La differenza tra reato finanziario ed errore contabile

Testo dell’articolo pubblicato il 23.10.2016 su “Il Sole 24 Ore”, nella rubrica “Alla luce del Sole”.

Rajat Gupta, per 9 anni a capo di McKinsey, era uno dei manager più stimati al mondo, non solo per la sue capacità intellettuali, ma anche per la sua filantropia. Di lui l’ex segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan scrisse “è una persona che ha condotto la sua esistenza con l’ammirevole obiettivo di migliorare la vita delle persone in difficoltà in tutto il mondo.” Eppure nel 2008, 23 secondi dopo la fine del consiglio di amministrazione di Goldman Sachs di cui faceva parte, Gupta decise di telefonare al suo amico  Raj Rajaratnam, che gestiva un hedge fund, per comunicagli che Goldman avrebbe annunciato una perdita quel trimestre. Rajaratnam liquidò rapidamente la sua posizione evitando di perdere quasi $3 milioni. Per questa telefonata Gupta ha passato 2 anni in prigione. Perché lo ha fatto?

Non è difficile capire come un povero possa essere spinto dalla fame a rubare, ma perché persone ricche, famose, e perfino caritatevoli, come Gupta, commettono crimini che costano loro anni di galera e una vita residua di umiliazione?  A questa domanda cerca di rispondere Why They Do It, il nuovo libro di Eugene Soltes, professore di accounting ad Harvard. Per scriverlo Soltes ha intervistato tutti i principali criminali dai colletti bianchi: da Andrew Fastow di Enron a Bernie Madoff.

La tesi sostenuta da Soltes è che l’analisi economica basata sui costi e benefici del crimine non è in grado di spiegare il comportamento di Gupta e di molti altri criminali dai colletti bianchi. Il problema risiede in quello che la nostra mente considera criminale. Secondo Soltes la morale comune si è sviluppata in un mondo tradizionale, in cui uccidere un altro essere umano o rubare la mucca altrui sono un male, a prescindere dalle sanzioni legali, perché impongono un costo umano ben visibile. Lo stesso non vale per l’insider trading o il falso in bilancio. Le vittime non sono visibili. Spesso, individualmente, non soffrono neppure molto, perché molti reati finanziari impongono un piccolo costo a una moltitudine. Per questo anche le persone più caritatevoli non percepiscono i loro atti come criminali, anche quando la legge in proposito è molto esplicita. Da un punto di vista sociale, però, i crimini finanziari producono danni ben più elevati dei crimini tradizionali. Come ha ricordato il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Davigo: “a uno scippatore servirebbero almeno diecimila giorni per colpire 45mila ‘persone’, come ‘hanno fatto’ quelli di Parmalat.”.

Spesso la linea di demarcazione tra reato finanziario ed errore contabile è sottile. Si pensi a MicroStrategy, una società di software fondata da due geni di MIT. Quando riceveva un pagamento per una fornitura pluriennale di software, riportava tutti i ricavi al momento della vendita. Riconoscere anticipatamente i ricavi non sembra un crimine: è quello che fanno regolarmente i governi. Perché considerarlo tale? Esistono delle ben precise regole contabili.  Violare queste regole danneggia non solo chi compra le azioni di quella società, ma tutte le altre imprese oneste, che devono superare la diffidenza degli investitori.  Anche se le vittime non si vedono, esistono eccome.

Qual è la differenza tra crimine ed errore contabile? È l’intenzionalità. Nel caso di MicroStrategy la SEC si accontentò di una multa di $350.000 ciascuno ai tre principali manager e di una sospensione per tre anni dall’albo dei contabili per il capo della finanza, senza cercare l’incriminazione penale.

Il Gruppo 24 Ore si trova oggi indagato per reati simili. La semestrale aveva messo in luce errori e inesattezze dei bilanci precedenti. Si va da “un errore nella modalità di rilevazione dei ricavi pubblicitari” che “non ha effetti sul bilancio consolidato annuale” ma impattava i risultati intermedi precedenti, ad una rideterminazione della “competenza dei ricavi e dei relativi costi provvigionali ‘della vendita di banche dati’ dal 2012 fino all’inizio del presente esercizio, con un impatto negativo sul patrimonio netto di 7,5 milioni di euro.” Ora la magistratura sta indagando sull’intenzionalità di questi errori. Ma, a prescindere dalle conclusioni giudiziarie, il Gruppo 24 Ore deve essere il simbolo di una cultura aziendale basata sul rispetto delle regole. Questa deve essere la priorità della nuova gestione.


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La necessità di fare subito chiarezza sulla gestione del Sole

Testo dell’articolo pubblicato il 16.10.2016 su “Il Sole 24 Ore”, nella rubrica “Alla luce del Sole”.

Quando ero un bambino ogni mercoledì mio padre comprava Il Sole per controllare il prezzo del mais. Ricordo le sue dita affusolate scorrere le pagine del giornale per trovare l’informazione desiderata. Nella mia mente di fanciullo il Sole era LA fonte delle informazioni di mercato. Da studente ebbi poi modo di apprezzare l’autorevolezza del Sole in tutte le questioni economiche e la sua precisione nei dati. Ricordo anche la gioia di mio padre quando fui invitato a collaborare al Sole.

Mentre gli altri giornali spesso sparlavano, il Sole analizzava i fatti economici con rigore scientifico. Mentre gli altri giornali erano spesso di parte, il Sole era indipendente. L’immagine che mio padre (come tanti altri) aveva del Sole, è il più grande patrimonio di questa testata.

Negli undici anni in cui vi ho collaborato, ho sempre cercato di tenere alti questi valori. Le mie analisi sono spesso state scomode, ma sempre fattuali. Sono state egualmente critiche di governi di destra e di sinistra, di autorità e di imprenditori. Il Sole mi ha garantito la libertà di criticare sulle sue pagine i manager più potenti quando erano ancora in auge, non quando erano caduti in disgrazia e tutti si riscoprivano dei Catoni. Basti pensare agli articoli su Perissinotto e Ligresti, su Mussari e Zonin che ho scritto sotto l’ attuale direzione. Giornalismo – come disse l’ allora proprietaria del Washington Post – è pubblicare quello che qualcuno non vuole vedere stampato, tutto il resto è pubblicità.

Nei miei articoli non ho mai analizzato il Gruppo 24 Ore, nonostante sia un’ impresa quotata e un’ impresa con una performance non certo soddisfacente (per usare un understatement britannico). L’ ho fatto non solo per una questione di stile, ma anche perché conscio dell’ estrema difficoltà in cui opera tutto il settore a causa della rivoluzione digitale. Anche se sarebbe auspicabile che il giornale degli imprenditori fosse gestito in maniera profittevole, in un momento così difficile delle perdite sono comprensibili.

Quello che non è tollerabile – per nessuna impresa quotata, men che meno per il Sole che ha fatto della trasparenza la sua battaglia – sono dubbi sulle informazioni che l’ azienda fornisce al mercato. Purtroppo in questo ultimo mese di dubbi ne sono stati sollevati molti. In particolare, sono finiti sotto i riflettori i rapporti con una misteriosa società inglese, Di Source, che al tempo stesso compra abbonamenti dal Sole e poi viene pagata per fare promozione, con il rischio di gonfiare il numero di copie vendute. E non è una scusante che questa pratica fosse comune ad altri giornali.

Come lettore ed estimatore, prima ancora che come collaboratore, vorrei che queste ombre sul Sole fossero fugate al più presto. Per questo motivo ho sollevato delle precise domande al Presidente della società che, molto gentilmente, mi ha risposto, pur nei limiti delle possibilità di una società quotata.

Se la correttezza dei numeri è stata violata, i responsabili vanno immediatamente allontanati e perseguiti. Il Sole non può tollerare alcuna ombra sul suo operato.

La notizia più positiva è che sugli abbonamenti multipli la società dichiara di essersi sempre attenuta al regolamento in vigore che «richiedeva la rilevazione dell’ attivazione nell’ anno dell’ abbonamento (cosa che abbiamo puntualmente fatto) e non della frequenza di lettura». I rapporti con Di Source sono terminati a luglio scorso. Tra il 2012 e il 2015 hanno rappresentato «poco più o poco meno del 5 per cento del diffuso/venduto totale» e con un «impatto a margine inferiore allo 0,5% dei ricavi».

Il Presidente ha anche assicurato che «sulla base delle nostre Procedure e delle informazioni con esse raccolte escludiamo che “nell’ azionariato di Di Source” ci siano persone legate al Sole». Ma ha anche aggiunto che «in ogni caso è impossibile risalire “ai proprietari finali”…: lavoriamo con società di ogni dimensione, anche quotate: impossibile conoscere sempre tutti».

L’ esperienza di consiglio in società quotate mi ha insegnato che dovrebbero esistere procedure di qualificazione per i fornitori, in cui viene richiesta l’ identità dei proprietari finali di tutte le società con cui un’ impresa ha rapporti. In mancanza di tale procedura, non è possibile individuare le operazioni con parti correlate o possibili legami corruttivi. Se il Gruppo 24 Ore non si è dotato di questa procedura, a mio giudizio deve farlo al più presto.

Ho anche chiesto se le copie vendute entravano nei piani di incentivi dei vertici aziendali, ben sapendo che questi incentivi possono portare ad inflazionare le copie vendute. Mi è stato risposto che «non sono stati corrisposti bonus».

Mi è stato anche confermato che un’ indagine interna è in corso per fugare tutti gli altri dubbi che sono stati sollevati e che i risultati di questa indagine saranno presentati alla prossima assemblea del 14 di novembre.

Anche se avrei preferito un’ indagine affidata a una parte terza, è importante che sia fatta la massima chiarezza non con i tempi della giustizia italiana, ma con la rapidità che indagini interne possono consentire. Se la correttezza dei numeri è stata violata, i responsabili vanno immediatamente allontanati e perseguiti. Il Sole non può tollerare alcuna ombra sul suo operato.

Se – come spero – si tratta di dubbi infondati, l’ indagine servirà a salvaguardare la reputazione del nostro giornale. O questi dubbi sono fugati immediatamente o avranno ragione i nostri lettori a prendere le distanze. Mi auguro che le ombre sul Sole siano solo temporanee. Mai come oggi l’ Italia ha bisogno di quel giornale autorevole che rendeva mio padre così fiero.