Luci e Ombre del Programma M5S

La mia intervista a La Stampa di ieri, senza spin. 

Lo sa che fanno il suo nome per il Tesoro in un governo 5 Stelle?
«​Chiacchiere Inutili. Una volta scrissero che ero il candidato di Silvio Berlusconi, che non ho mai incontrato».

Ma si troverebbe a suo agio con le ricette  del M5S? Per esempio, il reddito di cittadinanza: che ne pensa?
«​Dipende da come viene fatto e con che fondi, perché nell’attuale situazione di bilancio non è facile trovare soldi. Detto questo, i 5 Stelle hanno il merito di aver introdotto nel dibattito italiano​ la necessità di cercare una soluzione ​al problema della perdita di lavoro​ in una fase di transizione tecnologica».

Perché aiuterebbe in caso di ulteriori perdite di posti di lavoro?
«L’evoluzione tecnologica comporta che molte persone, anche del ceto medio-alto, perderanno il lavoro. Avere una qualche formula di ammortizzatore sociale ampliato può essere utile. Una cosa che non capisco però è perché il M5S poi si schiera con i tassisti. Il reddito di cittadinanza ha senso se funziona come contropartita nell’innovazione. Ma mi sembra che anche al loro interno abbia​n​o visioni diverse. Casaleggio padre era molto a favore dell’innovazione delle nuove economie digitali, altri invece si arroccano in difesa dei diritti acquisiti».

Per i 5 Stelle alla terza proposta di lavoro rifiutata perdi il diritto ad averlo.
«L’aspetto più negativo del reddito di cittadinanza infatti è che rischia di creare disincentivi a lavorare. Quell​o sarebbe un meccanismo positivo per ridurre questa distorsione».

Beppe Grillo ripete spesso che bisogna porre più attenzione al reddito che al lavoro. Non è un messaggio un po’ pericoloso?
«​Se intende dire che non dobbiamo proteggere le imprese e i posti di lavoro ma le persone, mi trova d’accordo. Lo scrissi nel 2003 nel libro “Salvare il capitalismo dai capitalisti“. Insistere, di fronte alle rivoluzioni tecnologiche, nel proteggere l’esistente, anche in termini di posti di lavoro, è  suicida​, oltre che inutile​».

Cosa trova ragionevole nella critica grillina all’Europa e all’euro?
«Non sbagliano  a identificare l’enorme deficit democratico​, che come ripeto da tempo è il principale problema di questa Europa​. ​In Italia c’è stata ​un’accettazione incondizionata di Europa ed euro senza un’analisi seria. Ho scoperto da un recente articolo di Marcello Minenna che Monti nel 2013  introdusse una clausola che impedisce all’Italia di ridenominare il debito in caso di uscita dall’euro. Qualcuno lo ha comunicato al Paese? C’è come una presunzione di chi si considera la classe degli illuminati e pensa di imporre regole a dei populisti ignoranti​. Atteggiamento che ha l’effetto di spianare la strada al populismo peggiore​».

Ma l’uscita dall’euro è possibile?
«Se il nostro debito non è più ridenominabile, è ​difficilissimo. Perché la lira si svaluterebbe del 30-40% e il peso del nostro debito, che già non scherza, sarebbe insostenibile. Sicuramente  bisogna far partire una contrattazione con i partner europei. Pensare a  formule condivise, per esempio un sussidio di disoccupazione  europeo​, che chiedo da anni​. Non si può avere un’unione monetaria senza una politica fiscale comune. La Germania se ne faccia una ragione. Altrimenti si pensi a un divorzio consensuale. Vedano come, ma eviterei il referendum».

Grillo e Di Maio hanno parlato di euro a due velocità…
«Lo scrissi nel 2010. Può essere il risultato di un processo graduale. Ma se parte dalle economie forti del Nord, non da quelle del Sud, perché con la fuga di capitali sarebbe un disastro. Mi lasci aggiungere una cosa. Se l’Italia non affronta seriamente i problemi strutturali, debito e produttività in primis, rischia grosso. È su questo che dovrebbero concentrarsi tutti, anche chi aspira a governare».

Il Ruolo della Politica nell’Innovazione

Testo dell’articolo pubblicato il 26.02.2017 su “Il Sole 24 Ore”, nella rubrica “Alla luce del Sole”. 

Dopo il Governo Prodi e quello Monti, anche il Governo Gentiloni si arrende ai tassisti, gli altri governi non ci hanno neppure provato.  Grazie alla pavidità della nostra classe politica, i tassisti sono riusciti a bloccare non solo la forma più economica di Uber (quella che negli Stati Uniti si chiama Uber Pop e costa il 30% meno dei taxi americani che costano il 30% meno di quelli nostrani), ma a rendere difficile e costosa anche l’opzione di Uber che utilizza le auto blu registrate per il trasporto clienti. La forza dei tassisti nasce dalla disperazione: molti di loro si sono fortemente indebitati per comprare la licenza e nel caso di una liberalizzazione oggi finirebbero sul lastrico.

Questo non è il primo esempio di rivolta di fronte egli effetti dirompenti prodotti dall’innovazione. Nei primi dell’800 gli artigiani tessili inglesi distrussero con violenza numerosi stabilimenti tessili per protestare contro l’uso dei telai meccanici (i cosiddetti luddisti). La rivolta continuò fino a quando fu repressa nel sangue dall’esercito inglese. Se allora l’Inghilterra avesse avuto la nostra classe politica, la Rivoluzione Industriale non sarebbe mai decollata o almeno non sarebbe mai decollata in Inghilterra.

L’esempio dei taxi non sarà certo l’ultimo e neppure il più importante. Uber è niente di fronte all’auto senza guidatore, che sta già girando per le strade di San Francisco, il cassiere automatico, il cameriere robot, etc. Il mondo è agli inizi della Quarta Rivoluzione Industriale. Questa immanente rivoluzione tecnologica promette enormi aumenti di produttività, ma anche enormi sconvolgimenti nel mondo del lavoro, con masse crescenti che perderanno il loro posto di lavoro tradizionale. Lo sconvolgimento non sarà limitato ai soli lavori manuali. La nuova tecnologia per verificare l’autenticità delle transazioni (quella che va sotto il nome di blockchain) promette di rendere obsoleti molti revisori e notai, come il giornale digitale sta mandando in pensione gli edicolanti. L’accademia digitale prodotta da Khan rischia di rendere superflui molti insegnati, e via dicendo.

La scelta di bloccare l’innovazione per proteggere le rendite di alcune categorie è una scelta suicida. Fu quella seguita dal Giappone dei Samurai nel 1600, che costò all’Impero Nipponico un ritardo di due secoli.  È una scelta che non possiamo permetterci: il nostro debito pubblico e le nostre pensioni abbisognano di una crescita che – con una fertilità al di sotto dei livelli di riproduzione – solo la tecnologia può offrirci. È una strada che probabilmente non possiamo neppure percorrere: gli edicolanti sono riusciti per molti anni a proteggere la loro rendita, per poi finire devastati dall’iPad.  Se nel secondo dopoguerra l’Italia è riuscita a produrre un miracolo economico, trasformandosi da Paese agricolo a Paese industriale, è perché non ha bloccato la meccanizzazione in agricoltura, ma ha favorito la migrazione della manodopera eccedente dai campi alle fabbriche.

Purtroppo oggi non si intravede un’esplosione dei servizi tale da assorbire la manodopera che la tecnologia rende eccedente nella manifattura e nei trasporti. Il grande vantaggio dell’innovazione è che aumentando la produttività aumenta la dimensione della torta economica. Ma non sempre l’innovazione permette che automaticamente a beneficiarne siano un po’ tutti, come accadde all’epoca del Miracolo Economico.  È qui che la Politica (quella con la p maiuscola) potrebbe svolgere un ruolo fondamentale: offrire un meccanismo di compensazione per evitare che una fetta della popolazione sopporti tutti i costi dell’innovazione, senza trarne alcun beneficio.

Nei giorni scorsi Bill Gates ha proposto un’imposta sui robot per finanziare un reddito di cittadinanza per tutti. Chiaramente questa proposta ha dei problemi: è di difficile applicazione (come si definisce un robot?) e scoraggia l’innovazione. Ma l’idea va nella direzione giusta. Una piccola tassa su Uber potrebbe aiutare a indennizzare, almeno parzialmente, i tassisti che perdono il lavoro ed aiutarli a riqualificarsi per trovare un nuovo lavoro. Nel contempo una politica attiva di antitrust dovrebbe garantire che l’entrata di Uber non si traduca in qualche anno in un monopolio di Uber, perché cadremmo dalla padella (un monopolio regolato) nella brace (un monopolio non regolato).  Questo non vale solo per Uber ma per tutte le nuove tecnologie.

Per garantire questo patto sociale avremmo bisogno di un governo credibile con una visione strategica e un orizzonte di lungo periodo. Purtroppo è proprio quello che più ci manca da anni (se non decenni).


Di Uber ho parlato anche nell’articolo “Uber Act: come liberare il Paese dalle piccole caste” pubblicato il 24 Aprile 2016 su “Il Sole 24 Ore”.
Qui gli altri articoli della rubrica “Alla Luce del Sole”

Ma quando arriva la flessibilità del capitale? (pubblicato il 15 marzo 2015)

Articolo pubblicato il 15 Marzo 2015 su Il Sole 24 ore.
Della necessità della flessibilità del capitale ho scritto più volte. Nell’aprile 2016 l’ho inserita tra “I miei tre punti per l’Agenda per l’Italia“.

Negli anni Sessanta si pensava che lo sviluppo economico fosse legato interamente all’accumulazione del capitale. È questo il periodo della cattedrali nel deserto, dell’accumulazione forzata, dei sussidi al capitale.
Oggi sappiamo che l’accumulazione di capitale spiega meno del 20% della variazione del reddito pro capite tra Paesi e che, tranne per i paesi poveri (meno di $10,000 di reddito pro capite), non è difficile attrarre capitale dall’estero.

Negli anni Ottanta l’enfasi delle teorie economiche dello sviluppo si è spostato sul capitale umano. Questa enfasi si è tradotta in grandi sussidi alle Università. L’accumulazione di capitale umano, però, spiega solo il 30% della variazione del reddito pro capite tra Paesi. Cosa spiega il rimanente 50%? Come il capitale fisico e quello umano sono allocati all’interno di un Paese. Se imprese inefficienti hanno tanto capitale e imprese efficienti non riescono a raccoglierne abbastanza, la produttività media di un paese rimane bassa.


Il maggior problema dell’Italia non è la mancanza di flessibilità del lavoro, ma quella del capitale


Diventa quindi fondamentale la flessibilità di riallocare lavoro e capitale all’interno di un Paese. Finora tutta l’enfasi del dibattito italiano è stata sulla flessibilità del lavoro, da qui la lunga battaglia per l’abolizione dell’art 18. Ma è veramente così importante? Ho avuto la fortuna di vedere presentato ad Harvard un articolo* non ancora uscito che mette in dubbio questo assunto. Guardando alla riallocazione del lavoro e del capitale nei principali paesi europei durante la crisi, questo lavoro dimostra che il maggior problema dell’Italia non è la mancanza di flessibilità del lavoro, ma quella del capitale.

Come possiamo aumentarla? Purtroppo non è così semplice (almeno da un punto di vista tecnico) come abolire l’articolo 18. Per aumentare la flessibilità del capitale è necessario facilitare la riallocazione del credito, la riallocazone del capitale di rischio, la riallocazione del controllo e soprattutto l’uscita delle imprese inefficienti.

Molto del nostro credito è controllato (direttamente o indirettamente) da cooperative e fondazioni. Entrambe queste strutture di governance favoriscono l’erogazione del credito agli operatori esistenti sul territorio (soci delle cooperative o notabili legati alle fondazioni) a scapito dei nuovi entranti e di imprese “straniere” (che spesso in Italia significa anche solo della provincia limitrofa). In questo senso la riforma delle popolari e quella delle fondazioni (seppur troppo timida) vanno nella direzione giusta di aumentare la flessibilità nella erogazione del credito.

Per favorire gli investimenti azionari nelle imprese a maggior produttività non basta invocare solo il venture capital (che comunque rimane fondamentale), bisogna sradicare il capitalismo di relazione che continua ad investire i soldi (degli altri) nei progetti degli amici e non in quelli a più alta produttività. Il salvataggio di Alitalia non solo è costata carissimo agli azionisti di Banca Intesa, ai contribuenti, e ai consumatori. È stato anche un pesante freno alla produttività del Paese. Per facilitare la riallocazione volontaria del controllo è necessario ridurre i benefici privati del controllo e rendere più difficile la separazione tra proprietà azionaria e controllo azionario, riducendo le piramidi.

Una Consob più efficiente e competente aiuta a ridurre i benefici del controllo. Per questo trovo di auspicio il bando pubblico per i due commissari Consob aggiuntivi deciso dal Consiglio dei Ministri. È un segnale di una trasformazione in senso meritocratico della Consob. Ma la nuova legge sulle loyalty shares va in direzione opposta. Se vuole ridurre l’ingessamento del controllo il governo dovrebbe introdurre una tassa sulle piramidi, assoggettando a tassazione i dividendi intersocietari.
Per permettere l’uscita rapida di imprese inefficienti, bisognerebbe riformare la legge sulla bancarotta. La responsabilità limitata è fondamentale per promuovere l’imprenditorialità e l’assunzione del rischio. In Italia però non c’è vera responsabilità limitata. Oggi la bancarotta è l’unica situazione in cui si fa causa agli amministratori. Pertanto la si cerca di evitare a tutti i costi, anche quando l’impresa non ha futuro. Se fosse più facile far causa al di fuori della bancarotta e non così facile come oggi farlo in bancarotta, la decisione di uscita non sarebbe così ritardata da fattori legali. È solo evitando di tenere in vita imprese morenti che si crea spazio per le nuove. Ed è solo con nuove imprese e nuovi i imprenditori che si diffondono le nuove tecnologie e ed aumenta la produttività.

Se vogliamo che la ripresa nascente non sia solo un’effimera fiammata, ma uno sviluppo duraturo dobbiamo stimolare la crescita della produttività. Non c’e’ modo migliore per farlo che stimolare la flessibilità del fattore capitale. Dopo aver eliminato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è giunto il momento di eliminare anche l’”articolo 18” degli imprenditori.


* Link all’articolo cui si fa riferimento: Capital Allocation and Productivity in South Europe