Il modo giusto di opporsi a Trump: una lezione dall’Italia/ The Right Way to Resist Trump

Traduzione Italiana, a cura de Il Sole 24 Ore, dell’articolo pubblicato sul New York Times  con il titolo “The Right Way to Resist Trump.
En Español: “Lecciones de la era Berlusconi para lidiar con Trump“. 

Cinque anni fa mettevo in guardia dal rischio di una presidenza Trump. Quasi tutti ridevano. Pensavano che fosse inconcepibile.

Non è che abbia particolari doti di preveggenza: è solo che sono italiano e questo film lo avevo già visto, con protagonista Silvio Berlusconi, che è stato presidente del consiglio per un totale di 9 anni tra il 1994 e il 2011. Sapevo come sarebbero potute andare le cose.

Ora che Trump è stato eletto presidente, il parallelo con Berlusconi potrebbe offrire indicazioni utili su come evitare di trasformare una vittoria di strettissima misura in una saga ventennale. Se pensate che il limite dei due mandati e l’età avanzata del magnate possano preservare il Paese da questo fato, siete troppo ottimisti: il suo mandato potrebbe facilmente trasformarsi in una dinastia Trump.

Berlusconi è riuscito a governare così a lungo l’Italia grazie principalmente all’incompetenza dell’opposizione che aveva di fronte, così sfrenatamente ossessionata dalla sua personalità da tralasciare qualsiasi dibattito politico concreto e concentrare tutti i suoi sforzi su attacchi personali che ottenevano l’unico effetto di accrescere la sua popolarità. Il segreto di Berlusconi era la capacità di innescare una reazione pavloviana tra i suoi avversari di sinistra, che ingenerava una simpatia istantanea nella maggior parte degli elettori moderati. Trump non è diverso.

Abbiamo visto in opera questa dinamica durante la campagna per le presidenziali. Hillary Clinton era talmente concentrata a spiegare tutti i difetti di Trump che spesso e volentieri ha trascurato di promuovere le sue idee, di fornire ragioni positive per votare per lei. I mezzi di informazione erano così intenti a ridicolizzare i comportamenti di Trump che hanno finito per garantirgli una pubblicità gratuita.

Purtroppo questa dinamica non è finita con le elezioni. Poco dopo il discorso della vittoria di Trump sono scoppiate proteste in tutta l’America. Contro cosa stavano protestando queste persone? Che ci piaccia o no, Trump ha vinto in modo legittimo. Negarlo non fa che alimentare la percezione che esistano candidati «legittimi» e candidati «illegittimi», e che un’élite ristretta stabilisca quali sono gli uni e quali gli altri. Se è così, le elezioni sono soltanto un concorso di bellezza tra candidati che hanno ricevuto la benedizione dei chierici del Consiglio dei guardiani, come in Iran.

Queste proteste sono anche controproducenti. Ci saranno mille motivi per lamentarsi durante la presidenza Trump, quando verranno prese decisioni pessime. Perché lamentarsi adesso, quando non è stata presa ancora nessuna decisione? Delegittima le future proteste e rivela i pregiudizi dell’opposizione.

Anche la petizione che chiede ai membri del Collegio elettorale di violare il loro mandato e non votare per Trump potrebbe fare il gioco del presidente eletto. È un’idea incauta. Su quali basi potremmo protestare in futuro, quando Trump truccherà le carte per ottenere ciò che vuole?

L’esperienza italiana offre un modello per sconfiggere Trump. Solo due uomini in Italia hanno vinto una competizione elettorale contro Berlusconi: Romano Prodi e l’attuale presidente del consiglio Matteo Renzi (anche se nel secondo caso si trattava soltanto di elezioni europee). Tutti e due hanno trattato Berlusconi come un avversario normale e si sono concentrati sulle questioni, invece che sul personaggio. In modi diversi, tutti e due sono visti come outsider, e non come membri di quella che in Italia viene definita «la casta».

Il Partito democratico in America dovrebbe imparare la lezione. Non deve fare quello che hanno fatto i Repubblicani dopo l’elezione del presidente Obama. La loro opposizione preconcetta a qualunque sua iniziativa ha avvelenato il pozzo della politica nazionale, alimentando la reazione anti-establishment (anche se per il partito si è rivelata una strategia elettorale vincente). Ci sono moltissime proposte di Trump con cui i Democratici possono concordare, per esempio i nuovi investimenti in infrastrutture. La maggior parte dei Democratici, inclusi politici come Hillary Clinton e Bernie Sanders ed economisti come Lawrence Summers e Paul Krugman, hanno perorato l’idea delle infrastrutture come mezzo per incrementare le domanda ed espandere l’occupazione tra i lavoratori senza un livello di istruzione superiore. Potranno esserci delle differenze di dettaglio con il piano dei Repubblicani, ma l’opposizione democratica guadagnerà credibilità se cercherà di trovare i punti in comune, invece di focalizzarsi unicamente sulle differenze.

E un’opposizione focalizzata sulla personalità di Trump lo incoronerebbe come guida delle masse nella lotta contro la casta di Washington. E indebolirebbe la voce dell’opposizione sulle questioni dov’è importante condurre una battaglia di principio.

I Democratici, inoltre, farebbero bene a offrire a Trump una sponda contro l’establishment repubblicano, un’offerta che lo costringerebbe a rivelare se il suo populismo sono soltanto parole o posizioni reali. Per esempio, con l’incoraggiamento di Trump, il programma repubblicano invocava la reintroduzione della legge Glass-Steagall, che separava l’attività delle banche d’affari da quella delle banche commerciali. I Democratici dovrebbero dichiarare il loro sostegno a questa separazione, una misura a cui molti Repubblicani sono contrari. L’ultima cosa che dovrebbe volere l’opposizione è che Trump possa usare l’establishment repubblicano come foglia di fico per i suoi fallimenti, rovesciando su di esso la responsabilità di aver bloccato le riforme popolari che ha promesso durante la campagna e probabilmente non ha mai avuto intenzione di mettere in pratica. Una cosa del genere non farebbe che ingigantire la sua immagine di eroe del popolo ostacolato dalle élite.

Infine, il Partito democratico dovrebbe trovare un candidato credibile tra i leader giovani, una persona al di fuori dei bramini del partito. La notizia che Chelsea Clinton sta pensando di presentarsi alle elezioni è la peggiore che si possa immaginare. Se il Partito democratico si sta trasformando in una monarchia, come può pensare di combattere le tendenze autocratiche di Trump?


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Why Europe Needs U.S. Leadership / All’Europa serve Obama per salvare la Grecia

Traduzione inglese dell’articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore di oggi

Europe is on the brink. Like 101 years ago, it all started in the Balkans. Like 101 years ago nobody wants to escalate the tension, but everybody is afraid to lose face. Like 101 years ago all the players have much to lose from not cooperating, but the fear of being caught off guard makes everybody unwilling to cooperate.

We know what happened 101 years ago. A war that could have been avoided, a war that cost the European continent 16 million lives and even more human suffering, a war that set the premises for the rise of Nazism and a second devastating world war. Fortunately, the risk today is not a war, but the implosion of the Eurozone. An implosion that many in the United States see as inevitable and so are resigned to witness on the side line.

While the break out of the euro might be inevitable, the way we arrive to this outcome is more important than the outcome itself. If instead of an orderly process, we arrive to a sudden break up, among recriminations of the various sides, at risk is not just the common currency project, but the European Union and even peace and democracy in Europe. The rise of xenophobic and extremist parties throughout the European continent is an example of the risk such an explosion entails.

In Greek tragedies, when the characters were faced with an impossible task to resolve, it was brought to the scene a deus ex machina, literally a divine character descending on stage thanks to some theatrical machine. The modern Greek drama, unfolding in front of our eyes, is desperately needing a deus ex machina too, an outside party able to reconcile the differences among the various players and bring them to reason.

Even without resorting to divine intervention, this role could be played by the United States. But why should it?

After the failure of the interventions in Afghanistan and Iraq, America is an increasing flirting with isolationism. Why to spend resources, even if only time and energy of U.S. diplomats, to deal with “internal” problems of foreign countries? And even if we wanted to do so, why to waste those resources in old Europe, when the future is in Asia and possibly in Africa?

It would be a double mistake.
While the economic future of the United States may well be Asia and Africa, its present is still very much linked to Europe. It would be very difficult for the United States to escape the economic consequences of a an abrupt break-up of the euro. The last thing the U.S. economy needs right now is a negative shock from abroad. But it would be a political mistake as well. With the Ukrainian crisis in full swing, the United States cannot tolerate a Greek-Russia “entente cordial” with an anti-European (and anti-American) purpose. Yet, if there is no alternative to save its face, the new Greek government will easily end up in Russian arms.

Can the United States make a difference? The answer is clearly affirmative.
Today, Europe is in a catch-22 between a new Greek government, which has staked all its reputation on a renegotiation of the Troika’s diktats, and a German and European establishment, which cannot afford to bend at all or they will irremediably undermine the economic reforms achieved so far. In this situation an intermediary, willing to defend the German principles, while at the same time facilitating a softening of the Troika’s effective economic stand (possibly easing the process with some small subsidies) can go a great deal towards brokering a deal. Being the winning nation who had the foresight to forgive the defeated country’s debt, the United States has also the moral standing to play that role.

In the last few days President Obama has finally spoken on the issue. But rather than public statements, what the United States would need is a reliable team of negotiators on the ground, working behind the scene. People of talents for such a job do not lack. What is lacking is the political will to take on a fight we can lose. But such will is necessary if we want to prevent that the current Greek drama degenerate into a world tragedy.

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L’Europa è sull’orlo della crisi. Come 101 anni fa, tutto è cominciato nei Balcani. Come 101 anni fa nessuno vuole inasprire la tensione, ma tutti hanno paura di perdere la faccia. Come 101 anni fa, hanno tutti tanto da perdere se non collaboreranno, ma la paura di essere presi alla sprovvista fa sì che nessuno sia disposto a collaborare. Noi sappiamo cosa è successo 101 anni fa.
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