Se l’Economia del Dragone frena, anche l’Europa sarà danneggiata – Intervista al Giornale di Sicilia

Testo dell’intervista pubblicata sul quotidiano “Giornale di Sicilia” il 26 Agosto 2015, a cura di Francesco Lo Dico. 

Dall’Europa a misura di Berlino ai deficit italiani, dal governo Renzi all’assicurazione europea contro la disoccupazione. Il crac della borsa cinese fa temere anche per la ripresa italiana, che si è timidamente affacciata sul Paese sull’onda dell’opera riformatrice dell’esecutivo. «Il problema non è tanto il tracollo di Pechino, ma il possibile rallentamento dell’economia del Dragone. Se la Cina dovesse segnare il passo – commmenta l’economista Luigi Zingales, docente di Finanza alla University of Chicago Booth School of Business, ci potrebbero essere gravi ripercussioni. Per noi e per tutta l’economia europea». Ma l’editorialista del Sole24Ore,  getta uno sguardo assai acuto anche sulle maggiori questioni economiche dell’agenda europea e italiana. E non risparmia strali al dispotismo tedesco, spronando il governo a farsi sentire a Bruxelles.

Professore, il crac della borsa cinese mette in pericolo la ripresa italiana?
«Il crollo della borsa cinese di per sé no, ma un netto rallentamento dell’economia del Dragone potrebbe avere forti ripercussioni su tutta l economia europea».

Intanto Moody’s ha ridimensionato le stime di crescita del governo e dell’Europa. Non è ora di ripensare il modello incentrato sull’export?
«Tra crescita europea e crescita italiana occorre fare una distinzione. Quella dell’Eurozona, seppure inferiore alle aspettative, è più sostenuta. Occorrerebbe però, soprattutto nel caso della Germania, una rivisitazione del modello basato solo sull’export. Il problema fondamentale dell’Europa è che Berlino ha un avanzo di bilancio eccessivo, in violazione delle regole comunitarie. Eppure nessuno fa niente per cambiare le cose».

E nel caso dell’Italia? I consumi languono.
«Per inquadrare la modesta crescita italiana, è necessario ricordare che il nostro Paese non cresce dal ‘95. Sarebbe erroneo attribuire alla contingenza delle regole comunitarie, un deficit strutturale che a oggi non è stato pienamente risolto. Non è dare una maggiore spinta ai consumi interni, la soluzione in grado di rimettere in marcia l’Italia. Torneremo a spendere di più quando recupereremo la capacità di essere competitivi».

L’America è tornata ai livelli pre-crisi. Perché l’Europa non trae beneficio dalla lezione che viene da Oltreoceano ?
«Sono due gli elementi essenziali che spiegano il diverso passo dell’America rispetto all’Europa. Il primo è che negli States esiste una maggiore flessibilità, il secondo è che Oltreoceano vige una politica di bilancio più espansiva. Si tratta di due fattori molto importanti, quasi del tutto assenti nelle politiche del Vecchio Continente».

Come si trae in salvo l’Eurozona?
«Sostengo da tempo che per realizzare una vera integrazione ci sarebbe bisogno di trasferimenti interni sul modello di quanto avviene negli Stati Uniti. Quando la Florida è entrata in crisi, ha avuto dei trasferimenti federali che le hanno permesso di affrontare il momento sfavorevole in maniera meno drammatica. Preda della crisi, l’Italia invece ha avuto solo qualche trasferimento in conto capitale, ma quasi nessuno utile ad affrontare la tempesta. L’idea di un’Europa intesa come unione monetaria priva di unione fiscale non è sostenibile».

A fronte dei vincoli, l’Italia ha mostrato qualche debole segnale di ripresa. I consumi interni però restano fermi. Che cosa fare?
«I consumi restano al palo perché la gente non vede ancora una prospettiva di sviluppo. Una ripresa consistente non è alle viste perché fare impresa in Italia è ancora oggi costoso e molto difficile e non c’è un’adeguata flessibilità del capitale. L’Italia affronta da due decenni una transizione molto difficile: se non si creano le condizioni per far nascere nuove imprese, la crescita resterà un obiettivo difficile da raggiungere».

Il viceministro Morando vorrebbe trasformare la decontribuzione in misura strutturale. Mossa utile?
«Ridurre le imposte sul lavoro è senz’altro un’ottima misura. Il problema come sempre sono i soldi. Temo che il governo prometta un po’ di più di quanto possa mantenere. Detassare il lavoro sarebbe assolutamente prioritario e anzi indispensabile. Ma aggiungere a questo una riduzione dell’imposta sulla prima casa potrebbe far saltare il banco. Se il governo vuole realizzare entrambe le cose rischia di deludere le attese».

Renzi ha annunciato la riduzione delle tasse a fronte di tagli alla spesa. I meno abbienti sono a rischio?
«A fronte dei tagli alla spesa previsti, l’annunciata riduzione delle tasse sembra un’operazione complicata. Molta della spesa italiana non è comprimibile. Il libro che Cottarelli ha dedicato alla spending review fornisce numeri precisi. Ma è proprio sulla base di questi dati che le riduzioni di spesa annunciate possono difficilmente giustificare i tagli di imposte promessi. La vera domanda è perciò quali altre imposte il governo pensa di introdurre in sostituzione di quelle che vuole abolire».

Rispetto allo scorso anno, le ore di cassa integrazione sono diminuite del 26,9 per cento. L’Italia riparte?
«Paradossalmente, qualcuno potrebbe vedere la riduzione della cassa integrazione come l’effetto di una minore disponibilità dello Stato. Ciò detto qualche motivo di soddisfazione c’è, ma non bisogna certo fare festa. La ripresa è debole. Ma è sufficiente per nutrire la speranza che le cose stiano finalmente andando per il verso giusto».

Anche il Jobs Act ha prodotto qualche buon risultato nell’ambito delle stabilizzazioni. La riforma funziona?
«È indubbio che per valutare l’impatto del Jobs Act sul mondo del lavoro, è necessario tenere in considerazione che i dati sono influenzati dalle decontribuzioni. È però altrettanto evidente che la combinazione della riforma del mercato del lavoro, abbinata agli incentivi, ha prodotto risultati positivi. È vero che oggi i nuovi assunti sono più simili ai lavoratori temporanei di una volta. Ma dire che la riforma non ha cambiato nulla sarebbe drammatizzare più del dovuto. Non bisogna dimenticare che le stabilizzazioni possono rappresentare un importante mutamento per le famiglie che chiedono accesso al credito. Un cambiamento che significa aumento della domanda, e che va letto come un fatto molto positivo».

Si è parlato di un piano Marshall da 100 miliardi per il Mezzogiorno. Servirà?
«Il problema del Sud non si risolve con un nuovo piano Marshall. Il Meridione ha dimostrato in passato di fare molta fatica nel gestire i fondi europei. L’aumento degli investimenti pertanto non si tradurrebbe in un aumento della domanda, ma purtroppo, come spesso accaduto in passato, in un aumento della criminalità. Contro il malaffare occorre un taglio netto. Senza un profondo cambio di mentalità, il Sud non potrà mai sperare di risollevarsi».

Ed è complessa la partita con l’Europa: avremo una deroga all’austerity?
«Va detto che la politica europea del governo Renzi è stata finora all’insegna del piccolo cabotaggio. Il governo dovrebbe farsi capofila della vera iniziativa che potrebbe cambiare le sorti dell’Europa. È necessario concepire in sede europea un’assicurazione contro la disoccupazione. Si tratta di una battaglia difficile, è vero. Ma nessuna battaglia si può vincere se non si comincia».

Fondi europei che libererebbero risorse per la crescita: è così?
«Proprio così. Se ci fosse un’assicurazione europea contro la disoccupazione, potremmo ricevere dei trasferimenti che permetterebbero di allentare i vincoli di bilancio e di aumentare i consumi allo stesso tempo. I cittadini che non hanno un posto di lavoro avrebbero maggiori possibilità di spesa. Ma anche chi ha un posto di lavoro si sentirebbe più al sicuro e più disposto a spendere. Potremmo rilanciare i consumi interni, e ridare fiato a chi produce. Per l’Italia sarebbe una svolta».

Intervista a “La Stampa”: “Crescita sì, ma da zero virgola. Anche le imprese possono fare di più”

Testo dell’intervista pubblicata sul quotidiano “La Stampa” il 9 Agosto 2015, a cura di Luigi Grassia

Dall’economia arrivano segnali misti: come li giudica? L’Italia aggancerà o no il treno della ripresa? La stima di Pii +0,7% quest’anno è realistica?
«Cominciamo a considerare lo scenario europeo» risponde Luigi Zingales dall’Università di Chicago, dove insegna finanza alla Booth School of Business. «La ripresa in Europa c’è, grazie ai bassi tassi della Bce e al petrolio a buon mercato. Perciò sì, l’Italia avrà un incremento di Pil, nell’ordine dello zero virgola. Ma questo ci basta? Io dico di no».

Perché l’Italia aggancia a fatica la ripresa internazionale?
«È dal 1995 che il Pil italiano cresce molto poco: un +0,5% annuale ogni tanto. Ci sono problemi di fondo. Il primo è che l’Italia ha mancato la rivoluzione digitale. Molta della crescita della produttività americana è dovuta agli investimenti nelle tecnologie dell’informazione. Invece in Italia questo non si è visto».

Eppure tutti i bambini italiani hanno lo smartphone e l’iPad. E in passato siamo stati all’avanguardia nella robotica. Stavolta che cosa è mancato?
«Ecco un esempio concreto. In America la Wal Mart ha fatto un balzo di produttività grazie a sistemi avanzati di gestione della logistica . E negli Usa è normale la gestione dei clienti attraverso software. Invece in Italia, a parte qualche eccellenza, nella distribuzione non si fa certo un uso massiccio delle tecnologie digitali. Perché? In parte perché le aziende sono, in media, troppo piccole, ma in parte perché i manager, ad esempio i responsabili del marketing, preferiscono mantenere direttamente le leve del potere nelle loro mani».

Curioso: lei sta facendo ai manager privati la stessa critica che in molti fanno agli alti burocrati dello Stato. Poi in Italia ci sono altri problemi di fondo?
«Si è parlato molto in Italia della necessità di rendere flessibile il lavoro; e questo, è vero, è un problema. Ma si parla poco della scarsa flessibilità del capitale. In un sistema efficiente dovrebbe essere facile sia disinvestire dai settori in declino (perché subiscono, ad esempio, la concorrenza della Cina) sia dirottare le risorse verso i settori in ascesa e a più alto valore ag giunto. Ma in Italia tutte e due queste cose sono difficili. Intanto perché c’è un sistema finanziario che non aiuta la circolazione del capitale. Poi perché abbiamo avuto, storicamente, una legge fallimentare che ha mancato il suo scopo principale, che è salvare le imprese per poi rilanciarle. Spero che la nuova sia meglio. Poi le imprese italiane sono spesso in mano a famiglie che non amano disinvestire, perché poi non avrebbero altro da fare. E non è solo un fatto culturale: se queste famiglie finanziassero aziende nuove dirette da altri, e questi si rivelassero degli incapaci o dei manigoldi, i proprietari non riuscirebbero a tutelare il loro investimento. Abbiamo un sistema giudiziario che non riesce mai a mandare in galera i ricchi che se lo meritano, come è successo in America, per esempio, a un ex capo di McKinsey e a uno della Enron. Parlo di galera, non di arresti domiciliari o obbligo di firma».

Per caso sta invocando una bella dose di giustizialismo?
«No, al contrario. Il giustizialismo vuole tutti colpevoli, io vorrei un sistema giudiziario fondato sulla selettività e l’efficienza. In Italia c’è il mito dell’azione obbligatoria. È nella legge, ma è solo un mito. Ogni volta che un pm avvia un’azione giudiziaria dice che lo fa perché è costretto dalla notizia di reato. In realtà, sceglie fra le moltissime notizie di reato quelle che vuole perseguire, e non si giustifica mai, perché dice che l’azione è obbligatoria. Cosi un pm avvia magari 25 cause senza ottenere nessuna condanna. E tutto questo senza conseguenze negative sulla sua carriera. Invece della responsabilità civile dei magistrati vorrei una responsabilità gestionale: che i magistrati fossero incentivati a misurare i costi e i benefici delle azioni legali che scelgono di intraprendere e che vengano promossi sulla base dei loro risultati. una riforma di questo tipo servirebbe molto all’economia».

Il rallentamento della Cina minaccia la ripresa globale?
«Un Paese non può crescere per sempre al 10% annuo. Se il rallentamento si accompagnerà a un aumento dei consumi interni non provocherà una crisi internazionale».

 

Un Alibaba cinese batte Amazon ed eBay

Testo dell’articolo pubblicato su L’Espresso del 19.09.2014

Apriti, Sesamo! Questa è la famosa parola magica con cui Ali Babà apriva la caverna piena di tesori in una delle favole delle “Mille e Una Notte”. E Alibaba fu il nome sapientemente scelto da Jack Ma quando fondò la sua società nel lontano 1999. Eravamo in pieno Internet boom, non solo in America, ma anche in Europa e in Cina. E Jack Ma decise di creare in Cina un sito per il commercio via Internet. Alibaba, che vanta un volume di transazioni superiore ad Amazon ed eBay messi insieme, oggi, venerdì 19, arriva alla quotazione sul mercato borsistico di New York. Le richieste dei sottoscrittori eccedevano già nei giorni scorsi l’offerta di azioni. Il fondatore ha comunque trovato il suo tesoro. Con l’ingresso in Borsa Jack Ma diventa uno degli uomini più ricchi del mondo. Sarebbe riduttivo, però, considerare Alibaba solo una versione più grande di Amazon ed eBay.

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