Quattro Riforme per Rimettere in Pista il Sistema Bancario Italiano

I tre articoli sul sistema bancario Italiano, scritti insieme a Luigi Guiso e pubblicati su Il Sole 24 Ore, hanno avuto vasta eco e non solo tra gli addetti ai lavori. Qui di seguito il link ai primi due, il testo del terzo e un ulteriore link a miei post e articoli sul tema “Banche”.

L`Italia chieda la moratoria sui bail-in

Perché è necessaria un’agenzia a difesa dei risparmiatori

Testo dell’articolo “Investitori istituzionali, perché in Italia mancano“, scritto insieme a Luigi Guiso e pubblicato su Il Sole 24 Ore dell’8 Gennaio 2016 

Le crisi bancarie avvengono (per fortuna) raramente ma contengono importanti informazioni su come migliorare il funzionamento dei mercati finanziari. Proprio perché rare, le loro lezioni non andrebbero sprecate. Dall’esperienza della risoluzione con regole nuove di quattro piccoli istituti abbiamo tratto due conclusioni.
La prima è la necessità di una fase di transizione alle nuove regole del bail-in, da negoziare con Bruxelles, per consentire alle banche di rivedere la struttura della raccolta e alle famiglie di modificare i loro portafogli per meglio adattarli ai nuovi rischi. La seconda lezione è l’utilità di creare una autority ad hoc con il mandato unico di curarsi della protezione del risparmiatore, sul modello del Consumer Financial Protection Bureau, facendo confluire in essa competenze oggi distribuite tra Consob, Banca d’Italia ed Antitrust. Avremmo così un sistema articolato di supervisione e controllo in cui ciascuna authority ha compiti molto meglio definiti.
Pur importanti, questi passi non sono sufficienti. Se le banche italiane ricorrono al collocamento diretto di obbligazioni presso la clientela più che in altri paesi è anche perché non esistono investitori istituzionali nazionali in grado di assorbire le emissioni e molte banche non hanno la dimensione sufficiente per accedere al mercato degli investitori istituzionali esteri. L’assenza di investitori istituzionali riflette a sua volta il mancato sviluppo dei fondi pensione. È ora di porvi mano. Da tempo sono stati individuati gli ostacoli: primo, i lavoratori sono riluttanti ad iscriversi perché poco informati sulla loro gestione, per questo ne diffidano nonostante i vantaggi fiscali che offrono. Secondo, ne esistono troppi e troppo piccoli: una gestione efficiente richiede che avvenga un forte processo di consolidamento, così che possa aumentare la capacità di assorbire capitale di rischio, incluse le obbligazioni subordinate delle banche. Si dia mandato alla Covip di coordinare il consolidamento e di condurre avvalendosi dell’Inps una massiccia campagna di informazione.
Uno dei principali ostacoli alla diffusione dei fondi comuni nel nostro Paese è il controllo delle reti di distribuzione da parte delle banche stesse. Durante la crisi finanziaria, molte banche hanno spinto i clienti a liquidare le loro posizioni nei fondi e a sottoscrivere le obbligazioni della banca stessa, una decisione molto conveniente per le banche, che non riuscivano ad ottenere la liquidità sul mercato – non altrettanto per i risparmiatori spinti a liquidare le loro quote quando il mercato era ai minimi. Per eliminare questo conflitto d’interessi e rendere i fondi autonomi, la nostra proposta è di separare per legge banche e fondi, come è stato fatto con successo in Israele.
Infine occorre mettere mano in modo più deciso alla governance delle banche e alla loro struttura proprietaria. Come documentato nell’audizione in Parlamento del capo della vigilanza della Banca d’Italia, le causa principale del fallimento delle quattro banche è imputabile a cattiva gestione. La crisi economica non ha fatto altro che far risaltare i problemi. In realtà tutte le crisi delle banche italiane dal 2008 sono il riflesso di cattiva gestione – dal Monte Paschi a Banca Carige.
Il problema non è tanto che alcuni manager hanno male amministrato, è che costoro sono rimasti lungamente al comando anche quando era evidente che amministravano male. Esiste un serio problema di contendibilità del controllo. Questo problema è particolarmente forte nelle popolari, controllate dai sindacati o da qualche altra consorteria locale, ma è presente anche nelle Spa, troppo spesso controllate da Fondazioni condizionate dalle dinamiche dei poteri locali. Dare alle banche buoni padroni non elimina il rischio di un fallimento bancario ma elimina almeno i fallimenti dovuti ad incuria della proprietà. Non a caso le banche che hanno fatto relativamente meglio durante la crisi erano quelle che avevano il controllo più contendibile.
Il governo ha fatto un passo importante con la riforma delle popolari e ora con quelle delle Bcc. Ma deve andare oltre e liberare le banche dal controllo delle fondazioni. Per arrivare a questo risultato basta imporre quella diversificazione di portafoglio evocata nel principio della legge e ignorata nella pratica che dovrebbe essere naturalmente seguita da tutte le fondazioni. In questo modo il controllo effettivo passerebbe nelle mani dei fondi, che proprio per questo devono essere indipendenti dalle banche.
Solo se queste quattro riforme saranno effettuate, possiamo dire che la crisi non è avvenuta invano.

Leggi gli articoli di Luigi Zingales sul tema “Banche”

Why We Need a Global Antitrust Authority / Perché ci vuole un’Antitrust Globale

Article written for the Italian Magazine L’Espresso.

When he was young, Francesco Crispi was a republican and a revolutionary. By old age, he had become a monarchist and one of the most conservative prime ministers Italy has ever had. This kind of regression is not singular to humans. Even firms follow the same pattern: young firms are revolutionary and opposed to any form of barriers to entry. When they mature, they generally lose the ability to innovate, but acquire the ability to lobby, which they use to block the entrance of new, more innovative, firms. It happened to Microsoft. In the early 80s it was one of the most innovative companies, trying with great difficulty to break the dominance of IBM in personal computers. By the late 90s, it had become a dominant firm, prosecuted by the American antitrust authorities.
Now it’s Google, Amazon, and Facebook’s turn. At the time of the antitrust case against Microsoft they did not yet exist (Facebook) or were newborn (Amazon and Google). Today they are global giants that threaten free competition. But if this is a normal evolution, then in garages somewhere the companies that will make these three giants obsolete are already emerging. So why should we worry about it?
Because we aren’t sure that these new start-ups will still benefit from the conditions for growth that Google, Amazon, and Facebook enjoyed. In history it’s impossible to study the counterfactual, but are we sure that the new giants would have emerged without the Microsoft antitrust lawsuit? Younger readers may not remember Netscape, Lotus and WordPerfect (the progenitors of Internet Explorer, Excel and Word). They were killed off by Microsoft’s dominance. Without the intervention of American anti-trust officials, the same fate could have befallen Google, Amazon and Facebook.

But today the US antitrust enforcement seems silent. They decided not to start a lawsuit against Google, even though the research department had produced enough evidence to take action. The lawsuit filed against Amazon by Authors United, the writers’ union, seems to have no future. And there no longer appear to be any serious threats to Facebook.
One reassuring hypothesis is that the domination of these new firms does not yet constitute a dangerous monopoly. A more worrying alternative is that times have changed since the Microsoft lawsuit in two ways.
The first is the global dominance of American companies. At the end of the nineties, this was still undisputed. Because of this, the Americans could afford to limit the power of their domestic giants without questioning the world dominance of their companies. This is no longer the case today. In China there is Baidu, Alibaba and Renren, local versions of Google, Amazon and Facebook, which dominate the Chinese market and could challenge the American giants on the international market. While Chinese competition reduces the risk of a worldwide monopoly, it reduces still further American antitrust enforcement’s desire to intervene. It’s one thing to limit the power of Microsoft to the benefit of American Google; it’s another to limit the power of Google to benefit Chinese Baidu.

The second aspect that changed is the lobbying capabilities of these giants. Microsoft had no lobbyists in Washington until the beginning of the antitrust lawsuit. The new giants, however, have learned to lobby since they were small. In 2014, Google spent $18 million on lobbying, over twice as much as Microsoft, and more than all other technology and communications companies. Amazon has done better: its founder, Jeff Bezos, bought the Washington Post, a powerful tool for lobbying. Only the youngest, Facebook, still lags behind in this field, with “only” $9 million spent on lobbying last year.
The lobbying power of these giants is less strong in Europe. It’s no coincidence then that the European antitrust bodies have already taken action, although it’s not clear whether this is for the benefit of European businesses or consumers. With global companies, there is a desperate need for a global antitrust authority. However there is no global political power to create it.

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Francesco Crispi da giovane era repubblicano e rivoluzionario. Da vecchio diventò monarchico e uno dei presidenti del consiglio più conservatori che l’Italia abbia mai avuto. Questa involuzione non è tipica solo degli umani. Anche le imprese seguono lo stesso modello: da giovani sono rivoluzionarie e contrarie a qualsiasi forma di barriere all’entrata. Quando diventano mature, generalmente perdono la capacità di innovare, ma acquistano quella di fare lobbying, che usano per creare barriere all’entrata di nuove imprese, maggiormente innovative.  È successo a Microsoft. Agli inizi degli anni ‘80 era una delle imprese più innovative, che cercava tra mille difficoltà di infrangere il dominio di Ibm nei personal computer. Alla fine degli anni ‘90, era diventata un’impresa dominante, perseguita dall’antitrust americana.
È ora la volta di Google, Amazon, e Facebook.  All’epoca della causa antitrust contro Microsoft non esistevano ancora (Facebook) o erano neonate (Amazon e Google).  Oggi sono giganti mondiali, che minacciano la libera concorrenza. Ma se questa è la normale evoluzione, in qualche garage stanno già nascendo le imprese che renderanno questi tre giganti obsoleti. Perché dovremmo preoccuparci?
Perché non siamo sicuri che queste nuove start-up godano ancora delle condizioni per svilupparsi, come fu possibile a Google, Amazon e Facebook. Nella storia è impossibile studiare i controfattuali, ma siamo sicuri che i nuovi giganti sarebbero emersi senza la causa antitrust a Microsoft? I più giovani lettori forse non ricordano Netscape, Lotus, e WordPerfect (i progenitori di Internet Explorer, Excel e Word).  Morirono uccise dallo stradominio di Microsoft. Senza l’intervento dell’antitrust americana la stessa sorte poteva capitare a Google, Amazon e Facebook.

Ma l’antitrust americana oggi sembra silente. Ha rinunciato ad iniziare una causa contro Google, nonostante l’ufficio studi avesse prodotto sufficienti evidenze per intervenire. La causa intentata contro Amazon dalla Authors United, il sindacato degli scrittori, pare non abbia futuro. E non sembra ci siano ancora minacce serie per Facebook.
Un’ipotesi rassicurante è che il dominio di queste nuove imprese non costituisca ancora un pericoloso monopolio. Un’alternativa molto più preoccupante è che dai tempi della causa a Microsoft siano cambiati due aspetti. Il primo è il dominio mondiale delle imprese americane. A fine anni Novanta, era ancora indiscusso. Proprio per questo gli americani potevano permettersi di limitare il potere dei loro giganti nazionali, senza mettere in discussione il dominio mondiale delle loro imprese. Oggi non è più così.  In Cina esistono Baidu, Alibaba e Renren, le versioni locali di Google, Amazon e Facebook, che dominano il mercato cinese, e potrebbero sfidare i colossi americani su quello internazionale. Se da un lato la concorrenza cinese riduce il rischio di un monopolio a livello mondiale, riduce ancora di più il desiderio di intervenire dell’antitrust americana. Un conto è limitare il potere di Microsoft a vantaggio dell’americana Google, un altro limitare quello di Google a vantaggio della cinese Baidu.

Il secondo aspetto ad essere cambiato è la capacità di lobbying di questi giganti. Microsoft non aveva lobbysti a Washington fino all’inizio della causa antitrust, i nuovi giganti, invece, hanno imparato a fare lobbying fin da piccoli. Nel 2014 Google ha speso $18 milioni in attività di lobbying, più del doppio di Microsoft e più di tutte le altre imprese tecnologiche e di comunicazione. Amazon ha fatto di meglio: tramite Jeff Bezos, il suo fondatore, si è comprata il “Washington Post”: un potentissimo strumento di lobbying. Solo la più giovane Facebook è ancora indietro in questo campo, con “solo” 9 milioni spesi in lobbying lo scorso anno.
Il potere di lobbying di questi giganti è meno forte in Europa. Non a caso l’antitrust europea si è già mossa, anche se non è chiaro se a favore delle imprese o dei consumatori europei. Con imprese globali, c’è un disperato bisogno di un’autorità antitrust a livello mondiale. Ma manca un potere politico globale per crearla.