dollari per comprare titoli tossici dalle banche, molto simile alla prima versione della “bad bank” proposta da Padoan. Allora a far crollare i titoli bancari negli Usa erano i famigerati titoli tossici subprime e non i prestiti, ma il problema che Paulson si trovò ad affrontare non era diverso da quello che oggi assilla il nostro Padoan. Come nel caso della crisi Usa, non si tratta di un problema di alcune banche, ma di un problema generale, che si manifesta prima laddove è più acuto, ma che rischia di coinvolgere l’intero sistema bancario. E non è solo un problema dei banchieri. Se le banche sono in crisi, non prestano e se non prestano è difficile che l’economia riparta.

Nonostante il sostegno da parte dell’establishment di entrambi i partiti, la prima versione di Tarp fu rigettata alla Camera dei Rappresentanti. Solo dopo molte trasformazioni il programma fu approvato. Ci sono dubbi su quanto l’intervento statale sia servito a rilanciare i prestiti all’economia, ma certamente ha contribuito a stabilizzare le banche, evitando una crisi ancora più profonda. Molto più difficile da calcolare sono le conseguenze politiche. L’ondata populista che sostiene la nomina di Trump e Cruz da un lato e di Sanders dall’altro si è formata proprio nell’opposizione popolare al salvataggio delle banche tramite Tarp. Che cosa possiamo imparare dall’esperienza americana?

Innanzitutto è importante capire che tanto in Tarp quanto nella nostra bad bank si mischiano due obiettivi: rilanciare l’economia e trasferire parte delle perdite derivanti da cattivi prestiti alla comunità. Il primo è un obiettivo meritorio, il secondo è una forma opportunistica di “rent seeking” da parte dei banchieri. Purtroppo non è facile raggiungere il primo obiettivo, senza contribuire in qualche modo al secondo. Ma è importante che l’aiuto alle banche sia un danno collaterale, che si vuole minimizzare, non l’obiettivo primario della manovra.

Affinché questo avvenga è necessario essere molto chiari sull’obiettivo immediato dell’intervento: ricapitalizzare le banche. Se questo è l’obiettivo – come lo fu per Tarp -, ci sono molti modi per conseguirlo. Strapagare per i loro crediti inesigibili non è il metodo migliore, non è neppure quello più economico. Ha il solo vantaggio di nascondere agli occhi degli elettori il trasferimento di soldi alle banche. Invece di favorirne l’approvazione, questo inganno suscitò negli elettori americani il sospetto che la manovra fosse unicamente mirata a trasferire soldi alle banche, di qui la reazione.

Il nuovo piano del Ministro Padoan di far acquistare le sofferenze a «prezzi di mercato» con una garanzia della Cassa Depositi e Prestiti rischia di avere gli stessi effetti. I prezzi di mercato per questi crediti non esistono, basta vedere Banca Etruria che ha venduto alcuni crediti incagliati al valore di bilancio (intorno al 40% del valore facciale) pochi giorni prima che la Banca d’Italia valutasse il resto dei suoi crediti incagliati al 17,5%. Qual è il vero prezzo di mercato? Dipende dalla qualità dei crediti e dalla natura delle garanzie. Quindi non esiste un prezzo di mercato ma molti, troppi prezzi diversi per un acquisto dei crediti in massa. Proprio per queste difficoltà Paulson finì per abbandonare l’idea di acquistare i titoli tossici e preferì “costringere” le banche a fare degli aumenti di capitale sottoscritti dal Tesoro. Gli investimenti furono fatti in azioni privilegiate senza diritto di voto e con sufficienti restrizioni da spingere le banche sane a raccogliere più capitale sul mercato. Il meccanismo funzionò. Non solo il sistema bancario fu stabilizzato, ma il Tesoro americano finì perfino col guadagnare da questi investimenti.

Lo stesso dovrebbe fare il Tesoro italiano, magari attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. Mettere le banche di fronte alla scelta: o raccogliete un altro XX percento di capitale di rischio sul mercato o questo capitale di rischio necessario a stabilizzare la banche e a far ripartire i prestiti ve lo diamo noi Stato, ma ad alcune condizioni. Primo, divieto di pagare dividendi per almeno tre anni. Secondo, ricambio totale del management. Terzo, azione di responsabilità obbligatoria in tutti i casi in cui ci si sia evidenza di mala gestio o di prestiti in conflitto di interesse. Quarto, nuove regole per evitare che tali conflitti di interesse possano ripetersi in futuro.

Ovviamente ci verrà detto che è impossibile perché Bruxelles non permetterà mai un intervento di questo tipo. Ma se Bruxelles concede alla Cassa Depositi e Prestiti di offrire delle garanzie a prezzi molto dubbi, non si capisce come possa vietare alla stessa Cassa di effettuare questi investimenti in azioni. Obiezioni verranno anche da chi teme una nazionalizzazione del nostro sistema bancario. Il rischio è serio. Ma c’è solo una cosa peggiore di una nazionalizzazione delle banche: una socializzazione delle perdite, quando i profitti rimangono privati. E quello che accadrebbe con la bad bank progettata dal governo. Con la versione italiana di Tarp prospettata qui sopra, invece, il Governo prenderebbe due piccioni con una fava. Da un lato, renderebbe più solido il sistema bancario, evitando molti dei rischi di cui si è molto parlato nei giorni scorsi. Dall’altro, promuoverebbe un miglioramento della governance bancaria, uno dei punti più oscuri della nostra economia.

My conversation with Tyler Cowen

I never experienced an interviewer who knew more about my work than myself. This is what happened with Tyler Cowen.
Behind his performance there is an enormous amount of work, but he makes it all appear effortless.

Non mi era mai capitato di essere intervistato da qualcuno che conoscesse il mio lavoro più di me. È successo con Tyler Cowen.
Dietro la sua perfomance c’è un’enorme quantità di lavoro, ma lui fa in modo che tutto sembri facile. 

Why We Need a Global Antitrust Authority / Perché ci vuole un’Antitrust Globale

Article written for the Italian Magazine L’Espresso.

When he was young, Francesco Crispi was a republican and a revolutionary. By old age, he had become a monarchist and one of the most conservative prime ministers Italy has ever had. This kind of regression is not singular to humans. Even firms follow the same pattern: young firms are revolutionary and opposed to any form of barriers to entry. When they mature, they generally lose the ability to innovate, but acquire the ability to lobby, which they use to block the entrance of new, more innovative, firms. It happened to Microsoft. In the early 80s it was one of the most innovative companies, trying with great difficulty to break the dominance of IBM in personal computers. By the late 90s, it had become a dominant firm, prosecuted by the American antitrust authorities.
Now it’s Google, Amazon, and Facebook’s turn. At the time of the antitrust case against Microsoft they did not yet exist (Facebook) or were newborn (Amazon and Google). Today they are global giants that threaten free competition. But if this is a normal evolution, then in garages somewhere the companies that will make these three giants obsolete are already emerging. So why should we worry about it?
Because we aren’t sure that these new start-ups will still benefit from the conditions for growth that Google, Amazon, and Facebook enjoyed. In history it’s impossible to study the counterfactual, but are we sure that the new giants would have emerged without the Microsoft antitrust lawsuit? Younger readers may not remember Netscape, Lotus and WordPerfect (the progenitors of Internet Explorer, Excel and Word). They were killed off by Microsoft’s dominance. Without the intervention of American anti-trust officials, the same fate could have befallen Google, Amazon and Facebook.

But today the US antitrust enforcement seems silent. They decided not to start a lawsuit against Google, even though the research department had produced enough evidence to take action. The lawsuit filed against Amazon by Authors United, the writers’ union, seems to have no future. And there no longer appear to be any serious threats to Facebook.
One reassuring hypothesis is that the domination of these new firms does not yet constitute a dangerous monopoly. A more worrying alternative is that times have changed since the Microsoft lawsuit in two ways.
The first is the global dominance of American companies. At the end of the nineties, this was still undisputed. Because of this, the Americans could afford to limit the power of their domestic giants without questioning the world dominance of their companies. This is no longer the case today. In China there is Baidu, Alibaba and Renren, local versions of Google, Amazon and Facebook, which dominate the Chinese market and could challenge the American giants on the international market. While Chinese competition reduces the risk of a worldwide monopoly, it reduces still further American antitrust enforcement’s desire to intervene. It’s one thing to limit the power of Microsoft to the benefit of American Google; it’s another to limit the power of Google to benefit Chinese Baidu.

The second aspect that changed is the lobbying capabilities of these giants. Microsoft had no lobbyists in Washington until the beginning of the antitrust lawsuit. The new giants, however, have learned to lobby since they were small. In 2014, Google spent $18 million on lobbying, over twice as much as Microsoft, and more than all other technology and communications companies. Amazon has done better: its founder, Jeff Bezos, bought the Washington Post, a powerful tool for lobbying. Only the youngest, Facebook, still lags behind in this field, with “only” $9 million spent on lobbying last year.
The lobbying power of these giants is less strong in Europe. It’s no coincidence then that the European antitrust bodies have already taken action, although it’s not clear whether this is for the benefit of European businesses or consumers. With global companies, there is a desperate need for a global antitrust authority. However there is no global political power to create it.

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Francesco Crispi da giovane era repubblicano e rivoluzionario. Da vecchio diventò monarchico e uno dei presidenti del consiglio più conservatori che l’Italia abbia mai avuto. Questa involuzione non è tipica solo degli umani. Anche le imprese seguono lo stesso modello: da giovani sono rivoluzionarie e contrarie a qualsiasi forma di barriere all’entrata. Quando diventano mature, generalmente perdono la capacità di innovare, ma acquistano quella di fare lobbying, che usano per creare barriere all’entrata di nuove imprese, maggiormente innovative.  È successo a Microsoft. Agli inizi degli anni ‘80 era una delle imprese più innovative, che cercava tra mille difficoltà di infrangere il dominio di Ibm nei personal computer. Alla fine degli anni ‘90, era diventata un’impresa dominante, perseguita dall’antitrust americana.
È ora la volta di Google, Amazon, e Facebook.  All’epoca della causa antitrust contro Microsoft non esistevano ancora (Facebook) o erano neonate (Amazon e Google).  Oggi sono giganti mondiali, che minacciano la libera concorrenza. Ma se questa è la normale evoluzione, in qualche garage stanno già nascendo le imprese che renderanno questi tre giganti obsoleti. Perché dovremmo preoccuparci?
Perché non siamo sicuri che queste nuove start-up godano ancora delle condizioni per svilupparsi, come fu possibile a Google, Amazon e Facebook. Nella storia è impossibile studiare i controfattuali, ma siamo sicuri che i nuovi giganti sarebbero emersi senza la causa antitrust a Microsoft? I più giovani lettori forse non ricordano Netscape, Lotus, e WordPerfect (i progenitori di Internet Explorer, Excel e Word).  Morirono uccise dallo stradominio di Microsoft. Senza l’intervento dell’antitrust americana la stessa sorte poteva capitare a Google, Amazon e Facebook.

Ma l’antitrust americana oggi sembra silente. Ha rinunciato ad iniziare una causa contro Google, nonostante l’ufficio studi avesse prodotto sufficienti evidenze per intervenire. La causa intentata contro Amazon dalla Authors United, il sindacato degli scrittori, pare non abbia futuro. E non sembra ci siano ancora minacce serie per Facebook.
Un’ipotesi rassicurante è che il dominio di queste nuove imprese non costituisca ancora un pericoloso monopolio. Un’alternativa molto più preoccupante è che dai tempi della causa a Microsoft siano cambiati due aspetti. Il primo è il dominio mondiale delle imprese americane. A fine anni Novanta, era ancora indiscusso. Proprio per questo gli americani potevano permettersi di limitare il potere dei loro giganti nazionali, senza mettere in discussione il dominio mondiale delle loro imprese. Oggi non è più così.  In Cina esistono Baidu, Alibaba e Renren, le versioni locali di Google, Amazon e Facebook, che dominano il mercato cinese, e potrebbero sfidare i colossi americani su quello internazionale. Se da un lato la concorrenza cinese riduce il rischio di un monopolio a livello mondiale, riduce ancora di più il desiderio di intervenire dell’antitrust americana. Un conto è limitare il potere di Microsoft a vantaggio dell’americana Google, un altro limitare quello di Google a vantaggio della cinese Baidu.

Il secondo aspetto ad essere cambiato è la capacità di lobbying di questi giganti. Microsoft non aveva lobbysti a Washington fino all’inizio della causa antitrust, i nuovi giganti, invece, hanno imparato a fare lobbying fin da piccoli. Nel 2014 Google ha speso $18 milioni in attività di lobbying, più del doppio di Microsoft e più di tutte le altre imprese tecnologiche e di comunicazione. Amazon ha fatto di meglio: tramite Jeff Bezos, il suo fondatore, si è comprata il “Washington Post”: un potentissimo strumento di lobbying. Solo la più giovane Facebook è ancora indietro in questo campo, con “solo” 9 milioni spesi in lobbying lo scorso anno.
Il potere di lobbying di questi giganti è meno forte in Europa. Non a caso l’antitrust europea si è già mossa, anche se non è chiaro se a favore delle imprese o dei consumatori europei. Con imprese globali, c’è un disperato bisogno di un’autorità antitrust a livello mondiale. Ma manca un potere politico globale per crearla.

Se l’Economia del Dragone frena, anche l’Europa sarà danneggiata – Intervista al Giornale di Sicilia

Testo dell’intervista pubblicata sul quotidiano “Giornale di Sicilia” il 26 Agosto 2015, a cura di Francesco Lo Dico. 

Dall’Europa a misura di Berlino ai deficit italiani, dal governo Renzi all’assicurazione europea contro la disoccupazione. Il crac della borsa cinese fa temere anche per la ripresa italiana, che si è timidamente affacciata sul Paese sull’onda dell’opera riformatrice dell’esecutivo. «Il problema non è tanto il tracollo di Pechino, ma il possibile rallentamento dell’economia del Dragone. Se la Cina dovesse segnare il passo – commmenta l’economista Luigi Zingales, docente di Finanza alla University of Chicago Booth School of Business, ci potrebbero essere gravi ripercussioni. Per noi e per tutta l’economia europea». Ma l’editorialista del Sole24Ore,  getta uno sguardo assai acuto anche sulle maggiori questioni economiche dell’agenda europea e italiana. E non risparmia strali al dispotismo tedesco, spronando il governo a farsi sentire a Bruxelles.

Professore, il crac della borsa cinese mette in pericolo la ripresa italiana?
«Il crollo della borsa cinese di per sé no, ma un netto rallentamento dell’economia del Dragone potrebbe avere forti ripercussioni su tutta l economia europea».

Intanto Moody’s ha ridimensionato le stime di crescita del governo e dell’Europa. Non è ora di ripensare il modello incentrato sull’export?
«Tra crescita europea e crescita italiana occorre fare una distinzione. Quella dell’Eurozona, seppure inferiore alle aspettative, è più sostenuta. Occorrerebbe però, soprattutto nel caso della Germania, una rivisitazione del modello basato solo sull’export. Il problema fondamentale dell’Europa è che Berlino ha un avanzo di bilancio eccessivo, in violazione delle regole comunitarie. Eppure nessuno fa niente per cambiare le cose».

E nel caso dell’Italia? I consumi languono.
«Per inquadrare la modesta crescita italiana, è necessario ricordare che il nostro Paese non cresce dal ‘95. Sarebbe erroneo attribuire alla contingenza delle regole comunitarie, un deficit strutturale che a oggi non è stato pienamente risolto. Non è dare una maggiore spinta ai consumi interni, la soluzione in grado di rimettere in marcia l’Italia. Torneremo a spendere di più quando recupereremo la capacità di essere competitivi».

L’America è tornata ai livelli pre-crisi. Perché l’Europa non trae beneficio dalla lezione che viene da Oltreoceano ?
«Sono due gli elementi essenziali che spiegano il diverso passo dell’America rispetto all’Europa. Il primo è che negli States esiste una maggiore flessibilità, il secondo è che Oltreoceano vige una politica di bilancio più espansiva. Si tratta di due fattori molto importanti, quasi del tutto assenti nelle politiche del Vecchio Continente».

Come si trae in salvo l’Eurozona?
«Sostengo da tempo che per realizzare una vera integrazione ci sarebbe bisogno di trasferimenti interni sul modello di quanto avviene negli Stati Uniti. Quando la Florida è entrata in crisi, ha avuto dei trasferimenti federali che le hanno permesso di affrontare il momento sfavorevole in maniera meno drammatica. Preda della crisi, l’Italia invece ha avuto solo qualche trasferimento in conto capitale, ma quasi nessuno utile ad affrontare la tempesta. L’idea di un’Europa intesa come unione monetaria priva di unione fiscale non è sostenibile».

A fronte dei vincoli, l’Italia ha mostrato qualche debole segnale di ripresa. I consumi interni però restano fermi. Che cosa fare?
«I consumi restano al palo perché la gente non vede ancora una prospettiva di sviluppo. Una ripresa consistente non è alle viste perché fare impresa in Italia è ancora oggi costoso e molto difficile e non c’è un’adeguata flessibilità del capitale. L’Italia affronta da due decenni una transizione molto difficile: se non si creano le condizioni per far nascere nuove imprese, la crescita resterà un obiettivo difficile da raggiungere».

Il viceministro Morando vorrebbe trasformare la decontribuzione in misura strutturale. Mossa utile?
«Ridurre le imposte sul lavoro è senz’altro un’ottima misura. Il problema come sempre sono i soldi. Temo che il governo prometta un po’ di più di quanto possa mantenere. Detassare il lavoro sarebbe assolutamente prioritario e anzi indispensabile. Ma aggiungere a questo una riduzione dell’imposta sulla prima casa potrebbe far saltare il banco. Se il governo vuole realizzare entrambe le cose rischia di deludere le attese».

Renzi ha annunciato la riduzione delle tasse a fronte di tagli alla spesa. I meno abbienti sono a rischio?
«A fronte dei tagli alla spesa previsti, l’annunciata riduzione delle tasse sembra un’operazione complicata. Molta della spesa italiana non è comprimibile. Il libro che Cottarelli ha dedicato alla spending review fornisce numeri precisi. Ma è proprio sulla base di questi dati che le riduzioni di spesa annunciate possono difficilmente giustificare i tagli di imposte promessi. La vera domanda è perciò quali altre imposte il governo pensa di introdurre in sostituzione di quelle che vuole abolire».

Rispetto allo scorso anno, le ore di cassa integrazione sono diminuite del 26,9 per cento. L’Italia riparte?
«Paradossalmente, qualcuno potrebbe vedere la riduzione della cassa integrazione come l’effetto di una minore disponibilità dello Stato. Ciò detto qualche motivo di soddisfazione c’è, ma non bisogna certo fare festa. La ripresa è debole. Ma è sufficiente per nutrire la speranza che le cose stiano finalmente andando per il verso giusto».

Anche il Jobs Act ha prodotto qualche buon risultato nell’ambito delle stabilizzazioni. La riforma funziona?
«È indubbio che per valutare l’impatto del Jobs Act sul mondo del lavoro, è necessario tenere in considerazione che i dati sono influenzati dalle decontribuzioni. È però altrettanto evidente che la combinazione della riforma del mercato del lavoro, abbinata agli incentivi, ha prodotto risultati positivi. È vero che oggi i nuovi assunti sono più simili ai lavoratori temporanei di una volta. Ma dire che la riforma non ha cambiato nulla sarebbe drammatizzare più del dovuto. Non bisogna dimenticare che le stabilizzazioni possono rappresentare un importante mutamento per le famiglie che chiedono accesso al credito. Un cambiamento che significa aumento della domanda, e che va letto come un fatto molto positivo».

Si è parlato di un piano Marshall da 100 miliardi per il Mezzogiorno. Servirà?
«Il problema del Sud non si risolve con un nuovo piano Marshall. Il Meridione ha dimostrato in passato di fare molta fatica nel gestire i fondi europei. L’aumento degli investimenti pertanto non si tradurrebbe in un aumento della domanda, ma purtroppo, come spesso accaduto in passato, in un aumento della criminalità. Contro il malaffare occorre un taglio netto. Senza un profondo cambio di mentalità, il Sud non potrà mai sperare di risollevarsi».

Ed è complessa la partita con l’Europa: avremo una deroga all’austerity?
«Va detto che la politica europea del governo Renzi è stata finora all’insegna del piccolo cabotaggio. Il governo dovrebbe farsi capofila della vera iniziativa che potrebbe cambiare le sorti dell’Europa. È necessario concepire in sede europea un’assicurazione contro la disoccupazione. Si tratta di una battaglia difficile, è vero. Ma nessuna battaglia si può vincere se non si comincia».

Fondi europei che libererebbero risorse per la crescita: è così?
«Proprio così. Se ci fosse un’assicurazione europea contro la disoccupazione, potremmo ricevere dei trasferimenti che permetterebbero di allentare i vincoli di bilancio e di aumentare i consumi allo stesso tempo. I cittadini che non hanno un posto di lavoro avrebbero maggiori possibilità di spesa. Ma anche chi ha un posto di lavoro si sentirebbe più al sicuro e più disposto a spendere. Potremmo rilanciare i consumi interni, e ridare fiato a chi produce. Per l’Italia sarebbe una svolta».

Perché anche il Sindacato deve premiare i Whistleblower

Nella favola di Collodi il povero Pinocchio che denuncia il furto perpetrato dal gatto e la volpe, viene arrestato. Analogamente, non proprio l’arresto, ma l’espulsione dal Sindacato in cui ha militato per quasi 50 anni è la sorte riservata a Fausto Scandola, che ha denunciato il cumulo delle indennità ai vertici del sindacato Cisl. Espulso per comportamento indegno.

Questo è un grande problema Italiano: l’espressione civile di indignazione e dissenso viene considerata comportamento INDEGNO, mentre l’omertà e l’accettazione passiva del sopruso non solo sono socialmente accettati, ma spesso encomiati.
Scandola si è comportato nel migliore dei modi, seguendo senza saperlo non solo le regole del whistleblowing americano, ma anche le regole indicate dal Vangelo, in cui chi sbaglia viene prima ammonito personalmente, poi di fronte ad un ristretto giro di persone e solo alla fine (in assenza di un cambiamento) di fronte alla collettività.

Scandola non solo non andrebbe espulso, ma andrebbe premiato per il suo comportamento civico. Come spiego in questo articolo di qualche tempo fa,  i premi per i denunzianti civici (Whistleblower) sono stati creati da Lincoln per vincere la guerra contro lo schiavismo. Oggi negli Stati Uniti sono usati in tutti i settori (dalla frode contro lo stato all’evasione fiscale, alle frodi societarie). Anche la Borsa Italiana ha di recente introdotto nel suo Corporate Code una misura di protezione per il whistleblowing. Il Sindacato dovrebbe – nel suo stesso interesse – adeguarsi e Scandola offre alla Cisl una magnifica occasione per farlo per prima. Nelle società un meccanismo di whistleblowing è utilissimo anche per proteggere la sicurezza dei lavoratori. Ma come possono i sindacalisti avvantaggiarsi di questo sistema se poi non proteggono i whistleblower a casa loro? Perciò il primo passo necessario è non solo reintegrare Scandola, ma farne un eroe.

Intervista a “La Stampa”: “Crescita sì, ma da zero virgola. Anche le imprese possono fare di più”

Testo dell’intervista pubblicata sul quotidiano “La Stampa” il 9 Agosto 2015, a cura di Luigi Grassia

Dall’economia arrivano segnali misti: come li giudica? L’Italia aggancerà o no il treno della ripresa? La stima di Pii +0,7% quest’anno è realistica?
«Cominciamo a considerare lo scenario europeo» risponde Luigi Zingales dall’Università di Chicago, dove insegna finanza alla Booth School of Business. «La ripresa in Europa c’è, grazie ai bassi tassi della Bce e al petrolio a buon mercato. Perciò sì, l’Italia avrà un incremento di Pil, nell’ordine dello zero virgola. Ma questo ci basta? Io dico di no».

Perché l’Italia aggancia a fatica la ripresa internazionale?
«È dal 1995 che il Pil italiano cresce molto poco: un +0,5% annuale ogni tanto. Ci sono problemi di fondo. Il primo è che l’Italia ha mancato la rivoluzione digitale. Molta della crescita della produttività americana è dovuta agli investimenti nelle tecnologie dell’informazione. Invece in Italia questo non si è visto».

Eppure tutti i bambini italiani hanno lo smartphone e l’iPad. E in passato siamo stati all’avanguardia nella robotica. Stavolta che cosa è mancato?
«Ecco un esempio concreto. In America la Wal Mart ha fatto un balzo di produttività grazie a sistemi avanzati di gestione della logistica . E negli Usa è normale la gestione dei clienti attraverso software. Invece in Italia, a parte qualche eccellenza, nella distribuzione non si fa certo un uso massiccio delle tecnologie digitali. Perché? In parte perché le aziende sono, in media, troppo piccole, ma in parte perché i manager, ad esempio i responsabili del marketing, preferiscono mantenere direttamente le leve del potere nelle loro mani».

Curioso: lei sta facendo ai manager privati la stessa critica che in molti fanno agli alti burocrati dello Stato. Poi in Italia ci sono altri problemi di fondo?
«Si è parlato molto in Italia della necessità di rendere flessibile il lavoro; e questo, è vero, è un problema. Ma si parla poco della scarsa flessibilità del capitale. In un sistema efficiente dovrebbe essere facile sia disinvestire dai settori in declino (perché subiscono, ad esempio, la concorrenza della Cina) sia dirottare le risorse verso i settori in ascesa e a più alto valore ag giunto. Ma in Italia tutte e due queste cose sono difficili. Intanto perché c’è un sistema finanziario che non aiuta la circolazione del capitale. Poi perché abbiamo avuto, storicamente, una legge fallimentare che ha mancato il suo scopo principale, che è salvare le imprese per poi rilanciarle. Spero che la nuova sia meglio. Poi le imprese italiane sono spesso in mano a famiglie che non amano disinvestire, perché poi non avrebbero altro da fare. E non è solo un fatto culturale: se queste famiglie finanziassero aziende nuove dirette da altri, e questi si rivelassero degli incapaci o dei manigoldi, i proprietari non riuscirebbero a tutelare il loro investimento. Abbiamo un sistema giudiziario che non riesce mai a mandare in galera i ricchi che se lo meritano, come è successo in America, per esempio, a un ex capo di McKinsey e a uno della Enron. Parlo di galera, non di arresti domiciliari o obbligo di firma».

Per caso sta invocando una bella dose di giustizialismo?
«No, al contrario. Il giustizialismo vuole tutti colpevoli, io vorrei un sistema giudiziario fondato sulla selettività e l’efficienza. In Italia c’è il mito dell’azione obbligatoria. È nella legge, ma è solo un mito. Ogni volta che un pm avvia un’azione giudiziaria dice che lo fa perché è costretto dalla notizia di reato. In realtà, sceglie fra le moltissime notizie di reato quelle che vuole perseguire, e non si giustifica mai, perché dice che l’azione è obbligatoria. Cosi un pm avvia magari 25 cause senza ottenere nessuna condanna. E tutto questo senza conseguenze negative sulla sua carriera. Invece della responsabilità civile dei magistrati vorrei una responsabilità gestionale: che i magistrati fossero incentivati a misurare i costi e i benefici delle azioni legali che scelgono di intraprendere e che vengano promossi sulla base dei loro risultati. una riforma di questo tipo servirebbe molto all’economia».

Il rallentamento della Cina minaccia la ripresa globale?
«Un Paese non può crescere per sempre al 10% annuo. Se il rallentamento si accompagnerà a un aumento dei consumi interni non provocherà una crisi internazionale».

 

Four years ago we dodged the Trump bullet. What about now? / Quattro anni fa siamo scampati a Trump. E stavolta?

Four years ago we dodged the bullet, this time around we are not that lucky. Trump is running for president, together with Clinton II and Bush III. Political dynasties are typical of developing and corrupt economies like India, Pakistan, Argentina, and Greece; so are corporate tycoons turned into politicians (Italy and Thailand). The United States seems to enter as a honorary member this lovely group. Crony capitalism is alive and well. This is what I wrote four years ago. The situation has only deteriorated since.

Quattro anni fa l’abbiamo scampata. Sembra che stavolta non saremo così fortunati. Trump ha annunciato che correrà per la presidenza, insieme a Clinton II e Bush III. Le dinastie politiche sono tipiche di economie non compiutamente sviluppate e ad alto tasso di corruzione come India, Pakistan, Argentina e Grecia. Lo stesso dicasi dei magnati che diventano politici (Italia e Thailandia). Gli Stati Uniti sembrano avviati a diventare membri onorari di questo delizioso gruppetto. Il capitalismo clientelare è vivo e vegeto. Qui di seguito un articolo scritto nel 2011 su City Journal. Da allora la situazione è solo peggiorata.

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Americans – and Republicans – are lucky that the Donald has bowed out.
May 19, 2011

Donald Trump’s announcement that he will not run in the Republican presidential primaries after all is great news for the Republican Party and for the country. The only thing more frightening than Trump’s running for president would be Trump’s getting elected president. From a party perspective, while losing an election is bad, winning one with the wrong candidate for the party and for the country is worse. I know something about this: I come from Italy, a country that has elected as prime minister the Trumplike Silvio Berlusconi.
Trump and Berlusconi are remarkably alike. They are both billionaire businessmen who claim that the government should be run like a business. They are both gifted salesmen, able to appeal to the emotions of their fellow citizens. They are both obsessed with their looks, with their hair (or what remains of it), and with sexy women. Their gross manners make them popular, perhaps because people think that if these guys could become billionaires, anyone could. Most important is that both Trump and Berlusconi made their initial fortunes in real estate, an industry where connections and corruption often matter as much as, or more than, talent and hard work. Indeed, while both pretend to stand for free markets, what they really believe in is what most of us would label crony capitalism.
Berlusconi’s policies have been devastating to Italy. He has been prime minister for eight of the last ten years, during which time the Italian per-capita GDP has dropped 4 percent, the debt-to-GDP ratio has increased from 109 percent to 120 percent, and taxes have increased from 41.2 percent to 43.4 percent. Italy’s score in the Heritage Foundation’s Index of Economic Freedom has dropped from 63 to 60.3, and in the World Economic Forum Index of Competitiveness from 4.9 to 4.37. Berlusconi’s tenure has also been devastating for free-market ideas, which now are identified with corruption.
How can such a pro-business prime minister wreak havoc on the economy and on the idea of free markets? Because “pro-business” doesn’t necessarily mean “pro-market.” While the two agendas sometimes coincide—as in the case of protecting property rights—they’re often at odds. Market competition threatens established firms, which often use their political muscle to restrict new entries into their industry, strengthening their positions but putting customers at a disadvantage. A pro-market strategy, by contrast, aims to encourage the best business conditions for everyone. That’s in fact the opposite of what a real-estate tycoon wants: to keep competitors out and enhance the value of his own properties. By capturing (or more precisely, purchasing) the free-market flag in the same way one might acquire a business brand, Berlusconi likely has destroyed the appeal of the free-market ideal in Italy for a generation.
How, then, did Berlusconi get elected and reelected? He created an unlikely coalition between the business elite, which supports him for fear of the alternative, and the poor, who identify with him because he appeals to their aspirations. In a country where corruption and lack of meritocracy has all but killed the hope of intra-generational mobility, citizens chose to escape from reality and find consolation in dreams. Berlusconi adeptly fosters the illusion that he can turn everyone else into billionaires. His political career is something like Trump’s Apprentice program, only on a national scale.
Unfortunately, some of the same factors that sparked Berlusconi’s success in Italy have begun to show up in the United States. Social mobility has dropped. Income for 95 percent of the population has stagnated. The financial crisis has uncovered a dangerous connection between government and the financial establishment. Losing hope that they can rise from rags to riches the old-fashioned way, Americans are taking refuge in fantasy, from American Idol to The Apprentice. In such a climate, Donald Trump, whose own career has exemplified crony capitalism—from government subsidies for his developments to abuse of eminent domain—could have potentially won not just the GOP nomination, but even the presidency. That would have been a catastrophe for the Republican Party, for free-market capitalism, and for America.

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Americani – e repubblicani – sono fortunati che Donald abbia rinunciato a correre
19 Maggio 2011

L’annuncio di Donald Trump che non parteciperà alle primarie presidenziali è una grande notizia per il partito repubblicano e per il Paese. L’unica cosa più spaventosa della candidatura di Trump alla Casa Bianca sarebbe stata solo la sua elezione a Presidente. Dal punto di vista del partito repubblicano, se perdere un’elezione è negativo, vincere con il candidato sbagliato è pure peggio. Ne so qualcosa: provengo dall’Italia, il Paese che ha eletto primo ministro la versione locale di Trump, Silvio Berlusconi.
Trump e Berlusconi hanno molto in comune. Sono entrambi uomini d’affari miliardari che sostengono che il governo dovrebbe essere gestito come un business. Sono entrambi grandi venditori, capaci di smuovere le emozioni dei loro connazionali. Sono entrambi ossessionati dal look, dai loro capelli (o quel che ne resta), e dalle donne sexy. I loro modi un po’ rozzi li rendono popolari, forse perché la gente pensa che se sono diventati miliardari loro potrebbe riuscirci chiunque. Ma più di tutto, sia Trump che Berlusconi hanno iniziato a fare fortuna nel settore immobiliare, un settore in cui le relazioni e la corruzione spesso contano quanto e forse più del talento e del duro lavoro. Infatti, pur dichiarandosi entrambi a favore del libero mercato, ciò in cui davvero credono è ciò che la maggior parte di noi bollerebbe come capitalismo clientelare.
La politica di Berlusconi è stata devastante per l’Italia. È stato primo ministro per otto degli ultimi dieci anni, durante i quali il PIL italiano pro capite è sceso del 4 per cento, il rapporto debito-PIL è aumentato dal 109 per cento al 120 per cento e le tasse sono aumentate dal 41,2 per cento al 43,4 per cento. Il punteggio dell’Italia nell’Indice della Heritage Foundation of Economic Freedom è sceso da 63 a 60,3 e l’Indice di competitività del World Economic Forum dal 4,9 al 4,37. Il mandato berlusconiano è stato devastante anche per le idee liberiste, che ora si identificano con la corruzione.
Come può un primo ministro così pro-business devastare l’economia e l’idea di libero mercato? Perché “pro-business” non significa necessariamente “pro-market”. Talvolta sì, come nel caso della tutela del diritto di proprietà, ma spesso no. La concorrenza del mercato minaccia le imprese esistenti, che spesso usano la loro forza politica per limitare l’ingresso di nuove aziende nel loro settore, rafforzando così le loro posizioni a tutto svantaggio dei clienti. Una strategia “pro-market”, invece, mira a creare le migliori condizioni di lavoro per tutti. Ma questo è l’esatto contrario di ciò che un magnate immobiliare vuole: tenere fuori i concorrenti e migliorare il valore delle sue proprietà. Facendo propria (o, più precisamente, comprando) la bandiera del libero mercato allo stesso modo in cui si acquisisce un marchio aziendale, Berlusconi ha probabilmente distrutto il fascino degli ideali del libero mercato in Italia per una generazione.
Ma allora come è riuscito, Berlusconi, a farsi eleggere e rieleggere? Ha creato una improbabile coalizione tra l’élite economica, che lo appoggia per timore dell’alternativa, e i poveri, che si identificano con lui perché riesce a toccarli nelle loro aspirazioni. In un Paese dove imperano corruzione e mancanza di meritocrazia ed è stata uccisa la speranza di mobilità intra-generazionale, i cittadini hanno scelto di fuggire dalla realtà e trovare consolazione nei sogni. Berlusconi incoraggia abilmente l’illusione di poter trasformare tutti gli altri in miliardari. La sua carriera politica è qualcosa di molto simile al programma “The Apprentice” di Trump, solo su scala nazionale.
Purtroppo, alcuni degli stessi fattori che hanno innescato il successo di Berlusconi in Italia hanno iniziato a presentarsi negli Stati Uniti. La mobilità sociale è scesa. Per il 95 per cento della popolazione il reddito è fermo. La crisi finanziaria ha disvelato una relazione pericolosa tra il governo e l’establishment finanziario. Perdendo la speranza di poter realizzare il “sogno americano” dell’ascensione sociale possibile a tutti, gli americani stanno rifugiandosi nella fantasia, da “American Idol” a “The Apprentice”. In un tale clima, Donald Trump, la cui carriera è un classico esempio di capitalismo clientelare – dai sussidi governativi per i suoi sviluppi all’abuso di espropriazione per pubblica utilità – avrebbe potuto ottenere non solo la nomination repubblicana, ma la stessa presidenza. Sarebbe stata una catastrofe per il partito repubblicano, per il capitalismo pro-market e per l’America.