Salviamo l’Europa dagli “europeisti”

Editoriale pubblicato il 26.03.2017 su “Il Sole 24 Ore”.

La narrativa prevalente nelle celebrazioni per il 60° anniversario del Trattato di Roma è che bisogna salvare l’Europa dai populismi. Il meraviglioso progetto iniziato dai nostri padri, che ha portato pace e prosperità nel Continente, viene oggi messo in dubbio da leader senza scrupoli che aizzano un popolo ignorante a votare contro il proprio interesse. Quanto di vero c’è in questa narrativa?

In un lavoro pubblicato su Economic Policy nel 2016, Guiso, Sapienza ed io cerchiamo di rispondere a parte di questo quesito, ovvero in che misura le attitudini verso l’Europa derivino da motivazioni economiche. Nei primi 35 anni, l’Europa è stata vista come un successo da parte di tutti i Paesi che vi appartenevano. Il motivo è molto semplice: la liberalizzazione dello scambio di merci e servizi ha beneficiato tutti i Paesi dell’allora Comunità economica europea e questi benefici si sono distribuiti in modo relativamente equanime all’interno di ogni Paese. A inizio anni 90 l’84% degli italiani, l’89% dei greci e perfino il 63% dei britannici vedeva i benefici della Cee.

Il consenso verso l’Europa comincia a calare nel 1992, per poi crollare in occasione dell’allargamento dell’Europa all’Est e della crisi dell’eurozona. I massimi euro entusiasti erano (e rimangono) gli irlandesi, che hanno conosciuto un vero e proprio boom economico dall’entrata in Europa. Ma gli stessi irlandesi sono molto diffidenti nei confronti della Banca centrale europea, perché la politica monetaria della Bce non è stata adatta alle esigenze di quel Paese (si pensi al boom immobiliare prima, e alla gestione della crisi poi). Questo vale anche per gli altri Paesi dell’eurozona. In generale, tanto più adatta è stata la politica monetaria alle esigenze di un Paese, tanto maggiore è la fiducia di quel Paese verso la Bce. Le attitudini degli elettori, quindi, sembrano rispondere alle condizioni economiche del Paese.

Come spiegare allora la Brexit? Se il libero scambio di beni e servizi trova ampio consenso, la totale libertà di migrare no. Quando le migrazioni sono troppo concentrate e repentine generano un fenomeno di rigetto, come successe in America negli anni 20. Se l’Unione Europea fosse stata più flessibile sulla totale libertà di migrazione, oggi la Gran Bretagna sarebbe ancora parte dell’Unione. Quello che dovrebbe stupire, quindi, non è la crescita di movimenti antieuropeisti (in una democrazia i politici rispondono agli elettori), quanto la sordità dell’establishment allo scontento nei confronti dell’Europa.

Questa sordità ha trasformato l’Unione Europea, pensata come strumento di armonia tra popoli, in una gabbia che aumenta, invece che diminuire, i nazionalismi. I greci chiamano i tedeschi nazisti (anche se ci sono più nazisti in Grecia che in Germania) e i tedeschi tacciano i greci di essere pigri (anche se il greco medio lavora il 43% di ore in più all’anno del tedesco medio). Una frase simile a quella pronunciata da Dijsselbloem nei confronti dei Paesi europei in crisi («Io non posso spendere tutti i miei soldi per alcool e donne e subito dopo invocare il tuo sostegno») non è uscita neppure dalla bocca di Trump.

I veri nemici dell’Europa non sono i movimenti populisti, ma i cosiddetti europeisti che occupano le stanze del potere europeo. Sono loro che non riconoscono quello che gli stessi padri fondatori dell’euro hanno ammesso: che la moneta unica è stata concepita senza le istituzioni necessarie per farla funzionare. Quasi vent’anni dopo (e dopo una profondissima crisi) queste istituzioni non sono state create. Nel vuoto istituzionale, la Bce – creata col solo scopo di contenere l’inflazione – è diventata un’istituzione politica senza mandato, che può sostenere o far cadere i governi nazionali grazie a decisioni tecniche, poco comprensibili ai più.

Lungi dall’essere irrazionale, la rabbia populista è alimentata da un profondo scontento e da un pesante deficit democratico in Europa, che impedisce a questo consenso di esprimersi nelle forme tradizionali. Per salvare l’ideale di un continente dove popoli diversi possano vivere in pace e prosperità, bisogna cambiare questa Europa, ma come?

Nel 1787 fu evidente che il sistema di governo stabilito dallo Statuto della Confederazione era inadatto a governare la giovane nazione americana. Per questo in quell’anno fu convocata a Filadelfia un’assemblea costituente.
Da quell’assemblea nacque la costituzione americana ancora oggi in vigore. È quello di cui ha bisogno oggi l’Europa: un’assemblea costituente eletta a suffragio universale.

Non solo il gradualismo non ha funzionato, è stato controproducente. Per questo bisogna avere il coraggio di superare i miopi interessi nazionali e provare a disegnare insieme una nuova costituzione, scelta dal popolo e non da tecnocrati illuminati. L’operazione non è senza rischi, ma il rischio maggiore è lo status quo.

Se Londra esce dal Continente (pubblicato il 22.06.2014)

Il 22 giugno 2014 su Il Sole 24 ore usciva questo mio articolo. Credo possa essere utile rileggerlo oggi.

Un mio collega ha una mappa del mondo visto dall’Australia: capovolta. Ho avuto la stessa sensazione ascoltando i discorsi sull’Europa alla Prima Conferenza sulla Libertà in onore di Margaret Thatcher, organizzata a Londra dal Center for Policy Studies. Per un italiano la visione inglese del “Continente” è altrettanto difficile da capire della mappa vista dall’Australia. Per comprenderla, non bastano le ragioni economiche: è necessario immergersi nella storia e nella cultura inglese.

A dividere la Gran Bretagna dall’Europa non c’è solo il Canale della Manica, ma quasi 500 anni di storia. A ricordarlo è stato il marchese di Salisbury. Quando Enrico VIII voleva rompere con Roma (e appropriarsi delle terre della Chiesa cattolica), i principali consiglieri erano contrari, preoccupati dalle conseguenze che questa decisione poteva avere sul futuro della nazione. Enrico VIII procedette comunque. Separandosi da Roma tagliò i legami del suo Paese con il Continente, spostando il centro di interesse dell’Inghilterra verso il resto del mondo. Fu una scelta fortunata. Da lì nacque l’espansione commerciale prima e coloniale poi. A quella decisione si deve la nascita dell’Impero Inglese.

Difficile non vedere le analogie con il presente. Bruxelles è la nuova Roma, da cui la Gran Bretagna si sente oppressa. Il richiamo del mondo anglofono (Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Hong Kong, Singapore, ed India) è forte, soprattutto in un momento in cui il Continente stenta a riprendersi economicamente, mentre i “cugini” anglofoni sono in espansione. Con questi Paesi (e con la Cina), l’Inghilterra vorrebbe firmare dei trattati di libero scambio. Ma non può farlo autonomamente. La competenza spetta a Bruxelles, che su questo fronte si muove a passo di lumaca. Per gli inglesi è forte la tentazione di tagliare gli ormeggi e di fare da soli, come fece Enrico VIII.

Ma a dividere la Gran Bretagna dall’Europa c’è anche l’ideologia sottostante al progetto europeo. L’idea franco-tedesca di Europa è basata sul concetto di «un mercato, una legge». Si vuole un omogeneizzazione forzata di regole e leggi, una uniformità totale dalla Finlandia a Malta. La cultura inglese, invece, crede nella diversità, che promuove la sperimentazione ed il progresso. L’Europa che loro vorrebbero è un’area di libero scambio dove ogni stato nazione si sceglie le proprie regole, regole che dovrebbero essere automaticamente riconosciute dagli altri stati membri. L’unica condizione è che le regole non discrimino contro i produttori degli altri Paesi. È un sistema che promuove la competizione tra giurisdizioni, nella convinzione che questa competizione indurrà i governi alle regole migliori per i cittadini e non per la casta al potere. Invece di un mercato di governi, l’Unione europea per gli inglesi è diventata un cartello di governi, che colludono per imporre regole comuni. Ma in uno Stato multinazionale chi deciderà queste regole comuni? La corporazione più politicamente influente, nel Paese più politicamente influente (leggi Germania). L’Inghilterra, che ha sempre odiato i cartelli, e ha sempre diffidato dell’egemonia tedesca. Per questo guarda con sospetto a questo modello di Europa.

Per finire, l’Inghilterra, patria della democrazia, guarda con scetticismo allo stato sopranazionale. Nella visione inglese un sistema democratico si basa su un demos, un popolo. Senza un popolo, esiste solo il cratos, l’esercizio del potere. Sono i valori condivisi che permettono ad un popolo di autogovernarsi. È in nome di una comune identità che la minoranza accetta la regola della maggioranza. È l’identità comune che rende accettabile di pagare le tasse per aiutare i propri concittadini. Ma questo popolo europeo non esiste (almeno per il momento) e certamente gli inglesi non sentono di appartenervi. L’unica rivoluzione in cui si riconoscono è quella inglese, la “gloriosa” rivoluzione del 1688. Per loro la Rivoluzione francese è un atto sanguinario, un prodromo infausto di quella sovietica.

L’ironia è che gli inglesi vedono il rapporto tra stato nazione e guerre in modo capovolto rispetto al resto d’Europa. L’ideologia europeista prevalente nel Continente ritiene che lo stato nazione sia la radice da estirpare di un male che ha prodotto due guerre mondiali. Gli inglesi, invece, vedono nello Stato nazionale la difesa contro pericolose ideologie internazionaliste che hanno devastato l’Europa per più di due secoli: dal giacobinismo al comunismo, passando per il nazismo.

L’unico argomento antieuropeista non presente alla conferenza era la xenofobia a la Farage. Due ex ministri anglofoni (un australiano e uno canadese) hanno lodato l’immigrazione, come una enorme fonte di ricchezza e di sviluppo per i loro Paesi. Anche se hanno messo in evidenza l’importanza che l’immigrazione avvenga in modo da rendere possibile l’integrazione. Lo stato nazionale può essere multirazziale, ma non multiculturale: si basa su valori condivisi. Gli immigrati devono assorbire questi valori e lo possono fare solo se l’immigrazione non è troppo concentrata temporalmente.

Anche se il sentimento prevalente alla conferenza era antieuropeista, non tutti i presenti erano a favore di una uscita dalla Ue. Non tanto per un amore verso il progetto, ma per paura delle conseguenze che la Gran Bretagna potrebbe trovarsi a dover fronteggiare. La convinzione è che Francia, Germania, Spagna siano Paesi tendenzialmente protezionisti. Senza l’Unione europea, anche il Mercato comune rischierebbe di disintegrarsi. Un rischio che molti inglesi non vogliono correre.

Qui, invece, l’articolo “Brexit o Remain, per salvare l’Europa dobbiamo cambiare l’Unione Europea”, pubblicato il 18.06.2016, alla vigilia del Referendum britannico.