Four years ago we dodged the Trump bullet. What about now? / Quattro anni fa siamo scampati a Trump. E stavolta?

Four years ago we dodged the bullet, this time around we are not that lucky. Trump is running for president, together with Clinton II and Bush III. Political dynasties are typical of developing and corrupt economies like India, Pakistan, Argentina, and Greece; so are corporate tycoons turned into politicians (Italy and Thailand). The United States seems to enter as a honorary member this lovely group. Crony capitalism is alive and well. This is what I wrote four years ago. The situation has only deteriorated since.

Quattro anni fa l’abbiamo scampata. Sembra che stavolta non saremo così fortunati. Trump ha annunciato che correrà per la presidenza, insieme a Clinton II e Bush III. Le dinastie politiche sono tipiche di economie non compiutamente sviluppate e ad alto tasso di corruzione come India, Pakistan, Argentina e Grecia. Lo stesso dicasi dei magnati che diventano politici (Italia e Thailandia). Gli Stati Uniti sembrano avviati a diventare membri onorari di questo delizioso gruppetto. Il capitalismo clientelare è vivo e vegeto. Qui di seguito un articolo scritto nel 2011 su City Journal. Da allora la situazione è solo peggiorata.

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Americans – and Republicans – are lucky that the Donald has bowed out.
May 19, 2011

Donald Trump’s announcement that he will not run in the Republican presidential primaries after all is great news for the Republican Party and for the country. The only thing more frightening than Trump’s running for president would be Trump’s getting elected president. From a party perspective, while losing an election is bad, winning one with the wrong candidate for the party and for the country is worse. I know something about this: I come from Italy, a country that has elected as prime minister the Trumplike Silvio Berlusconi.
Trump and Berlusconi are remarkably alike. They are both billionaire businessmen who claim that the government should be run like a business. They are both gifted salesmen, able to appeal to the emotions of their fellow citizens. They are both obsessed with their looks, with their hair (or what remains of it), and with sexy women. Their gross manners make them popular, perhaps because people think that if these guys could become billionaires, anyone could. Most important is that both Trump and Berlusconi made their initial fortunes in real estate, an industry where connections and corruption often matter as much as, or more than, talent and hard work. Indeed, while both pretend to stand for free markets, what they really believe in is what most of us would label crony capitalism.
Berlusconi’s policies have been devastating to Italy. He has been prime minister for eight of the last ten years, during which time the Italian per-capita GDP has dropped 4 percent, the debt-to-GDP ratio has increased from 109 percent to 120 percent, and taxes have increased from 41.2 percent to 43.4 percent. Italy’s score in the Heritage Foundation’s Index of Economic Freedom has dropped from 63 to 60.3, and in the World Economic Forum Index of Competitiveness from 4.9 to 4.37. Berlusconi’s tenure has also been devastating for free-market ideas, which now are identified with corruption.
How can such a pro-business prime minister wreak havoc on the economy and on the idea of free markets? Because “pro-business” doesn’t necessarily mean “pro-market.” While the two agendas sometimes coincide—as in the case of protecting property rights—they’re often at odds. Market competition threatens established firms, which often use their political muscle to restrict new entries into their industry, strengthening their positions but putting customers at a disadvantage. A pro-market strategy, by contrast, aims to encourage the best business conditions for everyone. That’s in fact the opposite of what a real-estate tycoon wants: to keep competitors out and enhance the value of his own properties. By capturing (or more precisely, purchasing) the free-market flag in the same way one might acquire a business brand, Berlusconi likely has destroyed the appeal of the free-market ideal in Italy for a generation.
How, then, did Berlusconi get elected and reelected? He created an unlikely coalition between the business elite, which supports him for fear of the alternative, and the poor, who identify with him because he appeals to their aspirations. In a country where corruption and lack of meritocracy has all but killed the hope of intra-generational mobility, citizens chose to escape from reality and find consolation in dreams. Berlusconi adeptly fosters the illusion that he can turn everyone else into billionaires. His political career is something like Trump’s Apprentice program, only on a national scale.
Unfortunately, some of the same factors that sparked Berlusconi’s success in Italy have begun to show up in the United States. Social mobility has dropped. Income for 95 percent of the population has stagnated. The financial crisis has uncovered a dangerous connection between government and the financial establishment. Losing hope that they can rise from rags to riches the old-fashioned way, Americans are taking refuge in fantasy, from American Idol to The Apprentice. In such a climate, Donald Trump, whose own career has exemplified crony capitalism—from government subsidies for his developments to abuse of eminent domain—could have potentially won not just the GOP nomination, but even the presidency. That would have been a catastrophe for the Republican Party, for free-market capitalism, and for America.

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Americani – e repubblicani – sono fortunati che Donald abbia rinunciato a correre
19 Maggio 2011

L’annuncio di Donald Trump che non parteciperà alle primarie presidenziali è una grande notizia per il partito repubblicano e per il Paese. L’unica cosa più spaventosa della candidatura di Trump alla Casa Bianca sarebbe stata solo la sua elezione a Presidente. Dal punto di vista del partito repubblicano, se perdere un’elezione è negativo, vincere con il candidato sbagliato è pure peggio. Ne so qualcosa: provengo dall’Italia, il Paese che ha eletto primo ministro la versione locale di Trump, Silvio Berlusconi.
Trump e Berlusconi hanno molto in comune. Sono entrambi uomini d’affari miliardari che sostengono che il governo dovrebbe essere gestito come un business. Sono entrambi grandi venditori, capaci di smuovere le emozioni dei loro connazionali. Sono entrambi ossessionati dal look, dai loro capelli (o quel che ne resta), e dalle donne sexy. I loro modi un po’ rozzi li rendono popolari, forse perché la gente pensa che se sono diventati miliardari loro potrebbe riuscirci chiunque. Ma più di tutto, sia Trump che Berlusconi hanno iniziato a fare fortuna nel settore immobiliare, un settore in cui le relazioni e la corruzione spesso contano quanto e forse più del talento e del duro lavoro. Infatti, pur dichiarandosi entrambi a favore del libero mercato, ciò in cui davvero credono è ciò che la maggior parte di noi bollerebbe come capitalismo clientelare.
La politica di Berlusconi è stata devastante per l’Italia. È stato primo ministro per otto degli ultimi dieci anni, durante i quali il PIL italiano pro capite è sceso del 4 per cento, il rapporto debito-PIL è aumentato dal 109 per cento al 120 per cento e le tasse sono aumentate dal 41,2 per cento al 43,4 per cento. Il punteggio dell’Italia nell’Indice della Heritage Foundation of Economic Freedom è sceso da 63 a 60,3 e l’Indice di competitività del World Economic Forum dal 4,9 al 4,37. Il mandato berlusconiano è stato devastante anche per le idee liberiste, che ora si identificano con la corruzione.
Come può un primo ministro così pro-business devastare l’economia e l’idea di libero mercato? Perché “pro-business” non significa necessariamente “pro-market”. Talvolta sì, come nel caso della tutela del diritto di proprietà, ma spesso no. La concorrenza del mercato minaccia le imprese esistenti, che spesso usano la loro forza politica per limitare l’ingresso di nuove aziende nel loro settore, rafforzando così le loro posizioni a tutto svantaggio dei clienti. Una strategia “pro-market”, invece, mira a creare le migliori condizioni di lavoro per tutti. Ma questo è l’esatto contrario di ciò che un magnate immobiliare vuole: tenere fuori i concorrenti e migliorare il valore delle sue proprietà. Facendo propria (o, più precisamente, comprando) la bandiera del libero mercato allo stesso modo in cui si acquisisce un marchio aziendale, Berlusconi ha probabilmente distrutto il fascino degli ideali del libero mercato in Italia per una generazione.
Ma allora come è riuscito, Berlusconi, a farsi eleggere e rieleggere? Ha creato una improbabile coalizione tra l’élite economica, che lo appoggia per timore dell’alternativa, e i poveri, che si identificano con lui perché riesce a toccarli nelle loro aspirazioni. In un Paese dove imperano corruzione e mancanza di meritocrazia ed è stata uccisa la speranza di mobilità intra-generazionale, i cittadini hanno scelto di fuggire dalla realtà e trovare consolazione nei sogni. Berlusconi incoraggia abilmente l’illusione di poter trasformare tutti gli altri in miliardari. La sua carriera politica è qualcosa di molto simile al programma “The Apprentice” di Trump, solo su scala nazionale.
Purtroppo, alcuni degli stessi fattori che hanno innescato il successo di Berlusconi in Italia hanno iniziato a presentarsi negli Stati Uniti. La mobilità sociale è scesa. Per il 95 per cento della popolazione il reddito è fermo. La crisi finanziaria ha disvelato una relazione pericolosa tra il governo e l’establishment finanziario. Perdendo la speranza di poter realizzare il “sogno americano” dell’ascensione sociale possibile a tutti, gli americani stanno rifugiandosi nella fantasia, da “American Idol” a “The Apprentice”. In un tale clima, Donald Trump, la cui carriera è un classico esempio di capitalismo clientelare – dai sussidi governativi per i suoi sviluppi all’abuso di espropriazione per pubblica utilità – avrebbe potuto ottenere non solo la nomination repubblicana, ma la stessa presidenza. Sarebbe stata una catastrofe per il partito repubblicano, per il capitalismo pro-market e per l’America.

Per salvare l’Europa è necessaria una coscienza europea

Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 4.06.2015 con il titolo “Rischio Quarto Reich nel futuro dell’Europa”

E PLURIBUS UNUM è il motto latino che campeggia sul sigillo degli Stati Uniti. Per unire veramente gli stati americani ci sono voluti più di due secoli e una devastante guerra civile. L’Unione europea (Ue) sta cercando di compiere la stessa evoluzione, ma ha cominciato solo sessant’anni fa e vorrebbe evitare guerre civili.
Nonostante la lentezza e le complicazioni, finora questo processo di unificazione era sembrato inevitabile e irreversibile. Oggi non più. Con i rischi concreti di un’uscita della Grecia dall’euro (che secondo i trattati implicherebbe anche un’uscita dall’Unione) e il referendum inglese sulla possibilità di abbandonare l’Ue, il processo di integrazione europea rischia di ingranare la marcia indietro. Perché l’Europa è entrata in crisi? È solo colpa della situazione economica o ci sono problemi strutturali? Per salvare il processo di unificazione ha senso creare un’Europa a più velocità?

La risposta alla prima domanda è semplice. La crisi del processo di integrazione europea era inevitabile. All’inizio sono stati colti i benefici più significativi, che potevano essere ottenuti con cessioni molto limitate della sovranità nazionale: la libera circolazione di persone, beni e capitali. Non a caso questa fase avvenne con ampio consenso delle nazioni coinvolte.
Poi venne la moneta unica. Il beneficio immediato (più bassi tassi di interesse) sembrava sovrastare qualsiasi costo futuro in termini di perdita di sovranità e in molti (forse troppi) saltarono sul carro. Ora però, per continuare a beneficiare della moneta comune è necessario creare dei meccanismi di condivisione del rischio durante le crisi: quali un’assicurazione europea contro la disoccupazione.
Perché questo possa avvenire politicamente, però, ci vuole innanzitutto un’identità di popolo. È già difficile rinunciare ai propri soldi per aiutare il prossimo. Diventa pressoché impossibile quando questo “prossimo” ci appare diverso (per tradizioni, lingua o religione). Tanto più diversa da noi è una persona in difficoltà, tanto più facile è trovare una giustificazione per non aiutarla: non se lo merita, è pigra, ecc. Lo stesso vale per i Paesi. Dati alla mano i greci lavorano di più dei tedeschi, eppure questi ultimi giustificano il loro rigore con la pigrizia greca.

Per gli Stati Uniti è stato più facile: hanno potuto cementare la loro identità di nazione per quasi 150 anni prima di introdurre un sistema di welfare durante il New Deal. Per giunta la Grande Depressione colpì tutti gli Stati indifferentemente: se la Depressione fosse stata limitata solo al Sud, le tensioni della guerra civile sarebbero probabilmente riesplose come riesplodono oggi in Europa le divisioni ed i risentimenti della Seconda guerra mondiale.
La crisi economica (per di più asimmetrica) che ha colpito l’Europa ha solo innescato delle contraddizioni che erano intrinseche al processo di unificazione. Se una ripresa potrà attenuarle, non riuscirà mai ad annullarle. Proprio per questo veleggia l’ipotesi di uno scatto in avanti. Se non c’è consenso tra tutti i paesi dell’Ue per una maggiore integrazione, perché non tentare con un’Europa a due velocità?
Sarebbe molto facile per la Germania integrarsi maggiormente con i paesi satelliti, dall’Olanda all’Austria, dal Belgio alla Finlandia; e dal punto di vista economico questo esperimento potrebbe servire da esempio per gli altri. Ma creerebbe due grossi problemi politici. Senza la Francia (che non è pronta né economicamente né politicamente per un salto del genere), il gruppetto assomiglierebbe pericolosamente a un Quarto Reich. Inoltre se l’esperimento riuscisse, le successive estensioni non sarebbero adesioni ma annessioni. L’avanguardia europea trasformerebbe il processo di unificazione europea in una egemonia totale della Germania.

Purtroppo non ci sono scorciatoie: se vogliamo salvare l’ideale europeo è necessario creare una coscienza europea. Ma è impossibile formarla fintantoché l’Europa è gestita dai capi dei governi nazionali e non da un governo comune europeo.
Il vero deficit di cui si deve preoccupare l’Europa è quello di democrazia.

Renzi’s new European Strategy / La politica italiana per l’Europa e le alleanze

Testo (e traduzione in inglese) dell’articolo pubblicato su Il Sole 24 ore del 30.05.2015

After more than one year after its creation, and nearly six months since the end of the European semester, the Renzi administration appears to have devised its own very clear policy regarding Europe and the single currency. Or at least it seems this way based on a memo that mysteriously made its way to Italian center-right newspaper ‘Il Foglio.’ Many positive aspects emerge from this memo. First of all, the existence of a policy regarding Europe. The relationship between the last administration and Europe had felt more like subordination than like membership. Italy asked Europe for budgetary flexibility and promised to pass reforms. It appeared like a dominating power, not a union to which Italy has full membership and—as one of the more important member nations—has a right to address. The memo speaks of the necessity for “ambitious reforms” to render the monetary union sustainable, implicitly admitting to what many have been saying for some time: that as it stands, the euro is not sustainable.
It is the approach of a member, not an obedient subject.

Secondly, the change of emphasis.
Keep reading on Il Sole 24 Ore website

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Dopo più di un anno dalla sua formazione e a quasi sei mesi dalla fine del semestre europeo, il governo Renzi sembra aver elaborato una sua chiara politica sull’Europa e la moneta comune, almeno così appare da un memo misteriosamente pervenuto a Il Foglio. Ci sono molti aspetti positivi che emergono da questo memo. Innanzitutto l’esistenza di una politica sull’Europa. Il rapporto con l’Europa degli ultimi governi sembrava più di subordinazione che di appartenenza. All’Europa si chiedeva flessibilità sul nostro budget e si prometteva di fare le riforme. Sembrava una potenza dominante, non un’unione cui noi apparteniamo a pieno titolo e che – come una delle nazioni più importanti – abbiamo il diritto di indirizzare. Nel memo si parla di necessità di “riforme ambiziose” per rendere l’unione monetaria sostenibile, ammettendo implicitamente quello che molti vanno dicendo da tempo, ovvero che così come è l’euro non è sostenibile.
È un approccio da membri, non da sudditi.

In secondo luogo, il cambio di enfasi.
Leggi tutto l’articolo sul sito de Il Sole 24 Ore

 

It’s Wrong to Keep Greece on the Gallows / È sbagliato tenere 
la Grecia sul patibolo

Article written for L’Espresso

The Russian novelist Dostoevskij, sentenced to death by the Tsarist regime, was pardoned on the gallows a moment before his execution. Only today do psychologists begin to understand the permanent effects that a similar trauma can leave on the human psyche. Imagine that it is an entire country that is sentenced and at the final moment the sentence is not reversed, but only postponed by a few weeks. Imagine two weeks later, this scene repeats itself and the countdown begins again and then again still. What kind of effects could this trauma have on the psyche of an entire nation?

It is the question we must ask ourselves after Monday’s narrow escape. Greece has paid its installment debt: 750 million to the IMF. For the thousandth time, the risk of a default was avoided. But the Eurogroup did not decide to release the last slice of aid and the minister of finances Varoufakis has already announced that the Greek government has only enough liquidity for two weeks. The catastrophe has not been avoided but postponed. The countdown begins again.

If at an individual level the shock seems to produce a sense of helplessness, which often results in depression, at a national level, it generates a dangerous mix of nationalism and extremism. At the last Greek elections, almost 50% of the voters voted for parties on the extreme right or leftwing. The radical left who prevailed had no problem in allying itself with the ultranationalist rightwing. The common objective is to reclaim national sovereignty, which had be previously sold to the detested Troika. If in Europe this new political line has alienated all the governments, in Greece it has reached peaks of consensus greater than 70%. It is unlikely the Tsiparis government will be able to backtrack, and if it does backtrack, the political consequences are unclear. Varoufakis continues to repeat that if Europe doesn’t like Syriza, it could like even less what is likely to come next, also known as the Nazis of the Golden Dawn.

This prophecy is not altogether unfounded. In Germany, Nazism affirmed itself as a reaction to the humiliations imposed to the Germans by the treaty of Versailles. War reparations created an unsustainable economic weight that deprived the Germans not only of the fruits of their own labor but also of their own dignity. Burdened by the debts and afflicted by the consequences of the Great Depression, the Germans searched for a form of revenge in Nazism. Today, the majority of historians recognize that those reparations were a mistake. Not because the Germans didn’t deserve to be paid the costs of war, which they had unleashed, but because excessive debt is counterproductive, both from an economic stand point as from a political one. From an economic standpoint, eliminating the incentives for production, an excessive debt ends up returning less money to the creditors than a more moderate one. From a political standpoint, an excessive debt limits the national sovereignty fomenting a dangerous nationalist revanchism.

Unfortunately in 2010 this lesson was not applied to Greece. Instead of renegotiating the debt (and make the imprudent creditors pay part of the cost), it was decided that all the weight would be unloaded onto the Greeks. To repay the Franco-German bank credits the money from the European Financial Stability Facility (EFSF) was used, also known as all the European contributor’s money.

This original sin makes the negotiations to resolve this Greek tragedy almost impossible. On one hand, Greece is not capable of repaying in full its own debts. On the other hand, the European countries, especially those that are most heavily indebted like Italy, cannot permit to release their credits (for Italy this would be 40 billion). In front of this impasse governments cannot see another solution other than putting off the problem from meeting to meeting, until one of the two sides will eventually act in desperation. For example, just to survive politically and save national dignity, Syriza could attempt to “sell” the Hellenic country to Russia. Political fiction? Some more of this shock therapy and the unthinkable becomes inevitable.

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Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 15.05.2015

Lo scrittore russo Dostoevskij, condannato a morte dal regime zarista, fu graziato sul patibolo, un attimo prima dell’esecuzione. Solo oggi la psicologia comincia a comprendere gli effetti permanenti che un simile trauma può avere sulla psiche umana. Immaginatevi quando ad essere condannato è un intero Paese e al momento della sentenza la condanna non viene annullata, ma solo rimandata di un paio di settimane. E due settimane dopo questa scena si ripete, e il conto alla rovescia ricomincia di nuovo, e poi di nuovo ancora. Quali effetti può avere questo trauma continuo sulla psiche di un intero popolo?

È la domanda che ci dobbiamo porre di fronte allo scampato pericolo di lunedì. La Grecia ha pagato la sua rata di debito: 750 milioni al Fondo Monetario. Per l’ennesima volta il rischio di un default è stato evitato. Ma l’Eurogruppo non ha deciso di rilasciare l’ultima tranche di aiuti e il ministro delle Finanze Varoufakis ha già annunciato che il governo greco ha liquidità sufficiente per sole due settimane. La catastrofe non è stata evitata ma solo rimandata. Il conto alla rovescia ricomincia.

Se a livello individuale gli shock sembrano produrre un senso di impotenza, che spesso sfocia nella depressione, a livello nazionale, generano un mix pericoloso di nazionalismo ed estremismo. Alle ultime elezioni greche quasi il 50 per cento degli elettori ha votato per partiti di estrema destra o sinistra. Ha prevalso la sinistra radicale, che non si è fatta problemi ad allearsi con la destra ultranazionalista. L’obiettivo comune è riprendersi la sovranità nazionale, ceduta all’odiata Troika. Se in Europa questa nuova linea politica ha alienato tutti i governi, in Grecia ha raggiunto picchi di consenso superiori al 70 per cento. Difficilmente il governo di Tsipras può indietreggiare, e se indietreggia, non sono chiare le conseguenze politiche. Varoufakis va ripetendo che se all’Europa non piace Syriza, potrebbe piacere ancora meno quello che rischia di venire dopo, ovvero i nazisti di Alba Dorata.

La profezia non è del tutto infondata. In Germania il nazismo si affermò come reazione alle umiliazioni imposte ai tedeschi dal trattato di Versailles. Le riparazioni di guerra crearono un peso economico insostenibile, che deprivava i tedeschi non solo del frutto del proprio lavoro, ma anche della propria dignità. Gravati dal debito ed afflitti dalla conseguenze della Grande Depressione, i tedeschi cercarono nel nazismo una forma di rivalsa. Oggi la maggior parte degli storici riconosce che quelle riparazioni furono un errore. Non perché i tedeschi non si meritassero di pagare i costi di una guerra che avevano scatenato, ma perché un debito eccessivo è controproducente sia da un punto di vista economico sia da un punto di vista politico. Economico perché, eliminando gli incentivi a produrre, un debito eccessivo finisce per ritornare meno soldi ai creditori di un debito più moderato. Politico perché un debito eccessivo limita la sovranità nazionale fomentando un pericoloso revanchismo nazionalista.

Purtroppo nel 2010 questa lezione non fu applicata alla Grecia. Invece di rinegoziare il debito (e far pagare parte del costo ai creditori imprudenti), si decise di scaricarne tutto il peso sui greci. Per ripagare i crediti delle banche franco-tedesche si usarono i soldi del Fondo Salva Stati europeo, ovvero i soldi di tutti i contribuenti europei.

Questo peccato originale rende le trattative per risolvere la tragedia greca pressoché impossibili. Da un lato la Grecia non è in grado di ripagare integralmente i propri debiti. Dall’altro, i Paesi europei, soprattutto quelli più fortemente indebitati come l’Italia, non possono permettersi di affrancare i loro crediti (per l’Italia sarebbero quasi 40 miliardi). Di fronte a questo impasse i governi non vedono altra soluzione che rimandare il problema di meeting in meeting. Fino a quando una delle due parti compirà un gesto disperato. Per esempio pur di sopravvivere politicamente e salvare la dignità nazionale Syriza potrebbe cercare di “vendere” il Paese ellenico alla Russia. Fantapolitica? Un altro po’ di questa terapia shock e l’impensabile diventa inevitabile.

The Troika is eroding fiscal democracy in the eurozone / La Troika sta minando la democrazia fiscale nell’eurozona

In Continental Europe asking for debt relief of insolvent countries is considered being a Communist or condoning the alleged “laziness” of Southern Europe (or both). Group-think has so much taken over the Continent, that the so-called moderates compete on who is more extremist in supporting the “Berlin Consensus”. For this reason, it is so refreshing to read a comment like the one below, written by Philippe Legrain for CAPX, one the best web sites for people who believe in free market. I feel less alone.

Nell’ Europa continentale chiedere la parziale riduzione del debito dei paesi insolventi significa ormai essere comunisti o voler condonare la presunta “pigrizia” del Sud Europa (o entrambe le cose). Il conformismo di gruppo (Group-think) ha preso così piede che i cosiddetti moderati fanno a gara a chi è più estremista nel sostenere il “Berlin Consensus”. Per questo, leggere l’articolo (in basso la traduzione Italiana) che Philippe Legrain ha scritto per CAPX – uno dei migliori siti web per chi crede nel libero mercato – è una vera e propria boccata d’aria. Mi sento meno solo.

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“Noi non cambiamo la nostra politica in base alle elezioni”, ha insistito Jyrki Katainen, vice-presidente della Commissione europea per l’occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività, dopo le elezioni greche di gennaio. Il che, per quanto si possa non gradire il nuovo governo di sinistra radicale di Atene, è pur sempre una dichiarazione di un funzionario non eletto dell’UE. Che fa porre la domanda: come possono gli elettori cambiare concretamente la politica dell’eurozona? Con la rivoluzione?

Tanto più che quella politica sta evidentemente fallendo nel conseguimento degli obiettivi del mandato di Katainen: creazione di posti di lavoro, crescita e investimenti. La disoccupazione nella zona euro è dell’11,2%, più del doppio che negli Stati Uniti, e del 26% in Grecia. L’economia della zona euro continua ad essere inferiore del 2% rispetto al picco pre-crisi di inizio 2008, mentre quella della Grecia è inferiore del 26%. Gli investimenti delle imprese sono ai minimi da 20 anni in entrambi i casi. Quanto alla competitività – riduzione dei costi per promuovere le esportazioni – si tratta di un obiettivo mercantilista pervicacemente sbagliato; i governi dovrebbero piuttosto puntare ad aumentare la produttività.

La zona euro oggi è un organismo molto diverso dall’unione monetaria lanciata nel 1999 – e non solo perché è in crisi. Pur con tutti i suoi difetti, il progetto iniziale dell’unione monetaria era decentrato, in gran parte market-based e lasciava ampio spazio alla democrazia nazionale. I Governi eletti mantenevano ampia discrezionalità fiscale, purché i loro deficit non eccedessero il 3% del PIL. (All’epoca ho scritto su The Economist, che l’euro potrebbe avrebbe potuto fare completamente a meno di regole di bilancio.) Il debito pubblico era disciplinato dai mercati, con la garanzia che i governi che avevano problemi non avrebbero potuto essere salvati né dagli altri stati membri (la “clausola di non salvataggio”), né dalla BCE (il divieto di finanziamento monetario). I governi nazionali mantenevano anche la quasi totale libertà su altri aspetti di politica economica, come ad esempio sulle riforme da fare (o da non fare) e su come farle. Solo la politica monetaria era (necessariamente) centralizzata nella Banca centrale europea a Francoforte.

Ma a partire dalla crisi, l’eurozona è diventato un sistema di comando e controllo molto più centralizzato, molto meno flessibile e scarsamente democratico, diretto da Berlino, Bruxelles e Francoforte.

Il caso greco è il più estremo. Per anni, le amministrazioni greche hanno emesso troppo debito pubblico mentendo su di esso. Nel 2010, la Grecia è stata esclusa dal mercato perché gli investitori hanno finalmente capito che sarebbe stato sciocco continuare a concedere prestiti ad un governo che non avrebbe mai potuto ripagare interamente il suo debito. Se le autorità della zona euro avessero rispettato la regola del non-salvataggio del Trattato di Maastricht, la Grecia avrebbe dovuto chiedere aiuto al Fondo monetario internazionale. Il FMI avrebbe ristrutturato il debito della Grecia prima di fornire un prestito condizionale per alcuni anni per aiutarla a mettere in ordine i suoi conti, a riformare la sua economia e riguadagnare quindi l’accesso al mercato.

Ma le autorità della zona euro hanno invece deciso di far finta che la Grecia stava semplicemente attraversando difficoltà temporanee di finanziamento. Hanno quindi violato la clausola di non-salvataggio prestando al governo greco denaro dei contribuenti europei, apparentemente per motivi di solidarietà, ma in realtà, per salvare i suoi creditori, in particolare le banche francesi e tedesche. Tale catastrofica decisione ha radicalmente cambiato la natura dell’unione monetaria.

Per cinque lunghi anni, la Grecia è stato amministrata come un quasi-colonia dall’odiata Troika –  Commissione europea e BCE, insieme all’FMI. Giustamente, si potrebbe dire: se la Grecia non può prendere a prestito dai mercati e riceve invece un finanziamento UE-FMI, questi hanno il diritto di imporre condizioni sui loro prestiti. Certo, ma perché ancora oggi la Grecia non può prendere in prestito dai mercati? Perché, lo scorso anno, molto prima che l’elezione di un governo di sinistra apparisse imminente, quando il governo stava producendo un avanzo primario – un avanzo di bilancio al netto degli interessi – non poteva prendere a prestito dai mercati in maniera sostenibile, a differenza di ogni altro governo della zona euro? Dopo tutto, i suoi creditori europei insistono che è solvibile.

Perché la Grecia è ancora, di fatto, insolvente. E poiché i suoi creditori europei rifiutano di ristrutturare i suoi debiti e minacciano (illegalmente) di buttarla fuori dall’euro se dichiara default unilateralmente, la Grecia è intrappolato in una versione moderna della prigione dei debitori. Oppressa da debiti impagabili, non è in grado di tornare a crescere, riconquistare l’accesso al mercato e quindi tornare a controllare il proprio destino economico. Quindi non è di sinistra chiedere la parziale riduzione del debito per la Grecia – anche l’ex capo del FMI in Europa, Reza Moghadam, che è un uomo di sinistra così radicale che ora lavora per la banca d’affari americana Morgan Stanley, pensa che il debito debba essere dimezzato – è una necessità economica e democratica.

Il salvataggio dei creditori della Grecia e gli ulteriori prestiti a Irlanda, Portogallo e Spagna – soprattutto per salvare le banche locali, che sarebbero altrimenti state inadempienti sui prestiti ottenuti da quelle tedesche e francesi – ha fatto sì che i contribuenti del nord Europa temano di dover sostenere tutti i debiti del sud dell’Europa. Così il cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha chiesto un maggiore controllo sui bilanci degli altri paesi – e la Commissione europea è stata più che felice di concederlo. Di conseguenza, l’intera zona euro è ormai costretta in una camicia di forza fiscale molto più stretta: regole UE più severe e fiscal compact.

Questo è economicamente non auspicabile, perché i paesi che condividono una moneta – e quindi non hanno più la propria politica monetaria o di cambio – necessitano una maggiore – non minore – flessibilità fiscale. Ed è politicamente pericolosissimo, perché ogni volta che gli elettori rifiutano un governo, come hanno fatto in quasi tutte le elezioni dopo la crisi, i funzionari dell’UE come Katainen sbucano in televisione per chiedere che il nuovo governo si attenga a politiche che gli elettori hanno appena respinto. Che funzionari lontani, a Bruxelles, non eletti e scarsamente responsabili possano negare agli elettori legittime scelte democratiche su decisioni in materia fiscale e di spesa, allontana le persone dall’UE. E se il voto per i politici tradizionali non porta al cambiamento, non ci si sorprende che si rivolgano alle ali estreme.

Come si può ripristinare la democrazia fiscale nella zona euro? Un’opzione sarebbe quella di eleggere un’autorità fiscale per l’eurozona. Ma la rabbia e la sfiducia esistenti nella zona euro sono ormai tali che i passaggi verso il federalismo democratico sono politicamente inconcepibili. Una soluzione migliore sarebbe quella di ripristinare la clausola di non salvataggio e con essa la libertà dei governi eletti di rispondere al mutare delle circostanze economiche e delle priorità politiche – obbligati dalla disponibilità dei mercati a prestare e in ultima analisi dal rischio di default. Si potrebbe creare un meccanismo di ristrutturazione del debito sovrano, mentre la BCE avrebbe il mandato di intervenire per evitare panico. Per migliorare la disciplina di mercato, dovrebbero essere riviste sia le regole di adeguatezza patrimoniale delle banche, regole che trattano assurdamente tutti i titoli di Stato come privi di rischio, sia le regole sui prestiti sulle garanzie collaterali della BCE. Una zona euro più flessibile, decentrata e democratica, che ripristini la libertà politica dei governi, che si affidi alle regole dei mercati, e non alle decisioni arbitrarie di Berlino e Bruxelles, sarebbe molto meglio per tutti.

Spogliare gli elettori del diritto di fare legittime scelte economiche e politiche è insostenibile. E come dimostra la storia tragica della Repubblica di Weimar, l’imposizione di insopportabili pagamenti agli odiati creditori stranieri porta all’estremismo politico. Martin Wolf del Financial Times ha osservato che la zona euro è destinata ad essere una unione delle democrazie, non un impero. Katainen e altri funzionari della zona euro dovrebbero tenerlo a mente.

Philippe Legrain, che è stato consigliere economico del Presidente della Commissione europea dal 2011 al 2014, è visiting senior fellow dello European Institute della London School of Economics e l’autore diEuropean Spring: Why Our Economies and Politics Are in a Mess — and How to Put Them Right”.

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“We don’t change our policy according to elections,” insisted Jyrki Katainen, vice-president of the European Commission for jobs, growth, investment and competitiveness, after the Greek elections in January. Which, however much you may dislike the new radical-left government in Athens, is quite a statement for an unelected EU official. And which begs the question: how can voters actually change eurozone policy? Revolution?

Especially since that policy is conspicuously failing to deliver Katainen’s mandate of jobs, growth and investment. Unemployment in the eurozone is 11.2%, more than twice the rate in the United States, and 26% in Greece. The eurozone economy is still 2% smaller than its pre-crisis peak in early 2008, while Greece’s is down by 26%. Business investment is at a 20-year low in both cases. As for competitiveness – cutting costs to promote exports – it’s a wrong-headed, mercantilist objective; governments should instead aim to boost productivity.

The eurozone today is a very different beast to the monetary union that was launched in 1999 – and not just because it’s in crisis. For all its flaws, the initial design of the currency union was decentralised and largely market-based, allowing plenty of scope for national democracy. Elected governments retained ample fiscal discretion, provided their deficits did not exceed 3% of GDP. (Writing for The Economist at the time, we argued that the euro could do without fiscal rules altogether.) Government borrowing was to be disciplined by markets, with the safeguards that governments that got into trouble could be bailed out neither by their peers (the “no-bailout rule”), nor by the ECB (the ban on monetary financing). National governments also retained almost full freedom over other aspects of economic policy, such as which reforms they did (or didn’t do) and how they went about them. Only monetary policy was (necessarily) set centrally, by the European Central Bank in Frankfurt.

But since the crisis, the eurozone has become a much more centralised, much less flexible and scarcely democratic command-and-control system run from Berlin, Brussels and Frankfurt.

The Greek case is most extreme. For years, successive Greek administrations borrowed too much and lied about it. In 2010, Greece was cut off from the markets because investors finally realised that it would be foolish to continue lending to a government whose debts were so huge that it would be unable to pay them back in full. Had eurozone authorities respected the Maastricht Treaty’s no-bailout rule, Greece would then have had to seek help from the International Monetary Fund. The IMF would have restructured Greece’s debts before providing a conditional loan for a few years to tide it over until it put its public finances in order, reformed its economy and regained market access.

But instead eurozone authorities decided to pretend that Greece was merely going through temporary funding difficulties. They then breached the no-bailout rule by lending the Greek government European taxpayers’ money, ostensibly out of solidarity but actually in order to bail out its creditors, notably French and German banks. That catastrophic decision fundamentally changed the nature of the monetary union.

For five long years, Greece has been administered as a quasi-colony by the hated Troika – the European Commission and the ECB, together with the IMF. Fair enough, you might say: if Greece can’t borrow from markets and relies instead on EU-IMF funding, they have a right to impose conditions on their loans. Yes, indeed, but why even now can’t Greece borrow from markets? Why, last year, long before the election of a left-wing government seemed imminent, when the government was running a primary surplus – a budget surplus excluding interest payments – couldn’t it borrow on a sustainable basis from markets, unlike every other eurozone government? After all, its EU creditors insist it is solvent.

Because Greece is still, in fact, insolvent. And because its EU creditors refuse to restructure its debts, and threaten (illegally) to force it out of the euro if it defaults unilaterally, it is trapped in a modern-day debtors’ prison. Weighed down by unpayable debts, it is unable to recover, unable to regain market access and thus unable to restore control over its economic destiny. So it’s not left-wing to demand debt relief for Greece –even the IMF’s former Europe chief, Reza Moghadam, who is such a radical leftist that he now works for the American investment bank Morgan Stanley, thinks its debt needs to be halved – it’s an economic and democratic necessity.

The bailout of Greece’s creditors and the subsequent loans to Ireland, Portugal and Spain – primarily to bail out local banks which would have otherwise defaulted on their borrowing from German and French ones – made northern European taxpayers fear that they would end up liable for all of southern Europe’s debts. So Germany’s Chancellor, Angela Merkel, demanded much greater control over other countries’ budgets – and the European Commission was only too delighted to oblige. As a result, the eurozone as a whole is now bound by a much tighter fiscal straightjacket: more stringent EU rules as well as the fiscal compact.

This is economically undesirable, because countries that share a currency – and so no longer have their own monetary policy or exchange rate – need greater fiscal flexibility, not less. And it’s politically poisonous, because whenever voters reject a government, as they have done at nearly every election since the crisis, EU officials such as Katainen pop up on television to demand that the new government stick to policies that voters have just rejected. That remote, unelected and scarcely accountable officials in Brussels should deny voters legitimate democratic choices about tax and spending decisions alienates people from the EU. And if voting for mainstream politicians doesn’t lead to change, it’s no surprise they turn to the extremes.

How could fiscal democracy in the eurozone be restored? One option would be to create an elected eurozone fiscal authority. But such is the anger and mistrust that now exists in the eurozone that steps toward democratic federalism are politically inconceivable. A better option would be to restore the no-bailout rule and with it elected governments’ freedom to respond to changing economic circumstances and political priorities – constrained by markets’ willingness to lend and ultimately by the risk of default. A mechanism for restructuring sovereign debt could be created, while the ECB would be mandated to step in to prevent panics. To enhance market discipline, bank capital-adequacy rules that ludicrously treat all government bonds as risk-free should be revised, as should the ECB’s collateral-lending rules. A more flexible, decentralised and democratic eurozone that restores governments’ policy freedom, while relying on markets, not arbitrary decisions by Berlin and Brussels, for discipline would be much better for everyone.

Stripping voters of the right to make legitimate economic and political choices is unsustainable. And as Weimar Germany’s tragic history shows, the imposition of unbearable payments to hated foreign creditors leads to political extremism. Martin Wolf of the Financial Times has observed that the eurozone is meant to be a union of democracies, not an empire. Katainen and other eurozone officials should remember that.

Philippe Legrain, who was economic adviser to the President of the European Commission from 2011 to 2014, is a visiting senior fellow at the London School of Economics’ European Institute and the author of European Spring: Why Our Economies and Politics Are in a Mess — and How to Put Them Right.

Quando liberalizzare è una cosa di sinistra

Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 5.03.2015

Dopo il governo Prodi e quello Monti, anche il governo Renzi si appresta al suo piano di liberalizzazioni, trovando le solite accanite resistenze da parte delle sedicenti professioni liberali: notai, farmacisti ed avvocati. Per molti lettori dell'”Espresso” il termine liberalizzazioni sa di sinistro, non di Sinistra: evoca l’indifferenza sociale dei liberisti dell’Ottocento, che in nome del laissez faire, si opponevano alle leggi contro l’uso (o meglio abuso) del lavoro minorile. Perché mai dei governi che si professano di Sinistra si impegnano nelle liberalizzazioni, mentre i governi di Centro Destra, che si professano liberali se non liberisti, si sono sempre guardati bene dal farle?
Più che all’ideologia i governi guardano al sostegno dei propri elettori. Notai, farmacisti, avvocati e tassisti tendono ad essere elettori del Centro Destra: per questo il Centro Destra ha sempre protetto i loro interessi. Ma questo non spiega la passione liberalizzatrice del Centro Sinistra, si tratta solo di vendetta contro la base elettorale altrui?
Non penso. In un momento di crisi economica, in cui le famiglie italiane non vedono crescere (anzi spesso vedono scendere) il loro reddito nominale, le liberalizzazioni sono il modo più semplice per aumentare il loro reddito reale, ovvero il potere di acquisto delle famiglie.
Per capirne l’effetto basta guardare all’evidenza, presentata in un recente studio sulla liberalizzazione nel settore della distribuzione commerciale in Messico. Tanto in Messico, come negli Stati Uniti, la grande distribuzione è innanzitutto Wal Mart. Wal Mart è il nemico numero uno per i piccoli negozianti americani, immaginatevi per quelli messicani dove viene visto come un negozio dei gringos. Eppure l’apertura del mercato messicano a Wal Mart ha aumentato il reddito reale delle famiglie messicane del 7.5%, più di quanto abbia fatto la crescita economica in Italia negli ultimi 20 anni. Come è possibile?
Come dimostra in maniera dettagliata questo studio, l’efficienza nella distribuzione e le economie di scala permettono a Wal Mart di ridurre i costi e quindi anche i prezzi pagati dai clienti. Wal Mart è in grado di vendere al 15% meno del prezzo prevalente prima che apparisse sul mercato. Dopo l’entrata di Wal Mart, i concorrenti locali sono stati costretti a ridurre i propri prezzi del 2-3%. Ma anche dopo questo aggiustamento, Wal Mart ha dei prezzi inferiori del 12%.
Ci perdono i lavoratori? La risposta è no. Non c’è evidenza che nelle aree dove entra Wal Mart i salari dei lavoratori diminuiscano. Gli unici a perderci sono i negozianti preesistenti, che vedono i propri profitti ridursi, in alcuni casi al punto tale da costringerli ad uscire dal mercato. Per ogni negoziante, però, ci sono tanti clienti. Per questo motivo, il beneficio aggregato ottenuto dai clienti grazie all’entrata di Wal Mart è di gran lunga superiore alle perdite subite dai negozianti pre-esistenti. Poco conta che a beneficiarne siano anche degli azionisti americani: la riduzione dei prezzi al consumo dei prodotti alimentari ha aumentato il reddito reale delle famiglie messicane.
Lo stesso vale per l’Italia. Per quanto ci possa essere simpatico il farmacista dell’angolo, l’inefficienza nella distribuzione dei prodotti farmaceutici riduce il nostro reddito. Lo stesso vale per la distribuzione al dettaglio, per gli studi notarili, per i taxi e per le municipalizzate (non toccate dal decreto del governo). La liberalizzazione non è una punizione di queste categorie, ma un’eliminazione di un loro privilegio, privilegio che si traduce in un costo per la comunità. Farmacisti, notai e tassisti svolgono un servizio importante, che deve essere adeguatamente retribuito. Ma perché devono godere di privilegi che l’ingegnere, il medico e il commercialista non hanno? Non si tratta di odio verso i ricchi, ma di una sana avversione contro le ingiustizie, che è sempre stata parte nel patrimonio storico della Sinistra.
In questo senso è vero, il liberismo è di Sinistra, almeno fino a quando la Destra in Italia è liberale solo a parole.

Only a Political Union Produces Democratic Economic Choices / Solo l’Unione Politica Permette Scelte Economiche Democratiche

In basso il testo dell’articolo in Italiano, pubblicato sul Sole 24 Ore

In the tug of war between the European Union and Greece, public opinion is divided into two camps. On one side are supporters of severity, who accuse Greece of wastefulness and don’t want to give them anything. On the other side are the public spending fanatics, who see Greece as a victim of German severity and would help Greece resume this wastefulness in the name of solidarity. Too often sides are chosen for political reasons while ignoring the facts.
The radical left tradition of Syriza, the Greek party that won the last election, and the sympathy it has raised amongst supporters of unlimited public spending throughout Europe risks obscuring an important fact: in its claims against Europe, Syriza is right. Europe has mistreated Greece and it did so because Germany and France have protected their interests at Greece’s expense.

Don’t misunderstand me. I’m not saying that Greece is without fault, or that the austerity plan wasn’t necessary. Before the crisis Greece lived beyond its means: in 2010 the real budget deficit was more than 15% of GDP. Greece had to cut public spending and without help those cuts would have been even more drastic.

I am simply saying that had there not been a European Union, and if Greece had turned to the International Monetary Fund (IMF), Greece would have suffered less. The IMF certainly doesn’t have a reputation for being generous with the countries it helps. But it would have been more generous than the European Union. The IMF would have imposed an austerity plan, it would have imposed a 30% haircut to creditors, and it would have lent money to facilitate the adjustment. What is the difference between this and the plan Europe decided on?

In Europe’s plan there were loans and also austerity; what was missing was a 30% cut to debts, which would have brought the debt-GDP ratio to 100%. To be fair, there was a haircut, but it was two years late and only hit the few remaining private creditors, because the majority of creditors had been saved by selling to the European Central Bank or by obtaining repayment of loans at maturity though IMF financing. Restructuring IMF loans is much more difficult than restructuring private credit. So the delay made the situation much worse.

Who decided on this plan? Merkel and Sarkozy, in order to protect their banks. It’s not just me saying this, but a number of influential people who cannot be accused of being extremists: Athanasios Orphanides, a former US Federal Reserve official and former governor of the Central Bank of Cyprus (with a Ph.D. from MIT like Draghi and Papademos); Paulo Batista, then executive director of the International Monetary Fund, and even Karl Otto Pöhl, former governor of the Bundesbank. Pöhl declared in 2010 that the bailout was “about protecting German banks, but especially the French banks, from debt write offs.” More recently, the former executive director of the IMF has stated that the Greek plan was one of the darkest pages in the IMF’s history and that the program “put too much of a burden on Greece and not enough of a burden on Greece’s creditors.” You do not need to be a leftist or pro-Greece to understand this.

Even with all of their faults, then, Greece and Syriza are right about a lot. If saving French and German banks was in the best interests of the union (which I doubt), it had to be done by dividing the financial burden between all member states, not by imposing it entirely on Greece. As Orphanides explained very clearly in a recent presentation at Harvard, managing a crisis means allocating losses from the crisis in a manner that minimizes total losses. This is what they did in the United States, which has achieved growth since 2010. They managed to do so because they have a federal parliament that considers the welfare of the country as a whole. In Europe this is not the case. Politicians continue to be elected by national parliaments and naturally answer to these parliaments and their constituents. Angela Merkel is not evil; she is a shrewd politician who is very good at furthering the interests of her own nation at the expense of the others. It is not by chance that she is the only head of government to survive the crisis.

The problem isn’t Germany, nor is it Greece: the problem is the political foundations of the European Union. It is a monetary, not political, union, in which economic decisions cannot be made in a democratic way and end up being prey to the vested interests of economically stronger countries.

It’s high time for even moderates to denounce this problem. If we allow the radical left to have a monopoly on the truth, it shouldn’t be a surprise when they win elections, at least in southern Europe. It’s our fault that we have endorsed a profound injustice with silence, or even worse, with agreement. It’s our fault that we continue to elect leaders incapable of defending our interests in Brussels. It’s our fault that in dreaming of having leaders of German quality, we have allowed French-German interests to dictate the agenda in our own house.

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Nel braccio di ferro tra Unione europea e Grecia, l’opinione pubblica si è divisa in due tifoserie. Da un lato i fautori del rigore, che accusano la Grecia di sperperi e non vogliono concederle nulla. Dall’altro, i fanatici della spesa pubblica, che vedono nella Grecia una vittima del rigore tedesco e vorrebbero aiutarla a riprendere questi sprechi nel nome della solidarietà. Troppo spesso la scelta di campo è fatta per motivi politici, ignorando i fatti. La tradizione di sinistra radicale di Syriza, il partito greco che ha vinto le ultime elezioni, e la simpatia che ha suscitato tra i fautori della spesa pubblica senza limite in tutta Europa rischiano di oscurare un fatto importante: nelle sue rivendicazioni con l’Europa Syriza ha ragione. L’Europa ha maltrattato la Grecia e lo ha fatto perché la Germania e la Francia hanno protetto i loro interessi a scapito di quelli greci.

Non fraintendetemi. Non sto dicendo che la Grecia sia senza colpa, né che un piano di austerità non fosse necessario. Prima della crisi la Grecia viveva al di sopra delle sue possibilità economiche: nel 2010 il vero deficit pubblico era superiore al 15% del Pil. La Grecia doveva tagliare la spesa pubblica e senza aiuti i tagli sarebbero stati ancora più drastici. Sto semplicemente dicendo che se non ci fosse stata la Ue e se la Grecia si fosse rivolta al Fondo monetario la Grecia avrebbe sofferto meno. L’Fmi non ha certo una reputazione di essere generoso con i Paesi che aiuta. Ma sarebbe stato più generoso della Ue. Il Fondo avrebbe imposto un piano di austerità, avrebbe imposto un haircut ai creditori del 30% e avrebbe prestato dei soldi per facilitare l’aggiustamento. Qual è la differenza con il piano deciso dall’Europa?

I prestiti ci sono stati e anche l’austerità; quello che è mancato è stato un taglio del debito del 30%, che avrebbe portato il rapporto debito/Pil al 100%. A onor del vero, l’haircut c’è stato, ma con due anni di ritardo e ha colpito solo i pochi creditori privati rimasti, perché la maggior parte si era salvata vendendo alla Bce o ottenendo il rimborso dei crediti in scadenza finanziato dai prestiti del Fondo. Ristrutturare i prestiti dell’Fmi è molto più difficile che ristrutturare i crediti privati. Quindi il ritardo ha reso la situazione molto peggiore.

Chi ha deciso questo piano? Merkel e Sarkozy, per proteggere le loro banche. A dirlo non sono solo io, ma una serie di persone autorevoli che non possono essere certo accusate di essere degli estremisti: Athanasios Orphanides, ex funzionario della Federal Reserve americana ed ex governatore della Banca centrale cipriota (con dottorato al Mit come Draghi e Papademos); Paulo Batista, all’epoca direttore esecutivo dell’Fmi, e perfino Karl Otto Pöhl, l’ex governatore della Bundesbank. Pöhl dichiarò già nel 2010 che il salvataggio era «per proteggere le banche tedesche, ma soprattutto francesi, da perdite sui crediti». Più recentemente l’ex direttore esecutivo dell’Fmi ha affermato che il piano per la Grecia è stata una delle pagine più cupe della storia del Fondo e che il piano «imponeva troppo peso sulla Grecia e non abbastanza sui creditori». Non occorre essere né di sinistra né pro greci per capirlo.

Pur con tutte le sue colpe, quindi, la Grecia e Syriza hanno ragioni da vendere. Se salvare le banche francesi e tedesche era nell’interesse dell’Unione (ne dubito) andava fatto dividendo il peso finanziario tra tutti gli Stati membri, non imponendolo interamente alla Grecia. Come ha spiegato molto chiaramente Orphanides in una recente presentazione ad Harvard, gestire una crisi significa allocare le perdite prodotte dalla crisi al fine di minimizzare le perdite globali. È quello che hanno fatto gli Stati Uniti, che dal 2010 hanno ripreso a crescere. Sono riusciti a farlo perché hanno un parlamento federale, che considera il benessere del Paese nel suo complesso. In Europa questo non è vero. I politici continuano ad essere eletti da parlamenti nazionali e naturalmente rispondono a questi parlamenti e ai loro elettori. Angela Merkel non è cattiva, è un’astuta politica che fa molto bene l’interesse della sua nazione a scapito di quelle altrui. Non a caso è l’unico capo di governo che è sopravvissuto alla crisi.

Il problema non è la Germania, né la Grecia: sono le basi politiche della Ue. Un’unione monetaria, non politica, in cui le scelte economiche non possono essere fatte in modo democratico e finiscono per essere preda degli interessi costituiti nei Paesi economicamente più forti.

È giunto il momento che anche i moderati denuncino questo problema. Se lasciamo alla Sinistra radicale il monopolio della verità non dobbiamo sorprenderci se poi questa vince le elezioni, almeno nell’Europa del Sud. È colpa nostra che abbiamo avallato col silenzio, o peggio con l’assenso, una profonda ingiustizia. È colpa nostra che continuiamo ad eleggere governanti incapaci di difendere i nostri interessi a Bruxelles. È colpa nostra che sognando di avere dei governanti di qualità tedesca abbiamo finito per permettere agli interessi franco-tedeschi di dettare l’agenda in casa nostra.

#OpenDerivati

Qui di seguito trovate il link all’articolo sull’uso dei derivati da parte del MEF – scritto insieme a Andrea Buraschi e pubblicato sul Sole 24 Ore del 3 Marzo -, nonché il confronto che ne è seguito, a partire dalla replica del MEF.

Le polemiche politiche non mi interessano e le lascio ad altri. Considero invece un bene che su questioni così importanti e delicate si discuta pubblicamente e in maniera comprensibile anche dai non tecnici. La mia speranza è che anche questo post contribuisca al raggiungimento di due obiettivi che mi stanno molto a cuore:

– la trasparenza da parte del Governo su una questione estremamente importante perché potenzialmente rischiosa per le finanze del Paese

– la consapevolezza e comprensibilità della questione anche da parte dei non tecnici. È questione che interessa tutti i contribuenti, anzi tutti i cittadini, per gli impatti che può avere nel breve periodo e negli anni a venire.

Se il MEF vuole la vera trasparenza, pubblichi sul sito tutti i contratti derivati scaduti. Non ci sono scuse per non farlo.

Infine: non capisco l’indagine della procura di Trani. Sui contratti a lunga durata l’opzione di uscita è molto comune (proprio per questo vorrei sapere con esattezza quanto rischiamo con tutti gli altri derivati). Se Morgan Stanley aveva questa opzione e l’ha esercitata era un suo diritto. Spero che in Italia guadagnare legalmente non sia ancora un reato. Caso mai si dovrebbe investigare chi al Tesoro ha firmato questi contratti.

I derivati e i veri rischi per il Tesoro

Gestione del debito e accountability: ulteriori elementi di chiarezza sui derivati

Una danza di numeri che non ispira fiducia

Why Europe Needs U.S. Leadership / All’Europa serve Obama per salvare la Grecia

Traduzione inglese dell’articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore di oggi

Europe is on the brink. Like 101 years ago, it all started in the Balkans. Like 101 years ago nobody wants to escalate the tension, but everybody is afraid to lose face. Like 101 years ago all the players have much to lose from not cooperating, but the fear of being caught off guard makes everybody unwilling to cooperate.

We know what happened 101 years ago. A war that could have been avoided, a war that cost the European continent 16 million lives and even more human suffering, a war that set the premises for the rise of Nazism and a second devastating world war. Fortunately, the risk today is not a war, but the implosion of the Eurozone. An implosion that many in the United States see as inevitable and so are resigned to witness on the side line.

While the break out of the euro might be inevitable, the way we arrive to this outcome is more important than the outcome itself. If instead of an orderly process, we arrive to a sudden break up, among recriminations of the various sides, at risk is not just the common currency project, but the European Union and even peace and democracy in Europe. The rise of xenophobic and extremist parties throughout the European continent is an example of the risk such an explosion entails.

In Greek tragedies, when the characters were faced with an impossible task to resolve, it was brought to the scene a deus ex machina, literally a divine character descending on stage thanks to some theatrical machine. The modern Greek drama, unfolding in front of our eyes, is desperately needing a deus ex machina too, an outside party able to reconcile the differences among the various players and bring them to reason.

Even without resorting to divine intervention, this role could be played by the United States. But why should it?

After the failure of the interventions in Afghanistan and Iraq, America is an increasing flirting with isolationism. Why to spend resources, even if only time and energy of U.S. diplomats, to deal with “internal” problems of foreign countries? And even if we wanted to do so, why to waste those resources in old Europe, when the future is in Asia and possibly in Africa?

It would be a double mistake.
While the economic future of the United States may well be Asia and Africa, its present is still very much linked to Europe. It would be very difficult for the United States to escape the economic consequences of a an abrupt break-up of the euro. The last thing the U.S. economy needs right now is a negative shock from abroad. But it would be a political mistake as well. With the Ukrainian crisis in full swing, the United States cannot tolerate a Greek-Russia “entente cordial” with an anti-European (and anti-American) purpose. Yet, if there is no alternative to save its face, the new Greek government will easily end up in Russian arms.

Can the United States make a difference? The answer is clearly affirmative.
Today, Europe is in a catch-22 between a new Greek government, which has staked all its reputation on a renegotiation of the Troika’s diktats, and a German and European establishment, which cannot afford to bend at all or they will irremediably undermine the economic reforms achieved so far. In this situation an intermediary, willing to defend the German principles, while at the same time facilitating a softening of the Troika’s effective economic stand (possibly easing the process with some small subsidies) can go a great deal towards brokering a deal. Being the winning nation who had the foresight to forgive the defeated country’s debt, the United States has also the moral standing to play that role.

In the last few days President Obama has finally spoken on the issue. But rather than public statements, what the United States would need is a reliable team of negotiators on the ground, working behind the scene. People of talents for such a job do not lack. What is lacking is the political will to take on a fight we can lose. But such will is necessary if we want to prevent that the current Greek drama degenerate into a world tragedy.

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L’Europa è sull’orlo della crisi. Come 101 anni fa, tutto è cominciato nei Balcani. Come 101 anni fa nessuno vuole inasprire la tensione, ma tutti hanno paura di perdere la faccia. Come 101 anni fa, hanno tutti tanto da perdere se non collaboreranno, ma la paura di essere presi alla sprovvista fa sì che nessuno sia disposto a collaborare. Noi sappiamo cosa è successo 101 anni fa.
Continua a leggere sul sito de Il Sole 24 Ore

A High Stake Greek Roulette / Roulette Greca ad Alto Rischio

According to the most accredited historians, the explosion of World War I was not inevitable. It was a tragic mistake of an escalation game, where nobody wanted to pull the trigger, but nobody wanted to lose face. We know the outcome.

Unfortunately, the game of chicken between the European Central Bank (ECB) and the Greek government looks scarily similar. On the one hand, the new Greek government does not want to exit the euro, but it plays tough to increase its bargaining power. On the other hand, the European Central Bank does not want a breakdown in negotiations, but it is pressured by the German Bundesbank to be tougher and it is terrorized of giving the wrong signal to the other Southern European countries (read Italy).

The pressure created by the Bundesbank cannot be underestimated.
The Bundesbank’s legal department continuously challenges the ECB decisions. It even challenges the single council members, reminding them that if they lend without the proper guarantees, they can be considered personally liable.
Italy’s shadow is always present in every decision. Saturday ECB Vice President Vitor Constâncio said that if a nation has ratings below investment grade, “then a waiver is granted provided that the country is under a program” and that “there will be no surprises if we find out that a country is below that rating and there’s no longer a program that that waiver disappears.” He was not talking just to Greece. As I mentioned in my previous blog post, he was talking to Italy.

The ECB move is more important for its political message than for its consequences. Economically the decision involves only a minor increase in the Greek banks’ cost of borrowing. In fact, at the moment Greek banks can refinance themselves with the Emergency Liquidity Assistance, a program run by the Central Bank of Greece. But this option may be cut out by the ECB on the 18th.
More importantly, Draghi’s decision shows that the ECB is not afraid to play hard ball with Greece. It is not even afraid to pull the trigger, if pushed with the shoulder against the wall. It is a reasonable reaction to preserve the credibility of the institution. But it runs the risk of putting the new Greek government with the shoulders against the wall. The proposal unveiled by Varoufakis in London was incredibly reasonable. So Syriza was trying to find a reasonable compromise. But it cannot accept to lose face with any of the Troika’s players: it would lead to an electoral defeat. Thus, the ECB move can escalate the fight.

If I were to bet, I would bet that Tsipras and Varoufakis prefer to pull Greece out of the euro than to lose their face in front of the ECB. I hope I will not have to find out.

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Secondo gli storici più accreditati, lo scoppio della prima guerra mondiale non era inevitabile. È stato un tragico errore di valutazione in un gioco di escalation, dove nessuno voleva premere il grilletto, ma allo stesso tempo nessuno voleva perdere la faccia. Sappiamo come è andata a finire.

Purtroppo, il braccio di ferro tra la Banca centrale europea (BCE) e il governo greco sembra spaventosamente simile. Da un lato, il nuovo governo greco non vuole uscire dall’euro, ma gioca duro per aumentare il suo potere contrattuale. D’altra parte, la Banca centrale europea non vuole una rottura dei negoziati, ma è costantemente pressata dalla Bundesbank tedesca ad essere più rigorosa e ha il terrore di dare un segnale sbagliato agli altri paesi dell’Europa meridionale (leggi Italia).

La pressione esercitata dalla Bundesbank non può essere sottovalutata.
L’ufficio legale della Bundesbank sottopone a un vaglio minuzioso ogni singola decisione della BCE. E fa pressione persino sui singoli membri del consiglio, ricordando loro che se effettuano trasferimenti senza le adeguate garanzie, possono essere considerati personalmente responsabili.
Dietro ogni decisione si intravede sempre l’ombra dell’Italia. Sabato scorso, il vicepresidente BCE Vítor Constâncio ha detto che se una nazione ha un rating inferiore all’ “investment grade”, può ottenere una deroga a condizione che il paese sia sotto un programma” e che “non ci saranno sorprese, se scopriremo che un paese ha un rating inferiore e non c’è un programma quella deroga scompare”. Constâncio non stava parlando solo alla Grecia. Come ho detto in un precedente post, stava parlando all’Italia.
La mossa della BCE è più importante per il suo messaggio politico che per le sue conseguenze. Economicamente la decisione comporta solo un minore aumento del costo di finanziamento delle banche greche. In realtà, in questo momento le banche greche possono rifinanziarsi con l’Emergency Liquidity Assistance (ELA), un programma gestito dalla Banca centrale greca. Ma questa opzione può essere eliminata dalla BCE il 18.

Ancora più importante, la decisione di Draghi dimostra che la BCE non solo non ha paura di giocar duro con la Grecia, ma non ha neanche paura di premere il grilletto se messa con le spalle ail muro. Si tratta di una reazione ragionevole per preservare la credibilità dell’istituzione. Tuttavia si corre il rischio di mettere con le spalle al muro il nuovo governo greco.
La proposta esposta da Varoufakis a Londra era incredibilmente ragionevole. In questo modo Syriza stava cercando di trovare un compromesso ragionevole. Ma non può accettare di perdere la faccia con uno dei giocatori della troika: ciò porterebbe a una sconfitta elettorale.
Così, la mossa della BCE può far degenerare una situazione già pericolosa.

Se dovessi scommettere, direi che Tsipras e Varoufakis preferiscono far uscire la Grecia dall’euro piuttosto che perdere la faccia di fronte alla BCE. Spero di non doverlo scoprire.

Austerity has many fathers / I molti padri dell’austerità

In a period where we hear very conflicting positions about Greece, it is a pleasure to read a very balanced piece:

In un periodo in cui sentiamo di tutto sulla Grecia, fa bene leggere questo pezzo molto saggio:

http://www.project-syndicate.org/commentary/greek-exit-syriza-troika-negotiations-by-kenneth-rogoff-2015-02

As Rogoff says, the so called austerity is not the fault of the Troika, but of the Greek government that was spending 10% of GDP more than it was raising (even before considering the interest on the existing debt).
Yet, it is not just the Greeks’ fault. French and German banks are responsible as well. Rogoff claims that a debt reduction is inevitable.
If it is a precedent – says Rogoff – so be it. Other countries will follow.

Which countries is he talking about?
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La cosiddetta austerità non è colpa della Troika, ma del governo greco che spendeva il 10% del PIL più di quello che incassava (anche senza contare gli interessi). Ma la colpa non è solo dei greci. Le banche francesi e tedesche sono corresponsabili. Rogoff sostiene che una riduzione del debito è inevitabile.
E se rappresenta un precedente – dice Rogoff- so be it. Altri paesi seguiranno.

Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Quanto somiglia l’Illinois all’Italia

Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 23.01.2015

Mentre l’Europa arranca con tassi di crescita da prefisso telefonico e l’Italia deve ancora vedere un segno più, la ripresa negli Stari Uniti sta guadagnando vigore. Il tasso di crescita Usa nel terzo trimestre 2014 è stato rivisto al rialzo, con un +5% su base annua. Anche l’occupazione aumenta. Il 2014 è stato il migliore anno dal 1999 per crescita degli occupati. Perché questa differenza?

Per capire meglio il raffronto, dobbiamo dividere gli Stati Uniti in tre gruppi. Ci sono i cosiddetti “stati sabbiosi” (California, Nevada, Arizona, e Florida). Questi hanno avuto una bolla immobiliare simile a quella di Spagna, Irlanda e Grecia. Poi c’è’ l’Illinois, che non ha avuto una grossa bolla immobiliare, ma una crisi delle proprie finanze pubbliche, come l’Italia. E poi c’è’ il resto.
Negli “stati sabbiosi” l’esplosione della bolla immobiliare è stata più devastante che in Spagna ed Irlanda. In Nevada i prezzi delle abitazioni sono scesi del 50%. A rendere più agevole il recupero di questi stati, però , sono stati quattro fattori. Innanzitutto, molte banche erano federali. Se da un lato questo ha significato che tutto il Paese ha risentito della crisi bancaria prodotta dalle pesanti perdite sui mutui, dall’altro ha attenuato il costo della crisi per queste regioni. Come il Santander ed il Bbva sono stati in grado di fronteggiare la crisi spagnola, perché diversificati in America Latina, così è stato per le banche americane. In aggiunta, in America gli aiuti federali sono andati a tutte le banche. In Europa, la Germania ha salvato le sue banche, ma si è guardata bene dal salvare quelle irlandesi o spagnole. Negli Stati Uniti, invece, i cittadini texani (non toccati dalla bolla) hanno contribuito a salvare una banca californiana come Indy Mac.
In secondo luogo, l’impatto del crollo immobiliare sulla ricchezza delle famiglie è stato in parte assorbito dalla possibilità (in alcuni di questi stati) di cancellare il mutuo rinunciando alla casa. In Arizona se il mutuo vale due volte la casa, si può rinunciare ad entrambi. In Spagna, il proprietario deve pagare la differenza, e per farlo deve ovviamente comprimere i consumi.
Negli Stati Uniti il bilancio federale ha anche permesso di attenuare il colpo negli stati colpiti dalla crisi. Una fetta rilevante del pacchetto di stimolo approvato da Obama nel 2009 fu destinato ad aiutare i bilanci dei singoli stati. Non solo in Europa non c’è’ stato alcun aiuto di questo tipo, ma gli stati in crisi sono stati costretti (in parte per pressioni di mercato, in parte per regole europee) ad aumentare le imposte e tagliare la spesa nel momento peggiore.
Per finire, l’appartenenza della Florida all’Unione non è mai stata messa in dubbio. Il crollo del prezzo delle case in quello stato, ha rappresentato un’opportunità per molti americani di trasferirsi lì per la pensione a prezzi di saldo. Non altrettanto in Grecia.
Tre su quattro di questi motivi hanno una causa comune. L’ Unione Europea non è un vero stato federale. È poco più di un’area commerciale comune con una moneta unica ed alcune regole fiscali comuni. Questa mancanza di condivisione del rischio aumenta l’ampiezza delle fluttuazioni economiche.

Se queste ragioni spiegano il comportamento degli “stati sabbiosi”, non spiegano l’Illinois. Tra gli stati americani più corrotti, l’Illinois ha una politica locale da fare invidia a quella italiana. Tre su quattro degli ultimi governatori sono finiti in prigione. E le sue finanze sono in grande difficoltà. Il suo debito (pensionistico e non) è difficilmente sostenibile. Più l’Illinois aumenta le imposte, più le sue imprese scappano nei vicini Wisconsin, Michigan e Indiana. Più riduce le spese e più la qualità della vita (scuole, polizia, servizi) si riduce, spingendo i suoi abitanti a spostarsi in altri stati (e peggiorando la crisi fiscale).
Se un passo verso una maggiore integrazione europea potrebbe aiutare la Spagna e l’Irlanda a riprendersi, non basterebbe per l’Italia.

Come in Illinois, la crisi italiana è ben più strutturale. Sperare che l’aiuto venga da altrove, è solo una scusa per ignorare che innanzitutto dobbiamo cambiare noi.