Se Londra esce dal Continente (pubblicato il 22.06.2014)

Il 22 giugno 2014 su Il Sole 24 ore usciva questo mio articolo. Credo possa essere utile rileggerlo oggi.

Un mio collega ha una mappa del mondo visto dall’Australia: capovolta. Ho avuto la stessa sensazione ascoltando i discorsi sull’Europa alla Prima Conferenza sulla Libertà in onore di Margaret Thatcher, organizzata a Londra dal Center for Policy Studies. Per un italiano la visione inglese del “Continente” è altrettanto difficile da capire della mappa vista dall’Australia. Per comprenderla, non bastano le ragioni economiche: è necessario immergersi nella storia e nella cultura inglese.

A dividere la Gran Bretagna dall’Europa non c’è solo il Canale della Manica, ma quasi 500 anni di storia. A ricordarlo è stato il marchese di Salisbury. Quando Enrico VIII voleva rompere con Roma (e appropriarsi delle terre della Chiesa cattolica), i principali consiglieri erano contrari, preoccupati dalle conseguenze che questa decisione poteva avere sul futuro della nazione. Enrico VIII procedette comunque. Separandosi da Roma tagliò i legami del suo Paese con il Continente, spostando il centro di interesse dell’Inghilterra verso il resto del mondo. Fu una scelta fortunata. Da lì nacque l’espansione commerciale prima e coloniale poi. A quella decisione si deve la nascita dell’Impero Inglese.

Difficile non vedere le analogie con il presente. Bruxelles è la nuova Roma, da cui la Gran Bretagna si sente oppressa. Il richiamo del mondo anglofono (Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Hong Kong, Singapore, ed India) è forte, soprattutto in un momento in cui il Continente stenta a riprendersi economicamente, mentre i “cugini” anglofoni sono in espansione. Con questi Paesi (e con la Cina), l’Inghilterra vorrebbe firmare dei trattati di libero scambio. Ma non può farlo autonomamente. La competenza spetta a Bruxelles, che su questo fronte si muove a passo di lumaca. Per gli inglesi è forte la tentazione di tagliare gli ormeggi e di fare da soli, come fece Enrico VIII.

Ma a dividere la Gran Bretagna dall’Europa c’è anche l’ideologia sottostante al progetto europeo. L’idea franco-tedesca di Europa è basata sul concetto di «un mercato, una legge». Si vuole un omogeneizzazione forzata di regole e leggi, una uniformità totale dalla Finlandia a Malta. La cultura inglese, invece, crede nella diversità, che promuove la sperimentazione ed il progresso. L’Europa che loro vorrebbero è un’area di libero scambio dove ogni stato nazione si sceglie le proprie regole, regole che dovrebbero essere automaticamente riconosciute dagli altri stati membri. L’unica condizione è che le regole non discrimino contro i produttori degli altri Paesi. È un sistema che promuove la competizione tra giurisdizioni, nella convinzione che questa competizione indurrà i governi alle regole migliori per i cittadini e non per la casta al potere. Invece di un mercato di governi, l’Unione europea per gli inglesi è diventata un cartello di governi, che colludono per imporre regole comuni. Ma in uno Stato multinazionale chi deciderà queste regole comuni? La corporazione più politicamente influente, nel Paese più politicamente influente (leggi Germania). L’Inghilterra, che ha sempre odiato i cartelli, e ha sempre diffidato dell’egemonia tedesca. Per questo guarda con sospetto a questo modello di Europa.

Per finire, l’Inghilterra, patria della democrazia, guarda con scetticismo allo stato sopranazionale. Nella visione inglese un sistema democratico si basa su un demos, un popolo. Senza un popolo, esiste solo il cratos, l’esercizio del potere. Sono i valori condivisi che permettono ad un popolo di autogovernarsi. È in nome di una comune identità che la minoranza accetta la regola della maggioranza. È l’identità comune che rende accettabile di pagare le tasse per aiutare i propri concittadini. Ma questo popolo europeo non esiste (almeno per il momento) e certamente gli inglesi non sentono di appartenervi. L’unica rivoluzione in cui si riconoscono è quella inglese, la “gloriosa” rivoluzione del 1688. Per loro la Rivoluzione francese è un atto sanguinario, un prodromo infausto di quella sovietica.

L’ironia è che gli inglesi vedono il rapporto tra stato nazione e guerre in modo capovolto rispetto al resto d’Europa. L’ideologia europeista prevalente nel Continente ritiene che lo stato nazione sia la radice da estirpare di un male che ha prodotto due guerre mondiali. Gli inglesi, invece, vedono nello Stato nazionale la difesa contro pericolose ideologie internazionaliste che hanno devastato l’Europa per più di due secoli: dal giacobinismo al comunismo, passando per il nazismo.

L’unico argomento antieuropeista non presente alla conferenza era la xenofobia a la Farage. Due ex ministri anglofoni (un australiano e uno canadese) hanno lodato l’immigrazione, come una enorme fonte di ricchezza e di sviluppo per i loro Paesi. Anche se hanno messo in evidenza l’importanza che l’immigrazione avvenga in modo da rendere possibile l’integrazione. Lo stato nazionale può essere multirazziale, ma non multiculturale: si basa su valori condivisi. Gli immigrati devono assorbire questi valori e lo possono fare solo se l’immigrazione non è troppo concentrata temporalmente.

Anche se il sentimento prevalente alla conferenza era antieuropeista, non tutti i presenti erano a favore di una uscita dalla Ue. Non tanto per un amore verso il progetto, ma per paura delle conseguenze che la Gran Bretagna potrebbe trovarsi a dover fronteggiare. La convinzione è che Francia, Germania, Spagna siano Paesi tendenzialmente protezionisti. Senza l’Unione europea, anche il Mercato comune rischierebbe di disintegrarsi. Un rischio che molti inglesi non vogliono correre.

Qui, invece, l’articolo “Brexit o Remain, per salvare l’Europa dobbiamo cambiare l’Unione Europea”, pubblicato il 18.06.2016, alla vigilia del Referendum britannico.

 

 

Ronald Coase e il referendum sulle trivelle (che sulle trivelle non è)

Testo dell’articolo pubblicato il 12.04.2016 su “Il Sole 24 Ore” con il titolo “Il teorema di Ronald Coase e la «scelta» fra vantaggi economici e costi ambientali”

Avendo passato la scorsa settimana a leggere tutti i giornali italiani per la trasmissione radiofonica “Prima Pagina”, posso dire con competenza di causa che del referendum del 17 aprile p.v. (il cosiddetto “referendum sulle trivelle”) si parla pochissimo.  Al di là delle posizioni dei vari partiti, sarebbe utile che gli Italiani fossero informati sul quesito referendario e sulle possibili conseguenze in caso di approvazione o meno del medesimo.

E non si vota su nuovi pozzi petroliferi, sul dilemma energia fossile o alternativa, né tantomeno sul giacimento di Tempa Rossa. Non si vota neppure sulle trivelle. Si vota semplicemente per decidere se abrogare il rinnovo automatico delle concessioni sui pozzi già esistenti che sono localizzati entro le 12 miglia dalla nostra costa.

Nessuno dei due fronti mette in dubbio la legge secondo cui – all’interno di quei limiti – non si debbano fare nuovi pozzi. Nessuno dei due fronti mette in dubbio che – qualora prevalga il Sì – il permesso di estrazione possa essere comunque rinnovato. Se vince il Sì, l’unica differenza è che questo rinnovo non è più automatico, ma deve essere concesso di caso in caso, alla scadenza della concessione originaria. Ma allora, tanto rumore per nulla?

Per comprendere la risposta è utile un po’ di teoria economica. In particolare è utile ricordare il teorema di Ronald Coase (1910-2013), che valse nel 1991 il premio Nobel al mio compianto collega. Il teorema recita che – sotto alcune ipotesi – l’allocazione dei diritti di proprietà non influenza l’efficienza economica, ma solo la distribuzione del reddito. Per quanto l’enunciato possa apparire arcano, può essere spiegato molto semplicemente nel caso del nostro referendum.  Il teorema dice che se il beneficio dell’estrazione di gas e petrolio è superiore ai costi (anche quelli imposti all’ambiente), l’estrazione continuerà sia che il referendum passi o che non passi. Viceversa se i costi per la comunità sono superiori ai benefici derivanti dall’estrazione, l’estrazione sarà sospesa sia che vinca il Sì o che vinca il No. L’unica differenza è chi si appropria del surplus. L’idea è molto semplice. Se la società concessionaria dei pozzi guadagna molto da un pozzo, sarà disposta a pagare la concessione fino all’intero valore del pozzo. Se questo valore è superiore alla somma dei costi imposti alla comunità dall’estrazione, il concessionario troverà sempre profittevole pagare per la concessione e continuare ad estrarre. Viceversa se la concessione viene automaticamente rinnovata, ma i danni imposti alla comunità sono superiori al valore del petrolio estratto, sarà la regione a pagare il concessionario per bloccare l’estrazione e, dato che i costi sono superiori ai benefici, per evitare i costi ambientali la regione sarà disposta a pagare abbastanza da compensare adeguatamente il concessionario. Il referendum è allora assolutamente inutile?

No. La decisione influenzerà chi deve pagare chi. La vittoria del Sì costringerà i concessionari a pagare le regioni per estrarre più combustibile fossile, mentre con la vittoria del No saranno le regioni a dover pagare le società petrolifere per smettere di estrarre. La vostra decisione di voto, quindi, dipenderà da quale allocazione del surplus riteniate preferibile. Non è sempre ovvio che la prima sia da preferire alla seconda.  Se in passato le società petrolifere hanno dovuto sostenere costi molto elevati per trivellare i pozzi, assicurare loro un adeguato ritorno aiuta la credibilità del Paese. Ma se così non fosse, il rinnovo automatico sarebbe un regalo alle società oggi concessionarie.

Come per tutti i teoremi, però, anche quello di Coase vale solo se le assunzioni sottostanti sono verificate. Tra queste quella cruciale è l’assenza dei cosiddetti “costi di transazione”, ovvero i costi di coordinare le parti interessate e di negoziare un accordo, per non parlare dei ritardi che queste negoziazioni provocano. Per semplificare l’analisi consideriamo il caso estremo in cui questi costi di transazione siano tali da impedire qualsiasi negoziazione tra le parti.  In questo caso, l’esito referendario non avrà solo effetti redistributivi, ma può influire anche sull’efficienza del risultato finale. In particolare, se pensate che la ricchezza prodotta dai pozzi ecceda il danno ambientale, allora il rinnovo automatico delle concessioni – che assicura che l’estrazione continui – è auspicabile e dovete votare No. Se invece pensate che il danno ambientale – per esempio la subsidenza del fondale che porta ad un’erosione delle coste – ecceda i benefici, allora dovete votare Sì.

La realtà – come sempre – sta nel mezzo. I costi di transazione non sono nulli, ma neanche infiniti. Per di più non sono neppure uguali tra le parti. Se non vi interessano gli effetti distributivi, ma solo l’efficienza economica, il vostro voto dovrà dipendere da quale scenario considerate più probabile e quale costo di transazione più elevato. Una vittoria del Sì produrrà la soluzione ottimale se non è socialmente conveniente continuare ad estrarre e se è relativamente facile per i concessionari convincere le Regioni sulla bontà di continuare le estrazioni nei casi in cui estrarre sia socialmente desiderabile. Viceversa una vittoria del No, produrrà la soluzione ottimale se è socialmente conveniente continuare ad estrarre o se è relativamente facile per le Regioni trovare i soldi per pagare i concessionari affinché interrompano le estrazioni, quando non è socialmente desiderabile continuare ad estrarre.  La scelta è vostra. Almeno ora siete informati.